involuzione

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Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

domenica 16 gennaio 2011

Tunisia, prove di futuro

di mazzetta
Fugge il dittatore dalla Tunisia e il potere resta nelle mani del suo primo ministro, di un ristretto comitato di sei persone e dell'esercito, che ha chiuso lo spazio aereo del paese e occupato l'aeroporto di Tunisi. Poche ore e il potere passa al presidente della Camera Bassa, su indicazione della Corte Suprema, che decide per le elezioni generali entro sessanta giorni. Riaprono i porti e gli aeroporti, ma non finiscono le violenze; adesso sono le prigioni il nuovo catalizzatore della rivolta e anche ieri sono morti decine di tunisini. Bande di partigiani di Ben Alì si sono prodotti in aggressioni e atti di violenza, ma il fenomeno non sembra diffusissimo. Ai tunisini in rivolta non ha ancora arriso la vittoria, il potere passa in mano a chi lo detiene da sempre, vola via il dittatore a fungere da capro espiatorio lontano e restano al potere quelli che avevano fatto carriera e si erano arricchiti alla sua ombra.
Fa belle promesse il nuovo governo provvisorio, parla di multipartitismo e di elezioni libere, di libertà di stampa e d'espressione; ma è lo stesso governo che ha sparato sui manifestanti, è la stessa elefantiaca burocrazia messa in piedi dalla dittatura per spiare e reprimere i tunisini fin dall'indipendenza dalla Francia. A un padre della patria era seguito nel 1987 il repressore in capo, che, anche allora, aveva promesso riforme che nessuno ha più visto.
Ben Alì giunse al potere grazie all'aiuto dei servizi italiani, allora alle dipendenze di Craxi, un piccolo dispetto alla Francia che varrà ai socialisti italiani l'imperitura gratitudine del dittatore ora fuggiasco. Gratitudine ricambiata, se è vero che il Ministro degli Esteri italiano Frattini (un tempo craxiano) ha schierato il nostro paese accanto alla dittatura nonostante le dure condanne espresse da Unione Europea e Stati Uniti. Unica al mondo l'Italia. La Francia che in Tunisia regge il gioco da sempre, si è trincerata nel mutismo e nelle non-dichiarazioni. Della fuga di Ben Alì Parigi ha solo “preso atto”, l'Italia invece ha colto l'occasione per spendere parole di stima per la dittatura.
Non poteva mancare il Sottosegratario agli Esteri Stefania Craxi, che ha usato per il dittatore le parole che i mussoliniani usano ancora oggi per Mussolini: “Io credo che la storia ridarà al presidente Ben Ali i meriti del presidente Ben Ali, che comunque ha consentito in questi anni al Paese di avere uno sviluppo economico, un progresso civile e sociale”. E non poteva mancare suo fratello Bobo, che in qualità di rappresentante per la politica estera del PSI ha affermato che la Tunisia è “un Paese che è stato un modello esemplare nell'ambito del mondo arabo”. Impossibile aspettarsi qualcosa di diverso dai figli e dai miracolati di Craxi, che da Ben Alì fu ospitato e protetto dalla giustizia italiana durante la sua latitanza.
Peccato che questa sia anche la posizione ufficiale dell'Italia, agli occhi dei tunisini come a quelli dei confederati europei. Quasi tutti i media italiani hanno aspettato la fuga di Ben Alì per definirlo dittatore; un cambio tempestivo dopo che per oltre vent'anni era stato definito Presidente e descritto come un abile politico che faceva del bene al suo paese nonostante i modi un po' bruschi. Ma non è che le opposizioni brillino per attenzione: il popolo tunisino non è esattamente in cima ai pensieri dei politici e dei grandi media italiani, nessuno dei quali (ancora) ha accennato a schierarsi dalla parte dei rivoltosi e neppure osato definire dittatore Ben Alì.
Eppure era facile. Non bastavano le amicizie di Berlusconi con i peggiori dittatori, ci voleva anche la difesa oltre il tempo massimo della disgrazia del giorno, decisamente maldestra e per nulla utile al paese. Forse nemmeno utile a conservare l'unica concessione televisiva mai concessa dalla Tunisia a stranieri, Berlusconi potrebbe vedere la sua Nesma TV andare a fondo insieme al capitano della barca, se solo i tunisini avranno il tempo di fare il conto degli amici e dei nemici della loro rivoluzione popolare.
