involuzione

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Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

venerdì 23 dicembre 2011

Art.18, come prosciutto su gli occhi

 La finta opposizione  e i finti sindacati tutti compatti sulla questione art.18,che nel merito sarebbe giusta ma nella realtà è fuffa per non disconoscere gli altri (ben peggiori) provvedimenti antisociali attuati da questo governo



Sulla carta i diritti vengono garantiti. Ma la realtà è tutt'altra. E' difficile in Albania diventare madri e vedere rispettato il proprio diritto alla maternità. Un reportage della nostra inviata
“Senza figli la vita non ha senso” dicono gli anziani e in Albania ne sono convinti anche i più giovani. Dopo il matrimonio, o qualche anno di convivenza, le ragazze albanesi diventano madri come il buon senso e la tradizione suggerisce.
Ma mentre diventare madri è quasi una regola non scritta, la vita delle giovani madri albanesi è tutt’altro che agevolata dalla società, dal mercato del lavoro, dalla società civile e dalle strutture che dovrebbero tutelarle.
Non vi sono statistiche al riguardo ma a Tirana, nonostante sia la città più sviluppata del Paese, abbandonare il lavoro dopo aver partorito un figlio, essere licenziate in coincidenza della gravidanza o altre violazioni dei diritti delle donne sono all’ordine del giorno.

Ilira, Arta e le altre

Ilira è una giornalista, tra le più note del Paese. Lavora presso uno dei canali televisivi albanesi che vanta tecnologia e professionalità d’avanguardia nei Balcani. Da poco ha avuto un figlio e la sua vita, come spesso avviene, è cambiata. “Non mi interessa più nulla, neanche il lavoro, però devo lavorare per mantenerlo e per garantirgli una vita dignitosa”, taglia corto mentre la intervisto, chiedendole della sua vita professionale.
Nonostante questo durante la gravidanza ha lavorato senza sosta, anche quando, negli ultimi mesi, non poteva più apparire in tv. Dopo il parto si è presa solo due settimane di permesso e il quindicesimo giorno è rientrata al lavoro. “Non potevo mollare. Non mi hanno fatto nessuna pressione, però so che non posso chiedere al mio datore di lavoro di rallentare il lavoro a causa mia. Non volevo smettere di lavorare, perché avere un bambino a Tirana oggi costa tantissimo” mi spiega, considerando il suo comportamento una normalità. “La maggior parte delle mie colleghe fa così. Altrimenti si rischia di perdere il lavoro. Non siamo più ai tempi del comunismo, quando le nostre madri avevano tutto garantito”.
Arta invece, giornalista di spicco per un’altra televisione, è stata licenziata. “Per inefficienza – spiega – all’improvviso, quando ero al sesto mese di gravidanza, il mio datore di lavoro si è reso conto che io ero inefficiente”. Ma Arta non si è arresa. Stupendo tutti, ha rivendicato i suoi diritti, facendo causa al suo datore di lavoro. Dopo qualche mese i magistrati le hanno dato ragione e lei ha ottenuto il dovuto risarcimento. In seguito però ha dovuto trovare lavoro presso un altro gruppo editoriale.
Il caso di Arta è isolato e mentre lo menziono ad Iliria e alle sue colleghe i commenti sono tutt’altro che confortanti. “Si, si può far causa, si può anche vincere, ma dopo? Come faresti a continuare a lavorare in un ambiente ostile? E poi non è importante ciò che avviene in quei pochi mesi della gravidanza, ma il dopo, condannarsi alla precarietà quando si ha più bisogno di prima di sicurezza? Meglio un compromesso”.

Garantismo non fa rima con capitalismo

Eppure sono ben chiare le previsioni normative che garantiscono i diritti della maternità. Non solo, si tratta di una legge comparabile alle migliori esistenti nell’Unione europea. Nel 2010, nell’ambito della riforma della legislazione albanese, e l’avvicinamento all’Unione europea, il parlamento ha approvato senza grossi dibattiti una legge che concede il diritto di assentarsi per alcuni mesi dal lavoro persino ai padri. Le madri possono assentarsi dal lavoro fino a 365 giorni in totale. Obbligatorio assentarsi 35 giorni prima del parto e non rientrare prima di 42 giorni dopo.

Donne vanno in politica

Quello che emerge per lo più in Albania è la sfiducia nei propri diritti. Una mentalità ereditata dal totalitarismo e che rivisitata in tempi di capitalismo selvaggio suggerisce che sia normale che il cittadino venga schiacciato dal sistema, da chi è più forte. Ribellarsi è roba da idealisti ingenui d’altri tempi, che lottano contro i mulini al vento. La scelta giusta è il compromesso, per conservare le poche certezze che si hanno.
A peggiorare la situazione si aggiunge anche la profonda crisi che caratterizza attualmente la società civile albanese. Di anno in anno le Ong che si occupano dei diritti delle donne sono diventate sempre meno numerose. Alcune donne a capo di progetti interessanti seppur di breve termine in passato, hanno abbandonato il loro attivismo civile per entrare in politica per lo più nelle fila del Partito Socialista. Una volta in politica però le ex attiviste si sono reinventate, voltando pagina e considerando le questioni femminili con la stessa sensibilità con cui le considerano i loro colleghi maschi. Il risultato è il solito opportunismo politico e la società civile utilizzata come un trampolino preparatorio all’approdo in politica. L’interesse civile sembra l’ultima delle priorità.
Ad Ilira, Arta e a molte altre non rimane che vivere quotidianamente il loro essere donne emancipate e madri in carriera, passando da un compromesso all’altro. Sotto gli occhi e l’indifferenza di tutti, correndo a ritmo di capitalismo selvaggio, per non arrendersi del tutto.
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domenica 18 dicembre 2011

Da leggere " IL LIBRO NERO DELL'ALTAVELOCITA' "'

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di Sandro Moiso

 Ivan Cicconi, Il libro nero dell'Alta velocità, Koinè Nuove Edizioni 2011, pp.190, euro 14,00


