involuzione

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FIRMA LA PETIZIONE
Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

lunedì 31 gennaio 2011

Novant’anni Buttati

Il Travaglio del Gramscismo
Novanta anni fa fu fondato il Partito Comunista d’Italia – Sezione della Terza Internazionale. Fondatori il gruppo milanese di Bruno Fortichiari, il ‘Soviet’ del napoletano Amadeo Bordiga e infine, titubante, Gramsci per conto del giornale-partitino torinese ‘Ordine Nuovo’. Novant’anni di Storia iniziati tra tragedia e trionfo, lotte, lotte armate, clandestinismo, resistenza, ricostruzione e lotte di governo e di opposizione, filo-sovietismo, ex-filosovietismo, pentitismo post-sovietista e rinnegamento antisovietico, ‘tout court’. Dalla lotta di Classe all’Egemonia, dalla Svolta di Salerno al compromesso storico, all’inciucio, all’autoliquidazione nel correntone cosmopolita dell’‘Ulivo Mondiale’, all’adesione alle voglie e desideri, da ‘Ruby Rossi’, del Pentagono, di Wall Street e di Tel Aviv. Dall’intellettuale organico al Moderno principe, il Partito Comunista, all’agente d’influenza al servizio dei vari think tank statunitensi o para-statunitensi. Da Beppe Fenoglio a Fabio Fazio. Da Ejzenstejn a Muccino. Da Curzio Malaparte a Cita Degregorio. Dalla Piazza Rossa, faro della rivoluzione proletaria mondiale, alle equivoche piscine di Hollywood, faro della globalizzazione ideocratica  anglosionstatunitense.
Si, l’avventura è iniziata tra tragedie e trionfi, e sta terminando tra pernacchie e scorreggine. Da Fortebraccio a Crozza. Già da questo dato, si capisce il tracollo di una Storia.
Non starò a ripercorrere la cronologia storica del PCdI-PCI-PDS-DS-PD non serve ed annoia. Oltre che essere inutile. A chi interessa del vero fondatore del Partito Comunista in Italia, Amadeo Bordiga, uno dei tre/quattro marxisti italiani di levatura internazionale che ha sfornato questa Storia? A chi interessa sapere che Gramsci non era affatto un marxista, e che il gramscismo è un sottoprodotto del crocianesimo, malattia che ha devastato l’intelligencija italiana? A chi interessa sapere di Paolo Robotti, dirigente del PCdI e parente di Togliatti, stalinista di ferro prima  e dopo esser stato torturato dalla polizia politica di Stalin? Roberto Oros di Bartini, chi era costui? E chi avrà mai fatto Ilio Barontini? A chi interessa delle gesta in terra di Spagna e in terra del Friuli del killer personale di Togliatti, Vittorio Vidali? Chi si ricorda della ‘Guardia di Ferro di Stalin’ Pietro Secchia e della sua Guardia, un po’ meno di ferro, Giulio Seniga, vero padre spirituale e carnale della ‘Nuova Sinistra’ sessantottina? E Luigi Longo, che avrà mai fatto nella sua vita? E chi sono mai stati Pompeo Colajanni e Cino Moscatelli e Angiolo Gracci, questi capi nazional-patrioti (i ‘nazionalcomunisti’, disse l’Amadeo, e che qualche anima pia evangelistica, oggi, rebufferebbe dall’alto della sua ciotola mondandoriana)?
Cialtronia. Infatti del PCI rimangono la faccia smunta del sanculotto ultraborghese Enrico Berlinguer, questo Torquemada travestito da S. Francesco ha lasciato in eredità la sua diletta figlia  dirigente RAI-CIA, Bianca, e un moralismo anti-operaio e antipopolare, che solo chi ha saputo fingersi per tutta una vita ‘amico del Proletariato e del Popolo’, ha saputo sfoggiare e imporre. L’egemonia! Dallo stringere la cinghia quale dovere ‘morale’ degli operai, nel 1975, alla buffonata di Mirafiori Gennaio 2011. Una linea rossa che si vede e si segue benissimo, basta volerlo.
I militanti del PCI, che leggevano Geymonat, sono degenerato in una massa informe e ringhiosa che ulula di piacere agli epigrammi del piccolo giacobino ultra-reazionario Marco Travaglio.
Dall’assalto al Cielo, a tre metri sopra il cielo. Dalla foto di Antonio Gramsci accanto alla testata de l’Unità, alla foto della sospetta uxoricida Sakineh. Dalla giungla del Viet Nam, assieme al venerabile Generale Giap e a Zio Ho, alle giungle di plastica hollywoodiane, assieme a zio Rambo e a zio Arnold, a dare la caccia ai feroci nemici della ‘Democracy and Liberty’: Sandinisti, Chavisti o contadini honduregni che siano. Ripugnante. Con Dalema, primo presidente del consiglio ‘post-ex comunista’, l’Italia partecipa attivamente e in prima linea all’aggressione ingiustificata e ingiustificabile, a ciò che rimane della Jugoslavia, mentre si difende dal terrorismo (quello vero, non quello inventato dai burattinai della libera compagnia della menzogna 24h TG-3/RaiNews). Un terrorismo kosovaro-albanese alimentato dalle intelligence di mezza NATO, collegato alla mafia kosovaro-albanese, a sua volta in affari con le mafie di Puglia e dintorni: Bari, Brindisi, Foggia, Taranto, Napoli, …Gallipoli.
Sciocchezze, sciocchezzuole. Non sono queste le cose serie e importanti, ribatteranno prontamente i vari vati residuali del fu PCI. I nipotini verbosi e sussiegosi del verboso e sussiegoso Pietro Ingrao. Affabulatore eterno, tanto bravo a spacciarsi da rivoluzionario, quanto a metterla in quel posto al gonzume che gli va dietro. Dal suo migliore allievo, il gagà Fausto Bertinotti, ad Antonello Caporali e a Niki Vendola; la pestifera figliata ingraiana perseguiterà il popolo italiano per molto tempo ancora.
Dalle scuole delle Frattocchie, a imparare a memoria un marxismo fasullo e monco, appreso spesso da professori-inquisitori, allo studio televisivo del ‘bracciante’-inquisitore milionario Michele Santoro, a imparare a memoria tutti gli stilemi del pornomoralismo, nuova bandiera rivoluzionaria dei senza rivoluzione; nuovo ‘Sol dell’Avvenire’ dei senza speranza …di poter vincere le elezioni. Dal mitra di Dante Di Nanni, al videofonino di Patrizia D’Addario. Dalla critica tormentata di Piepaolo Pasolini alle vacue evacuazioni notturne della contessa Serena Dandini. È comprensibile il perché i piddini si vergognino di celebrare i novant’anni dalla nascita del PCd’I. Cos’hanno più a che fare con quella Storia? E per carità, in effetti, risparmino a tutti il volto lungo e flaccido del Walter Valetroni, lo squittìo irritante di Nanni Moretti, il nullismo totalitario della Deborah Serracchiani, il nazismo comportamentale del ‘Lider Minimo’ Max Dalema, le facce efebiche degli Orlando, dei Renzi e altri rottami incipriati, disquisire dei mali e dei torti del Comunismo variamente inteso.
Continuino pure a fare la rivoluzione guardando nel buco della serratura del bagno di Casa Berlusconi. Troveranno altre guide da inserire nel loro pantheon.
Non più i ritratti di Gramsci, Togliatti, Longo e Natta, ma le foto glamour delle facce rettiliane dei Travaglio e delle Daddario, quella laida della Giovanni Bottero, quella dallo sguardo vuoto di un Federico Moccia o di un Fabio Fazio, oppure dallo sguardo torvo di un Roberto Saviano. Tutti in attesa che dal petto sbocci non una rosa rossa, ma un mandato di cattura che permetta di impiccare per i piedi il guastafeste festaiolo d’Arcore. Invocare una finta rivoluzione, per celebrare una vera catarsi da novant’anni di storia, nelle azioni e nei pensieri, travestita e rigettata.
Alessandro Lattanzio, 19/1/2011

