involuzione

involuzione
FIRMA LA PETIZIONE
Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

lunedì 28 febbraio 2011

L'AFRICA SECONDO IL COLONNELLO (Dossier Libia) di Luca Ozzano

Nonostante le fantasiose provocazioni di Gheddafi

identificano come libici Shakespeare, i fondatori di Venezia, e persino gli Indiani d'America), la Libia diventò uno stato effettivamente indipendente solo dopo la Seconda Guerra Mondiale. Territorio soggetto nella storia a diverse dominazioni (quella Fenicia e poi Cartaginese, quella romana, quella dei Vandali, quella dei vari califfati arabi, quella ottomana e, infine, quella italiana), l'odierna Libia è anzi stata spesso frazionata fra diverse dominazioni in conflitto fra loro. Questo è dovuto non solo alla tradizionale divisione del Paese nelle due principali Province di Tripolitania e Cirenaica, ma anche alla posizione geopoliticamente rilevante della Repubblica Araba, che rappresenta quasi un confine naturale fra le regioni arabe nordafricane colonizzate dalla Francia (Maghreb) e quelle mediorientali colonizzate dall'Impero Britannico (Mashrek). Per di più, con la sua ampia estensione costiera, il Paese rappresenta anche una vitale testa di ponte strategica nel bacino del Mediterraneo (come ben sanno USA e Regno Unito, che non hanno mai perdonato a Gheddafi l'eliminazione delle loro basi in territorio libico dopo la rivoluzione del 1969). Questi fattori geografici, infine, sono resi ancora più significativi dal fatto che Libia sia uno dei più importanti produttori di petrolio a livello internazionale. L'indipendenza del Paese, e gli eventi che essa ha portato specie negli ultimi trent'anni, non hanno però cambiato la struttura tradizionale e tribale della società libica, esaltata anche dallo stesso Gheddafi, che (egli stesso figlio di abitanti del deserto) ha sempre vissuto in una tenda e deplora spesso in scritti e discorsi la vita corrotta e inquinata della città. Abitata in origine da popolazioni nomadi Berbere, la Libia venne islamizzata già nel VII secolo, durante la fulminea avanzata delle armate arabe, che sarebbe stata arrestata solo alle porte della Francia. I nomadi, tuttavia, pur adattandosi in fretta alla nuova religione (che adottarono in forme del tutto proprie) non raggiunsero mai una vera e propria integrazione con gli invasori arabi, che andarono a formare un'élite urbana stanziata in prevalenza nelle zone costiere. 

DA PROVINCIA TURCA A COLONIA ITALIANA

Il passaggio dal controllo dei decadenti califfati arabi a quello della Sublime Porta Ottomana (avvenuto alla fine del XVI secolo, dopo alcuni decenni in cui il Paese era stato conteso fra varie potenze) non cambiò significativamente né la struttura sociale, né il modo di vivere dei Libici. L'odierna Libia rimase fino all'inizio del XX Secolo sotto il controllo Turco (ma amministrata da funzionari stanziati sul luogo), godendo a seconda dei periodi di un più o meno elevato grado di autonomia. In particolare, nel periodo della potente dinastia Karamanly, Tripoli giocò un ruolo centrale rispetto alla pirateria nel Mediterraneo, allora molto fiorente. Quando, nel XIX secolo, tutte le grandi potenze europee iniziarono una gara forsennata per la conquista di colonie oltremare, la Libia, scarsamente popolata (ancora oggi supera appena i 5 milioni di abitanti) e (secondo le concezioni del tempo) priva di risorse utili, venne scartata da Francia e Inghilterra. Il Paese venne così occupato da un outsider della scena mondiale come l'Italia (che aveva dovuto rinunciare alla più ambita Tunisia, proprio a favore dei Francesi). Benché il Governo Giolitti non nutrisse particolari ambizioni espansionistiche, fu spinto alla conquista sia da fattori interni (gran parte del mondo politico e degli opinion leaders spingeva per l'avventura coloniale, insieme ad 'insospettabili' come il poeta Giovanni Pascoli) sia internazionali (la conquista francese del Marocco del 1911 faceva temere un'ulteriore espansione dei vicini anche in Tripolitania e Cirenaica, che erano state riconosciute zone di influenza italiane già in un trattato del 1902). Dopo una rapida conquista dei centri costieri nell'autunno 1912, tuttavia, l'esercito sabaudo dovette fronteggiare una dura resistenza proprio da parte dei nomadi del deserto, che resero necessario l'impiego di un corpo di spedizione di 100000 uomini in una lunga ed estenuante lotta. La conquista costò molte vite all'esercito occupante, e ancora di più alla popolazione libica: ancora oggi Gheddafi continua a reclamare per le atrocità commesse dai nostri connazionali in Libia, a suo parere mai sufficientemente riparate. Effettivamente, i Generali Badoglio e Graziani, inviati in successione dall'Italia per avere ragione dei Mujaheddin libici, tennero un comportamento molto duro, effettuando ritorsioni anche sulle popolazioni civili, ed inviando probabilmente decine di migliaia di libici in campi di concentramento appositamente costituiti (mentre si ignora il destino di altre migliaia, inviati al confino oltremare). Quando gli invasori, impiccando l'anziano leader Omar Al-Moktar, ebbero finalmente ragione della resistenza dopo vent'anni di lotta, il numero delle vittime era ormai incalcolabile (fonti libiche affermano addirittura il 50% della popolazione). I rancori del Colonnello sono tuttavia motivati anche da fattori personali, dato che sia il nonno del leader libico che altri membri della famiglia caddero nella lotta contro l'oppressore, mentre il padre rimase ferito in battaglia; lo stesso Gheddafi porta ancora oggi le cicatrici provocate dallo scoppio di una mina italiana che uccise due suoi cugini, quando lui aveva solo sei anni. Gli italiani lasciarono però anche scuole e infrastrutture importanti (come la strada che unisce Tripolitania e Cirenaica), a testimonianza dei trent'anni di occupazione, oltre ad una monumentale cattedrale nel centro di Tripoli oggi trasformata in moschea. Italo Balbo, Governatore dal 1934, cercò inoltre di dare profondità all'insediamento italiano con la creazione di fattorie nelle zone più fertili, da dove gli indigeni vennero cacciati per fare posto ai nostri connazionali. Nel 1943 tuttavia l'occupazione italiana terminò, di fronte all'inesorabile avanzata inglese nel Nordafrica. 