Il titolo è di quelli che non brillano per originalità.
I banchi delle librerie sono inflazionati di “libri neri” e di “libri che...non vi avrebbero fatto leggere” e, probabilmente, l 'autore avrebbe preferito quello che è stato scelto come sottotitolo: “Il futuro di Tangentopoli diventato storia”, sicuramente più consono all'indagine contenuta al suo interno.
Ma tant'è e, sinceramente, senza quel riferimento all'Alta Velocità, forse, non lo avrei preso nemmeno in mano.
Eppure ci troviamo davanti non solo ad un testo tra i più ricchi di informazioni sulla “grande truffa dell'Alta Velocità”, ma che ci permette anche di comprendere più a fondo le strategie del capitalismo odierno e, allo stesso tempo, le radici dell'attuale crisi economica.
Un libro che, per chi non lo avesse ancora capito, dimostra come la lotta e le lotte No Tav non siano solo lotte ambientali o localistiche, ma lotte che si pongono al centro dello scontro tra un sistema di sfruttamento parassitario destinato storicamente a fallire e le esigenze di una società altra in cui sono rappresentati gli interessi del 99% della popolazione (conscia o meno che sia del fatto).
Per citare direttamente il testo:”Questo fenomeno dei cosiddetti No-Tav, in un certo senso, rappresenta un paradigma dell'Italia di questa fase che non si è contrapposto alla modernizzazione, come si è ostinatamente cercato di far apparire, ma ha, anzi, rappresentato e rappresenta un modello da cui non si dovrebbe prescindere. Infatti, esaltando le fondamenta della democrazia, ha fatto emergere – forse non poteva essere disgiunto - competenze e culture tecniche elevate, apparse ancora più grandi di fronte all'insipienza, la superficialità, la grossolanità delle competenze espresse dalle istituzioni” (pp. 9 – 10).
Ma chi si avvicinasse al testo nella speranza di trovarvi esposta una cronaca dettagliata delle vicende e delle lotte No-Tav, ed in particolare dell'esperienza valsusina, si sbaglierebbe e potrebbe rimanerne deluso.
Qui è indagato il lungo percorso politico-economico ed istituzionale che ha portato alla realizzazione di uno dei mostri più ripugnanti prodotti dal genio tardo-capitalistico.
Genio, sì genio (naturalmente malefico) volto a ridistribuire la ricchezza sociale prodotta in una sola direzione e a vantaggio di una sola classe: quella degli imprenditori e dei loro apparatniki di partito (qualunque possa questo essere nell'ambito parlamentare).
Genio, istigato dalla crisi storica dell'attuale modo di produzione, volto a dilapidare il patrimonio economico e tecnologico socialmente accumulato, distribuendo le perdite e i costi di strategie fallimentari sulle spalle dell'intera società, pur di continuare ad estendere i profitti privati di un sempre più ristretto numero di rappresentanti del capitale e della finanza nazionale ed internazionale.
Ma, come in ogni buon libro di fantasy, già al suo primo apparire questo mostro e questo cattivo genio che lo ha prodotto sono stati accompagnati da una maledizione, che qui prende l'aspetto di una lettera scritta nel febbraio del 1993 dall'allora ottantenne presidente onorario del PSDI, Luigi Preti, al responsabile economico della DC, Beniamino Andreatta.
Caro Andreatta, dal punto di vista economico la questione della cosiddetta Alta velocità è sicuramente la più grossa da metà secolo ad oggi per la spesa immensa che comporterebbe. Le Ferrovie Spa parlano di 30 mila miliardi per non allarmare troppo l'opinione pubblica, ma in realtà pensano che si tratterebbe almeno di 50 mila miliardi. Io però, documentandomi come ex ministro dei Trasporti con valorosi tecnici, penso che si arriverebbe a 100 mila. E' una cifra da capogiro, ed è una truffa (...)” (pag.28).
L'ultimo incarico ministeriale di Preti era stato proprio al dicastero dei Trasporti nel quinto governo Andreotti negli anni 1979 – 1980, nel periodo in cui la lobby dei costruttori iniziava a premere sui governi al fine di aprire anche in Italia i cantieri per l'Alta velocità già a pieno regime nella vicina Francia. Ma con Preti “i pretoriani del ferro e del cemento” avevano trovato le porte sbarrate.
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Al di là dei meriti e demeriti di un ministro della cosiddetta Prima repubblica, quello che è interessante qui notare è come la storia della AV sia ormai trentennale ed abbia attraversato un lungo periodo di storia italiana, segnato da scandali, corruttele e scomparsa di partiti storici o meno della tradizione politica italiana, senza mai perdere la sua centralità e la sua aggressiva volontà di realizzazione.
Fino a diventare quello che, in anni più recenti, il ministro Lunardi avrebbe definito come “il modello TAV”, legalizzato con la Legge obbiettivo del 2002.
Il modello in fin dei conti non costituiva una grande novità, si trattava di massimizzare i profitti di un investimento a costo quasi zero per i privati, attraverso il finanziamento statale dei debiti da essi accumulati nei confronti delle banche cui erano stati richiesti i prestiti necessari per l'investimento iniziale. Insomma, come al solito, scaricare sullo stato e sui cittadini le perdite e i costi, accrescendo in maniera smisurata il debito pubblico, per soddisfare la voracità e la fame di profitti facili ed elevati delle maggiori aziende italiane e dei loro partner commerciali (banche) e politici.
Il bello è che negli anni sono spesso cambiati i partner pubblici (offuscati o eliminati da scandali ed inchieste o semplicemente da ribaltoni istituzionali), ma poco gli agenti diretti di Monsieur Le Capital. Prima fra tutti la FIAT, che sotto varie forme e identità societarie, dall'Avvocato al figlio più che putativo Luca Cordero di Montezemolo, è passata da ditta fornitrice di locomotori e treni ( con la Materferro, FIAT Materiali Ferroviari) a general contractor o ditta capofila (FIAT SpA) dei vari consorzi creati ad hoc per la realizzazione delle varie tratte della AV e, in fine, all'utilizzo puro e semplice delle tratte già costruite con treni della NTV SpA (di Luca Cordero di Montezemolo e Raniero Della Valle) destinati a trarre dal servizio fornito solo i profitti senza, ancora una volta, pagare i costi di realizzazione e manutenzione delle linee utilizzate.
Tutto ciò nell'arco di un trentennio in cui si sono succeduti al Ministero dei Trasporti uomini provenienti da ogni settore dell'arco parlamentare: Claudio Signorile (dal 4/8/1983 al 1/8/1986 e dal 1/8/1986 al 17/4/1987); Giovanni Travaglini (17/4/1987 – 28/7/1987); Calogero Mannino (28/7/1987 – 13/4/1988); Giorgio Santuz (13/4/1988 – 22/7/1989); Carlo Bernini (22/7/1989 – 12/4/1991 e 12/4/1991 – 28/6/1992); Giancarlo Tesini (28/6/1992 – 28/4/1993); Raffaele Costa (28/4/1993 – 10/5/1994); Publio Fiori (10/5/1994 – 17/1/1995); Giovanni Caravale (17/1/1995 – 17/5/1995); Claudio Burlando (17/5/1995 – 21/10/1998); Tiziano Treu (21/10/1998 – 18/12/1999); Pierluigi Bersani (22/12/1999 – 25/4/2000 e 25/4/2000 - \11/6/2001); Pietro Lunardi (11/6/2001 – 23/4/2005 e 23/4/2005 – 17/5/2006); Alessandro Bianchi e Antonio Di Pietro ( 17/5/2006 – 8/5/2008) e Altero Matteoli (dall'8/5/2008 fino alle dimissioni dell'ultimo governo Berlusconi).
Cifre e nomi come da lapidi mortuarie.
Lapidi mortuarie per il debito pubblico italiano, cresciuto a dismisura non a causa di pensioni, servizi sanitari e scuola, ma all'ombra di progetti spesso bloccati virtualmente, ma mai realmente fermati, giustificati ideologicamente solo dal project financing ovvero dalla menzogna che tali opere fossero realizzate con un contributo rilevante dei privati (circa il 60% dei costi) mentre in realtà è stato solo e sempre lo stato a pagare sia la realizzazione che il saldo dei debiti e degli interessi debitori sui prestiti richiesti dai privati alle banche per il presunto finanziamento privato per le opere pubbliche.
Balle, clamorose balle, anzi balloons fumettistici.
Degni dei sogni post-fonduta di Little Nemo, eppure spacciati come verità indiscutibili.
Così come i dati sulla necessità di tali opere ferroviarie, destinate a soddisfare le richieste soltanto del 5% dell'utenza del trasporto pubblico e ad escludere o danneggiare il rimanente 95%.
Opere dal pomposo nome di Corridoio europeo numero cinque, che vedeva collegate due linee, la verticale Milano – Napoli e la trasversale Torino – Venezia, e che avrebbero successivamente visto inserire, a partire dal 2001, la linea Milano – Torino nel “famoso” corridoio europeo numero uno.
Con tutto quello che ne è conseguito in termini di occupazione e militarizzazione del territorio, fino all'odierno muro di Gaza-Chiomonte atto a proteggere i lavori per la perforazione del territorio valsusino.
Balle e balletti in cui se la ballerina capofila, la FIAT, non è mai cambiata, il vorticoso danzare ha visto il coinvolgimento di giganti del cemento (Ligresti), gruppi bancari oggi al governo (San Paolo), architetti di fama internazionale (Lorenzo Piano) e di tutti i generi di cooperative bianche e rosse, solo per citare alcune delle altre “ragazze” della chorus line. Contiguità e continuità di interessi che ben spiega la protervia e l'arroganza con cui si continua a d affermare la necessità dell'ineluttabile realizzazione della TAV, anche a costo di utilizzare l'esercito per il mantenimento dell'ordine pubblico. In Val di Susa e in qualsiasi altro luogo ove l'opposizione alle nuove linee si facesse troppo decisa e determinata.
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Sogni, deliri, balle destinati però a gravare per i decenni a venire sul debito pubblico italiano.
Destinati a farlo crescere esponenzialmente con gli interessi dovuti alle banche per prestazioni, opere e programmi spesso mai realizzati.
Sogni estremamente concreti però dal punto di vista dei profitti incamerati dalle società appaltatrici dei lavori e dei progetti.
Basti un dato tratto dal libro di Cicconi, a cui si rimanda per l'approfondimento di tutte le questioni tecnologiche e finanziarie oltre che per quelle riguardanti le denunce e gli scandali esplosi anche a livello internazionale intorno all'affaire TAV: l'inserimento della linea Milano – Torino nel corridoio europeo numero uno prevedeva su quella linea ”il passaggio di 160 coppie di treni al giorno, 120 per passeggeri e 40 per le merci. Nel 2010 sulla nuova tratta AV/AC Milano – Torino passano 9 coppie di treni al giorno per passeggeri e non passa nessun treno merci. Previsioni sbagliate? No, erano semplicemente invenzioni per giustificare la realizzazione di una nuova tratta assolutamente inutile ed a “redditività” negativa” (pag.97).
Siamo alle solite: balle!
Per offuscare la verità di una società ormai solo più basata sulla rapina e sullo sfruttamento intensivo e non duraturo della forza lavoro.
Una società in cui il keynesismo, che fin dalle parole del suo ideatore inglese altro non è mai stato che la faccia “democratica” dell'intervento statale fascista nell'economia, è passato direttamente alla sola fase finanziaria. Sostegno diretto alle banche e al capitale finanziario senza nemmeno più preoccuparsi della creazione di posti di lavoro reali o di una qualche forma di realizzazione del valore, a monte o a valle del processo.
Citare altri dati sarebbe far torto al libro di Cicconi, che andrebbe davvero letto da tutti coloro che non solo si oppongono al delirio di onnipotenza della TAV, ma anche da chi si preoccupa di comprendere e combattere gli attuali meccanismi di ripartizione del plusvalore e della ricchezza.
Un unico appunto si può fare al testo ed è quello di cadere spesso, come accade alla scuola de “Il fatto quotidiano”, in una sorta di moralismo nazionalistico di stampo montanelliano che esclude completamente la lotta di classe dal suo orizzonte.
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Ma saranno i movimenti di oggi e di domani a far esplodere le balle dei sostenitori della TAV, del governo Monti e di chi finge di opporsi ad esso in salsa parlamentare.
Sarà comunque il 99% ad affossare definitivamente la società dell'1% con tutti i suoi monumenti allo spreco e tutte le sue inutili menzogne.

martedì 13 dicembre 2011

MES il nuovo dittatore Europeo!

Articolo: Rudo de Ruijter, ricercatore indipendente

 Video: Jozeph Muntenbergh

 Il trattato diventa definitivo quando i parlamenti dei 17 paesi dell'eurozona lo avranno ratificato. Le ratifiche dovranno avvenire entro il 31 dicembre 2011.


Che aberrazione è mai questa ?

Questa è stata la mia reazione quando vidi per la prima volta il video. Non è possibile una cosa simile!!! Un'organizzazione che può svuotare le casse degli Stati così? Viviamo in un paese democratico o no? Ho tuttavia fatta la ricerca dei testi ufficiali, è nel Trattato che istituisce il Meccanismo europeo di Stabilità (MES).
TREATY ESTABLISHING THE EUROPEAN STABILITYMECHANISM (ESM)
http://consilium.europa.eu/media/1216793/esm%20treaty%20en.pdf
Si possono ritrovare facilmente gli articoli citati nel video (dalla pagina 19). Per il resto del trattato, non ho potuto scoprire niente che potesse limitare questo potere dittatoriale in alcun modo. Ne ho ancora la pelle d'oca!

Ma com'è possibile nel contesto dei trattati dell'Unione europea? E' un ampliamento illegale delle competenze dell'Unione! Cercando ulteriormente, sembrerebbe che siano intervenute tante decisioni discrete, prese rapidamente per rendere «possibile» l’attuazione di questo MES.

Sono sicuro che se dei politici in Francia volessero creare un club, con la prerogativa di potere svuotare le casse dello Stato quando vuole e quanto vuole, non riuscirebbe a ottenere gli adeguamenti di legge necessari, neanche dopo vent'anni! Ma la burocrazia bruxellese riesce persino ad adeguare i trattati in fretta e furia per effettuare il golpe in diciassette paesi contemporaneamente !!!
Lo sprint Bruxellese
 Il 17 dicembre 2010 il Consiglio europeo aveva deciso che vi era bisogno di un meccanismo di stabilità permanente per rilevare i compiti del Meccanismo europeo di Stabilità finanziaria (MESF) e della Facilità di Stabilità Finanziaria europea (FSFE). Sono più noti in inglese come European Financial Stabilisation Mechanism (EFSM) e European Financial Stability Facility (EFSF). Sono due organismi costituiti tempestivamente, rispettivamente a maggio e a giugno del 2010 per erogare prestiti ai paesi troppo indebitati. Tuttavia per questi organismi mancava una base legale.

Si noti che queste due organizzazioni erano concepite esplicitamente per interventi finanziari ma l'emendamento nel Trattato sul Funzionamento dell'Unione europea per istituire il MES consente anche d'istituire altri organismi in qualsiasi altro settore.

L'emendamento giunge il 25 marzo 2011. Per evitare di dovere organizzare nuovamente dei referendum in Europa, si riferiscono all'articolo 48,6 del Trattato dell'Unione europea, che consente al Consiglio europeo di decidere le modifiche negli articoli del trattato purché non comportino un ampliamento delle competenze dell'Unione. (Queste decisioni devono ciononostante essere ratificate dai parlamenti nazionali, con quella che è normalmente non di più di una semplice formalità.) L'emendamento consisteva nell'aggiunta apparentemente innocente a un paragrafo dell'articolo 136. In breve l'aggiunta stipula che «i paesi dell’UE che utilizzano l'euro sono autorizzati a istituire un meccanismo di stabilità per salvaguardare la stabilità dell'eurozona nel suo insieme». Qua non si tratta quindi più esplicitamente di stabilità finanziaria, ma anche di repressione degli scontri, di sorveglianza dei cittadini vivaci o di lotta contro qualsiasi elemento destabilizzante per l'eurozona, che potrà ai sensi dell'emendamento essere deferito di fronte ai nuovi enti europei.