Parma - Oltre il bunga bunga e il moralismo antiberlusconiano

30 / 1 / 2011
L’Orgoglio Puttana (*)
Parlare di prostituzione oggi è difficile e a volte perfino contraddittorio, dal momento che sono le stesse donne, di ogni schieramento politico, intra ed extra parlamentare, a definirla come una prestazione sessista, maschilista, indegna. Per le donne politically correct prostituirsi equivale a dire vendere il proprio corpo, mercificarlo, sottomerlo al potere maschile, e quindi renderlo oggetto, privato di piacere e dignità.
Se però provassimo a correggere questa miopia, ci renderemmo conto di quanto invece sia pericoloso per noi donne etichettare in questi termini la prostituzione. Le sex workers non sono sempre donne vittime di tratta e di sfruttamento, costrette a prostituirsi per vivere o per scappare dal proprio paese. Sex workers sono anche donne che scelgono consapevolmente e liberamente di praticare un lavoro utilizzando il proprio corpo, la propria sessualità e le proprie capacità relazionali. Prostituirsi non vuol dire vendere se stesse e  la propria vagina ma vuol dire monetizzare una prestazione sessuale, decidendone il come, il dove e il quando. Una prostituta consapevole e libera di scegliere ha il pieno dominio del proprio corpo che non viene venduto con il rapporto sessuale. Parlare di mercificazione dei corpi delle prostitute vuol dire renderle direttamente oggetto di possibili violenze, legittimate dal fatto che una merce non possa rivendicare diritti né dignità.
Attraverso “L’orgoglio puttana” le prostitute hanno iniziato in forma organizzata a pretendere di essere ascoltate e non solo giudicate. Il problema che vivono oggi non è legato alla prestazione in sé, se questa è frutto di scelte libere, ma dipende dalle condizioni lavorative a cui sono costrette dalle leggi anti prostituzione: zero diritti, persecuzioni, stupri, zero assistenza, mancanza di luoghi sicuri per esercitare la professione.
Inoltre anche il linguaggio comune contribuisce ogni giorno a stigmatizzare il lavoro sessuale per parlare di tutte le donne: l’affermazione indegna “sei una puttana” la si adopera quando si vuole dire che una donna è una cosa senza valore, è un corpo senza vita, è una venduta.
Noi donne dovremmo provare a ridare dignità a noi stesse partendo dal fatto che essere donna oggi vuol dire combattere contro la precarietà generalizzata, le violenze sessiste, e la mancanza della possibilità di scegliere in base ai propri desideri.
Ma Ruby è una Puttana? E questo permetterebbe di condannare tutte le donne contemporanee al grido “vendute”?
 E’ cosa ancor più ostica provare a leggere il quadro complessivo, sistemico e culturale, nel quale noi donne siamo nate e cresciute. Dai media e dalla politica istituzionale siamo state abituate a pensare che i modelli positivi a cui ispirarsi fossero quelli legati al potere, alla ricchezza e all’emancipazione, data dalla possibilità di apparire piuttosto che essere, dalla visibilità a tutti i costi piuttosto che dalla possibilità di avere delle pretese. Oggi più che mai, in un contesto di crisi e di tagli, la formazione è un percorso faticoso e lungo, tutto in salita, e il lavoro è un diritto per pochi.
In questo contesto non facciamo fatica ad immaginare la giovane Ruby alla ribalta così come le tante sue, nostre, coetanee. Definirla come una povera vittima sacrificale, in balia del caso, lo considero un insulto all’intelligenza femminile. Più che una giovane inconsapevole, Ruby appare come  “imprenditrice di se stessa”. E’ una donna che ha deciso di investire sulla propria persona per farsi strada nel mondo, utilizzando il potere maschile per raggiungere degli obiettivi materiali: notorietà, soldi, la possibilità di fuggire da una condizione familiare non appagante e il raggiungimento di un’indipendenza economica tale da consentirle una vita al di sopra delle possibilità di ogni sua coetanea.
Ciò che fa arrabbiare non è Ruby, ma è sicuramente l’atteggiamento machista e sessista della nostra classe dirigente, che pensa di aver costruito attorno a sé, in questi lunghi anni di monopolio culturale, un’aurea di potere inviolabile, in cui le donne appaiono come pedine da spostare nello scacchiere politico o come tappezzeria nella villa di Arcore, così come nei salotti tv, nei reality show o sulle copertine di Vanity Fair.
Ma la speranza è forte: non tutte le donne si accontentano, a volte le donne che pretendono di più possono mettere in crisi il sistema.
La morale la lasciamo ai vetusti.
In Italia accadono però cose ancor più strane. Basta osservare le tattiche adoperate dall’opposizione antiberlusconiana, quella che pur non esistendo nella sostanza riesce a rimettersi in pista dopo ogni gossip di palazzo. In questo caso il Pd manda avanti le donne per sferrare colpi feroci da infliggere al Premier.
Più che una presa reale di coscienza da parte delle donne di uno schieramento politico, però sembrerebbe quasi una pura e semplice strumentalizzazione dell’essere donna per tentare la ribalta nei sondaggi. Nella conferenza regionale delle donne del Pd che si è tenuta a Parma, è stata indetta una campagna nazionale per chiedere le dimissioni di Berlusconi parlando allo stomaco dell’elettorato femminile. Le donne del partito hanno indossato cartelli con la scritta “NON SIAMO BAMBOLE”, hanno detto che”le donne sono una risorsa che va valorizzata”, che il Paese deve puntare sulla nostra laboriosità, da applicare nell’industria e nella politica estera. Alla politica chiedono “ di mettere le donne in lista e di farle eleggere, ricordando che valorizzare le donne significa essere pronti a dare loro ruoli apicali e di responsabilità”.
Mi chiedo però dove sia la coerenza in un partito che non è stato in grado neppure di appoggiare la vertenza che centinaia di lavoratrici e lavoratori hanno portato avanti prima del refendum di Mirafiori. Come si fa a parlare di incentivare la laboriosità delle donne, messe a lavoro, se già viviamo la precarizzazione e lo sfruttamento sulla nostra pelle? Non sarebbe più intelligente dire che le donne lavorano già troppo senza aver riconosciuti i propri diritti (reddito, salario e welfare)? Non sarebbe meglio ostacolare le ordinanze anti prostituzione invece di dire che le donne non sono bambole? Non sarebbe più efficace regolarizzare tutte le donne clandestine per impedire la tratta della prostituzione, sottraendole così al continuo ricatto dei loro sfruttatori? Non sarebbe più opportuno impedire l’ingresso delle associazioni pro life nei consultori pubblici invece di mandare messaggi elettorali spot in cui si reclamano “percorsi sociosanitari per la salute femminile e infantile”?
Prima di scendere in piazza per chiedere le dimissioni di Berlusconi in nome delle donne offese, sarebbe bello capire cosa ne pensa realmente il Pd, aldilà degli spot elettorali, in merito alla precarietà, alla prostituzione, alla fecondazione assistita, alla legge 194, ai consultori (la legge Tarzia nel Lazio è stata sottoscritta da tutti i rappresentanti regionali del Pd) e alle violenze che le donne migranti subiscono dentro i Cie.
Ma siamo davvero sicure che una volta finita l’epoca Berlusconi i problemi reali delle donne vengano risolti dai partiti oggi all’opposizione?
C’è chi può e chi non può.
Nonostante in Parlamento la morale cattolica detti linee di governo (e di opposizione)sempre più conservatrici e bigotte, Berlusconi e la sua cricca di amici/amiche sono diventati portatori di una cultura dell’uso del corpo e del sesso monetizzato che sembrerebbe quasi rivoluzionaria.
E’ un mondo fantastico per alcuni, è un mondo escludente e opprimente per altri.
Mentre la casta politica e televisiva fa sfoggio di cotanto liberismo sessuale, le connazionali del premier non possono beneficiare di alcuna garanzia, né in termini di diritti, né in merito alla libertà di scegliere e di autodeterminarsi. Le conquiste del Premier infatti restano Cosa Sua.
Per le altre donne italiane, quelle che non sono Ruby, non è possibile neppure esercitare il mestiere più antico del mondo perché le ordinanze comunali applicate prima e dopo il Ddl Carfagna vietano di fatto anche la prostituzione all’interno delle mura domestiche. Dal 2009, infatti,  a Parma le donne che esercitano la professione in casa possono essere multate da 25 a  500 euro se i condomini del palazzo denunciano schiamazzi o presenza di estranei nelle scale del palazzo. (Mi chiedo se la stessa sanzione possa essere applicata anche agli studi dentistici!)
Le “altre” donne in Italia muoiono di prostituzione, grazie alle politiche securitarie e alle ordinanze anti degrado che ghettizzano, isolano e marginalizzano le sex workers negli angoli più oscuri delle periferie urbane, costrette a nascondersi per evitare le multe salatissime che colpiscono anche i clienti. Le ordinanze anti prostituzione negano la possibilità di rivendicare i propri diritti di lavoratrice e di donna.
Rendere la prostituzione un crimine da perseguire vuol dire rendere le sex workers passibili di ogni tipo di violenza sessuale, senza dar loro la possibilità di tutelarsi, di denunciare, di liberarsi. Chi è illegale infatti non ha diritti ed è solo un oggetto in balia dei desideri e del possesso altrui, legittimato dal fatto che la morale comune definisce le prostitute dei corpi mercificati. Se partiamo dal presupposto che chi lavora con il proprio corpo lo rende oggetto, quindi privato di dignità e diritti, non ci scandalizziamo neppure di fronte alle violenza e alle sopraffazione esercitata sulle sex workers.
Le “altre” donne italiane per adottare un bambino devono essere sposate da almeno 3 anni e devono dimostrare al Tribunale Minorile e ai Servizi Sociali la stabilità della propria coppia matrimoniale, proprio perché in Italia le donne e gli uomini single e le coppie omosessuali non sono idonee ad avere bambini…solo la Famiglia garantisce il marchio di perfezione.
Per le “altre” donne avere un bel corpo non è sufficiente per vivere visto che la disoccupazione femminile è la norma, infatti in Italia lavora solo una donna su due. (**)
Per le “altre” donne, disoccupate o sfrattate, vale la regola che se nate in Paesi extra europei, i Servizi Sociali consigliano di fare le valigie e di tornare a casa, nonostante vivano in Italia da anni e abbiano costruito qui famiglia e relazioni, perché quelle donne purtroppo non possono godere delle attenzioni di Nicole Minetti.
Io sono mia. Una via di fuga reale.
A Parma da un po’ di tempo abbiamo avviato un percorso di autocoscienza e autoformazione sulle tematiche di genere, in cui studentesse universitarie e lavoratrici precarie si confrontano sulla sessualità, la consapevolezza, il corpo, la prostituzione, l’omosessualità, la decostruzione delle categorie e degli stereotipi legati al genere, ma anche sulla precarietà lavorativa ed esistenziale che viviamo ogni giorno sulla nostra pelle, l’assenza di forme di welfare idonee ai tempi, le discriminazioni sul lavoro, la femminilizzazione del lavoro, la disoccupazione femminile.
Per noi fare autocoscienza vuol dire partire da noi stesse per creare una soggettività capace di prendere coscienza di ciò che siamo, aldilà del significato biologico, ma in quanto donne/precarie che reclamano diritti. Ci rendiamo conto che il percorso è lungo ma sappiamo che ogni volta che rientriamo a casa dopo i nostri incontri abbiamo il cervello che gira tra mille interrogativi aperti e mille suggestioni scambiate davanti ad un bicchiere di vino e una fetta di dolce al cioccolato, mentre ci consigliamo libri, articoli e film. Questa per noi è una ricchezza infinita.
(*) Per capire veramente cos’è il Pute Pride consigliamo la lettura di “Fiere di essere puttane” di Maîtresse Nikita & Thierry Schaffauser, pubblicato da Derive Approdi nella collana Fuorifuoco.
(* *) Rapporto Istat “Noi Italia”: la disoccupazione femminile italiana si attesta al 49,8% http://www.repubblica.it/cronaca/2011/01/19/news/istat_rapporto_italia-11397728/?ref=HREC1-9
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Ci puoi trovare tutti i mercoledì alle ore 21
nella Casa Cantoniera Autogestita in via Mantova 24 a Parma.

BORDELLO DISABILE


Nonostante gli scandali legati all'attuale nostro presidente del consiglio e suoi derivati che di tanto in tanto, anziché una buona riforma, ci regala un nuovo escort-gate, il tema "sessualità" rimane tabù in Italia, tanto quanto serve per dominare meglio le donne e per sostenere il giro della prostituzione, compresa quella minorile (per approfondimenti sulla prostituzione
LEGGI QUI).
Ma fuori da quest'Itaglia che anziché aiutare uccide i disabili, che versa percolato in mare, che vorrebbe fare di una escort da poco maggiorenne una diva, dove si spara per mangiare, in quest'Itaglia mai libera di educare giovani italiani in modo aggiornato e reale, e non invisibile come invece vuole il Papa , ecc. ecc. ...cosa succede?
Ad esempio sul tema "sessualità" e "prostituzione" leggete di seguito come si comportano nazioni in cui non è fantascienza avere una premier donna (che manco faceva la velina tra l'altro..), e dove l'educazione sessuale è materia scolastica, ad esempio la Germania, dove il "vecchiume" è considerato più che.. riciclato.., noi invece lo ricicliamo fino all'usura più completa, si tappezza, a nostre spese sempre, la nazione di slogan sui giovani e le donne, ma rimane solo una triste realtà da propaganda: l'Italia è diventata un bordello disabile, magari fosse un bordello per disabili! Come quello che sta succedendo in Germania, che invece si aggiorna e cresce, puntando su tedeschi meno repressi e più sani, soprattutto più liberi, anche di vedersi riconosciuto un diritto..