L'INDIPENDENZA

Dopo la conclusione della guerra, una risoluzione delle Nazioni Unite datata 21 Novembre 1949 determinò l'indipendenza per la Libia, da attuarsi non oltre il 1° Gennaio 1952. Sotto il controllo di un commissario ONU, consultazioni con le amministrazioni delle 3 Province di Tripolitania, Cirenaica e Fezzan posero le basi per la formazione di un'Assemblea Nazionale. Tale consesso, riunitosi per la prima volta nel Novembre 1950, stabilì la forma di governo monarchica e una struttura amministrativa federale per il nuovo Stato. La corona venne offerta al pio Emiro di Tripolitania, Idris al Senussi (nipote del leader religioso che nel 1843 aveva creato la confraternita musulmana dei Senussi, che, dedita all'educazione religiosa delle popolazioni rurali, inviava missionari in tutto il Sahara dalla propria sede di Cufra). Pur sostenuta dagli alleati inglesi e americani, che conservavano strategiche basi militari nel Paese (in particolare la base di Wheelus Field, una delle più grandi del Mediterraneo), la Libia non riuscì tuttavia a raggiungere la stabilità, in un periodo in cui i ritrovamenti petroliferi cambiavano il profilo economico e sociale del Paese, nel vicino Egitto Nasser infiammava le masse Arabe contro l'imperialismo Occidentale, e in Medio Oriente si sviluppavano le prime vicende dell'eterno conflitto fra arabi e israeliani. Mentre sempre più larghi strati sociali, fino a settori dell'esercito, si convertivano all'ideologia panaraba di Nasser, il movimento studentesco agitava le piazze giungendo persino a scontri aperti con la polizia. Una escalation della situazione si ebbe nel 1967, quando le notizie dell'occupazione israeliana del Sinai provocarono il proclama del jihad nelle moschee e folle urlanti presero d'assalto case e negozi di Ebrei e Italiani, provocando decine di morti. Proprio nelle Università, e poi nell'esercito, trovò i suoi membri (principalmente fra le classi sociali più disagiate) il movimento rivoluzionario (poi chiamato 'degli Ufficiali Liberi') guidato da Muammar Gheddafi, che nel 1969, con un colpo di stato quasi esente da spargimenti di sangue (vedi box) prese il potere.

GHEDDAFI E IL PETROLIO LIBICO

I dodici uomini del Comitato Rivoluzionario asceso al potere fecero di una radicale piattaforma di giustizia sociale islamica il primo punto del loro programma. Sul versante internazionale, offrirono immediatamente la loro alleanza all'Egitto di Nasser, mentre, forse per prudenza, non si pronunciarono immediatamente sullo status delle basi inglesi e americane (che tuttavia, dopo forti pressioni libiche, vennero abbandonate già l'anno seguente). Allo stesso modo, non si decise immediatamente di nazionalizzare le risorse petrolifere, pur pretendendo una rinegoziazione degli accordi con le compagnie occidentali. Nel giro di pochi anni, infatti, il Paese aveva conosciuto l'incremento più vistoso fra i produttori mondiali di petrolio, passando da una produzione insignificante all'inizio degli anni '60 ad una di oltre 70 milioni di tonnellate nel 1966. Tuttavia, le royalties lasciate al fisco del Paese produttore erano irrisorie. A questo stato di cose, dopo il rifiuto delle compagnie di modificare i termini degli accordi, pose rimedio Jallud (lo storico vice di Gheddafi) con una intelligente strategia: individuate le compagnie più deboli, ordinò loro una forte riduzione della produzione ed altre restrizioni, che alla fine le spinsero ad accettare le condizioni contrattuali poste da Tripoli. Intimidite dall'aggressività libica, anche le più grandi compagnie cedettero, ad una ad una. Le royalties, anche per la Libia, salirono poi alle stelle dopo la crisi degli anni '70, che portò il prezzo del greggio a livelli impensati. Il petrolio libico era già allora particolarmente richiesto, anche a causa della sua eccezionale qualità, e divenne, anche data la vicinanza geografica, una componente fondamentale delle importazioni di greggio europee. L'ex colonia ha sempre rivestito un ruolo di primaria importanza commerciale soprattutto nei confronti dell'Italia, che nel 1999 riceveva il 33% delle esportazioni libiche (prevalentemente petrolio e gas naturale) e forniva il 24% delle importazioni (soprattutto cibo, macchinari e prodotti manifatturieri). L'impegno libico nel nostro Paese è ben esemplificato dalla partecipazione del Governo di Tripoli nella FIAT che, abbandonata dopo l'embargo, è stata recentemente rinnovata. Gheddafi, per ragioni strategiche, preferì una produzione controllata ad uno sfruttamento indiscriminato delle risorse del suo Paese (tanto che si stima che solo ¼ delle risorse petrolifere libiche sia coperto da accordi di sfruttamento). Le ingenti royalties comunque ricavate vennero impiegate per un avanzato programma sociale che prevedeva istruzione ed assistenza medica gratuite nonché una legislazione di protezione dei diritti dei lavoratori in linea con i più elevati standard occidentali, come previsto anche dal Libro Verde di Gheddafi (vedi box). Soprattutto, però, le nuove risorse a disposizione andarono a finanziare gli ambiziosi obiettivi internazionali del Colonnello. 