Rivoluzione che dopo la cacciata del tiranno diventa quanto mai incerta e aperta agli esiti più imprevedibili. Potrebbe essere una rivoluzione relativamente dolce, non fosse che per ridare il potere al popolo tunisino ci sarebbe da spogliare dei beni accaparrati i personaggi più influenti del paese e bonificare con severità la terribile burocrazia pubblica e gli apparati repressivi. Operazioni che troveranno sicuramente la contrarietà di chi ancora oggi il potere lo detiene e che potrebbe essere tentato dall'usarlo per difendere capitali e privilegi o guidare le annunciate elezioni verso la conservazione, in fondo alle ultime elezioni Ben Alì aveva fatto il pieno, non è certo gente che s'imbarazza a truccare il voto.
Ora come non mai il popolo tunisino avrebbe bisogno di sentire la vicinanza e la solidarietà della sponda settentrionale del mediterraneo, il calore e la vicinanza dei francesi e degli italiani, ma non accade. L'Occidente politico non riesce a fraternizzare con i popoli dell'Africa del Nord perché da troppo tempo è schierato accanto alle autocrazie che lo opprimono. Dalla triste - e molto poco democratica - monarchia marocchina, passando per il regime algerino e le ormai antiche dittature di Tunisia, Libia ed Egitto, leader impresentabili sono retribuiti, armati e sostenuti nel loro dominio sui rispettivi popoli, ai quali vengono negati i più elementari diritti civili, persone per le quali i diritti umani sono un concetto astratto che vale per altri, altrove.
Una volta si spacciava questo sostegno come il male minore, meglio una dittatura di un paese nell'orbita sovietica ai confini. Poi le dittature divennero un male sopportabile per non vedere l'estremismo islamico dilagare ai confini, quell'estremismo islamico nutrito ovunque, non solo in Afghanistan, in funzione anticomunista proprio dall'Occidente e dagli alleati più allineati, su tutti i paesi europei, Israele ed Arabia Saudita. Il grande successo di Khomeini in Iran scatenò ovunque tentativi di emulazione. L'estremismo islamico era riuscito a dirottare la rivoluzione iraniana contro lo Shah di Persia, feroce despota filo-occidentale; il terrore rivoluzionario si era concretizzato nel massacro dei comunisti e nella presa del potere da parte di una rassicurante élite reazionaria, chiudendo ai sovietici la porta per il Golfo Persico.
Inutile dire che la minaccia islamica è stata notevolmemente sopravvalutata e che, dal 2001, i regimi del Nord Africa si sono fatti più duri: da allora non ci sono più stati oppositori o avversari politici, chi era contro il governo era un “terrorista” o complice dei terroristi, ogni genere di legge speciale è stata giustificata per “combattere il terrorismo. Il Patriot Act ha fatto scuola, gli Stati Uniti hanno dato l'esempio, la democrazia si può sospendere, cancellare, basta dire che serve a combattere il malvagio nemico. Peggio che ai tempi della Guerra Fredda.
Dal 2001 in poi è stata una strage delle libertà fondamentali in questi paesi e solo oggi, complice anche la crisi che li ha colpiti in maniera devastante, sembra sollevarsi il coperchio che ha trattenuto per decenni la vitalità della sponda Sud del Mediterraneo. Popoli dalla storia millenaria hanno forse l'occasione di cambiare il loro triste destino, ma questo significa instabilità agli occhi dei governi che contano, significa imprevedibilità e significa la rottura di vecchi rapporti e antiche clientele che hanno assicurato grandi vantaggi, ai quali non è facile rinunciare a cuor leggero.
Interessi che saranno difesi, il cammino dei tunisini per uscire dal loro incubo è ancora lungo e non è detto che il loro esempio avrà successo o sarà seguito a breve negli altri paesi vicini. Molte variabili sono in gioco e lo scoppio della crisi nel Maghreb sembra aver preso in contropiede la folla di analisti che disegnano le strategie occidentali. Sicuramente peggio di loro staranno i governi sui quali aleggia la minaccia della rivolta, incerti sul da farsi e impegnati a cercare di spegnere l'incendio prima che divampi anche nel loro paese.
Ai sinceri democratici non resta che fare il tifo per il popolo tunisino e godersi il triste spettacolo offerto dai nostri politici. A quello siamo ormai più o meno assuefatti, c'è da sperare che almeno la gioventù nordafricana riesca a incrinare questa fetida caricatura di realpolitik e contribuire ad alzare il livello di civiltà. Se ci riescono loro, farà bene anche a noi.

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