Germania: “case chiuse” per anziani e disabili

BERLINO. Dopo la legalizzazione della prostituzione avvenuta nel 2002, il paese di Angela Merkel si prepara a una nuova rivoluzione nel campo sessuale. Per le strade di Berlino si sente sempre più spesso parlare di “sexualassistenz” per anziani e disabili, un nuovo diritto degno del miglior stato liberale.
L’assistenza sessuale si respira già nei bordelli tedeschi: all’Artemis, la più grande casa chiusa della capitale, sono state eliminate le barriere architettoniche che impedivano ai disabili di accedere ai suoi servizi ed è stato assunto personale specializzato per aiutare, ad esempio, chi si muove su una sedia a rotelle.
Già la legittimazione della prostituzione ha fatto registrare numerosi passi in avanti: oggi sono circa 150 mila le “professioniste” registrate e regolarmente tassate, che oltre a pagare i dovuti contributi allo Stato si sottopongono periodicamente a numerosi test che scongiurano il rischio di contrarre malattie sessualmente trasmissibili. Inoltre anche loro ora hanno la possibilità di usufruire dei servizi pubblici sanitari e assistenziali.
Molte assicurazioni stanno considerando seriamente l’ipotesi di coprire l’assistenza sessuale nelle loro polizze di pensione o di invalidità. Stephanie Klee, portavoce del movimento di difesa delle prostitute tedesche Bsd, sostiene che la “professione del sesso sta lentamente diventando simile alle altre” ed è sicura che la Sexualassistenz è destinata a svilupparsi, dato che la popolazione tedesca diventa di anno in anno sempre più vecchia. Anche il direttore di una clinica per anziani di Berlino ha dichiarato ai media tedeschi l’intenzione di organizzare una “stanza per incontri intimi”, per allietare le giornate monotone dei residenti.
La rivoluzione sessuale in atto si sente anche al di là dei confini nazionali. In Svizzera e in Austria, ad esempio, alcune autorità locali hanno già organizzato corsi professionali per la formazione di addetti alla Sexualassistenz, perche “l’approccio sessuale non può essere solo meccanico ma deve prevedere anche parole e gesti di affetto”.
/R.R.)
(Fonte: La voce d'Italia 29/01/2011)

domenica 30 gennaio 2011

George Clooney,ci è o ci fa?

George Clooney sta sponsorizzando l’osservazione satellitare del Darfur



Un sito web dedicato alle osservazioni satellitari del Sudan meridionale è stato postato il 29 Dicembre 2010. Satellite Sentinel è l’ultima scoperta della politica della comunicazione della CIA: per presentare le prove della colpevolezza del presidente Omar el-Bashir, per la sua traduzione davanti al Tribunale penale internazionale per genocidio.
La comunicazione sul sito è stata affidata ad una galassia di star di Hollywood riunite da George Clooney, in associazione con Not On Our Watch (non sotto i nostri occhi).
Il sito e la raccolta dei dati via satellite sono stati progettati da Trellon e Google. La Harvard Humanitarian Initiative di Jennifer Pendente e Michael Van Rooyen garantisce la loro interpretazione. Mentre il progetto Enough! di Gayle Smith e John Prendergast (ex responsabili del progetto di partizione del Sudan presso l’US National Security Council) fornire l’analisi politica.
Il problema è che nessuno contesta le violenze nel Darfur, ma vi è un ampio dibattito sulle responsabilità di questi crimini e sulla loro grandezza. Data la loro bassa risoluzione, le immagini satellitari raccolte permetteranno di vedere i villaggi in fiamme o i movimenti della popolazione e questo, con un ritardo di 24 a 36 ore, ma nessun modo per identificare i criminali, né di valutare il numero delle vittime. In breve, non servirà a molto, se non da are l’impressione che il presidente Omar el-Bashir è colpevole di ciò di cui è accusato, e che la partizione del Sudan da parte degli Stati Uniti è legittima.

uno strano arresto

questo arresto avvenuto in Israele apre nuovi interrogativi sulla guerra dei Balcani ed in particolar modo sulla strage di Sebrenika.
di Eugenio Roscini Vitali
Il 17 gennaio scorso è stato arrestato in Israele Aleksander Cvetkovic, serbo-bosniaco accusato di aver partecipato nel luglio 1995 al massacro di Srebrenica, la strage conosciuta come il più violento assassinio di massa consumatosi in Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Fermato in Galilea dalla polizia israeliana che ha dato seguito al un mandato di cattura spiccato da quella bosniaca, Cvetkovic è tuttora trattenuto in carcere in attesa che la giustizia si pronunci sull’estradizione richiesta nell’agosto 2010 dalla Bosnia Erzegovina.
Sposato con una donna ebrea e padre di tre figli, Cvetkovic viveva a Karmiel, nella Galilea occidentale; si era trasferito in Israele nel 2006, grazie alla possibilità data alla moglie dalla Legge sul Ritorno, norma che permette ad ogni ebreo del mondo di chiedere per se e i suoi familiari la cittadinanza israeliana. A quindici anni dal massacro perpetrato dalle truppe di Ratko Mladic, lo zelante soldato Aleksander era ormai certo di averla fatta franca, soprattutto perché - e questo lascia per lo meno perplessi - era riuscito a sfuggire alla fitta rete di controlli imposta dall’ufficio immigrazioni israeliano; ora dovrà difendersi dall’accusa di aver personalmente preso parte alla fucilazione di quasi mille bosniaci e di essere stato così “zelante” da aver utilizzato una mitragliatrice M-84 per velocizzare le operazioni.
Mercoledì scorso il giudice Ben-Zion Greenberger, della Corte distrettuale di Gerusalemme, ha confermato l’arresto di Cvetkovic e ha disposto che rimanga sotto custodia preventiva per almeno 30 giorni, tempo entro il quale gli organi competenti dovranno valutare la richiesta di estradizione avanzata dal governo di Sarajevo. L’accusa di genocidio a carico di Cvetkovic, reato previsto dall’art. 171 del codice penale della Bosnia Erzegovina, è relativa ai fatti accaduti nel luglio 1995 a Branjevo, fattoria nei pressi di Srebrenica dove Cvetkovic ed altri sette militari del 10° battaglione sabotatori dell’esercito della Repubblica Srpska (VRS) avrebbero fucilato, a gruppi di 10, circa mille musulmani, uomini e ragazzi di età compresa tra i 14 e i 65 anni, separati dalle donne, dai bambini e dagli anziani per apparenti procedere relative allo sfollamento.
Cvetkovic è difeso dall’avvocato Nick Kaufman, ex pubblico ministero per il tribunale penale delle Nazioni Unite nei casi istituiti contro gli ex generali serbi coinvolti nel conflitto balcanico e rappresentante legale dell’ex vice presidente congolese Jean-Pierre Bemba, anche lui accusato per crimini di guerra.
Secondo la convenzione europea sull’estradizione, accordo sottoscritto da Israele nel 1967 e dalla Bosnia Erzegovina nel 2005, Tel Aviv è obbligata ad estradare Aleksander Cvetkovic; il serbo bosniaco è infatti ricercato per aver commesso un fatto considerato illegale in entrambe le nazioni e punibile con una pena superiore ad anni uno (art.1) e non per un fatto considerato quale reato politico (art.3). Robbie Sabel, professore di diritto internazionale all’università ebraica di Gerusalemme, é comunque convinto che se la difesa dovesse opporsi all’estradizione, cosa alquanto probabile, ci potrebbero volere mesi prima di portare Cvetkovic di fronte alla giustizia bosniaca.
Tecnicamente la Corte israeliana dovrà innanzi tutto pronunciarsi circa l’estradabilità dell’imputato, decisione che in caso positivo potrebbe dar luogo ad un ricorso alla Corte Suprema; superato questo scoglio la pratica passerà quindi al vaglio del  il ministro israeliano della Giustizia, Ya’akov Ne’eman, che dovrà pronunciarsi sull’approvazione ed applicare tutti gli strumenti necessari alla consegna dell’individuo alle autorità bosniache.
Per il professor Sabel non è esclude che la difesa provi comunque a far passare la tesi del crimine politico; questo anche se per il massacro di Branjevo la Corte bosniaca sui crimini di guerra ha già processato altri quattro membri del 10° battaglione. L’avvocato Kaufman potrebbe inoltre guadagnare tempo basandosi sul fatto che al momento dell’arresto la Bosnia Erzegovina non avrebbe presentato prove evidenti di colpevolezza e appellarsi a quanto già accertato dal Tribunale Internazionale di Giustizia: cioè che il suo cliente avrebbe gia testimoniato di fronte ai magistrati dell’Aja senza peraltro nascondere la sua identità e senza che in quella sede nessuno abbia mai preso provvedimenti a suo carico.
Di tutt’altro avviso Vadim Shuv, magistrato al quale è stato assegnato il caso, e Gal Levertov, direttore del Dipartimento internazionale presso l’Ufficio della procura generale israeliana, che hanno parlato di notevole quantità di prove a carico dell’indiziato ed hanno sottolineato come Israele abbia dato alla pratica la massima priorità. La giustizia bosniaca sarebbe arrivata a Cvetkovic grazie alle informazioni ricevute dagli uffici investigativi dell’Interpol di Lione; la caccia ai membri del 10° battaglione, sospettati di aver partecipato al massacro di Branjevo, non si è mai interrotta e Vlastimir Golijan, Zoran Goronja, Stanko Savanovic e Franc Kos, ex commilitoni di Cvetkovic, sono già stati arrestati e sono attualmente sotto processo.

ma quanto costa(in termini di sangue) sto cazzo di "democrazia"?

Secondo questo
documento segreto
gli Usa gia tre anni fa hanno pianificato un cambiamento di regime in Egitto con l'addestramento di cellule terroristiche.
L'11 nov Israele invita i suoi concittadini a lasciare l'Egitto, boston.com ben prima che esplodesse la rivolta in Tunisia.
Netanyau meets Omar Suleiman, head of Egyptian Inteligence on 4 November 2010 in Tel Aviv. Che sia questo  il futuro uomo forte egiziano?
Il governo egiziano ed israele accusano di complotto gli stati arabi news.
 Sicuramente il prossimo paese sara' l'Algeria con una manifestazione programmata il 12 feb. ed io
André Azoulay, le véritable régent au Maroc
 mi chiedo quando tocchera' al Marocco? o è gia' abbastanza "democratico" così ? dato che il consigliere  del re marocchino è il vero reggente.