AMBIZIONI DI CONQUISTA


La prima opzione del leader libico, come anche evidenziato nei suoi scritti, è sempre stata naturalmente il Panarabismo, ideologia avente per obiettivo l'unione di tutti i Paese Arabi in un'unica nazione. Sulle orme di Nasser, che per un breve periodo era riuscito a realizzare un unico stato comprendente Egitto e Siria, Gheddafi infatti tentò a più riprese, e con i mezzi più svariati, di realizzare fusioni fra il suo Paese e i vicini (dall'Egitto alla Tunisia al Ciad), rimanendo tuttavia sempre frustrato. Forse spinto anche dal senso di limitatezza insito nel guidare un Paese di pochi milioni di persone, Gheddafi equipaggiò l'esercito libico in modo spropositato alla sua consistenza numerica, acquistando moderni armamenti dall'Europa e poi, dopo la svolta degli anni '80, dall'Unione Sovietica. L'esercito libico arrivò persino a possedere più aerei dell'aviazione militare britannica mentre, caso quasi unico nel panorama islamico, includeva nei propri ranghi anche le donne. Tuttavia, data sia la scarsità di effettivi che di preparazione, praticamente tutte le avventure militari volute da Gheddafi si risolsero in disfatte. E' il caso della breve guerra del 1977 contro l'Egitto di Sadat (a cui si rimproverava la svolta filoamericana), di quella del 1979 a difesa dell'Uganda (invaso della Tanzania) e soprattutto del ventennale e sfibrante conflitto ingaggiato in Ciad. Gheddafi si inserì per la prima volta nella guerra civile che dilaniava da anni il Paese vicino nel 1973, con alcune annessioni territoriali di confine, intervenendo poi in modo più ingente nel 1979 a fianco del Governo in carica contro i ribelli di Habré. Tradito di volta in volta dai propri alleati o defenestrato dalle operazioni dei servizi segreti occidentali, il Colonnello, nonostante le massicce risorse impiegate e le ingenti perdite di vite umane, non riuscì mai né a controllare il Ciad, né a realizzare la ventilata fusione di questo con la Libia. Le operazioni militari si conclusero con un nulla di fatto nel 1987, ma le vertenze territoriali durarono fino al 1994, quando la Corte di Giustizia dell'Aia impose alla Libia di lasciare gli ultimi territori ciadiani ancora in suo controllo.


LIBIA, MILITANTI E TERRORISTI


A parte gli interventi militari diretti, Gheddafi si distinse soprattutto per il sostegno più o meno aperto a una miriade di movimenti eversivi e di liberazione di tutto il mondo, con un entusiasmo che pare lo abbia portato a finanziare persino gruppi rivelatisi poi inesistenti. Molti dei gruppi finanziati (primi fra tutti i Palestinesi di Abu Nidal) erano altresì dediti all'uso della violenza. Questo particolare, in primo luogo, contribuì a dare alla Libia un'etichetta di stato terrorista da cui non sarebbe mai riuscita a liberarsi (il Colonnello Gheddafi si è sempre difeso dalle accuse sostenendo che aveva finanziato i gruppi senza poi sapere l'uso che essi avrebbero fatto dei fondi, ed aggiungendo che "se Abu Nidal è un terrorista, allora lo era anche George Washington"). Un importante aiuto della Libia (comprendente anche un intervento diretto) andò per lungo tempo ai miliziani del Libano che combattevano l'occupazione israeliana, all'OLP, al Fronte di Liberazione dell'Oman, a movimenti Curdi e al Fronte Polisario, che si batteva contro il Marocco per l'indipendenza del Sahara Occidentale. Anche al di fuori del mondo islamico la Libia fu sorprendentemente attiva, prima di tutto in Africa (Nelson Mandela è legato a Gheddafi da profonda gratitudine per l'aiuto sempre fornito all'African National Congress), ma anche nelle più svariate parti del mondo: la furia rivoluzionaria del Colonnello libico giunse infatti fino a considerare i Kanak della Nuova Caledonia e gli abitanti di Vanuatu nelle Nuove Ebridi. In Europa, e anche in Italia, la Libia fu accusata, e messa sotto inchiesta dai giudici per presunti finanziamenti ai principali gruppi armati sia di estrema destra che di estrema sinistra, oltre che a gruppi secessionisti in Irlanda del Nord, Paesi Baschi, Corsica, Sardegna e Sicilia. Tuttavia, raramente si arrivò a stabilire la verità in via ufficiale: la Libia era fra l'altro apertamente sostenuta da esponenti politici europei di primo piano (in considerazione soprattutto degli interessi economici di molte nazioni europee nel Paese), mentre rapporti di intelligence molto stretti fra Italia e Libia vennero rivelati dallo stesso capo dei Servizi libici in un'intervista alla Repubblica nel 1985. 