In altre parole l'emendamento costituisce sicuramente un ampliamento delle competenze dell'UE. E' quindi contrario all'articolo 48.6 del Trattato dell'Unione europea. Ciononostante nessun ministro e nessun parlamento nazionale ha fatto un cenno a Bruxelles dove continuano tranquillamente e rapidamente a redigere il trattato del MES.

Il 20 giugno 2011 i parlamenti nazionali autorizzavano che i compiti del trattato del MES sarebbero effettuati dall'UE e dalla Banca centrale europea.

(Photo not for commercial use)
L'11 luglio 2011 il trattato era firmato. Benché la firma fosse annunciata quel giorno dall'apertura di una conferenza stampa cui assistevano decine di giornalisti, il giorno dopo non si è potuto trovare nessun titolo sulla firma di questo nuovo Trattato Europeo né sui giornali francese né sui giornali stranieri. Era forse perché Juncker l'aveva annunciato in francese... prima di continuare la conferenza stampa in inglese?

Attualmente il trattato è in attesa di ratifica da parte dei parlamenti nazionali: la ratifica deve avvenire tra qui e il 31 dicembre 2011.

Il trattato non è ancora entrato in vigore che già si tratta della necessità di aumentarne il capitale da 700 miliardi (2100 euro per cittadini dell'eurozona) a 1500 o a 2000 miliardi e cioè tra due a tre volte tanto.

Secondo il testo del trattato dovrebbe entrare in vigore a giugno 2013 ma adesso vogliono farlo per il 2012.
Logicamente chiederanno ai parlamenti che accelerino sui tempi di ratifica del trattato. In Germania il soggetto è dibattuto già. Apparentemente è necessaria un’accelerazione poiché un numero di tedeschi sempre maggiore si sta svegliando!
Se vogliamoimpiegare l’ultimo cavallo democratico per impedire l’avvento di questa dittatura, dobbiamo rapidamente risvegliare il maggior numero di cittadini e inviare il maggior numero di lettere e di mail di protesta ai deputati, ai politici e ai partiti politici (vedi lista di indirizzo sotto). Aspettare che alter persone lo facciano è un atteggiamento catastrofico allo stato attuale delle cose.

Se avete contatti all’estero, inviate loro le informazioni: nella maggior parte dei paesi dell’euro si sa poco o niente al riguardo.

Non appena si siede al trono un dittatore, lo si scaccia non prima di 30 anni e non vogliamo imporre questo ai nostri figli, vero?

in inglese

in francese

Foto per i posteri

Serie di foto di persone a cui si chiederà un giorno perché hanno messo fine alle democrazie sovvrane in Europa…


Reynders Schauble_signing_ESM Tempel Ligi Noonan signing ESM Venizelos Mendez Boiron Urpilainen_signing_ESM Frieden Noonan Schauble, Mendez, de Jager & Tremonti Venizelos & Urpilainen Fekter_Gaspar_2 Fekter & Gaspar Urpilainen_Juncker Venizelos, Mendez, Baroin, Urpilainen, Grilli & Juncker de Jager & Fekter Tremonti Mavroyiannis Frieden Jager Fekter_signing_ESM Gaspar Krizanic Miklos Juncker showing ESM treaty Fenech Urpilainen, Grilli, Juncker, Pillath & Tremonti  (Note: Pictures not for commercial use.)

FONTE 




giovedì 8 dicembre 2011

Meglio "L'uomo da marciapiede" almeno aveva un sogno

Disoccupato di lunga durata, sulla strada per un anno, Orlando Sousa si sente "rinato". A 62 anni, è diventato un lustrascarpe attraverso diverse istituzioni che vogliono far rivivere mestieri tradizionali di Lisbona, capitale di un paese in crisi.
"La mia vita è cambiata stranamente, è come se mi era appena nato", dice l'omino con un sorriso, cappellino sulla fronte.
Operaio edile e padre di sette figli, ha iniziato a lavorare all'età di 14 anni, ma deve sopravvivere con una pensione di 113 euro ed è ospitato da l'Esercito della salvezza.
Sotto i portici di Place du Commerce, nel cuore della Baixa, un business center ex della città ormai popolare con i turisti che vengono ad ammirare l'estuario del Tago, il signor Sousa è in attesa per il cliente negli occhi apprendimento del suo maestro, José Roque, scarpa Shiner 30 anni.
I due uomini incontrati attraverso un programma istituito dal caritatevole istituzione Santa Casa de Misericordia de Lisboa, una business school e il Cais associazione, dedicata ai senzatetto.
In definitiva, il loro obiettivo è quello di resuscitare le professioni che tendono a scomparire come un calzolaio, grinder sarta o di quartiere. Per ora, il progetto sia conforme a dieci occhiaie apprendisti e quattro insegnanti reclutati tra i quindici che sono rimasti a Lisbona.
Per Henrique Pinto, presidente del Cais, "l'obiettivo non è quello di tornare indietro nel tempo. Noi vogliamo rilanciare questo settore, perché ci siamo resi conto che lavorando duro e la costruzione di una clientela, un ragazzo lustrascarpe può sopravvivere e anche per mantenere una famiglia. "
"Bisogna gestire il pennello"
Necessaria a ristabilire le finanze pubbliche del paese in cambio di un piano di aiuti internazionali, il governo portoghese sta cercando di salvare il povero misure di austerità che aveva adottato, compresa l'attuazione di un "piano di emergenza sociale".
Ma la recessione, la disoccupazione e l'aumento dei prezzi ha colpito tutta la società ancora più difficile il prossimo anno. "Già oggi, molte persone non sfuggire alla miseria che con l'aiuto dei loro parenti, ma per quanto tempo questo può durare? "Chiede il Sig. Pinto.
Di fronte al caffè Martinho da Arcada, ha frequentato la scuola nell'anno bicentenario 1920 dal grande poeta portoghese Fernando Pessoa, il maestro José Roque dice che guadagna circa 35 euro al giorno, tariffe che vanno da 2,5 euro per scarpe e 5 di euro per gli stivali.
Il salario minimo è di 565 € al mese in Portogallo.
"Non è un business facile come sembra, mette in guardia l'uomo con gli occhiali enormi. Dobbiamo sapere come gestire il pennello, scattare lo straccio, e particolarmente gradita al cliente. "
Il suo allievo Orlando Sousa ha una lunga strada da percorrere. Dopo due mesi di allenamento, si è trasferito a un angolo della piazza si trova una sola settimana e solo due o tre clienti al giorno.
"Ma io non mi deluderà. Una grande opportunità si è presentata e io lo cogliere ", dice.
Qualcuno finalmente ha avuto luogo il seggiolone contro il muro. "Hai appena vinto un cliente", Sousa ha detto l'ufficiale di 57 anni che ogni giorno pranzi Martinho da Arcada. "Sei molto ben messo qui in un anno si avrà venti clienti al giorno", ci ha incoraggiato.

INSIDE JOB

      link del documentario


Come e perché milioni di persone: hanno perso i loro risparmi, hanno perso il posto di lavoro, hanno perso la loro casa, hanno perso quella parte di reddito che li teneva appena al di sopra della soglia di povertà. Questo documentario narrandovi la cronaca della crisi finanziaria, per niente spontanea, che ha creato milioni di nuovi poveri, arricchito l'1% della popolazione, la quale faceva già parte della "privilegiata" élite del mondo, vi porta a conoscenza: dei misfatti, di chi li ha sostenuti e di chi ne è responsabile direttamente.
Un documentario che non potete perdere se volete capire il perché delle sofferenze dell'umanità, il perché i poveri aumentano di pari passo all'aumento dei capitali dei ricchi, oggi ancora più velocemente che nel passato.
Se focalizzate il vero problema, non potete non capire che ci sarebbe il benessere comune a tutti se solo si eliminasse la cupidigia, l'avidità e i loro adepti, ossia i ricchi e l'accaparramento di beni e ricchezza oltre il necessario a vivere comodamente tutta la vita.

trad. Valerio Belcredi

venerdì 2 dicembre 2011

Se non vi piaceva il grande fratello beccatevi il grande fardello

Se qualcuno pensava che con l'uscita di scena Berlusconiana gli anglosassoni smettevano di ridere di noi Italioti preparatevi a questo post ma attenzione  a non inalberarsi potreste essere tacciati di fascismo o ancor peggio come comunisti;




L'ultimo reality targato Murdoch, "Go Greek for a week", guida il pubblico britannico alla scoperta dell' "economia allegra" che avrebbe portato la Grecia sull'orlo del baratro economico: baby pensionati, incentivi esagerati, evasione fiscale. Ma se alcuni dei fenomeni denunciati sono reali, tante le imprecisioni e il sarcasmo, che hanno suscitato reazioni polemiche greche
Aprire un salone di parrucchiere ad Atene, o in un’isola greca, e godersi, oltre al sole, ai souvlakia e al mare blu, una pensione a 54 anni di età al 90 per cento della pensione piena, quando il resto d’Europa deve faticare fino a 60 e oltre? Nulla di più facile secondo l’ultimo reality britannico targato Murdoch: “Go Greek for a week”, in onda in prima serata su Channel 4 ogni lunedì.