sabato 29 gennaio 2011

Il federalismo fiscale: pratica e “ideologia” disgregativa

di Lorenzo Dorato
All’ordine del giorno nell’agenda del governo italiano c’è, fin dall’inizio della legislatura, il federalismo fiscale. Lanciato dalla lega nord in ossequio al proprio universo ideologico e soprattutto alle istanze più “immediate” del proprio elettorato di riferimento, il federalismo fiscale è in realtà ampiamente supportato da una vasta gamma di forze politiche, dal Pdl al Pd passando per l’Italia dei valori.
Il federalismo, inteso come presunta autogestione e autogoverno dei territori facenti parti di uno Stato, ha naturalmente diverse forme e diversi significati. Non va confusa infatti la decentralizzazione amministrativa, la promozione delle culture locali e regionali e delle diverse forme organizzative dei singoli territori (che può essere giudicata positivamente) con il federalismo economico e l’iper- federalismo culturale, la cui ratio di fondo è lo svuotamento del solidarismo interno allo Stato-nazione e l’esaltazione dei particolarismi.
Il federalismo economico e fiscale prevede un contesto in cui ogni area regionale gestisce in proprio le risorse che preleva dai propri cittadini mettendosi in concorrenza con le altre regioni tramite la gestione del fisco (ad esempio attraendo imprese sul territorio grazie a regimi fiscali o normativi vantaggiosi che vanno a scapito dei servizi sociali e dei diritti del lavoratori).
Per iper-federalismo culturale intendo invece la decentralizzazione assoluta e marcata dell’istruzione a tutti i livelli, a partire dalla scuola, che finisce per svuotare la dimensione nazional-statuale negandogli una sua propria identità. Un conto ad esempio è promuovere l’insegnamento delle culture locali e territoriali oppure, come avviene in Spagna, delle lingue; altro conto è decentralizzare i programmi scolastici al punto tale da disconoscere l’esistenza di un programma forte comune, creando così i presupposti per il venir meno dello spirito culturale di unità dei cittadini, spirito che è anche la base per il senso di appartenenza ad una comunità politica che trascende, rispettandola e riconoscendola,  la comunità micro-culturale in senso stretto.
Il federalismo economico-fiscale e l’iper-federalismo culturale sono i due cardini  del tentativo di distruzione dall’interno dello Stato nazione. Parallelamente e in piena complementarietà agiscono in Europa e nel mondo le forze esterne di erosione della sovranità statale, ovvero le istituzioni antidemocratiche europee e quelle cosiddette internazionali in verità appannaggio della potenza egemone (Stati Uniti).
Quando si ragiona di federalismo bisogna sempre tenere conto dell’esistenza di precisi interessi capitalistici oggi egemoni favorevoli alla perdita di sovranità degli Stati (tutti tranne lo Stato dominante naturalmente). Le ragioni di questo interesse sono due: la prima è svuotare lo Stato, inteso come luogo reale del conflitto e del compromesso tra esigenze dei profitti e esigenze sociali e civili, di potere, eliminando poco a poco la cornice istituzionale che è stata l’involucro di tutte le lotte politiche e sociali. A prima vista si può obiettare che il federalismo avvicina il potere al cittadino. Ma è proprio qui l’inganno ed è qui che l’ideologia federalistica trova il suo consenso. L’apparente avvicinamente al cittadino è del tutto fittizio, poiché la Regione, intesa come unità micro-territoriale, non è e non sarà mai per propria struttura un organismo sovrano per le scelte decisive di politica-economica. La sovranità teorica rimane allo Stato che in buona parte l’ha sciaguratamente ceduta alla tecnocrazia europea, ma tale sovranità per l’appunto resta teorica poiché lo Stato non può più attuarla pienamente a causa della pluralità di poteri regionali in competizione tra di loro che di fatto annullano l’efficacia di qualsiasi provvedimento. Il risultato è che la sovranità anziché avvicinarsi al cittadino semplicemente perde di consistenza e si corrode nel labirinto dei poteri stratificati e apparenti e tra di loro concorrenti. Il cittadino toscano, calabrese o lombardo vive nell’illusione di godere di una sovranità regionale ravvicinata, ma ignora che la regione non è altro che l’esecutrice materiale di direttive che provengono da Brussels o da Washington e che quel poco di autonomia decisionale residua che era nelle mani dello Stato, è ulteriormente erosa proprio dallo pseudo-potere di regioni sottomesse ad unico vero potere post-statale.
La tesi ufficiale dei sostenitori del federalismo è la responsabilizzazione delle gestioni politiche locali a fronte del divario economico tra nord e sud attribuibile secondo costoro a inefficienze e assistenzialismo. Non sarebbe ammissibile che una parte della nazione produca assai di più di un’altra parte per poi dover redistribuire le risorse ai nullafacenti. Il problema della sperequazione nella produzione e nel reddito naturalmente è un problema serissimo dellItalia. Tuttavia la sua causa non è certo l’assistenzialismo statale né lo spirito nullafacente del meridionale medio. L’assistenzialismo è soltanto un tappa-buchi di una situazione di mancanza di sviluppo strutturale del sud che si protrae dai tempi dell’unità d’Italia ed è il frutto avvelenato di una pura operazione di carattere coloniale che fece del sud l’esportatore di manodopera e della borghesia del nord il suo sfruttatore. Oggi la manodopera da sfruttare viene da ben più lontano, ma il sud resta un’area geografica ad altissima disoccupazione e basso sviluppo economico. La ragione è la cronicizzazione del dualismo nord-sud dovuta alla mancanza di una politica economica centrale forte che non fosse semplicemente di carattere emergenziale e di breve periodo (con le innumerevoli casse per il mezzogiorno finite ad ingrossare sacche di malaffare volta per volta). La responsabilità del sottosviluppo del sud è al 100% italiana e di tutta l’Italia, dell’incapacità di rompere la logica colonialistica su cui scaiguratamente è nata la nostra nazione politica permettendo il dilagare della criminalità organizzata collusa con lo Stato e lasciando il sud in balia di un circolo vizioso: sottosviluppo-criminalità-degrado sociale-sottosviluppo.
La Lega nord e tutti i partiti favorevoli al federalismo economico-fiscale diffondono nella popolazione l’idea che il prelevamento autonomo delle risorse fiscali e la loro gestione interna alla Regione, permettono un ristabilimento della responsabilità dei territori e della vicinanza dei cittadini alla gestione economica. In realtà, come abbiamo visto, il federalismo non fa altro che creare deliberatamente un intreccio di poteri impotenti e in reciproca competizione, al fine di:
1-svuotare il senso della sovranità politica, sia sul piano culturale che sul piano strutturale e materiale.
2- creare le condizioni per una concorrenza al ribasso sulla fiscalità con grave detrimento per lo Stato sociale (delocalizzazione delle imprese tra regioni a diverso regime fiscale) e per le condizioni dei lavoratori.
3- ricreare entro gli Stati-nazione le stesse condizioni già esistenti nel catastrofico regime di libera circolazione di capitali e merci privo di politica economica centralizzata presente nell’U.E.
In sostanza l’obiettivo reale del federalismo è un obiettivo imperialistico e di classe. Da un lato si punta all’erosione di sovranità (dall’interno) dello Stato, colpendolo nel suo potenziale margine residuo di intervento pubblico di carattere sociale e redistributivo; da un altro lato si punta a favorire la concorrenza a ribasso tra le regioni.
Non a caso il programma di regionalizzazione, federalismo, autonomia dei territori è stato sponsorizzato da Washington fin dal principio degli anni 90, contemporaneamente ai lauti investimenti per il finanziamento dei nazionalismi separatisti spacca-nazioni politiche (come in Jugoslavia). Il tutto si è accompagnato al rafforzamento dei vincoli europei, producendo così sia dall’interno che dall’esterno degli Stati una condizione di imposta e ricercata impotenza politica degli stessi. E l’impotenza politica di uno Stato è il primo passo per confondere il cittadino e il lavoratore privandolo degli strumenti di rappresentanza reale, unico vero involucro di qualsiasi lotta civile e sociale sensata.
Essere contro il federalismo fiscale significa essere contro un ulteriore spazio di dominio imposto dalle oligarchie capitalistiche e rivendicare il senso e l’importanza della sovranità politica
ultimora
Italia . Le fregature del federalismo. Eliminato il fondo per il contributo all'affitto delle faniglie in difficoltà
Salta il fondo di 400 milioni di euro da destinare agli aiuti alle famiglie in affitto tenendo conto del numero dei figli (in sostanza una prima forma di quoziente familiare). Nelle ulteriori modifiche al decreto sul federalismo municipale, proposte dal ministro per la semplificazione Roberto Calderoli, questa norma presente nella precedente bozza viene completamente cassata. Al suo posto viene introdotta la norma secondo cui gli inquilini potranno beneficiare del blocco degli affitti (compreso l'adeguamento all'Istat) qualora il proprietario dell'immobili opti per la cedolare secca.

venerdì 28 gennaio 2011

No voi andare Italia in barca


27 / 1 / 2011
La foto è di Ainara Makalilo. Su Rebelion potete vedere gli altri suoi scatti e leggere la preziosa analisi di Alma Allende, in spagnolo. L'ha scattata martedì nella piazza della kasbah di Tunisi, dove da ormai cinque giorni, ventiquattr'ore su ventiquattro, i giovani delle regioni più povere del paese presidiano la sede del governo per chiedere le dimissioni degli uomini vicini al regime del deposto di Ben Ali, supportati da scioperi e manifestazioni in tutto il paese.
Nella foto si vede un manifesto appeso al muro della sede del primo ministro, su cui c'è scritto in italiano: "No voi andare Italia in barca". È un messaggio per la nostra ipocrita Europa, che ama riempirsi la bocca di retorica sui diritti umani, ma che per 23 anni ha appoggiato uno stato di polizia che ha represso ogni forma di libertà in questo paese, in nome della lotta al terrorismo. I ragazzi oggi in piazza sono gli stessi che fino all'anno scorso prendevano il largo per Lampedusa. Ed è lo stesso il loro coraggio. Quello di chi rischia la vita in mare o sfida i fucili dei cecchini del regime nelle proteste di piazza con uno stesso rivoluzionario obiettivo: cambiare il proprio destino. Un concetto che evidentemente sfugge a un reazionario come il vicesindaco di Milano, che nelle rivolte del sud del Mediterraneo legge soltanto il pericolo di un'invasione di ladri e accattoni.
L'immagine di questo manifesto appeso alla Kasbah di Tunisi dice esattamente il contrario. Dice per una volta che quell'altrove dove si realizzano i sogni dei poveri, può trovarsi nella propria terra. E dice che arriverà soltanto con la lotta. È straordinaria la loro determinazione. Come è straordinaria, in senso negativo, la capacità del vecchio sistema di potere di riorganizzarsi, di ignorare questa splendida piazza, forte anche di un certo disfattismo che si va diffondendo nella classe media tunisina, che ormai chiede solo il ritorno alla normalità, poco importa con quali ministri, per far girare meglio gli affari, alla faccia dei disprezzati "cafoni" del sud che da una settimana occupano la piazza simbolo del potere, sede del primo ministro, del Tesoro e del municipio di Tunisi. Dopotutto chi ha un reddito assicurato ha già la sua quota di libertà, basta scendere a patti con il sistema clientelare che regna in questo paese. Ma chi non ha niente, che siano i giovani dei quartieri popolari di Tunisi o i contadini del sud, non intende perdere di nuovo la cosa più preziosa che ha conquistato: la libertà. E una controprova di questo è che il numero dei tunisini che si stanno imbarcando per l'Italia è straordinariamente basso, nonostante gli allarmismi della stampa italiana, come al solito disabituata all'analisi e alla comparazione. Una ventina di ragazzi al giorno da un paese di dieci milioni di abitanti. Un pugno di avventurieri. Niente rispetto alle migliaia di persone che lasciarono il paese nella seconda metà del 2008 dopo il fallimento delle rivolte di Redeyef e la spietata repressione che ne seguì. Proprio perché la speranza di un cambiamento reale è ancora viva. La stessa speranza, non lo dimentichiamo, che spinge quanti stanno preparando il viaggio opposto, di ritorno, da Milano, Parigi o Berlino a Tunisi libera. Infine mi sembra ci sia un'altra interpretazione. No voi andare Italia in barca, suona anche come un'invocazione carica di sgomento. Cioè a dire, che dopo aver versato tanto sangue per la causa della libertà e della democrazia, se dovesse rivelarsi tutto inutile, se dovessero uscirne di nuovo sconfitti e umiliati, che altre strade rimarrebbero a questi ragazzi? Fondamentalmente due: prendere il mare o prendere le armi. Detto questo consigliamo a tutti di leggere l'analisi di Alma Allende su Rebelion, sono in spagnolo, ma sono molto interessanti e soprattutto, a differenza di tanti editoriali scritti da Milano o Parigi, sono scritte sul campo, da Tunisi.