GHEDDAFI 'NEMICO NUMERO UNO' DEGLI USA


Le attività libiche di sostegno al terrorismo non rimasero comunque impunite, soprattutto poiché, insieme alle rivendicazioni territoriali della Libia sul Golfo della Sirte e all'atteggiamento nelle questioni petrolifere, portarono il Paese ad essere una sorta di 'nemico numero uno' dell'amministrazione Reagan. A inizio anni '80 questo stato d'animo divenne a tal punto diffuso nell'opinione pubblica statunitense e nei media che, persino nelle pellicole di intrattenimento, il ruolo dei terroristi o dei cattivi era spesso svolto dai libici. Questa situazione portò inevitabilmente allo scontro frontale con gli USA, in cui il Colonnello probabilmente sopravvalutò le proprie possibilità, subendo un pesante attacco aereo nel 1986 (vedi box). Questo luttuoso evento, dopo il quale Gheddafi si mostrò insolitamente cauto, lo condusse probabilmente ad una amara autocritica. Innanzitutto, era da escludersi l'ipotesi di una crociata contro l'Occidente, dato che nessuno degli altri Paesi islamici sembrava disposto ad andare al di là di un generico appoggio formale alla Libia. Secondariamente, erano da ridimensionare le speranze che la Libia riponeva in alcuni leader europei con cui Gheddafi intratteneva rapporti di fiducia: è noto che Mitterrand e Craxi sapevano dell'attacco americano alla Libia in anticipo ma non fecero nulla per far trapelare la notizia. E' più che probabile, inoltre, che l'azione USA avesse tolto al Colonnello una sensazione di impunità che poteva avere prima dell'Operazione El Dorado Canyon. Anche sul fronte interno, nel frattempo, il sostegno al regime non era più quello entusiasta e incondizionato dei primi anni. Pare che, parallelamente alle azioni militari dirette ed indirette, gli USA fossero particolarmente attivi contro la Libia anche in termini di intelligence: secondo quanto rivelato all'epoca da Bob Woodward sul Washington Post, i vertici USA, dopo avere fallito nell'eliminazione fisica del Colonnello, orchestrarono una complessa operazione volta sia a fare pressione psicologica sul leader (convincendolo dell'esistenza di una forte opposizione interna e dell'infedeltà dei più stretti collaboratori, secondo l'ipotesi che Gheddafi fosse già sull'orlo di un crollo psichico), sia a far credere agli alleati europei che nuovi attentati terroristici fossero imminenti.