Il gioco della crisi

Il gioco è questo: tre famiglie inglesi a puntata si trasferiscono nella terra degli dei e della crisi nera per una settimana e, tramite esperienze di economia allegra tipo quella del baby pensionato coiffeur, e approfondendo il locale sistema che regola tasse e rendite di anzianità, capisce perché l’Ellade ha ridotto così le proprie finanze rischiando di trascinare con sé l’eurozona intera. Naturalmente il tutto è accompagnato da interviste a economisti (inglesi) esperti del settore.
La vostra cronista ha voluto toccare con mano l’esattezza delle vicende narrate nel reality. Sì: perché non c’è solo il parrucchiere nullafacente dopo i 54 anni, ma anche il guidatore di autobus pubblico che, sempre secondo “Go Greek for a week” arriva quasi a raddoppiare il proprio stipendio arrivando un’ora prima la mattina al proprio turno di lavoro e controllando i biglietti vidimati nella giornata precedente.
Cominciamo dal caso “coiffeur”. E’ proprio vero che, con la crisi che attanaglia i greci, e che ha già dato sforbiciate di oltre il 20 per cento a stipendi e pensioni sia nel settore pubblico sia in quello privato, innalzando fra l’altro l’età pensionistica a 65 anni, questa fortunata categoria può dedicarsi a riccioli o extension per chiudere bottega a 54 anni con il 90 per cento della pensione piena?
La verità, al solito, sta nel mezzo. I parrucchieri, che stanno in piedi tutto il giorno e maneggiano tinture, così come i conduttori di trasmissioni radiofoniche dai turni ballerini, e in generale tutti i lavoratori che faticano nell’industria pesante o chimica e le colf, in Grecia fanno parte del settore “lavori pesanti e pericolosi per la salute”, che totalizza 538mila persone.
“A partire da giugno, però, questa lista di lavori pesanti e nocivi è stata notevolmente ridotta, e ora la vogliono ridurre ancora di più”, racconta ad OBC Stavros Koytsiobelis, dirigente sindacale che ha partecipato alla commissione apposita che il governo ha istituito quest’estate.
“In ogni caso, le vicende raccontate dal serial britannico sono non solo imprecise, ma offensive, con l’unico scopo di fare ridere la gente sulle nostre disgrazie, dando la colpa della crisi e del rischio bancarotta al 'lavoratore cicala' ellenico, dimenticando di dire, ad esempio, che il salario medio in Grecia è meno della metà di quello britannico, mentre il costo della vita, paradossalmente, è maggiore”.
Ma torniamo al nostro coiffeur, baby pensionato a 54 anni con il 90 per cento della pensione. “Anche questo non era vero prima di giugno, e tanto meno adesso, quando i parrucchieri, i conduttori radiofonici e altri mestieri sono stati tolti dalla lista dei 'mestieri pesanti', mentre siamo riusciti a inserirvi gli infermieri e coloro che si occupano delle pulizie di materiali tossici sempre negli ospedali”, continua Koytsiobelis.
“Prima di giugno le donne parrucchiere potevano andare in pensione a 56 anni, gli uomini invece (e il protagonista del serial inglese è un uomo) a 58. Se volevano andare in pensione prima, potevano farlo, ma con una riduzione della pensione del 6% per ogni anno di anticipo! Quindi il nostro coiffeur, ritirandosi a 54 anni, avrebbe avuto diritto prima di giugno 2011 - mentre la trasmissione inglese parla della realtà invernale 2011- a una pensione decurtata del 24 per cento. Altro che 90 per cento! Ora comunque tutti i parrucchieri, maschi e femmine, si ritirano dal mercato a 65 anni”.
Un altro caso di “allegra gestione dell’amministrazione pubblica” è la vicenda del guidatore di autobus che arriva, appunto, secondo Channel 4, a raddoppiare lo stipendio grazie a un bonus ottenuto allungando di poco l’orario di lavoro e facendo pure il controllore. “Qui i mestieri pesanti non c’entrano” precisa Koytsiobelis” Posso dire però che lo stipendio lordo di un guidatore di autobus è di 1500 euro lordi al mese, con i bonus tipo quelli descritti si arriva al massimo a 1900 euro lordi”.

Evasione, punto dolente

L’unico esempio in cui, purtroppo, “Go Greek for a week” mette giustamente il dito nella piaga è quello dell’enorme evasione fiscale dei medici ellenici. Nel serial, un medico inglese che si trasferisce ad Atene scopre come è facile fatturare una visita specialistica alla metà del prezzo effettivamente incassato. Le cose, in realtà, stanno ancora peggio di così, quindi Channel 4 è impreciso anche quando potrebbe essere molto più “maligno” nei confronti della società greca.
Secondo una inchiesta greca dell’anno scorso, nove medici su dieci e la maggioranza degli avvocati dichiaravano meno di 10mila euro l’anno. E’ quello che guadagnavano in un giorno! Non basta: un recente blitz degli ispettori del fisco ha preso di mira i conti bancari proprio di 208 medici, oltre che di 108 avvocati, che nascondevano milioni di euro mentre dichiaravano briciole. Esempio? Un noto psichiatra con studio nel quartiere chic di Kolonaki ad Atene: otto milioni di euro in azioni e un reddito ufficiale di 3000 euro al mese.
Le autorità hanno chiesto alle banche di aprire circa 2000 conti correnti, ma fino ad oggi gli istituti di credito hanno concesso i dati solo di 100 clienti. “E’ lampante che le banche non vogliono tradire i loro clienti migliori”, ha dichiarato al quotidiano To Vima un funzionario del ministero dell’Economia. Uno studio della Confindustria greca rivela che ogni anno sfuggono alle tasse 30 miliardi di euro. Basterebbe questa montagna di soldi a saldare una parte dell’esorbitante debito pubblico nazionale.

Orgoglio greco

Ma torniamo al reality inglese: “Go Greek for a week” ha sollevato un vespaio di indignazione nei giornali e telegiornali greci. Dando origine anche un blog: keeptalkingreece con centinaia di commenti. Fra i quali si fa notare che gli inglesi, con la loro sterlina, non sono minimamente toccati dalla crisi della zona euro e, soprattutto, hanno poco da lamentarsi del baratro ellenico, dal momento che non partecipano agli sforzi dell’Unione europea per salvare l’Ellade dal default. Così su Youtube furoreggia un finto show sarcastico dal titolo “Diventa cittadino dello Zimbawe dopo 46 anni di colonizzazione inglese”. Morale? Mai toccare l’orgoglio greco.

martedì 29 novembre 2011

la chiave umanistica


Articolo di Irene Dioli 

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La crisi economico-finanziaria ha portato con sé le sue parole d'ordine: “austerità”, “responsabilità”, “sacrifici”. “Adottare provvedimenti impopolari”, “tagliare sprechi e privilegi”, “rassicurare i mercati”. Queste le espressioni e le esortazioni che attraversano l'Europa veicolate da media e politica, senza grandi distinzioni fra destra e sinistra. Una pioggia che si rovescia sulle teste dei cittadini con l'obiettivo di presentare come naturali e ineluttabili quelle che sono precise scelte politiche e sociali, dove a fare la differenza è “chi” deve affrontare l'austerità, “che cosa” viene indicato come spreco o privilegio, “presso quali gruppi sociali” sono impopolari determinati provvedimenti, “a quale prezzo” rassicurare i mercati. La Grecia rimane il caso più emblematico (e drammatico), ma anche l'Italia promette bene. E se la politica non sembra voler mettere in discussione il credo finanziario internazionale e il linguaggio apparentemente neutrale di “esperti” e “tecnici”, a prendere spunto dalla crisi greca per un dibattito sul significato di democrazia, rappresentanza e solidarietà interviene la filosofia.

Judith Butler, vite precarie

Fra gli interventi più recenti c'è quello di Judith Butler, autorevole filosofa americana nel campo degli studi queer e della critica ai sistemi sociali, che il 12 novembre ha preso la parola sul blog Greek Left Review . In Grecia ma non solo, secondo Butler, non siamo di fronte ad una temporanea fase di difficoltà economica, ma ad una “costellazione di pratiche economiche neo-liberiste” caratterizzate dalla precisa volontà di modificare i rapporti fra strutture economiche e sociali. Lo smantellamento di istituzioni democratiche e servizi sociali produce infatti quelle che Butler chiama “vite precarie”, da intendersi come vite “usa e getta”. Non si tratta semplicemente di esistenze precarie dal punto di vista lavorativo, ma di vite sul cui sfruttamento si produce profitto: si parla in primo luogo di persone povere, senza casa e migranti, e in generale tutte quelle interessate da forme di protezione sociale (protezioni che in Italia vengono sempre più etichettate come “assistenzialismo”, “spreco” e “privilegio”). Il problema, sostiene Butler, non è solo nell'impoverimento materiale di vasta parte della società, ma anche nel fatto che l'abbandono di molteplici gruppi sociali al tritacarne liberista sia stato ri-concettualizzato come pratica periodica, regolare e normale.

Jürgen Habermas, dignità e democrazia

Questa nuova razionalità, che rende gli Stati meri mediatori delle esigenze indiscusse delle sovrastrutture economico-finanziarie, apre una ferita profondissima nei concetti stessi di rappresentanza e di democrazia. Butler non cita qui lo slogan “noi siamo il 99%”, ma indica esplicitamente nelle masse di manifestanti a New York, Oakland e altrove il ricostituirsi, letteralmente e fisicamente, della volontà popolare di chi è rimasto escluso da un “noi” istituzionale ormai svuotato di significato. E la democrazia, un concetto che sembrava dato per scontato in Occidente, compare nei dibattiti nel ruolo di creatura in via di estinzione. In un'anticipazione del suo prossimo libro ("The Crisis of the European Union: A Response") pubblicata sul Guardian il 10 novembre e ripresa da GLR, il filosofo tedesco Jürgen Habermas dipinge lo scenario di un'Europa post-democratica, fatta di governi che, sotto minaccia di sanzioni, traducono gli imperativi di mercato in politiche economiche nazionali senza mediazione o legittimazione democratica. Vi suona familiare?
In questo modo, secondo Habermas, l'Europa che dovrebbe essere una democrazia transnazionale si trasforma in un sistema caratterizzato dall'asimmetria fra le possibilità di partecipazione democratica a livello nazionale e quelle a livello dell'Unione europea. Ma di fronte al deficit democratico, i governi nazionali fomentano l'euro-scetticismo invece di proporre un'Europa partecipata e autenticamente democratica, che secondo Habermas passa attraverso una solidarietà civica transnazionale. Ma una solidarietà civica, continua, si può sviluppare solo in presenza di equità sociale all'interno dell'Unione, invece che di gerarchie fra ricchi e poveri negli Stati membri. Una posizione che in Germania non può passare inosservata. Infatti, ai primi di novembre, Habermas era intervenuto sulla questione dell'annunciato referendum greco commentando: "Non è soltanto una questione di democrazia: è una questione di dignità", guadagnandosi sulla stampa tedesca gli appellativi di buonista, isterico e retorico.
Tuttavia, anche se lo strumento referendario sembrerebbe la quintessenza della democrazia e la sua cancellazione ha suscitato sospiri di sollievo ai piani alti delle istituzioni europee, dagli intellettuali greci di GLR la mossa di Papandreou era stata interpretata come tutt'altro che una questione di principio. In diversi contributi, l'ormai ex primo ministro viene ritratto non come costretto dal ricatto internazionale ad abdicare ai propri principi democratici, ma come uno spregiudicato scommettitore che aveva usato il paventato referendum come strumento di ricatto e stratagemma contro l'opposizione interna. Il governo greco come la Fiat, in altre parole. Uno stato d'emergenza che maschera e giustifica la rottura del contratto sociale.

Božidar Jakšić, solidarietà in chiave umanistica

Di referendum in referendum, arriviamo ad una voce filosofica dall'ex-Jugoslavia: Božidar Jakšić, figura legata alla rivista Praxis, alla scuola estiva di Korčula e all'Istituto di filosofia e teoria sociale dell'Università di Belgrado. A proposito del possibile referendum croato sull'entrata nell'Unione europea (osteggiata in ottica nazionalista da destra e anti-liberista da sinistra), e pur augurandosi un futuro all'interno dell'Unione per la Croazia e in futuro per la Serbia, Jakšić mette in guardia dalla tendenza delle istituzioni europee a guardare ai Balcani come ad entità subordinate anziché stati indipendenti, anche se sotto questo aspetto, in questo momento, i Paesi candidati sembrano essere in buona compagnia degli stati membro. Qui Jakšić fa ironicamente notare un paradosso: dopo aver fatto fuoco e fiamme per uscire da quella che lui chiama “piccola federazione”, paesi come Slovenia e Croazia sono passati dalla padella jugoslava alla brace di una ben più potente Unione europea. Per Jakšić, le manifestazioni di questi tempi rappresentano una sorta di ritorno alle origini: alle piazze, all'agorà dove la democrazia è nata e potrebbe rinascere dalle proprie ceneri. Con un certo ottimismo, infatti, vede in proteste e occupazioni “l'inizio della fine” per le oligarchie finanziarie, politiche e militari, e nella crisi l'opportunità di ripartire da una critica dell'esistente.