giovedì 27 gennaio 2011

La giustizia preventiva di Europol

Militanti del gruppo Anonymous.
Militanti del gruppo Anonymous.
La condivisione di informazioni tra le polizie europee non riguarda solo i pregiudicati, ma anche i semplici sospetti. Un sistema sempre più utilizzato per reprimere i movimenti di protesta.
Il 4 ottobre 2010 un drone dell'esercito statunitense ha lanciato un missile alla frontiera fra Pakistan e Afghanistan. Nell'attacco almeno tre ragazzi sono stati uccisi. Nulla di strano, in quella regione. Tra le vittime, però, c'era un tedesco, il che è abbastanza insolito.
Bünyamin E., 20 anni, era sospettato di seguire un addestramento in un campo terroristico. La magistratura di Düsseldorf stava indagando su di lui. Dopo la sua morte però nessuno ha indagato su coloro che lo hanno ucciso, né sui soldati americani che comandavano il drone a distanza, né sui loro superiori.
Le autorità tedesche hanno difficoltà a procedere quando degli alleati nella guerra contro il terrorismo uccidono dei cittadini tedeschi o li rapiscono, come nel caso dell'islamista di Amburgo Mohammed Zammer nell'autunno del 2001. In compenso non esitano a comunicare i dati personali agli organi di sicurezza di altri paesi, anche se i sospettati non hanno precedenti.
Il caso di Bünyamin E. mostra quello che può succedere in casi estremi, quando dei servizi segreti stranieri sfruttano le informazioni riguardanti dei presunti terroristi: l'esercito americano ha ritenuto che Bünyamin fosse un terrorista e lo ha ucciso senza alcun processo.
In futuro i servizi di sicurezza stranieri potrebbero colpire ancora più spesso i cittadini di altri stati senza passare per i tribunali. Il Consiglio europeo raccomanda infatti l'istituzione di un programma di scambio di dati molto più ampio dell'attuale sistema di cooperazione fra i paesi membri.
La creazione dell'agenzia di polizia comunitaria (Europol), il 1° gennaio 2010, ha portato alla creazione di un grande centro di analisi all'Aia. È qui che i dati personali dei cittadini Ue vengono raccolti e trasmessi ai membri di Europol e a paesi terzi. È esplicitamente previsto che Europol non riceva solo informazioni su pregiudicati, ma anche su qualunque persona ritenuta sospetta da qualunque servizio di sicurezza.
Dato che il crimine si sta organizzando a livello mondiale, forse questa non è una cattiva idea. Il problema però è che da alcuni anni le agenzie di sicurezza nazionali si scambiano soprattutto informazioni sugli agitatori politici. Le ultime rivelazioni sulle talpe infiltrate nei movimenti di protesta inglesi e tedeschi sono solo un esempio.

Niente da temere?

In Europa tutti coloro che praticano la disobbedienza civile possono ritenersi sorvegliati dai servizi di polizia stranieri, soprattutto se si spostano per partecipare a delle manifestazioni in altri paesi. Chi blocca le ferrovie per manifestare contro l'energia nucleare, protesta contro l'allevamento in batteria o occupa le autostrade per protestare contro le tasse universitarie, potrebbe ritrovarsi nella banca dati Igast della polizia criminale tedesca.
L'Igast (International agierende gewaltbereite Störer) raccoglie tutti i dati sugli "agitatori potenzialmente violenti e attivi sul piano internazionale". I loro mezzi di comunicazione e la loro appartenenza a diversi gruppi presentano quindi un interesse particolare, secondo quanto sottolinea il Consiglio europeo in una nota.
Il vecchio dibattito nel governo tedesco sulla conservazione dei dati si capisce meglio alla luce della strategia di Europol. In futuro sarebbe per esempio possibile, e molto meno costoso, "proteggere" una grande riunione della Nato da qualunque incidente. Utilizzando i mezzi di comunicazione elettronici è possibile sapere come arriveranno i manifestanti, chi saranno i leader e con chi sono in contatto.
La polizia giudiziaria di Wiesbaden ha già trasmesso diverse volte ad altri paesi informazioni sui manifestanti tedeschi. Allo stesso modo la polizia tedesca ha certamente fornito informazioni ai servizi americani a proposito di Bünyamin E. Nel primo caso i manifestanti tedeschi sono stati probabilmente respinti alla frontiera, ma nel secondo un uomo è morto.
Lo slogan ripetuto dalla polizia è sempre lo stesso: "Chi non fa niente di male non ha nulla da temere". Ma davanti a questa situazione, un'affermazione del genere sembra assurda. Il principio fondamentale della presunzione di innocenza è completamente ignorato quando la polizia si basa solo su queste informazioni per applicare una sanzione.
Anche se non è sbagliato che i servizi di polizia di diversi stati collaborino fra di loro, non si possono criminalizzare le azioni politiche e sanzionare i loro autori senza il giudizio di un tribunale indipendente. (traduzione di Andrea De Ritis)

lunedì 24 gennaio 2011

TANTE DOMANDE,POCHE CERTEZZE,UNA SPERANZA di Beppino De Zan

Ci tengo ad approfondire questo argomento che purtroppo coinvolge direttamente la mia famiglia.
Vorrei essere così bravo da farlo in maniera sintetica , distaccata e nel modo piu' chiaro e corretto possibile , non so se ci riuscirò,a dire il vero non so neppure da dove cominciare, ma come dicevo ci tengo molto ed allora mi butto.
Questa storia è cominciata ben nove anni fa quando a mia suocera fu diagnosticato il  morbo di Alzheimer. I primi sintomi evidenziati dalla suocera che ci spinsero a chiedere aiuto alla USL locale sono i classici,disattenzione,confusione mentale,problemi di memoria immediata,cambi di umore repentini  e difficolta' di coordinare la parola.Dopo i primi esami,TAC,DOPPLER,MINI MENTAL, la diagnosi fu per i luminari purtroppo immediata ed inequivocabile.Subito ci dissero che la malattia è incurabile,
che al massimo si può rallentarne il processo,che ci sono in studio sperimantazioni ,che per usufruire di queste
ci vogliono determinati parametri e che al momento la signora non rientra in questi requisiti  a cui fece seguito una prescrizione di  farmaci (ARICEPT,EBIXA,LORAZEPAM ,dove quest'ultimo non lo abbiamo mai somministrato) gia' sperimentati e preordinati ma a detta di loro stessi poco efficaci nella cura,praticamente palliativi,che però rientrano tra quelli pagati dalla mutua,seguita da una visita semestrale da effettuarsi presso lo stesso ambulatorio per verificare il  paziente e alla prescrizione di nuovi farmaci (cosa mai avvenuta) in base al progredire della malattia.Alle nostre domande riguardo possibili alternative ci risposero che al momento "questa cura  è il meglio cui si possa aspirare",se si vuole si puo accedere,sempre tramite USL, ad un supporto psicologico per i famigliari,non per il malato che così viene dato gia automaticamente per spacciato,irrecuperabile.
Veniamo all'oggi,son passati nove anni e in questi mia suocera è rimasta pressochè stabile,tranne queste ultime settimane in cui si è notato un sensibile peggioramento sia psicologico che fisico.Nell'ultima visita(nov 2010) effettuata presso la USL ci siamo sentiti dire che oramai la malattia è troppo avanzata e che i farmaci disponibili sono del tutto inefficaci per cui ce li hanno negati e che se vogliamo continuare a somministrarli ciò è possibile solo a pagamento ed è proprio quello che abbiamo fatto visto che la signora non dormiva piu' la notte ed era sempre agitata e ansiosa ed abbiamo verificato che purtroppo i farmaci in questione sono veramente inutili, solo giusto per dormire qualche ora in piu'.
Ora ciò che vado a scrivere va preso come esperienza personale,lungi da me dare speranze di guarigione o di qualunque altro genere a chicchessia,nemmeno noi ne abbiamo,cerco di riportare alcuni fatti così come sono avvenuti ,che forse possono portare ad un miglioramento della qualita di vita sia al paziente che a chi vive a stretto contatto con esso.
Dopo questa premessa torniamo a noi,ma soprattutto a mia moglie che oramai presa dallo sconforto e pensando di non aver piu' nulla da perdere ha cominciato a far ricerche sul web in cerca di un qualcosa,non importa cosa, cui attaccarsi,una possibile soluzione alternativa.
Abbiamo così scoperto che seguendo i vari,canonici,siti dedicati al tema Alzheimer non si giungeva a nulla di nuovo percui abbiamo deciso di seguire i vari commenti arrivando a scoprire questo(1).Ora come potete ben capire a noi  tutto ciò appare assai incredibile ma come dicevo prima non avendo nulla da perdere abbiamo cominciato a fare le nostre dovute verifiche e abbiamo constatato che in questa materia nei siti di medicina ufficiale non si trova assolutamente nulla,nessun riscontro,nemmeno un'accenno e abbiamo iniziato la ricerca in siti stranieri dove abbiamo trovato questo(2).Pure in questo caso in Italia gli ultimi riferimenti all'argomento risalgono al 2008,data in cui è stato pubblicato la prima volta un articolo ripreso anche da universita e media italiani (qui).Solo risalendo al nome( Dr.Tobinick )dello scopritore e detentore di brevetto di questa teoria siamo riusciti a risalire a due nominativi italiani ,di cui non faccio i nomi per non creare imbarazzo,dei quali contattati telefonicamente,il primo spense ogni nostra aspettativa dichiarando inconsistente tale teoria e che la sperimentazione non ha portato  a nessun evidente risultato,il secondo, che si offre dietro consistente parcella,a praticare la terapia ma pure lui avvertendoci di non aspettarci  altro se non lievi miglioramenti nell'immediato ma che alla lunga non portano a niente.Di fronte a tanta sincerita non possiamo che ringraziare ma noi si rimane al punto di partenza.Dunque strada chiusa pure qui e visto che l'uso di psicofarmaci per noi equivale ad una resa non ci rimane altro che rivolgerci verso siti di medicina alternativa senza tralasciare l'evolversi delle vicende di Sassari (questo 1). Così facendo arriviamo a conoscere il Dr. Romeo Lucioni ,cerchiamo in internet il suo curriculum vitae e ritenendolo affidabile  riusciamo ad ottenere un appuntamento per una visita a mia suocera,in modo da stilare una diagnosi ed eventualmente quale percorso seguire per una possibile cura.Il dottore ci spiega parecchie cose,prima fra tutte la probabile causa che porta alla malattia e cioè uno o piu' traumi psichici che creano microlesioni nel cervello e che con l'evolversi del morbo queste microlesioni si ampliano fino ad arrivare alla corteccia rendendo il soggetto irrecuperabile.Come recuperare queste microlesioni?Prima di tutto evitare stress ed ansia nei pazienti tramite assunzione di erbe come la passiflora,escolza e favorire la memoria con bacopa, altra cosa molto importante favorire il sonno e conseguentemente il sogno visto che a suo parere tramite il sogno i pazienti possono metabolizzare meglio i traumi subiti ed in piu' prescrive la melatonina per una piu' accentuata  produzione di cellule,poi per non farci mancare niente pure i sali per un piu' corretto funzionamento dell'intestino anche quello responsabile di fastidio e malessere vista la poca mobilita dei pazienti.
L'incontro è durato circa due ore dove noi abbiamo formulato i nostri dubbi con domande alle quali il dr. ha risposto sempre in maniera pertinente con calma e serenita.Giunti a casa abbiamo deciso di seguire la cura visto che le erbe prescritte male non fanno ,al limite non fanno nulla ,tanto vale provare.Sono pochi giorni,ripeto pochi giorni,che seguiamo la nuova terapia e devo dire che effettivamente la signora appare piu' rilassata ,meno ansiosa e si riesce ad interagire meglio con lei,dorme con meno difficolta e riesce ad accennare piccoli discorsi cosa che prima farfugliava solamente,è poco certo ma per chi vive a contatto con queste persone possono essere significativi.Nel frattempo mia moglie insiste nella sua ricerca in quel di Sassari per avere nuove notizie e dopo tanto penare riesce a contattare telefonicamente  la dottoressa D'Onofrio che le spiega che stanno divulgando un testo che specifica il trattamento cui si ispirano e che il giorno  20 gennaio 2011  Via Arco del Monte n. 99 (Zona Campo de’ Fiori) Roma, si teneva una conferenza organizzata da loro per divulgare tale metodo.Sui media non ho trovato nulla in merito a tale evento,solo qui che per leggere tutto bisogna abbonarsi pero' su facebook  c'è una piccola relazione a nome verde mare ,inoltre la dottoressa ci ha descritto le cause della malattia nello stesso modo in cui lo ha fatto il dr.Lucioni sebbene i due non si conoscano,che messa così puo' non voler dir niente, ma visto che si tratta di un metodo innovativo ci da speranza di essere sulla strada giusta.La dottoressa aggiunge anche che le erbe vanno bene ma vanno supportate con il loro aiuto psicoterapico e di appoggiarsi ad un counselor,figura che qui da noi in emilia non è presente o almeno io non l'ho trovata e di conseguenza ci siamo appoggiati ad una psicoterapeuta nelle vicinanze che sembra sia interessata alla cosa visto che vuole leggere il libro e si è impegnata a discuterne con alcuni colleghi.Per il momento è tutto e ricordando ancora una volta che cio che ho scritto non vuole alimentare assolutamente false illusioni mi riprometto di tenervi aggiornati su eventuali sviluppi.