DOPO IL 1986: NUOVE STRATEGIE E SANZIONI ONU


Dopo un periodo di ritiro spirituale fra le sabbie del deserto, la risposta di Gheddafi all'attacco USA consistette in un rafforzamento dei legami con l'Unione Sovietica (non a caso il raid era stato interpretato da una parte della stampa come un avvertimento all'URSS, in un periodo in cui lo scontro frontale fra le due superpotenze era particolarmente intenso anche in Nicaragua). Inoltre, nell'ambito di un ammorbidimento delle relazioni sia con i vicini che con l'Occidente, Gheddafi decise di chiudere i campi di addestramento per militanti stranieri in Libia e si pose in una veste inedita di mediatore (ad esempio, fra i diversi gruppi palestinesi). La sua iniziativa diplomatica si rivolse con particolare intensità verso il continente africano, ancora come mediatore di pace, e come promotore dell'Union du Maghreb Arabe (UMA), una sorta di mercato comune nordafricano. Nella guerra del Golfo, la Libia non si schierò (come fecero invece altre nazioni arabe) in sostegno dell'Iraq, e anzi propose un piano di pace per scongiurare il confronto militare. Anche i rapporti con l'Italia migliorarono, con un accordo firmato da Gheddafi e Andreotti che finalmente liquidò in gran parte il contenzioso per l'occupazione italiana. Tutto questo non impedì che la Libia tornasse sotto la luce dei riflettori, accusata di implicazioni in alcuni attentati ad aerei civili (fra cui il più noto era senz'altro quello di Lockerbie) che avevano causato la morte di centinaia di persone, nonché di fabbricare armi chimiche nell'impianto di Rabta (che secondo la Libia era solo uno stabilimento farmaceutico). La controversia sull'impianto di Rabta, in particolare, portò gli USA ad un passo da un nuovo attacco al Paese (che probabilmente fu evitato solo grazie agli eventi nell'est europeo, che distolsero l'attenzione da Tripoli). Le presunte implicazioni libiche negli attentati aerei, invece, ebbero conseguenze negative più durature, proprio quando il Colonnello Gheddafi pareva essersi conquistato una nuova immagine di uomo di pace e di moderato grazie alle molteplici azioni svolte a livello internazionale. La vicenda ebbe inizio nel Settembre 1991, quando un Giudice Istruttore francese affermò di avere individuato nei servizi segreti libici i responsabili di un attentato avvenuto nei cieli dell'Africa nel 1989; pochi mesi dopo, le autorità USA e britanniche sostennero una tesi analoga per l'attentato all'aereo della PanAm caduto a Lockerbie in Scozia nel 1988. DI qui un lungo tira e molla fra le autorità di Tripoli e le potenze occidentali, che pretendevano la consegna di due cittadini libici ritenuti responsabili per la strage. Gheddafi rifiutava l'estradizione, sostenendo che all'estero i suoi connazionali non avrebbero goduto di un processo equo. La sua proposta prevedeva invece un processo da tenersi a Tripoli con la partecipazione di giudici occidentali e di tutte le parti in causa; al rifiuto delle controparti, alcuni mesi dopo, arrivò a proporre di consegnare gli imputati ad un Paese neutrale, come Malta o l'Egitto. Di nuovo gli Stati Uniti e la Gran Bretagna rifiutarono e, infine, riuscirono a indurre il consiglio di Sicurezza dell'ONU (con 10 voti a favore ma senza il voto dei Paesi del Terzo Mondo) a imporre sanzioni su armi, petrolio e voli aerei da e per la Libia con la Risoluzione 748 del 31 Marzo 1992 (aggravata poi dalla Risoluzione 883 dell'11 Novembre 1993). Il regime libico divenne inoltre oggetto di un embargo totale unilaterale da parte degli USA, che più tardi, con il Libya and Iran Sanctions Act (o legge d'Amato) del 1996, stabilirono anche la possibilità di sanzioni per paesi terzi che esportassero beni proibiti (principalmente armi e macchinari di raffinazione) in Libia, o beni civili per più di 40 milioni di Dollari. Gli anni dell'embargo, nonostante i tentativi di mantenere la normalità, furono particolarmente probanti per il Paese, in cui per la prima volta si ebbero aperte manifestazioni di dissenso dal Leader anche sulla stampa, e probabilmente scontri interni al regime (Jallud, storico braccio destro di Gheddafi e presunto 'falco' fu allontanato dal potere nel 1993). Il Colonnello tentò di migliorare la situazione con una strategia di lungo periodo, che comprendeva un ulteriore ammorbidimento verso molti Stati occidentali e un rafforzamento delle sue iniziative diplomatiche verso il continente africano. Un anno particolarmente fruttuoso fu il 1997, quando il Vaticano decise di stabilire legami diplomatici ufficiali con la Libia, e Gheddafi violò unilateralmente l'embargo aereo per compiere un viaggio in diversi Paesi del Continente Nero in cui concludere accordi ed alleanze. L'embargo veniva ormai sistematicamente aggirato non solo dai vicini Arabi della Libia, ma anche dalla maggior parte dei Paesi europei, con gli USA quasi isolati sulla linea dura. Nell'Aprile 1999, quando la Libia si decise a compiere il passo finale di consegnare alla Gran Bretagna i sospetti di Lockerbie, le sanzioni (tranne quelle sulle armi) vennero tolte: contro il Paese rimase in pratica solo la legislazione emanata dagli Stati Uniti, mentre i Paesi europei incrementarono ulteriormente gli scambi economici con Tripoli, già sostenuti negli ultimi anni in violazione dell'embargo (già nel 1997 Roma e Tripoli si erano accordate per la costruzione di un faraonico gasdotto, che avrebbe fatto della Libia il terzo fornitore di gas naturale dell'Italia). La sospensione delle sanzioni, inoltre, ha permesso negli ultimi anni a Gheddafi la continuazione della sua strategia di integrazione africana, mirante, in accordo con altri importanti Paesi come Sudafrica e Nigeria, alla sostituzione dell'Organizzazione per l'Unità Africana (OUA) con una vera e propria Unione Africana, simile (in prospettiva) al modello dell'Unione Europea. 

"OPERAZIONE GERUSALEMME"

Cronaca di un golpe quasi perfetto

L'operazione che portò al potere il ventisettenne Gheddafi (e poche decine o, al massimo, centinaia di compagni reclutati durante gli anni 60 prima nelle Università e poi nell'esercito Libico) colse di sorpresa gli osservatori interni ed internazionali, al punto che molti si rifiutarono di credere che il gruppo avesse agito da solo, suggerendo che fosse stato appoggiato da una potenza esterna, probabilmente l'Egitto di Nasser. Tuttavia, nessuna prova di una tale coinvolgimento venne trovata: non era d'altra parte credibile pensare che uomini del tutto sconosciuti nel loro stesso Paese potessero godere di simili appoggi oltre confine. Gli stessi servizi segreti libici confessarono che tenevano da tempo d'occhio Gheddafi e compagni, ma li avevano lasciati in pace perché non li avrebbero mai ritenuti capaci di compiere nulla di nocivo. Probabilmente, la sorpresa e la perfetta organizzazione delle squadre all'opera, insieme alla situazione di sfascio cui era giunta la Libia sul finire degli anni '60, furono proprio i fattori decisivi per il successo dell'operazione. Eppure, ben tre rinvii (due per eventi contemporanei che consigliavano una dilazione ed uno per una carenza organizzativa) rischiarono di mandare all'aria i piani dei congiurati. Dalla data iniziale (fissata per il 12 Marzo 1969) si era infatti arrivati all'estate inoltrata senza passare all'azione: quello che spinse Gheddafi alla decisione di agire al più presto fu il trapelare della notizia che altri gruppi insurrezionali stavano preparando azioni analoghe a breve termine. Il colpo di stato venne quindi fissato irrevocabilmente per la notte fra il 31 Agosto e il 1 Settembre. Il piano prevedeva che diverse squadre (quella di Bengasi comandata dallo steso Ghaddafi, quella di Tripoli dal suo vice Jallud) agissero contemporaneamente in diverse località per neutralizzarne il potenziale militare. Una particolare importanza (frutto dell'esperienza del giovane ufficiale Gheddafi nei campi di addestramento inglesi) venne attribuita anche agli apparati di comunicazione. Poco dopo la mezzanotte, dopo avere pregato per la buona riuscita dell'opera, i congiurati passarono all'azione. Alle 2 di notte, mentre la squadra di Gheddafi penetrava negli alloggi degli ufficiali superiori di stanza a Bengasi mettendoli agli arresti, altre squadre neutralizzavano le altre principali caserme, catturavano il principe ereditario (il Re era momentaneamente all'estero) e prendevano il controllo della Radio nazionale. Il favore con cui sia la popolazione che le forze dell'ordine accolsero l'azione determinò una singolare limitatezza di spargimento di sangue: solo un morto e 15 feriti per un'azione di portata così vasta. Alle 6.30 del mattino, quando l'esito dell'operazione era ormai certo, lo stesso Gheddafi, penetrato nei locali della stazione radio di Bengasi, lesse al popolo libico (che si stava svegliando senza saperlo all'alba di una nuova era) il proclama che decretava la nascita della Repubblica Araba Libica. Il potere venne preso in via provvisoria dai 12 uomini del Consiglio per il Comando della Rivoluzione, ovviamente nelle persone dei leader del colpo di stato. Tuttavia, all'opinione pubblica e alla stampa internazionali occorse diverso tempo per comprendere l'esatto svolgimento dei fatti e l'identità dei nuovi leader. Soprattutto si ignorava che il giovane ufficiale dell'esercito libico che aveva letto il proclama radiofonico sarebbe diventato uno dei leader più longevi, noti e controversi di tutto il panorama mondiale.