Slavoj Žižek, solidarietà trans-europea

Come Habermas, Jakšić invita a rivalutare il concetto di solidarietà in chiave civica e umanistica. E all'idea di solidarietà si affidano anche le speranze dell'immancabile Slavoj Žižek in un'intervista a GLR. Qui però l'ottica non è universalistica, ma di classe: Žižek indica infatti l'unica possibile via d'uscita dalla crisi, economica e di sistema, nell'emergere di una solidarietà trans-europea fra lavoratori e lavoratrici. Un movimento 99% europeo? A sentire la filosofia, quella giustizia sociale che viene presentata come un costoso impiccio alla crescita potrebbe essere l'unica possibilità di ridare significato al progetto europeo.

lunedì 28 novembre 2011

Cinque ragioni a favore del default

di Moreno Pasquinelli
Si dice che dobbiamo “onorare” il debito, altrimenti, ove lo Stato italiano non pagasse ciò sarebbe non solo "disonorevole" ma causerebbe il default, la bancarotta, la catastrofe economica, la fine del mondo. Si tratta di uno ragionamento che non si sta in piedi, né dal punto di vista politico, né da quello morale e, quel che è peggio, non ha alcun rigore scientifico. E’ uno spauracchio la cui validità è pari a quella della minaccia della dannazione perpetua dell’anima in caso di peccato mortale.

Ad ogni peccato deve corrispondere una espiazione, come nel diritto ad ogni reato una pena. Nell’un caso e nell’altro si tratta di meccanismi per normare la vita associata. Chi decide cosa sia peccato o meno, cosa sia lecito o meno, è sempre un’autorità costituita, sia essa ierocratica o secolare, la quale infine, grazie al monopolio della forza, commina la condanna e obbliga il reo a scontare la pena. Ove l’autorità costituita, pur ostentando la propria terzietà, è invece sempre uno strumento della classe dominante, o di un’alleanza delle classi dominanti.

Lo spauracchio ideologico del default

Lo spauracchio ideologico del default funge oggigiorno da peccato mortale, è il pretesto con cui la potenza dominante, ovvero il capitalismo finanziario globale, minaccia gli stati indebitati che in caso di ripudio essi verranno condannati all’inferno, ove l’inferno è l’esclusione perpetua dai mercati finanziari internazionali. Come se questa esclusione fosse una specie di embargo o di blocco economico. Che si tratti di uno spauracchio, di una pistola scarica, lo dimostra la storia dei numerosi default conosciuti in epoca capitalistica, tra cui la serie di default a grappolo che negli ultimi venti anni hanno riguardato svariati paesi tra cui la Russia, la Turchia, le Tigri asiatiche, quasi tutta l’America latina, fino a quello memorabile dell’Argentina del 2001.

Ma cos’è un default? Esso consiste «... nell’inadempimento da parte di uno stato di un’obbligazione per rimborso di capitale o pagamento di interessi alla data di scadenza (o entro il periodo di moratoria prefissato). Questi episodi includono i casi in cui il debito ristrutturato viene infine estinto a condizioni meno favorevoli di quelle dell’obbligazione originaria». [Carmen M. Reinhart e Kenneth S. Rogoff. Questa volta è diverso, Il saggiatore 2009 p.38]

Esso non equivale quindi, sic et simpliciter, come si vuole far credere, alla bancarotta, al fallimento. E anche ove il default diventasse un fallimento, ciò non può riguardare uno Stato. Come affermò Walter Wriston, presidente del colosso americano Citibank «Gli stati non falliscono», può fallire un’azienda, o una banca, non uno Stato. Un’azienda o una banca vanno in bancarotta quando i debiti accumulati sono tali che non possono essere rimborsati in alcun modo. I creditori, grazie alla decisione dell’autorità giudiziaria, procedono allora a pignorare e confiscare i beni patrimoniali del fallito nel tentativo di recuperare le somme prestate. Il trasferimento di valore dal debitore al creditore che prima sarebbe dovuto avvenire con il pagamento di interessi, avviene  ora con un atto forzoso, in base alla regola Mors tua vita mea.

Uno Stato non può fallire, a meno che non si verifichino quattro condizioni allo stesso tempo: (1) che esso non disponga più di entrare fiscali e le sue casse si prosciughino perché cittadini e imprese smettono di pagare i tributi; (2) che tutta l’economia sottoposta alla sua giurisdizione cessi di produrre beni e servizi; (3) che i patrimoni che soggiacciono alla sua giurisdizione si volatilizzino; (4) che non possa più battere moneta.

L’Italia non può fallire perché di queste quattro condizioni ne sussiste soltanto l'ultima, visto che da un decennio ha ceduto la sua sovranità monetaria alla Bce. Non può fallire poiché anche in caso di recessione grave l’economia italiana resterebbe pur sempre una grande potenza mondiale, perché anche ove la recessione facesse diminuire le entrate fiscali esse non potrebbero svanire, perché l’ammontare dei patrimoni diretti e indiretti che cadono sotto la sua giurisdizione sono, procapite, tra i più ingenti del pianeta —il patrimonio finanziario totale degli italiani, ha un valore pari a 3.565 miliardi, due volte e mezza il Pil, ed è così composto: obbligazioni, titoli esteri, fondi d'investimento: 44,2%; Titoli di stato italiani: 5%; contante, cc, depositi bancari e risparmio postale: 29,8%; assicurazioni e fondi pensione: 17,7%; altro: 3%. [dati Bankitalia 2009]

Ma anche volendo stare al caso di un’azienda, per capire la differenza tra default e fallimento, si prenda ad esempio il caso di un’impresa che, contratto un debito con una banca, si trovi nell’impossibilità di rimborsare il suo debito alla scadenza pattuita. Cosa fa la banca creditrice? La manda in bancarotta  confiscandogli i suoi beni col rischio di avere in cambio un patrimonio illiquido aleatorio? Per niente! Analizza i suoi bilanci, il rapporto tra fatturato e ricavi, apprezza i suoi asset, cerca di capire di che natura sono le difficoltà dell’azienda in questione. Sceglie quindi di negoziare il suo credito con il debitore, dilazionando il rimborso, ricontrattando gli interessi ed eventualmente il capitale. La massima a cui il creditore sempre si attiene è: meglio meno ma meglio. Ciò vale a maggior ragione in situazioni di credit crunch [blocco della moneta circolante], quando il fattore liquidità monetaria è in cima a ogni altra preoccupazione.

Quando di mezzo c’è il debito sovrano di uno Stato ciò vale a maggior ragione. Gli stati che non hanno "onorato" i loro debiti coi prestatori esteri, sono andati in default ma non sono falliti, non hanno chiuso affatto i battenti. Nessun “tribunale fallimentare internazionale”, che infatti non esiste, ha posto loro i sigilli. Tranne rarissimi casi —quattro in tutto, in cui lo stato creditore ha punito con l’aggressione il debitore: guarda caso la Gran Bretagna e gli USA in veste di creditori-aggressori. E nemmeno è vero che la “punizione” per gli stati insolventi sia stata l’espulsione dai mercati internazionale dei capitali. L’Argentina, che nel 2001 conobbe il default di debito estero più grande sino ad allora conosciuto, è lì a dimostrarlo. V’è infine un altro fattore macroscopico che salta agli occhi. Se l’insolvenza per debito estero giunge solo dopo una bolla, un’abbuffata finanziaria-speculativa, è altrettanto vero che dopo un default, pere certi versi proprio grazie ad esso, lo stato insolvente conosce una forte ripresa economica. Clamorosi sono i casi delle Tigri asiatiche, della Russia, del Messico, della Turchia, del Brasile e infine proprio dell’Argentina.

Il debito italiano, l’inganno del “debito sovrano” e il default.

Lo stato è indebitato per la mastodontica cifra di 1.900 miliardi di euro con chi ha acquistato i suoi titoli di stato. A questa cifra vanno aggiunti gli interessi i quali vanno crescendo, e vanno crescendo non perché lo Stato continui a spendere più di quanto incamera, ma a causa dello smottamento dell’eurozona, il quale determina la fuga dei creditori dal mercati finanziari europei.

Ma chi detiene questi titoli. Fatta eccezione per una quota che era del 5% (dato di tre anni fa e che al massimo è giunta al 10% nell'anno corrente) in mano a cittadini e imprese italiani, tutto il resto, ovvero più o meno il 90%, circola nei mercati finanziari mondiali, è transato nelle borse, e dunque soggetto alle oscillazioni, ai capricci di questi mercati —che, beninteso, non sono governati da una mano invisibile, ma soggiacciono alle mosse e ai capricci dei predoni più grandi. 


Per la precisione il debito italiano è in mano a banche (tra cui le banche centrali e la stessa Bce), fondi privati e sovrani, fondi ad alto rischio [hedge], gruppi assicurativi, sia italiani che stranieri. Di questo 85% di debito circa 60% è posseduto da creditori esteri, mentre il 40% è posseduto da banche e  assicurazioni italiane. Quando parliamo di banche si devono intendere le grandi banche d’affari (o di investimento) tipo Unicredit o Intesa, non le tradizionali banche commerciali; banche che agiscono come i fondi speculativi, che utilizzano i risparmi raccolti per moltiplicare i profitti, con investimenti ad alto rischio. Le banche a cui è consentito, attraverso il principio della leva [leverage], di poter investire (e speculare per) cifre superiori di cinque, dieci o quindi volte il capitale a loro disposizione. Questo è il meccanismo che sta alla base dei fallimenti bancari, che secondo chi scrive saranno la miccia dell’imminente collasso europeo —il caso della banca franco-belga DEXIA è solo l’aperitivo.

Fu responsabilità storica degli Amato, dei Draghi e dei Ciampi se a partire dagli anni ’80, a globalizzazione montante, il debito pubblico italiano, che era al 90% debito interno, diventò debito estero, venne immesso nei mercati finanziari speculativi internazionali, e se fu consentito alle banche di mutarsi da commerciali a d’affari, la qualcosa andò in parallelo al colossale processo di concentrazione bancaria, favorito dai governi “tecnici” e di centro-sinistra. 


Si trattò di due passaggi decisivi, di due trasformazioni gigantesche. In ossequio alla libera circolazione dei capitali e al mito della globalizzazione il sistema bancario italiano entrò con tutti e due i piedi nella bisca del capitalismo-casinò, gettò la propria liquidità nel gioco d’azzardo. Il debito pubblico, diventando da interno ad estero, venne sottratto alla giurisdizione dello Stato. Qui l’inganno clamoroso della locuzione di “Debito sovrano”: in verità lo Stato non è sovrano del suo debito dal momento che  questo è in mano alla speculazione internazionale, e il suo andamento e i suoi rendimenti sfuggono del tutto alla sovranità dello stato indebitato e dipendono dal mercato, dalle mosse dei grandi squali della finanza predatoria. Nel contesto di un sistema segnato dal predominio del capitale finanziario,  effettivamente sovrani sono soltanto i predoni-creditori, mentre stati come l’Italia, a maggior ragione perché sovradeterminati in quanto membri dell’Unione europea, sono stati-vassalli e per nulla sovrani.

La prima ragione per andare ad un default programmato del debito estero ( che può declinarsi in varie forme, dal ripudio puro e semplice, alla moratoria alla ristrutturazione negoziata) è quindi propria questa: che solo attraverso questo ripudio lo Stato può riconquistare una fetta della sua propria sovranità politica, cessando di fungere da Stato-esattore anti-popolare per nome e per conto della finanza predatoria internazionale.

La seconda ragione per ripudiare il debito estero è lampante. Quali benefici può avere il popolo italiano dal fatto che lo Stato agisce come esattore di prima istanza per drenare risorse ingentissime a vantaggio della finanza predatoria mondiale, anglosassone anzitutto? Nessuno. “Onorare” questo debito equivale ad accettare una rapina, equivale anzi a fornire denaro al predone malgrado quest’ultimo punti alla tempia una pistola scarica. E’ come se uno fornisse al boia la corda con cui  impiccarsi. Il vantaggio del default programmato è che lo Stato disporrebbe delle sue risorse, che non finirebbero nel Pozzo di San Patrizio del capitalismo-casinò, ma potrebbero essere immesse nel mercato interno, per realizzare un piano generale per il lavoro, per sanare il paese dalle sue ferite strutturali, per finanziare la ricerca, l’istruzione pubblica, lo stato sociale, o anche solo per permettere alle aziende di finanziarsi a costi meno onerosi. Non c'è dubbio che un default, per quanto autodeterminato e programmato implica un periodo di sacrifici anche per le masse popolari, ma esso evita ad esse di subire un massacro sociale di proporzioni epocali.

La terza ragione di questo ripudio è che lungi dal rappresentare un cataclisma, la temporanea fuoriuscita dai mercati finanziari di capitale, può essere un grosso vantaggio. Stare in questi mercati può essere relativamente conveniente in fasi di espansione dei mercati finanziari, quando cioè si possono ottenere prestiti a tassi molto vantaggiosi. Tutti gli indicatori mostrano che dopo il 2008 prendere soldi in prestito sui mercati finanziari costa sempre più caro, che i prestatori si comportano come cravattari, come strozzini. Gli interessi che lo Stato deve pagare in questi giorni sono oramai al 7% (tre volte e passa più alti della Germania: in barba al fatto che saremmo in un’Unione!) con effetti devastanti per le imprese italiane che pagano interessi sempre più cari quando chiedono soldi alle banche. Quello greco è un caso clamoroso: se vuole vendere i suoi titoli a dieci anni Atene è obbligata dai mercati a pagare il 25% di interessi. Se si tiene conto che il Fmi presta soldi, anche a paesi a rischio come ad esempio quelli africani ad un tasso del 3/5%, quello verso la Grecia è un caso lampante di usura. Ci sarebbe da portare in tribunale come banditi tutti i prestatori.
Si deve uscire sì da questi mercati, riconvertendo il debito estero in interno, rivendendo i titoli di stato ai cittadini italiani ad un tasso ad esempio del 5%. Ciò che non solo metterebbe al riparo i risparmi degli italiani (preoccupazione di cui tutti i globalisti si riempiono la bocca), ma le casse dello Stato dalle scorribande della cleptocrazia imperialista.

Che fine fanno i debiti contratti dallo Stato con le banche? E qui veniamo alla quarta ragione. Occorre nazionalizzare il sistema bancario e passare ad una banca unica nazionale a gestione pubblica, con la clausola che viene fatto divieto alle banche di agire come banche d’affari. In caso di nazionalizzazione, di presa di possesso delle banche creditrici da parte dello Stato, è evidente che lo stato diventerebbe creditore di se stesso, ovvero il debito verrebbe annullato. Dato che negli ultimi vent’anni le banche hanno spinto i risparmiatori a sbarazzarsi dei tioli per comperare le loro proprie obbligazioni, lo Stato si farebbe garante di questi risparmi cristallizzati in obbligazioni bancarie, convertendoli appunto in titoli di stato.

La quinta ragione è che un default programmato unilaterale, data la consistenza dell’economia e del debito italiani, manderebbe all’aria l’eurozona e spingerebbe, non solo noi, a ritornare alla sovranità monetaria, a battere moneta in proprio, potendo così di nuovo agire su una leva che ha una importanza straordinaria, sia dal punto di vista politico che da quello squisitamente economico, in funzione pro-ciclica o anticiclica. Che l’euro sia una gabbia mortale è dimostrato, senza andare troppo lontano, dai paesi membri dell’Unione europea che hanno mantenuto le loro valute nazionali: essi conoscono quasi tutti una crescita del Pil mentre chi usa l’euro, ora anche la Germania, sono in recessione. La sovranità monetaria, permettendo di agire sui cambi (svalutazione) e sui prezzi (inflazione), consente di agire sia sulle partite correnti (import-export) che sulla curva dei debiti pubblici e quindi su come si ripartisce la ricchezza nazionale.

domenica 20 novembre 2011

Il futuro che verrà è qui vicino





 
Qui’ evidenziamo alcuni dei più recenti attacchi contro le parti più vulnerabili della società greca. Questi sono solo alcuni dei casi che si verificano quotidianamente nella città di Atene, la culla della “cultura e della democrazia”, come la definiscono gli agenti di viaggio. Una guerra è stata dichiarata contro poveri, immigrati, tossicodipendenti e senzatetto ed ogni giorno si fa più acuta ed intensa. Gli apparati del comune, dei gruppi statali e parastatali, in collaborazione, applicano le loro misure repressive per mantenere le strade pulite dai “rifiuti umani”.
Martedì 8 Novembre, attorno alle 13.00, una squadra della polizia anti-sommossa (MAT), in collaborazione con le forze della polizia municipale di Atene, hanno attaccato decine di venditori ambulanti immigrati fuori la centrale Facoltà di Giurisprudenza (Nomiki). Le forze di repressione, sotto gli ordini del sindaco di Atene, Giorgios Kaminis (che è stato sostenuto come candidato dal PASOK, dalla Sinistra Democratica, dai Verdi Ecologisti e da altre forze politiche “progressiste”), hanno brutalmente picchiato gli immigrati che vendevano le loro merci in Akadimias strada. Alcuni studenti hanno allora lasciato la facoltà per protestare contro questo attacco omicida e ci sono stati piccoli scontri.

Striscione dei venditori ambulanti immigrati: NON VIVREMO COME ANIMALI DA CACCIARE
Quella stessa mattina una decina di fascisti ha attaccato la casa di un’uomo Siriano di mezza età a Neos Kosmos, non lontano dal centro di Atene. La banda fascista ha usato delle mazze per rompere le finestre della casa mentre gridava slogan razzisti contro i Curdi(!) minacciando che se non avessero lasciato il quartiere sarebbero tornati per bruciarli.
Giovedì 10 Novembre 2011, i membri dell’organizzazione neo-nazista Chrissi Avgi (Alba d’Oro) sono apparsi nel quartiere di Victoria, che dallo scorso Maggio è diventato teatro di violenza razziale contro gli immigrati, minacciando che avrebbero lanciato un’altro attacco il giorno seguente. La scusa che è stata data per questa intimidazione è stata quella che i proprietari di un caffè hanno avuto “l’audacia” di mettere insieme la bandiera greca e quella egiziana sulle loro vetrine.
Lo stesso giorno, verso le 09.25, un’operaio della nettezza urbana del comune di Atene ha aggredito un senzatetto ad Agisilaou strada n.20, nel centro della città. Come ha testimoniato un testimone oculare, l’operaio ha cominciato a spruzzare acqua da un tubo ad alta pressione contro un’uomo che dormiva dentro delle scatole di cartone. Quando la persona che ha subito l’attacco ha protestato contro questo atto inumano, l’operaio ha cominciato a urlargli maledizioni ed ha continuato a spruzzargli addosso l’acqua. Inoltre, questo lavoratore ha risposto contro la persona che ha riferito di questo attacco dicendogli: “se tu avessi dei sentimenti di umanità, porteresti quest’uomo (probabilmente ammalato di epatite) a casa tua e lo cureresti tu stesso”.
Siamo di fronte ad attacchi contro le fasce più deboli e non sono incidenti isolati, ma parte di un’operazione coordinata dai padroni e dai loro lacchè per imporre miseria e produrre morte. Nuove misure di austerità porteranno una repressione più diffusa. I fascisti al governo e le bande parastatali nelle strade faranno tutto il possibile per farci tacere e terrorizzarci. Per noi c’è solo la via di contrattaccare con qualsiasi mezzo.
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giovedì 17 novembre 2011