TROVATO IL LEGAME DEL GRUPPO ANONIMUS CON LA CIA

Washington affronta l’ira del popolo tunisino
di Thierry Meyssan

Mentre i media occidentali celebrano la "Jasmine Revolution", Thierry Meyssan svela il piano statunitense per cercare di fermare l’ira del popolo tunisino e mantenere questa discreta retroguardia della CIA e della NATO. Secondo lui il fenomeno insurrezionale non è finito e la vera rivoluzione, tanto temuta dagli occidentali, potrebbe presto cominciare.

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Il generale William Ward, ex-capo della repressione nei territori palestinesi divenuto comandante di Africom- durante una cerimonia nel maggio 2010. L’esercito tunisino è stato ridotto al minimo, ma il paese serve da retroguardia per le operazioni "anti-terrorismo" e dispone dei porti regionali necessari per il controllo del Mediterraneo da parte della NATO. 
Le grandi potenze non amano i rivolgimenti politici fuori dal loro controllo e che contrastano i loro piani. Gli eventi che hanno scosso la Tunisia il mese scorso, non fanno eccezione a questa regola, anzi.
È quindi tanto più sorprendente che i principali media internazionali, scagnozzi indefettibili del sistema di dominio mondiale, siano improvvisamente entusiasti per la "rivoluzione dei gelsomini" e che moltiplichi le inchieste e gli articoli sulle fortune di Ben Ali, che ignoravano nonostante il loro lusso ostentato. È che gli occidentali corrono dietro a qualcosa che gli è sfuggito dalle mani e che vorrebbero recuperare descrivendolo secondo i loro desideri.
Innanzitutto, si deve rilevare che il regime di Ben Ali è stato sostenuto da Stati Uniti e Israele, Francia e Italia.
Considerata da Washington come uno stato di secondaria importanza, la Tunisia è stato utilizzata sul piano della sicurezza, più che economico. Nel 1987, un colpo di stato morbido fu organizzato, rimuovendo il presidente Habib Bourguiba a favore del suo ministro degli interni, Zine el-Abidine Ben Ali. Questi è un agente della CIA addestrato alla Senior Intelligence School di Fort Holabird. Secondo alcune voci recenti, l’Italia e l’Algeria erano associate alla conquista del potere.
All’arrivo al Palazzo della Repubblica, ha istituito una Commissione Militare congiunta con il Pentagono. Si riuniva ogni anno, a maggio. Ben Ali, che era diffidente nei confronti dei militari, la mantenne in un ruolo marginale e subalterno, con l’eccezione del Gruppo delle Forze Speciali che si addestrava con i militari statunitensi e si occupava di "anti-terrorismo” regionale. I porti di Biserta, Sfax, Susa e Tunisi sono aperti alle navi della NATO e nel 2004, la Tunisia fece parte del "Dialogo Mediterraneo" dell’Alleanza.
Washington non si aspettava nulla di speciale da questo paese economicamente, lasciando quindi che Ben Ali tosasse la Tunisia. Qualsiasi azienda che si sviluppa riceveva la richiesta di cedere il 50% del suo capitale e dei dividendi che ne ne derivavano. Tuttavia, le cose si guastarono nel 2009, quando la famiglia al potere, passò dal mangiare all’avidità, intendendo sottomettere anche le imprese statunitensi al suo racket.
Da parte sua, il Dipartimento di Stato anticipò l’inevitabile fine del presidente. Il dittatore ha accuratamente eliminato i suoi rivali e non ha successori. Bisognava immaginare una successione solo se morisse. Una sessantina di persone che potessero svolgere un ruolo politico ulteriore furono assunte. Ciascuno ricevette un addestramento di tre mesi a Fort Bragg e, quindi, uno stipendio mensile . Il tempo passa ...
Anche se il presidente Ben Ali continua la retorica anti-sionista, in vigore nel mondo musulmano, la Tunisia offre varie strutture all’insediamento ebraico di Palestina. Gli israeliani di origine tunisina sono autorizzati a viaggiare e a commerciare nel paese. Ariel Sharon stesso viene invitato a Tunisi.

La rivolta

L’auto-immolazione di un venditore ambulante, Mohamed el-Bouazizi, il 17 dicembre 2010, dopo che la sua bancarella e i suoi prodotti sono sequestrati dalla polizia, ha dato il segnale delle prime rivolte. Gli abitanti di Sidi Bouzid si riconoscono in questo dramma personale e si sollevano. Gli scontri si diffondono in diverse regioni, quindi nella capitale. Il sindacato UGTT e un gruppo di avvocati manifestano, suggellando senza rendersene conto, l’alleanza tra borghesia e classi popolari in una organizzazione strutturata.
Il 28 dicembre, il Presidente Ben Ali cerca di prendere le cose in mano. Si reca al capezzale del giovane Mohamed el-Bouazizi e la sera s’indirizza alla nazione. Ma il suo discorso televisivo esprime la sua cecità. Ha denunciato i manifestanti come estremisti e mercenari agitatori, e annuncia una feroce repressione. Lungi dal calmare gli eventi, il suo intervento trasforma la rivolta popolare in insurrezione. Il popolo tunisino semplicemente non contesta più l’ingiustizia sociale, ma il potere politico.
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Tarak Ben Ammar
A Washington, vedono che "il nostro agente Ben Ali" non controlla più nulla. I consiglieri della Sicurezza Nazionale Jeffrey Feltman  e Colin Kahl , concordano sul fatto che sia giunto il momento di mollare questo dittatore usurato e di organizzare la sua successione prima che la rivolta si trasformarsi in una vera e propria rivoluzione, vale a dire in una sfida al sistema.
Si è deciso di mobilitare i media in Tunisia e all’estero, per contenere l’insurrezione. Si concentra l’attenzione dei tunisini sulle questioni sociali, la corruzione di Ben Ali e la censura della stampa. Tutto, purché non si discuta delle ragioni che hanno portato Washington a installare il dittatore, 23 anni prima, e a proteggerlo mentre monopolizzava l’economia nazionale.
Il 30 dicembre, il canale televisivo privato Nessma sfidava il regime diffondendo le notizie sulla rivolta e organizzava un dibattito sulla necessaria transizione verso la democrazia. Nessma TV appartiene al gruppo italo-tunisino di Tarak Ben Ammar e Silvio Berlusconi. Il messaggio è perfettamente comprensibile per gli indecisi: il sistema è incrinato.
Contemporaneamente, gli esperti degli Stati Uniti (così come serbi e tedeschi) sono inviati in Tunisia per incanalare l’insurrezione. Sono loro che, cavalcando le emozioni collettive, cercano di imporre slogan nelle manifestazioni. Secondo la tecnica delle cosiddette "rivoluzioni" colorate, sviluppata dall’Albert Einstein Institution di Gene Sharp, concentrano l’attenzione sul dittatore, per evitare qualsiasi discussione sul futuro politico del paese. Questo è lo slogan "Ben Ali sloggia!” .
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Nascosto sotto lo pseudonimo di Anonimo, la cyber-squadra della CIA, già utilizzata nei confronti dello Zimbabwe e l’Iran, hackerizza i siti ufficiali tunisini e installa un minaccioso messaggio in inglese.