LA 'TERZA TEORIA UNIVERSALE'

L'ideologia di Gheddafi come espressa nel suo 'Libro Verde'

La Terza Teoria Universale venne ideata dal Colonnello quattro anni dopo la sua ascesa al potere, nel tentativo di dare una forma logica alle riforme intraprese in quegli anni nel suo Paese. Presentata in modo fastoso, con quella che il New York Times definì una "conferenza stampa maratona" di sei ore di fronte a centinaia di giornalisti invitati in Libia da tutto il mondo, la teoria rappresentava l'ambizioso tentativo di dare una risposta islamica alle due ideologie allora dominanti, quella liberale e quella socialista. Le idee presentate da Gheddafi nel 1973 vennero poi sviluppate, in quello che venne battezzato 'Libro Verde', durante i cinque anni successivi. Forse anche per le eccessive pretese, l'opera non venne presa molto sul serio, e venne definita sbrigativamente dai più come un coacervo di spunti mal digeriti tratti da una serie di autori diversi. Ciononostante, il libro non mancò di estimatori: si narra che Giulio Andreotti ne abbia offerta in dono una copia ad un perplesso Ronald Reagan nel tentativo di propiziare migliori relazioni fra la Libia e gli USA. Anche un esperto italiano di affari libici, Angelo del Boca, definisce l'opera "una delle poche risposta del mondo arabo-islamico allo strapotere dell'Occidente, anche nel campo del pensiero politico", che "ad una attenta lettura senza pregiudizi può persino sembrare di grande attualità". Del Boca si riferisce in particolare alle proposte del Colonnello in tema di democrazia diretta e deliberativa, non molto distanti da quanto teorizzato dagli studiosi occidentali sulla crisi del sistema democratico-parlamentare. Il libro si divide in tre parti, che si occupano rispettivamente della parte politica, economica e sociale della Terza Teoria. Politicamente, la proposta di Gheddafi si basa su una decisa formula di democrazia diretta, secondo il principio "nessuna rappresentanza al di fuori del popolo". In quest'ottica, viene aspramente criticato il sistema rappresentativo parlamentare, e in particolare il Partito (allo stesso modo del concetto di Classe nell'ideologia Sovietica), definito "il più recente sistema dittatoriale", strumento di una parte di cittadini (con in comune gli stessi valori e le stesse idee) per dominare la società. Allo stesso modo, il Parlamento, essendo composto in maggioranza dai rappresentanti del partito o dei partiti vincitori, viene ritenuto incapace di quella funzione di controllo che gli spetterebbe. La proposta del Colonnello prevede invece un sistema basato su assemblee popolari di base incaricate di dibattere i problemi, che deleghino successivamente propri membri per il Congresso generale del popolo, da tenersi una volta l'anno. La proposta, benché apparentemente semplicistica, tocca però nervi scoperti del sistema parlamentare, ad esempio quando deplora la natura di 'macchine elettorali' dei partiti: in quanto la loro finalità primaria di conquista del potere porta a risultati paradossali, come criticare l'operato dei partiti avversari, anche quando questo sia stato positivo. Dal punto di vista economico, la teoria di Gheddafi appare invece meno equidistante fra Est ed Ovest, prevedendo un modo di produzione socialista basato sull'abolizione del salario, in cui i lavoratori, essendo anche i produttori, partecipino direttamente agli utili ricavati dal loro lavoro. La comunità internazionale, invece, dovrebbe essere formata da nazioni che comprendano tutti gli individui appartenenti ad un'unica religione, mentre la legge naturale, nel pensiero del leader Libico, dovrebbe corrispondere a quella divina rivelata. La base della società è rappresentata dalla famiglia (che è anche il luogo dove dovrebbe avvenire l'educazione primaria) e, ad un livello più ampio, dalla tribù. Il libro Verde afferma, inoltre, la dignità delle donne (che dovrebbe realizzarsi nell'espletamento di compiti 'naturalmente' differenti da quelli dell'uomo, ma con pari diritti), il diritto di tutti gli esseri umani di accedere ad ogni forma di sapere e il grande beneficio, sia a livello personale che sociale, che deriva dalla pratica attiva dello sport.