Il colpo di coda della bestia ferita

La nuova fiaba ufficiale è che Berlusconi sia stato liquidato dalla finanza internazionale, dai banchieri, dai "mercati", dallo "spread". Così proclamano i giornalisti al soldo di Berlusconi, ed altrettanto confermano anche giornalisti che fanno professione di antiberlusconismo.[1]
La prova starebbe nel fatto che il suo successore, Mario Monti, è un consulente (advisor) di Goldman Sachs, la superbanca multinazionale, nota anche come la "Spectre". Se è per questo, Monti siede persino nel consiglio consultivo della Coca Cola; quindi è a tutti gli effetti un uomo di fiducia delle multinazionali, come testimonia la sua biografia ufficiale. [2]
Però c'è un problema: anche l'uomo di fiducia di Berlusconi (anzi, il tutore di Berlusconi, secondo il pubblico riconoscimento del presidente Napolitano), cioè il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta, era advisor di Goldman Sachs dal 2007. [3]
L'azienda familiare di Berlusconi era, a sua volta, in cordata con Goldman Sachs per acquisire i diritti della trasmissione "Il Grande Fratello".[4]
Chi è stato poi a nominare un altro uomo di Goldman Sachs, Mario Draghi, alla suprema carica della Banca d'Italia nel 2005?
Guarda la combinazione: è stato il governo Berlusconi. Si trattava inoltre della prima volta che la nomina del governatore della Banca d'Italia non avveniva per via interna, ma per decisione governativa.[5]
Presentare Berlusconi prima come avversario, ed ora come vittima, dei "poteri forti" della finanza internazionale rientra quindi in quella fasulla narrativa epica sul berlusconismo che ha imperversato in questi anni. Dal discorso pronunciato alla Camera dal capogruppo PDL Fabrizio Cicchitto, sembrava quasi che il governo Berlusconi avesse tentato di nazionalizzare le banche ed avesse minacciato i sedicenti "mercati" di non pagare i debiti passati in caso di aumento degli interessi sui futuri BTP; invece tutta la politica berlusconiana è consistita nell'ossequio servile alle direttive del Fondo Monetario Internazionale e della BCE. E, del resto, che differenza c'è tra le istruzioni della nota lettera di Trichet ed i propositi da sempre dichiarati dal governo Berlusconi? Se molte privatizzazioni non si sono riuscite a fare, è stato perché non c'erano proprio i soldi per farle, perché le privatizzazioni non rendono all'erario, ma costano, ed anche parecchio.
Che ci sia stata una cospirazione internazionale per far cadere Berlusconi appare quindi irrealistico, data l'inconsistenza umana e politica del personaggio e dato, soprattutto, il suo inossidabile servilismo nei confronti dei poteri internazionali che contano, dalla NATO al FMI. Semmai può esserci stata una cospirazione per mantenerlo lì tutto questo tempo. Ne sa qualcosa il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il quale ha salvato in quest'ultimo anno almeno due volte il governo Berlusconi in nome dell'emergenza finanziaria. La prima volta è stato nel novembre dello scorso anno, quando costrinse le opposizioni a rimandare di un mese il voto di sfiducia al governo con il pretesto dell'approvazione della legge di stabilità finanziaria. [6]
Quel mese di tempo concesso a Berlusconi consentì al coordinatore del PDL (e banchiere) Denis Verdini di completare la sua campagna acquisti nelle file degli schieramenti di opposizione, e quindi a Berlusconi di ottenere la fiducia nel voto alla Camera del 14 dicembre. Poi, nel giugno scorso, Berlusconi era boccheggiante dopo le batoste elettorali delle elezioni amministrative e dei referendum, in cui aveva dimostrato di non aver solo perso genericamente "consensi", ma soprattutto le sue clientele. Ma Berlusconi fu nuovamente salvato da Napolitano, il quale costrinse ancora una volta le opposizioni ad inchinarsi al governo allo scopo di far passare una manovra finanziaria che avrebbe dovuto salvare l'Italia dalle speculazioni, e che ha costituito invece il segnale di debolezza atteso da chi voleva iniziare l'attacco finanziario nei confronti dei BTP. [7]
Se si seguono i dati di cronaca, e non i commenti degli opinionisti, allora ci si rende conto che sono stati proprio il pretesto dell'emergenza finanziaria incombente e l'ombrello del Napolitano/presidente a consentire a Berlusconi un ulteriore anno di sopravvivenza. La cronaca dice anche che Napolitano non si è limitato al sostegno materiale nei confronti di Berlusconi, ma gli ha offerto un ampio sostegno morale, accusando di protagonismo e di sconfinamento dai propri poteri quei pochissimi magistrati che credono all'uguaglianza davanti alla legge. L'ultima sortita di Napolitano a riguardo c'è stata proprio nel luglio scorso, appena dopo il successo parlamentare del governo in occasione della manovra finanziaria imposta alle opposizioni. [8]
Agli inizi di questo novembre un'altra sommessa notizia di cronaca, di quelle non riprese dalle prime pagine, informava che il cosiddetto "Terzo Polo" avvisava Napolitano che non avrebbe votato altre manovre se prima non fosse stato dato lo sfratto a Berlusconi. [9] Si è detto che non è stata la "sinistra" a far cadere Berlusconi, ma la "globalizzazione dei mercati". Quando non si sa, o non si vuole, fare cronaca, allora ci si improvvisa storici da strapazzo. In effetti la "sinistra" è troppo infiltrata e non può far nulla, ma a far cadere Berlusconi ci ha pensato il centrodestra di opposizione, e per la precisione l'UDC. Ad ottobre, al seminario di Todi, le organizzazioni del laicato cattolico, compresa la CISL, hanno riconfermato la loro presa di distanza dal governo, facendo intendere che il loro sostegno elettorale ormai era finito. L'UDC non è mai stata nominata al seminario, ma era chiaro dove i voti delle organizzazioni cattoliche avrebbero trasmigrato. A giudicare dal numero di ministri di area cattolica nel governo Monti, non si può dubitare che l'UDC ed il Vaticano siano stati i manovratori di tutta l'operazione; tanto che ora Casini lancia ufficialmente il progetto di una restaurazione democristiana. [10]
Ma il vero esecutore dell'affossamento della maggioranza berlusconiana è stato l'ex andreottiano Paolo Cirino Pomicino, da gennaio dirigente dell'UDC, il quale ha assunto il ruolo dell'anti-Verdini. [11]
Verdini è un mestierante della corruzione, Cirino Pomicino uno scienziato, quindi fra i due non c'era gara. Prima ancora che la caduta di Berlusconi si consumasse per la fuga dei parlamentari, l'avviso della probabile fine per il tiranno ed il nome del tirannicida circolavano già in cronaca; e l'incognita consisteva semmai, ed ancora una volta, nell'atteggiamento di Napolitano.
La fine di Berlusconi è dovuta ad intrighi parlamentari di stampo democristiano e non a congiure finanziarie internazionali, che sembravano semmai interessate a tenere in piedi un fantoccio come lui. Il berlusconismo è stato un fenomeno politicamente irrilevante in sé, ma ha costituito uno strumento formidabile di guerra psicologica coloniale della NATO e del Fondo Monetario Internazionale contro l'Italia.
La guerra psicologica coloniale oggi prosegue cercando di persuadere l'opinione pubblica che la liberazione dal tiranno/buffone sia avvenuta ad opera di truppe straniere, invece che per via interna. Si cerca quindi di stimolare quell'auto-razzismo che mitizza gli altri Paesi e vede una benedizione nell'essere colonizzati. Il berlusconismo, come strumento di psywar coloniale, è tutt'altro che defunto, perciò gli Italiani devono prepararsi ad espiare come una propria colpa gli anni del berlusconismo, ma anche le intemperanze dell'antiberlusconismo.
Il governo Monti non è in Italia il primo governo Goldman Sachs, ma è l'ennesimo governo Goldman Sachs. La differenza è che stavolta il governo esibisce una sorta di insegna al neon "Goldman Sachs"; e bisognerà capire quanto questa sovra-esposizione mediatica effettivamente converrà alla stessa Goldman Sachs.[12]
Monti all'inizio avrà vita facilissima, perché al confronto di Berlusconi chiunque potrebbe apparire un genio; ma non ci vorrà molto perché ci si accorga della sua disonestà intellettuale, già ampiamente esibita nei suoi passati commenti sul "Corriere della Sera"; o che ci si ricordi dei suoi sperticati elogi a Marchionne ed alla Gelmini.[13]

[1] http://www.youtube.com/watch?v=Nl_cOKotFPw
[2] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://ec.europa.eu/economy_finance/bef2009/speakers/mario-monti/index.html&ei=0Q7ATtixJY_Jswa9wPjvAg&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&sqi=2&ved=0CC4Q7gEwAQ&prev=/search%3Fq%3Dmario%2Bmonti%2Bcoca%2Bcola%26hl%3Dit%26rlz%3D1R2ACAW_it%26biw%3D960%26bih%3D507%26prmd%3Dimvnso
[3] http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2007/06/letta-goldman.shtml?uuid=909fc446-1d74-11dc-ab9f-00000e251029&DocRulesView=Libero
[4] http://archiviostorico.corriere.it/2007/aprile/18/Mediaset_intanto_pensa_Endemol_co_9_070418063.shtml
[5] http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2005/12_Dicembre/29/draghi.shtml
[6] http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/16/napolitano-dopo-lincontro-con-fini-e-schifani-priorita-alla-finanziaria/77199/
[7] http://tg24.sky.it/tg24/politica/2011/06/29/governo_manovra_consiglio_ministri_napolitano_responsabilita_decreto_rifiuti_napoli.html
[8] http://www.asca.it/news-NAPOLITANO__MAGISTRATI_RISPETTINO_LIMITI__INTOLLERABILE_SCONTRO_POLITICA-1036549-ORA-.html
[9] http://www.daw-blog.com/2011/11/02/briguglio-fli-napolitano-ha-chiesto-tanto-alle-opposizioni-ora-chieda-a-berlusconi-di-andarsene/
[10] http://www.famigliacristiana.it/informazione/news_2/articolo/berlusconi-il-governo-non-si-puo-criticare_181011172223.aspx
http://www.unita.it/italia/casini-esecutivo-ottimo-1.353240
[11] http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/politica/2011/15-gennaio-2011/pomicino-ufficio-politico-udc-181264072648.shtml
http://www.corriereinformazione.it/2011110815006/politica/politica/ludc-di-chi-si-mette-nei-casini-come-attirare-i-delusi-pdl.html
[12] http://www.repubblica.it/economia/finanza/2011/11/15/news/goldman_sachs-25058681/
[13] http://www.corriere.it/editoriali/11_gennaio_02/monti-meno-illusioni-per-dare-speranza-editoriale_07bad636-1648-11e0-9c76-00144f02aabc.shtml

FONTE 

mercoledì 16 novembre 2011

A chi servono le "rivoluzioni colorate"?