L’insurrezione

I tunisini continuano spontaneamente a sfidare il regime, a scendere in massa nelle strade, bruciando stazioni di polizia e negozi appartenenti a Ben Ali. Con coraggio, alcuni di loro pagano col sangue. Patetico, il dittatore esautorato s’agita senza capire.
Il 13 gennaio ha ordinato all’esercito di sparare sulla folla, ma il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito si rifiuta. Il generale Rashid Ammar, che è stato contattato dal comandante di Africom, generale William Ward, annuncia al presidente che Washington gli ha ordinato di andarsene.
In Francia, il governo di Sarkozy non è stato informato della decisione degli Stati Uniti e non ha analizzato i vari cambi di casacca. Il ministro degli Esteri, Michele Alliot-Marie, si propone di salvare il dittatore inviandogli consiglieri e attrezzature per l’applicazione della legge, per mantenerlo al potere attraverso processi più puliti . Un aereo cargo è stato noleggiata Venerdì 14. Quando le procedure di sdoganamento sono finite a Parigi, è troppo tardi: Ben Ali non ha bisogno di aiuto, è già fuggito.
I suoi ex amici di Washington e Tel Aviv, Parigi e Roma, gli rifiutano l’asilo. Finisce a Riad.
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{Marketing}: il logo della "Rivoluzione dei Gelsomini" appare al momento esatto della caduta di Ben Ali. Al centro, riconosciamo il pugno alzato, un simbolo ex comunista usato da Otpor in tutte le rivoluzioni colorate in Serbia. Visto da Washington, è importante affermare che gli eventi sono finiti e che sono parte di una dinamica internazionale liberale. Inoltre, il titolo è scritto in inglese e la bandiera della Tunisia è ridotto ad un mero ornamento sulla lettera R.

Dei gelsomini per calmare i tunisini

I consulenti della comunicazione strategica degli Stati Uniti, quindi, tentano di fischiare la fine della partita, mentre il primo ministro uscente forma un governo di continuità. E’ qui che le agenzie stampa lanciano la "Jasmine Revolution" (in inglese per favore). I tunisini, garantiscono, hanno conseguimento la loro "rivoluzione colorata". Un governo di unità nazionale è formato. Tutto è bene quel che finisce bene.
Il termine "Jasmine Revolution" lascia un gusto amaro ai tunisini più anziani: è quello che la CIA aveva usato per comunicare durante il golpe del 1987 che pose Ben Ali al potere.
La stampa occidentale, ora più controllata dall’Impero che non la stampa tunisina- ha scoperto la ricchezza illecita di Ben Ali che ignorava finora. Si dimentica la soddisfazione accordata dal direttore del FMI, Strauss-Kahn Domique, ai dirigenti del paese, pochi mesi prima dei disordini . E si dimentica l’ultimo rapporto di Transparency International, che aveva dichiarato che la Tunisia era meno corrotta rispetto a degli stati dell’Unione Europea come l’Italia, Romania e Grecia .
I miliziani del regime, che avevano diffuso il terrore tra i civili durante i disordini, costringendoli a organizzarsi in comitati di autodifesa, scompaiono nella notte.
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Ahmed Néjib Chebbi
I tunisini ritenuti spoliticizzati e manipolati, dopo anni di dittatura, si mostrano assai maturi. Scoprono che il governo di Mohammed Ghannouchi è "Benalismo senza Ben Ali". Nonostante alcune operazioni di facciata, i capi del partito (RCD) conservano i ministeri sovrani. I sindacalisti della UGTT rifiutano di aderire alle manifestazioni degli Stati Uniti e si dimettono dalle cariche che gli sono state assegnate.
Per grazia del produttore Tarak Ben Ammar (padrone di Nessma TV), la regista Moufida Tlati diventa ministro della Cultura. Meno spettacolare, e più significativo, Ahmed Najib Chebbi, una pedina del National Endowment for Democracy, diventa ministro per lo Sviluppo regionale. O ancora, l’oscuro Amanou Slim, un blogger rotto ai metodi dell’Albert Einstein Institute, diventa segretario di Stato per la Gioventù e dello Sport, a nome del fantomatico Partito Pirata collegato all’auto-proclamato gruppo Anonymous.
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Naturalmente, l’Ambasciata degli Stati Uniti non ha chiesto al Partito comunista di far parte di questo cosiddetto "governo di unità nazionale". Al contrario, si preparavano a tornare a Londra dove aveva ottenuto asilo politico, il leader storico del partito Rinascita (Ennahda), Rached Ghannouchi. Islamista ex-salafita, ha predicato la compatibilità tra Islam e democrazia e preparato un lungo riavvicinamento con il Partito democratico progressista del suo amico Ahmed Najib Chebbi, un socialdemocratico ex-marxista. In caso di fallimento del "governo di unità nazionale", questo tandem filo-Usa può fornire l’illusione di un’alternativa.
Ancora una volta, i tunisini si sollevano, diffondendo il loro slogan che gli è stato soffiato, "RCD sloggia!”. Nei comuni e nelle imprese, i lavoratori stessi cacciano i collaboratori del regime decaduto.

Verso la rivoluzione?

Contrariamente a quanto è stato detto dalla stampa occidentale, l’insurrezione non è ancora finita e la Rivoluzione non è ancora iniziata. E’ chiaro che Washington non l’ha incanalata del tutto, tranne che per i giornalisti occidentali. Ancora di più oggi che a fine dicembre, la situazione è fuori controllo.

"La Condition Humaine" di Magritte. Vero e verosimile

humainePassata la spensierata ebbrezza della tanto agognata - dal mondo Occidentale - vittoria del pensiero unico edonistico-liberista, la post-modernità ci sta facendo pian piano svegliare con quegli acciacchi tipici della post-sbornia da notti bagorde. Le sfide che il nostro tempo ci sta ponendo innanzi sono molteplici ed alcune appaiono insormontabili senza una seria, quanto traumatica, revisione dei nostri modelli. Dalla crisi finanziaria globale alle ondate migratorie, dall’abbassamento della dignità del lavoro nei paesi sviluppati alla compromissione degli equilibri ambientali sono tra le sfide che l’umanità si trova ad affrontare e dalle cui risposte dipende la tenuta stessa dell’abitabilità del mondo.
Tuttavia, dietro alla pregnanza di questi grandi temi passa inosservata una difficoltà che incide in maniera non secondaria sulle capacità che ognuno di noi deve avere per fare fronte e navigare, quantomeno a vista, sul mare in tempesta di questo nostro tempo. Facciamo esperienza ogni giorno dello sgretolamento delle illusioni e della vacuità delle apparenti prelibatezze della post-modernità e a ciò reagiamo con atteggiamenti tipici degli stati di depressione: l’inattività e l’apatia tipica di chi vede ormai frantumarsi il tempo della speranza, il futuro. Insomma, si assiste quotidianamente all’infiacchirsi della nostra fiducia di incidere su processi macroscopici, assestando conseguentemente un colpo mortale alla nostra capacità critica. Quella difficoltà, a cui poco fa accennavo, agisce drammaticamente su questo biunivoco rapporto di potenziamento tra sfiducia e infiacchimento del senso critico, di fatto neutralizzando quei meccanismi culturali che potrebbero recidere il rischio di cristallizzazione in forme psicotiche dell’apatia e dell’inattività. Questa difficoltà si sostanzia nella distinzione tra Realtà e Fiction, nella nostra capacità di saper rintracciare la differenza tra Vero e Verosimile.

Con l’approssimarsi dell’onnipotenza della tecnica, non solo la Fiction rischia di essere indistinguibile dalla Realtà ma addirittura assume un ruolo privilegiato rispetto ad essa, quasi un livello maggiore di verità. Nella Fiction il Verosimile, nel suo ruolo di approssimazione al Vero, raggiunge risultati talmente alti – la tecnica è declinabile infatti come Alta Definizione – che, travolti gli antichi rapporti, la Realtà sembra avere un ruolo da comprimario perché non necessariamente spettacolare.
Il confine tra realtà e finzione si scardina e l’individuo, perso nel deserto di valori della post-modernità, si abbandona ai narcotici e alle illusioni del verosimile come ad una “dolce morte”.
Niente di più profetico poteva esprimere il genio artistico di René Magritte quando nel 1933 sollevò il problema, esprimendolo nell’estasi artistica di “La condition humaine” (vedi foto). La distinzione tra la realtà e la sua riproduzione artistica è rintracciabile solamente per mezzo del bordo bianco della tela, che rompe la continuità con il mondo esterno. Sottovalutare l’importanza di quel tratto bianco significherebbe delegare ad altro – nei nostri tempi la tecnica – la creazione di un mondo condiviso. La sfida di oggi allora, si gioca su questo stacco tra tela e mondo esterno. Riattivare la differenza tra Vero e Verosimile significa prendere in mano, come collettività, l’attività creatrice di significati che nella loro portata universale possono restituire un mondo abitabile insieme agli Altri. Lasciare che la Fiction e la Verosimiglianza rompono gli argini di questa distinzione, venendo a sostituire - come suo surrogato spettacolare - il mondo esterno, significa lasciare mano libera a poteri eterei e sovracomunitari - economici e tecnici - la creazione di questi significati. Magritte nel disegnare il bordo bianco della tela ci ha testimoniato che l’uomo può destarsi dal suo abbandono e diventare artista di un mondo di significati condivisi da tutti. Condizione perché questo avvenga è che si distingua ancora il Vero dal Verosimile, la Realtà dalla sua riproduzione spettacolare, cioè dalla Fiction.
Con occhio superficiale una tale riflessione sembra - visti i drammi dei nostri tempi - troppo astratta, ma quanto sia stringente lo dimostra - se guardiamo con occhio più fino - il grande circo politico italiano di questi giorni. Tra le grandi questioni dirimenti della quotidianità italiana, come le guerre fallimentari e i più di 2 milioni (21,2% Istat) di giovani tra i 15 e i 29 anni inattivi (disoccupati e non inseriti in percorsi formativi e scolastici), l’opinione pubblica si divide e si da battaglia su scandali sessuali degni dei più squallidi B-movie della commedia sexy all’italiana.
Così assuefatti alla spettacolarizzazione della realtà, è la Fiction che domina, è la tecnica con il suo impero nella finzione che crea i suoi significati e il nostro senso critico si sposta dalle grandi questioni alla narcosi del verosimile, ammansendoci tutti nell’abbiocco voyeuristico.
Aureliano Xeneizes

sabato 22 gennaio 2011

E COSI' CHE SCOPRIRONO L'ACQUA CALDA

Leggi e sanzioni sono necessarie, ma non sufficienti. Per arginare il fenomeno delle morti sulle strade, in Italia sarebbe indispensabile una formazione costante di giovani e adulti, per innalzare il livello di consapevolezza del rischio, oltre che della conoscenza pratica delle norme. Ne sono conviti molti operatori di settore, intervenuti nei giorni scorsi alla presentazione della campagna divulgativa del Moige, sulla sicurezza stradale "Corri il rischio: vivi sicuro!", in tour in questi giorni nelle città italiane.

"Le ultime statistiche sugli incidenti stradali - ha dichiarato il presidente dell'Aci, Enrico Gelpi - dimostrano come l'emergenza sicurezza vada affrontata con un nuovo approccio alla formazione oltre che con l'aumento dei controlli su strada: occorre realizzare un percorso formativo continuo che preveda anche la frequenza di corsi di guida sicura ed eco-compatibile entro i tre anni dal conseguimento della patente".