OPERAZIONE EL DORADO CANYON

Come gli USA tentarono di eliminare il Colonnello

Negli oltre 30 anni passati al potere in Libia, Muammar Gheddafi è stato oggetto di numerosi tentativi di assassinio e di colpi di stato per rovesciare il suo regime. Sicuramente il più eclatante, anche perché condotto apertamente da una grande potenza occidentale, fu l'attacco aereo americano del 1986 dal nome in codice 'Operazione El Dorado Canyon'. Al di là delle motivazioni immediate, l'evento fu il frutto di anni di cattivi rapporti fra Libia e USA, e particolarmente fra il Colonnello e il Presidente Reagan, che arrivò (probabilmente sopravvalutando le reali risorse libiche) a concepire Gheddafi come la minaccia numero uno per gli interessi americani in Medio Oriente. I rapporti fra i due leader, già negativi subito dopo l'elezione di Reagan, sfociarono col tempo in un vero e proprio botta e risposta mediatico fatto prevalentemente di insulti reciproci. Alle origini della contesa stavano però anche ragioni concrete, da ricercarsi prevalentemente nelle ambizioni internazionali del leader libico. Washington era preoccupata infatti sia dall'appoggio dato da Tripoli ad organizzazioni terroristiche come Abu Nidal che dall'interventismo di Gheddafi, che si esprimeva anche in rivendicazioni territoriali (in generale su molte isole del mediterraneo, fra cui quelle italiane, ma specialmente, in questo caso, sul Golfo della Sirte, per cui Tripoli rivendicava lo status di mare territoriale). La prima mossa concreta di Reagan contro la Libia fu l'appoggio all'opposizione in Ciad, dove Gheddafi si era impegnato in una lunga ed estenuante guerra. Nel 1985, non contenta della punizione già inflitta, l'amministrazione USA varò il Piano Flower, che comprendeva diversi progetti, che andavano dal sostegno attivo all'opposizione clandestina libica per rovesciare il regime del Colonnello, ad un attacco a sorpresa alla Libia con il coinvolgimento dell'Egitto. Gli attacchi terroristici a Roma e Vienna del Natale 1985, dietro cui Reagan vedeva la mano di Gheddafi, convinsero gli USA a passare alla fase operativa. Dopo il dispiegamento di forze aeree e navali intorno alla Libia, un primo scontro, che coinvolse soltanto obiettivi militari, si ebbe il 25 Marzo (pare con alcune decine di morti da parte libica). Dopo gli attentati dei giorni successivi ad un aereo della TWA e ad una discoteca di Berlino Ovest frequentata da militari americani, gli USA (ufficialmente basandosi su alcune intercettazioni di comunicazioni fra Tripoli e agenti libici a Berlino Est, e nonostante segnalazioni di intelligence che propendevano per la pista siriana) decisero di andare fino in fondo, con quella che venne chiamata 'Operazione El Dorado Canyon'. Coinvolgendo oltre cento aerei (oltre a mezzi addizionali per ricerche e supporto logistico), l'operazione si basò su una coordinazione delle forze della marina e dell'aviazione americana. La complessità dell'azione venne accresciuta anche dal lungo percorso che una parte degli aviogetti, provenienti dalle basi inglesi, dovevano compiere, non essendo stato concesso il sorvolo del territorio francese e spagnolo. Gli obiettivi dell'azione, scattata alle 2 di notte del 15 Aprile 1986, erano 5: gli aeroporti militari di Tripoli e Bengasi, la base navale di Sidi Bilal (dove si diceva che terroristi venissero addestrati per azioni sottomarine), la base missilistica di Benina in Cirenaica, e, infine, la caserma di Bab al'Aziziyyah (ufficialmente perché centro di comando per operazioni terroristiche, ma in realtà perché residenza abituale di Gheddafi). Gli aerei F-111 dell'aviazione si occuparono degli obiettivi nella zona di Tripoli, mentre agli A-6 e A-7 della marina vennero assegnati quelli nei pressi di Bengasi. L'attacco andò a segno ovunque; l'aviazione libica, probabilmente colta di sorpresa, non ebbe nessuna reazione, mentre la contraerea riuscì ad abbattere un aereo USA e a colpirne un altro. L'azione provocò 37 vittime secondo le fonti ufficiali libiche, molti di più secondo altre testimonianze. Non ebbe successo, però, in quello che probabilmente era l'obiettivo principale, vale a dire l'assassinio del Colonnello Gheddafi. Tuttavia, lo stesso leader libico avrebbe raccontato, in un'intervista di alcuni giorni dopo riportata da La Repubblica, l'orrore del bombardamento notturno alla sua residenza, quando si era precipitato in soccorso dei bambini, senza però riuscire a salvare la figlia adottiva Hanna (la moglie e altri due figli rimasero invece feriti). Le reazioni da parte libica (a parte il lancio 'a caldo' di due missili contro una base radar USA a Lampedusa, ampiamente fuori bersaglio) furono insolitamente sommesse. Probabilmente, il mancato sostegno sia dell'Europa che del mondo Arabo (che condannò l'azione USA solo a parole) fece capire al Colonnello che era necessario un cambiamento di rotta nelle relazioni internazionali, dal momento che, in mancanza di alleanze consistenti, nessuna resistenza era possibile contro lo strapotere USA.