Il 5 giugno scorso il Fondo monetario internazionale ha accordato all’Egitto un prestito di 3 miliardi di dollari su 12 mesi, a un tasso dell’1,5%. Pochi giorni prima era stata resa pubblica la decisione del G8 di Deauville relativa allo stanziamento di un fondo speciale di 40 miliardi di dollari, per finanziare la stabilizzazione delle nuove democrazie in Nord Africa e nel Vicino oriente.
Il prestito è stato in seguito cancellato in risposta “alla pressione dell’opinione pubblica” e dopo la presentazione di una nuova bozza finanziaria per il 2011-2012, che prevedeva la riduzione della spesa pubblica.
Il Cairo ha comunicato che due paesi del Golfo contribuiranno a rilanciare l’economia egiziana: l’Arabia Saudita con 4 miliardi di dollari sotto forma di prestiti a lunga scadenza e il Qatar, che investirà 10 miliardi.
La pressione dell’opinione pubblica, di cui si diceva, trova nella “Campagna popolare per l’estinzione del debito egiziano” la sua più completa realizzazione. Khaled Ali, uno dei suoi promotori, ne spiega le motivazioni di fondo: la campagna non mira alla cancellazione totale del debito, ma ad una sua rinegoziazione puntuale nei termini e nelle finalità.
Il prestito concesso a giugno, infatti, strideva non poco col rovesciamento del passato regime e con le aspettative di chi aveva appena vinto la rivoluzione, che, prima ancora della caduta di Mubarak, era in cerca di “giustizia sociale e dignità”.
Debito odioso”
Le istituzioni finanziarie internazionali, pur sapendo perfettamente che la dittatura di Mubarak non rappresentava la volontà popolare, hanno sempre continuato a finanziarla; i cittadini egiziani possono, quindi, ritenersi sollevati dal peso di un debito al quale non hanno mai acconsentito e dei cui frutti non hanno mai beneficiato; debito che costringe la nazione a indirizzare tutte le sue risorse verso il pagamento degli interessi, limitando così le sue capacità di sviluppo.
E’ questo, in sintesi, il contenuto del concetto legale coniato dal teorico Alexander Sack, Ministro delle Finanze russo nel 1927, noto come dottrina del “debito odioso”.
Questo genere di debiti doveva essere cancellato con la caduta delle dittature o dei regimi autocratici che li avevano contratti, come è successo in Iraq nel 2003 con la caduta di Saddam Hussein e in Sud Africa dopo la fine del regime di apartheid.
Nel 2009 l’Ecuador ha raggiunto un accordo che riduce il suo debito estero di più dei 2/3: per ogni dollaro dovuto, il governo ecuadoregno dovrà versare solo 35 centesimi.
Attualmente, sia in Grecia che in Irlanda esistono commissioni popolari per la revisione del debito che premono affinché si proceda all’istituzione di commissioni ufficiali. Anche la Tunisia ha istituito una commissione per verificare il debito di Ben Ali.
E’ tempo che i popoli reclamino il diritto fondamentale di partecipare alla determinazione delle priorità economiche del proprio paese, dal momento che essi sono i primi a risentire degli effetti delle politiche economiche e a pagare di tasca propria gli errori dei passati regimi.
Questa è la convinzione comune dei vari movimenti e ciò che chiedono i membri della “Campagna popolare per l’estinzione del debito egiziano” nello statuto dell’associazione.
In particolare, nel documento si richiede che ogni prestito futuro sia soggetto alla discussione e alla partecipazione popolare, in modo da garantire trasparenza e affidabilità.
Inoltre, saranno necessarie norme sulla libertà d’informazione che garantiscano la pubblicità di tutti gli accordi e di ogni altra informazione relativa ai prestiti e ai debiti contratti.
Società civile
Lo scorso giugno, 67 organizzazioni della società civile araba, in rappresentanza di 12 paesi, hanno lanciato un appello congiunto in difesa degli obiettivi perseguiti attraverso le rivoluzioni, affinché questi non vengano distorti dall’intervento di Fondo monetario internazionale, Banca mondiale, Banca europea per gli investimenti e Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo.
Kinda Mohamadieh, direttrice della Rete delle Ong arabe per lo sviluppo, ha spiegato al britannico Guardian: “I cambiamenti democratici ricercati dalle popolazioni locali non saranno raggiunti con l’aumento degli aiuti legati a condizionalità politiche, ulteriori liberalizzazioni di commercio e investimenti, deregolamentazioni e ricette economiche molto ortodosse che hanno così tanto contribuito alle ingiustizie contro le quali si sono ribellati i popoli di Tunisia ed Egitto. Il percorso verso lo sviluppo passa necessariamente attraverso la volontà dei popoli di ogni singolo paese, con un processo costituzionale e un dialogo nazionale”.
Ancora nel settembre del 2010, l’FMI infatti lodava la “solida gestione macroeconomica della Tunisia e le sue riforme strutturali dell’ultimo decennio”, auspicando perfino una loro continuità attraverso “il contenimento della spesa pubblica sui sussidi ai salari, ai generi alimentari ed ai carburanti”, nonostante nello stesso documento si riconoscesse l’aumento dei prezzi degli alimenti nel paese a causa dell’aumento dei prezzi alimentari a livello globale. Il continuo perseguimento nel corso degli anni di politiche assolutamente inadeguate ed il disprezzo delle vere priorità delle popolazioni di questi paesi pongono delle questioni nodali sul ruolo dell’FMI nei processi di transizione. Tali questioni dovrebbero portare ad un riesame serio, aperto ed inclusivo delle politiche prescritte dalle organizzazioni internazionali negli scorsi decenni. L’operatività internazionale di istituzioni economiche e finanziarie potrà solo trarre vantaggio da questo dibattito, a condizione che esso preveda la partecipazione paritaria dei paesi in via di sviluppo.
Dal basso ai vertici
Se è facile comprendere la diffusione popolare e il consenso riscosso da questi movimenti nei paesi summenzionati, più complesso risulta individuare gli appoggi su cui essi potranno contare.
Le prime elezioni democratiche in Tunisia hanno dato al Congresso per la Repubblica, che supporta il programma di revisione del debito, 30 seggi.
In Egitto, secondo l’organizzatrice della Conferenza Salmaa Hussein il Tagammu, i Nasseristi e Karama appoggerebbero i loro sforzi.
Difficile fare previsioni vista la posta in gioco. Per ora sembra che la presa di posizione dell’Egitto tenga.
Il ministro delle Finanze Samir Radwan ha spiegato che la prima bozza del budget nazionale è stata discussa “con attivisti, scrittori, imprenditori, sindacati e Ong. Come risultato di questo dialogo e data la preoccupazione del Consiglio Militare di non riversare sul futuro governo ulteriori debiti, il deficit è stato ridotto dall’11% del Pil all’8,6%, coperto per la maggior parte grazie a risorse locali e supporto esterno”.
Il ruolo di Stati Uniti e Unione Europea

Non solo istituzioni finanziarie, ma anche Stati quali gli Usa guardano con interesse a quanto succede in Nord Africa. Il presidente Obama ha infatti aveva già annunciato a maggio che “l’amministrazione americana è pronta a cancellare fino a 1 miliardo di dollari di debito egiziano per aiutare la crescita economica del paese”.
Piano Marshall per il Nord Africa?
Il nocciolo di quel che ha detto Obama è che gli Stati Uniti devono essere partecipi dei massicci cambiamenti avvenuti nel Vicino Oriente e in Nord Africa, modernizzando le loro economie e fornendo occupazione ai giovani cosicché la democrazia possa radicarsi, raggiungendo una stabilità regionale essenziale per l’America.
L’Egitto è il secondo destinatario di aiuti Usa nella regione, dopo Israele: il paese risulta beneficiario di 2 miliardi di aiuti netti, di cui 1,3 miliardi sarebbero indirizzati al rafforzamento delle forze armate. Vi sono 250 milioni di aiuti economici e quasi altri 2 miliardi destinati alla cooperazione economica di lungo periodo fra i due paesi.
A fronte di questo ingente impegno finanziario, gli USA avrebbero ottenuto molto nell’era Mubarak: con le garanzie sulla sicurezza dei confini con Israele, la chiusura del valico di Rafah con Gaza, la lotta al terrorismo islamico e l’effetto stabilizzatore dell’Egitto sull’intera area. Resta da vedere se il nuovo Egitto riuscirà a fornire rassicurazioni sul rispetto degli stessi impegni. Da qui deriva la fondamentale importanza strategica del paese Nord-africano per la politica estera statunitense e di conseguenza il tentativo di mantenerlo sotto la propria influenza.
L’Alto Comando Militare (SCAF) egiziano si trova quindi dinanzi ad un bivio: da un lato non intende rinunciare agli aiuti statunitensi, dall’altro non può esonerarsi dal recepire almeno alcune delle richieste che giungono dalla società civile in chiave anti-israeliana (in particolare, c’è la richiesta a Israele di compensare le vittime egiziane della recente incursione dell’IDF oltre confine).
Politiche Euromediterranee
La Commissione Europea in agosto ha approvato due pacchetti di aiuti, rispettivamente di 100 e 110 miliardi di dollari a favore di Egitto e Tunisia. Sin dalla sua origine, ma con maggiore impegno dal 1995, con il lancio del Processo di Barcellona, l’UE ha sviluppato una complessa politica volta a incentivare le riforme politiche nei paesi arabi del Mediterraneo e a porre le basi, nel quadro di una cooperazione multiforme, per un loro sviluppo economico e sociale.
La scelta che è stata compiuta nei fatti dall’Unione e dagli Stati europei è stata quella di privilegiare la stabilità degli interlocutori politici nella sponda Sud del Mediterraneo, a discapito della richiesta della promozione di riforme politiche. A spingere in tale direzione vi sono state indubbie ragioni oggettive, come la necessità, per gli Stati europei, di garantire la sicurezza dei propri approvvigionamenti energetici. I problemi emersi o aggravatisi nel frattempo – soprattutto il terrorismo e l’incremento dell’immigrazione – hanno poi provocato una forte rinazionalizzazione delle prospettive di sicurezza degli stati membri dell’UE.
I governi europei hanno finito quindi per accantonare le riforme, passando a politiche di sostegno ai regimi autoritari mediterranei in cambio della cooperazione economica, di una loro collaborazione al contenimento dell’immigrazione e alla lotta al terrorismo.
Di fronte agli sviluppi recenti in Nord Africa e nel vicino Oriente la scelta di non attuare l’originaria politica mediterranea di promozione delle riforme a favore dell’appoggio alla stabilità dei regimi appare ora chiaramente fallimentare o quanto meno poco lungimirante.
Nel documento presentato l’11 marzo 2011 si raccomanda al Consiglio di approvare lo stanziamento di un miliardo di euro proposto recentemente dal Parlamento Europeo, onde consentire alla BEI di effettuare prestiti per sei
miliardi nei prossimi anni.
La Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS), finora attiva solo nei confronti dei paesi europei dell’Est, si appresta a modificare il suo statuto per concedere un miliardo di prestiti al settore privato del Marocco e dell’Egitto.
Difficile però credere che gli obiettivi originari, primo fra tutti la garanzia di approvvigionamenti energetici, verranno accantonati per far posto alle esigenze politico-economiche dei popoli del Mediterraneo.
Conclusioni
Rifiutare il prestito del Fondo monetario internazionale ha significato sfuggire, almeno per il momento, alla solita logica che vuole che siano governi stranieri a decidere dell’economia di un paese, prima che si possano svolgere regolari elezioni. Quei debiti sarebbero ricaduti sulle spalle degli egiziani che avrebbero dovuto ripagarli per decenni, nonostante non vi sia stata alcuna approvazione da parte di un governo democraticamente eletto.
Senza contare che le condizioni alle quali il prestito sarebbe stato concesso avrebbero compreso il solito pacchetto di privatizzazioni e deregolamentazioni neoliberiste, per aprire i nuovi arrivati all’economia di mercato.
Le conseguenze inevitabili di tali politiche sarebbero state la drastica riduzione del settore manifatturiero e quindi una massiccia perdita di posti di lavoro.
Non a caso la dichiarazione del G8 di Deauville si apre proprio sostenendo che la Primavera araba “può aprire la porta al tipo di trasformazione avvenuta nell’Europa dell’Est dopo la caduta del muro di Berlino”. Come evidenzia il Guardian, le economie dell’Europa centro – orientale si sono ridotte in media del 5 % ogni anno tra il 1991 e il 1995.
Dunque, quale futuro si prospetta per questi movimenti?
Indicativo è il fatto che alla conferenza non abbia partecipato alcun membro del Governo. In compenso alla riunione erano presenti molti ospiti latino-americani che hanno portato le loro esperienze di successo nella rinegoziazione del debito. Si spera che, una volta ultimato il passaggio di poteri dalle istituzioni militari a quelle civili, anche l’Egitto possa concretizzare questi progetti.
Solo così sarà possibile liberare le risorse da investire nella sanità pubblica, nell’istruzione e in programmi di welfare e quindi realizzare gli obiettivi di Piazza Tahrir.

* Nerina Schiavo è laureanda in Relazioni Internazionali presso l’Università La Sapienza di Roma
 FONTE
http://www.eurasia-rivista.org/%E2%80%9Crovescia-il-regime-ripudia-il-debito%E2%80%9D/12221/