GIOVANI PROTAGONISTI. Coinvolgere i ragazzi, dunque, appare indispensabile secondo Maria Rita Munizzi, presidente nazionale Moige - movimento genitori, "per porre fine alle stragi sulla strada. Necessaria però appare la collaborazione di tutti i soggetti coinvolti, anche con il miglioramento delle condizioni delle strade, l'illuminazione, la segnaletica, coniugando azioni di prevenzione a quelle di repressione".

IL RUOLO DEGLI ADULTI. in questo contesto, cruciale si rivela il ruolo dei genitori, ancora troppo distratti sul fenomeno e disinformati sui sistemi di sicurezza da applicare per far viaggiare al meglio i bambini. Iniziative di formazione e informazione dovrebbero, secondo il segretario generale di Fondazione Ania, Umberto Guidoni, essere indirizzate proprio a loro: "La sicurezza dei minori trasportati in auto è un problema serio a causa della superficialità con cui è affrontato dalle famiglie. I dati Aci - Istat  e il progetto del Moige, che da quei numeri parte, ne sono la dimostrazione. Una delle ragioni risiede anche nello scarso senso civico".

LE PROPOSTE DELL'ANIA. In questo senso vanno alcune proposte che la  Fondazione ANIA ha proposto nelle sedi opportune, come l'inasprimento delle sanzioni per chi non rispetta le norme volte alla sicurezza dei minori in auto e avviato, al tempo stesso, numerose attività di sensibilizzazione attraverso protocolli di intesa con gli enti locali.

POLIZIA STRADALE IN PRIMA LINEA. Ottimista tuttavia, si è detto il direttore del Servizio di Polizia stradale, Roberto Sgalla, che ha sottolineato come pur restando un "grave allarme sociale", il fenomeno delle morti sulle strade sia al centro dell'attenzione della polstrada con risultati incoraggianti: "Contrastare la mortalità giovanile dovuta ad incidente stradale è da sempre il nostro primo obiettivo - ha dichiarato Sgalla - che, accanto all'intensificazione dei controlli, ha da oltre dieci anni investito risorse e professionalità in campagne informative destinate agli studenti. E l'abbattimento degli incidenti che coinvolgono i giovani ci dice che siamo sulla giusta strada".

ATTENZIONE ALLA QUALITA' DEL PRIMO SOCCORSO. Ma per completare il quadro di interventi da ottimizzare, non bisogna escludere il settore medico e di pronto soccorso: "La formazione ha un ruolo chiave nella diminuzione dell'incidentalità e delle sue vittime. Tuttavia - ha concluso il professore Andrea Costanzo, presidente della Società Italiana di Traumatologia della Strada (Soc.i.tra.s) -:, come associazione di medici, non possiamo tacere su altri fattori che sono ugualmente importanti per ridurre le vittime: la qualità del primo soccorso e la sua organizzazione, la qualità dei trattamenti ospedalieri, la mancanza di serie ricerche con strumenti accreditati. Siamo ancora fermi agli anni '50, per questi aspetti".

MATERIALI- Legge sicurezza stradale (pdf)

venerdì 21 gennaio 2011

Alpi-Hrovatin, nuove indagini

di Alessandro Iacuelli
 
La Commissione parlamentare d'inchiesta sugli illeciti connessi al ciclo dei rifiuti riaprirà le indagini sulla morte di Ilaria Alpi, all'interno della più ampia inchiesta sulle cosiddette "navi dei veleni" e sui traffici transfrontalieri di rifiuti tossici. Lo si legge in una nota del presidente della Commissione Gaetano Pecorella, che sottolinea: "L'audizione del maresciallo Scimone, che ha operato in collaborazione con il comandante Natale De Grazia e con i magistrati di Reggio Calabria, ha consentito alla Commissione di acquisire una notizia di estremo interesse: nel corso di una perquisizione nei confronti di Giorgio Comerio è stata ritrovata, in un fascicolo rubricato con il nome Somalia relativo alla smaltimento dei rifiuti, la copia di un dispaccio dell'agenzia Ansa sulla morte di Ilaria Alpi. Poiché in quel momento nulla consentiva di collegare la morte della giornalista e del suo operatore al traffico dei rifiuti con la Somalia, il rinvenimento di questo documento e la sua collocazione richiedono un ulteriore e penetrante approfondimento".
Racconta Pecorella: "La cosa che abbiamo trovato assolutamente importante sul piano dell'inchiesta è che non vi sarebbe stato in quel momento alcun motivo di collegare la Somalia, come questione di cui si occupava Comerio, con la morte di Ilaria Alpi. In quel momento nessuno ha pensato alla questione dei rifiuti. Vorremmo capire perchè si è instaurato questo rapporto nella testa di Comerio".
Una strana osservazione, quella di Pecorella. Che Comerio si occupasse di rifiuti è già noto da anni. Ricordiamo che alcuni suoi documenti furono trovati a bordo del relitto della Jolly Rosso, spiaggiata ad Amantea. Per chi non lo sapesse, Giorgio Comerio è un ingegnere di Busto Arsizio, ma residente in diverse parti del mondo: sull'isola britannica di Guernsey, a Malta, a Lugano e in Italia, in una bella villa di Garlasco in provincia di Pavia.
Balzò agli onori nella prima metà degli anni '80, quando fu espulso dal Principato di Monaco per traffico d'armi, poiché riforniva di missili Exocet i generali argentini durante la guerra delle Falkland. Definisce se stesso un "semplice esperto di navi e di localizzazioni". Negli ultimi anni ha messo in piedi, con un socio austriaco e altri personaggi, la società Oceanic Disposal Management, poi è andato in giro per il mondo ad offrire una soluzione davvero originale per la sistemazione delle scorie radioattive.
Quelle stesse che i Governi non sanno dove mettere. L'ingegnoso progetto prevede il lancio, da navi appositamente riadattate, di siluri metallici, chiamati "penetratori", caricati di scorie radioattive vetrificate o comunque rese inerti. Secondo il progetto dell'ingegnere, i siluri si andrebbero a conficcare fra i cinquanta e gli ottanta metri al di sotto del fondale marino. I penetratori sono anche dotati di sonar che li rendono rilevabili per un eventuale recupero. Proprio la presenza dei sonar gli ha consentito di aggirare la legge, e far così considerare il suo sistema non come un trasferimento ai fondali marini del concetto di discarica, ma come un metodo di "deposito temporaneo".
Certo, esistono sia la Convenzione di Londra sia altre convenzioni internazionali che vietano lo scarico in mare dei rifiuti e dichiarano espressamente illegali questi piani, ma secondo le parole di Comerio "attraverso i penetratori le scorie vengono depositate non dentro il mare, ma sotto i fondali marini" e poi ricorda che "ci sono Nazioni che non hanno firmato la Convenzione, con cui è possibile lavorare". Su di lui sono in corso indagini anche in Italia, da molti anni. Indagini dalle quali è emersa la rete di affari che ha proceduto per decenni con un'alternativa ai penetratori: le cosiddette "navi a perdere". In pratica si affonda dolosamente la nave, con l'intero carico pericoloso, simulando un incidente. Ancora oggi, non si sa quante siano di preciso le navi dolosamente affondatenel Mediterraneo.
Queste considerazioni, fanno anche parte del patrimonio della Commissione Ecomafie, fin dalla XV legislatura. Ci si potrebbe quindi chiedere come mai Pecorella non ne fosse al corrente. Però una novità c'è davvero: dopo il collegamento, già dimostrato, tra la morte di Ilaria Alpi e le attività in Africa del faccendiere italiano Giancarlo Marocchino, ora emerge la prova documentale di un collegamento con la figura di Giorgio Comerio.
Dal mare somalo ancora oggi affiorano, per galleggiamento, bidoni e cisterne. Vengono affondati pieni, poi si svuotavano per la corrosione, e tornano a galla, o vengono spinti a riva. Sulla costa di Boosaaso i tecnici dell’Agenzia per l'Ambiente dell'Onu rilevarono, nel 1994, altissime concentrazioni di sostanze tossiche. Concentrazioni tanto elevate che li indussero, per paura di essere contaminati, ad allontanarsi celermente. Nell'ultima intervista compiuta prima di essere assassinata, la giornalista della Rai aveva chiesto al sultano di Boosaaso,Abdullah Muse Bogor , proprio notizie sulle sostanze pericolose gettate in mare o sepolte sotto l'asfalto della strada Garoowe-Boosaaso.
Il sultano aveva risposto: "Si, la gente ne parla. Ho sentito dire che sono state trovate cisterne in mare, o sepolte sotto l'asfalto, stia attenta però signorina da noi chi ha parlato del trasporto di armi, chi ha detto di aver visto qualcosa, poi è scomparso. In un modo o nell’altro, è morto". Ilaria venne falciata dalle pallottole dei kalashnikov pochi giorni dopo.
In realtà in Somalia non c'era alcun traffico d'armi. In piena guerra civile, nonostanto lo sbarco delle truppe della cosiddetta "missione di pace" che non ha portato alcuna pace nel Corno d'Africa, nessuno pagava per avere quelle armi. Perchè erano le armi ad essere il pagamento. Pagamento per le tonnellate di rifiuti tossici e radioattivi, di provenienza occidentale, inviati in Somalia. I clan somali in quel periodo non accettavano in pagamento né dollari né altre valute, ma preferivano ricevere direttamente armi e munizioni. Solo dopo l'omicidio Alpi, e il conseguente rischio che l'affare venisse troppo alla luce, si scelse di incrementare l'eliminazione dei rifiuti mediante le navi a perdere. Navi su cui stavano compiendo accertamenti sia il maresciallo Scimone sia il capitano De Grazia , poi morto misteriosamente.
Per quanto riguarda l'inchiesta condotta dalla Commissione parlamentare, il WWF Italia già nel 2009, in audizione, aveva richiesto di rintracciare ed ascoltare Giorgio Comerio. E se Pecorella vede per la prima volta Comerio collegato a Ilaria Alpi, è bene ricordare che già nel 2004 il ministro per i rapporti col Parlamento Giovanardi aveva dichiarato: "Evidenti segnali di allarme si sono colti in alcune vicende giudiziarie da cui è emersa una chiara sovrapposizione tra queste attività illegali ed il traffico d’armi. Numerosi elementi indicavano il coinvolgimento nel suddetto traffico di soggetti istituzionali di governi europei ed extraeuropei, nonché di esponenti della criminalità organizzata e di personaggi spregiudicati, tra cui il noto Giorgio Comerio, faccendiere italiano al centro di una serie di vicende legate alla Somalia".
Per ora, Comerio si guarda bene dal rendersi reperibile, ma non si sa mai. Potrebbe anche succedere che, con i soliti 20 anni di ritardo minimo, ci si stia avvicinando allo scoperchiare la pentola su questo ennesimo mistero italiano. Perché anche per quanto riguarda le armi ed i rifiuti in Somalia, è bene aspettarsi fin da ora che venga alla luce più made in Italy di quanto si possa immaginare.