GHEDDAFI CONTRO OSAMA BIN LADEN

Sorprendenti rivelazioni nell'indagine di due giornalisti francesi

La Libia è stata spesso implicata nelle indagini sul terrorismo internazionale, con alcune condanne, come quella per l'attentato di Lockerbie, già passate in giudicato. Né lo stesso Ghaddafi ha mai negato l'appoggio dato negli anni '70 e '80 a gruppi come quello di Abu Nidal. Tuttavia, il regime di Tripoli non si può strettamente definire uno stato fondamentalista: già nel Libro Verde, Gheddafi mostrava un'interpretazione tutto sommato moderata dell'Islam (ne è la prova anche il corpo scelto femminile compreso nella sua guardia del corpo, le leggendarie 'gazzelle'). Se Gheddafi si è trovato spesso ad intrattenere rapporti con organizzazioni (o Paesi, come il Sudan) comunemente considerati fondamentalisti, negli anni '90 ha però maturato posizioni sempre più avverse all'estremismo religioso, arrivando a dichiarare: "I gruppi islamisti sono un'onta per la nazione araba. La loro esistenza tradisce uno stato di impotenza e di perdizione", oltre che a pronunciarsi contro l'esportazione del Jihad in Europa e negli USA. In questo quadro vanno inserite le rivelazioni di due ricercatori francesi, Jean-Charles Brisard e Guillaume Dasquié, che nel loro recente lavoro Ben Laden. La verité interdite (Ed. Italiana La verità negata, Marco Tropea Editore, 2002) mostrano un documento eccezionale: il primo mandato di cattura internazionale che, a detta degli autori, sia mai stato emesso contro Osama bin Laden. L'eccezionalità del documento sta nel fatto che non è stato emesso da un Paese occidentale, ma su richiesta del Ministero degli Esteri della Libia, il 15 Aprile 1998, per l'uccisione di due cittadini tedeschi (secondo alcune fonti, agenti del controspionaggio del loro Paese) avvenuta in suolo libico 4 anni prima. Il primo interrogativo che gli autori del libro si pongono (senza però riuscire a dargli una risposta) è come mai, a due anni dall'attentato di Dhahran, le autorità americane non avessero ancora emesso un documento analogo. Il secondo è perché proprio le autorità libiche abbiano invece preso questa iniziativa. La risposta, secondo i due giornalisti francesi, è da ricercarsi nell'appoggio fornito a bin Laden ad un gruppo fondamentalista, Al Muqatila, che aveva come obiettivo la penetrazione e la presa di potere in Libia. Gli autori citano inoltre un ex agente del servizio segreto britannico M15, David Shayler, il quale sosterrebbe che i servizi segreti britannici avrebbero programmato, fallendo, "un'operazione per uccidere Gheddafi nel Novembre 1996, proprio con l'appoggio di Al Muqatila". Sullo stesso argomento, a due mesi dall'attentato alle torri gemelle, apparvero anche su internet (consultabili alla pagina http://allafrica.com/stories/200111300053.html) stralci di un'intervista di un giornale arabo ad un funzionario libico, Ali Abdel Salam Al-Triki, il quale avrebbe affermato: "Quando chiedemmo all'Interpol l'arresto di Osama bin Laden, furono i Paesi occidentali che lo difesero", aggiungendo che il Presidente Reagan "ad un certo punto lo considerava un combattente per la libertà, poiché combatteva i Comunisti".

BIBLIOGRAFIA

Chi volesse approfondire gli argomenti trattati in questo articolo può consultare le opere di Angelo del Boca, prima fra tutte le bellissima biografia Gheddafi. Una sfida dal deserto (Laterza 1998),
Per saperne di più sull'Islam in Libia, vedere il reportage "Islam e utopia" di Monika Bulaj (Internazionale n. 448/450 del 2 Agosto 2002),
mentre per le vicende più recenti "Il ritorno spettacolare della Libia" di Bruno Calles de Salies (Le Monde Diplomatique del Gennaio 2001 - Ed. It. Supplemento a Il Manifesto).
Su internet si possono trovare informazioni più specifiche (prevalentemente in lingua inglese) nei seguenti siti:
http://www.geocities.com/Athens/8744/mylinks1.htm (sito semi-istituzionale di risorse sulla Libia)
http://ourworld.compuserve.com/homepages/Dr_ibrahim_ighneiwa/ (risorse varie sul Paese, fra cui ottime pagine e foto su colonizzazione italiana e resistenza)
http://www.cia.gov/cia/publications/factbook/geos/ly.html (CIA World Factbook - Aggiornatissimo)
http://lcweb2.loc.gov/frd/cs/lytoc.html#ly0067 (Dati della Libreria del Congresso USA - datati 1987)
http://www.countryreports.org/history/libyhist.htm (storia della Libia dall'antichità)
http://www.specialoperations.com/Operations/dorado.html (operazione El Dorado Canyon)
http://www.amicus.it/libri/libroverde/ (il Libro Verde di Gheddafi in lingua italiana)

Nessun commento: