involuzione

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FIRMA LA PETIZIONE
Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

venerdì 30 marzo 2012

No tav,volantini a scuola e ti sospendono

A Susa la scorsa settimana è successo qualcosa di molto particolare, presso l’Itis, istituto tecnico medio superiore, gli studenti no tav hanno distribuito dei volantini nelle classi. I medesimi volantini  veniva in contemporanea distribuiti dal movimento al mercato della cittadina, in quella che è una importanete e costante opera di informazione praticata da anni. A Susa inoltre hanno sede due ditte a dir poco particolari, di cui abbiano narrato la storia a più riprese, si tratta della ditta Italcoge e della ditta Martina. Entrambe le ditte, oltre ad essere fallite e misteriosamente risorte più volte sono state scelte da LTF (Lyon Turin Ferroviare general contractor Torino Lione) per allestire le recinzioni a filo spinato e muri del cantiere di Chiomonte. Entrambe poi, e non è poco sono state coinvolte dall’inchiesta Minotauro della procura torinese sull’infiltrazione della ndrangheta al nord. Se da sempre il movimento no tav dice tav=mafia non è solo per le tesi del procuratore Fernando Imposimato o per le esperienze degli altri cantieri italiani ma per una triste esperienza diretta, fatta di queste inchieste locali ma anche di presidi bruciati, macchine bruciate, lettere minatorie con proiettili di cui però la magistratura sembra non interessarsi.
Queste cose difficilmente vengono raccontate dai quotidiani e dai tg, scomode, che sfiorano interessi troppo grandi, ecco perché allora diventa fondamentale un’informazione libera, fatta di articoli, lettere, cronache sul web e anche e soprattutto volantinaggi, nei mercati, nei cortei e anche nelle scuole. In queste scuole ed in particolare in quella di Susa studia anche uno dei figli di questi imprenditori che ricevuto il volantino con il nome del papà è tornato a casa e queste le parole del padre in un’intervista al quotidiano LaStampa “Mio figlio è tornato a casa abbastanza scosso, finora avevo sempre tenuto un profilo basso. Ma questa volta non potevo lasciare correre…”. Cosa ci si aspetta da un padre in questa situazione? Che provi a spiegare la situazione al figlio? Che si penta magari scoprendo che ha dei figli ed è una vergogna quello che sta facendo? Se fosse un buon padre certo ma se è un mafioso come si legge sui volantini o meglio sulle inchieste e nei tribunali ecco che da tale si comporta e alza immediatamente il telefono minacciando il preside della scuola. Preside che vede il suo istituto querelato e decide da subito di diventare alleato del signor Martina proponendo per i ragazzi individuati come autori del volantinaggio una punizione esemplare, una settimana di sospensione dalle attività didattiche. Ieri il consiglio di istituto ha bocciato la proposta del preside che ancora una volta si è ritrovato solo e schierato a difesa, lo diciamo anche noi della mafia. I professori hanno difeso i ragazzi, loro evidentemente non hanno tornaconti o se non un precario stipendio, il preside, dalla sua poltrona di manager ha forse troppo da perdere a schierarsi. I ragazzi invece si difendono da soli e con i loro collettivi si stanno preparando a rilanciare l’iniziativa, anche questi episodi aiutano e fanno crescere, come si usa dire “fanno scuola”. In ultimo una tiratina d’orecchie al concetto e alla teoria dell’antimafia la dobbiamo fare. Troppo spesso nelle scuole, nelle conferenze viene raccontata l’antimafia come concetto astratto, teoria, conferenze, grandi discorsi. Qui si parla di pratica, si parla di episodi che sono antimafia nella sua essenza più vera. Avere il coraggio di urlare un modo mafioso di fare affari, denunciare a gran voce quanto accade, in maniera pubblica davanti a tutti, mettendoci la faccia, urlare i nomi e scriverli. Dire che il tav è mafia e le ditte coinvolte sono mafiose è vero ed è giusto (basta leggere del comportamento del sig. Martina in questa vicenda per capirlo). L’invito che facciamo a tutte le associazioni antimafia è quello di schierarsi con i giovani notav. E’ molto importante la possibilità che danno ai ragazzi di fare grandi e pacifici cortei come quello di Genova di Libera, di poche settimane fa in cui tutti gridano forte No alla Mafia! E’ altrettanto importante il lavoro e la possibilità che danno ai giovani riconvertire in buoni frutti e buone semine i terreni sequestrati ai mafiosi. Ora però questi ragazzi non vanno lasciati soli, vanno aiutati e sostenuti per il loro coraggio e la loro determinazione. Nel modo più diretto e semplice hanno fatto antimafia dal basso, hanno fatto ciò che ritenevano giusto. Per noi e per tutti è il momento di schierarsi, di sostenerli, di aiutarli.
fonte

domenica 25 marzo 2012

13° anniversario dei bombardamenti NATO in Serbia

La Serbia ricorda i bombardamenti della NATO?
Yelena Guskova, PhD (storia), il capo del Centro per l'analisi dei Contemporanea crisi dei Balcani presso l'Istituto di Studi Slavi dell'Accademia Russa delle Scienze
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  Se i paesi dei Balcani aderiranno alla NATO, tutti, compresa la Serbia, Montenegro, Macedonia e Repubblica Srpska in Bosnia-Erzegovina, dovranno prendere una posizione anti-russa.
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Il 24 marzo 13 anni fa, una raffica di bombe della NATO è stata sganciata su un paese pacifico europeo. Il marzo-giugno 1999 l'aggressione contro la Jugoslavia, che è stata giustificata dalla preoccupazione dell'Alleanza per la condizione della popolazione presumibilmente privato albanese del Kosovo e Metohija, è durato 78 giorni.
Prendersi cura degli albanesi era solo un pretesto. In realtà, si trattava di una punizione crudele verso Belgrado che ha rifiutato di cooperare con la NATO, rinunciare alla sua sovranità e sostituire a lungo termine,il  leader  Slobodan Milosevic.
L'aggressione della NATO non è riuscita a rovesciare Slobodan Milosevic e l'esercito jugoslavo pure è rimasto intatto. Gli Stati Uniti hanno dovuto sviluppare una nuova strategia che ha funzionato in modo eccellente. Nell'ottobre 2000, gli Stati Uniti e la Germania hanno effettuato una speciale operazione, poi utilizzato in altri paesi e chiamata  'rivoluzione colorata'.
Di conseguenza, il potere è andato nelle mani di persone che hanno iniziato a cooperare attivamente con la NATO. Tuttavia, la Jugoslavia non aveva intenzione di aderire alla NATO in quel momento. Inoltre, parlando a Monaco di Baviera nel 2010,il  ministro degli Esteri serbo Vuk Jeremic ha dichiarato che la Serbia sarebbe rimasta neutrale e non iscriversi ad alcuna organizzazione militare o della difesa. Così, la Serbia è rimasta l'unico paese dei Balcani che non ha cercato di entrare nella NATO.
Nel complesso, il popolo serbo non supporta l'idea di unirsi a l'alleanza e condivide questa opinione pure il popolo Montenegrino. Tuttavia, il governo del Montenegro, che si separò dalla Serbia nel 2006, dice apertamente che non c'è alternativa alla adesione alla NATO.
La Serbia sta ancora mantenendo il suo consiglio proprio su questo tema, anche se l'ambasciatore statunitense a Belgrado Mary Warlick ha dichiarato già nel 2010 che la NATO ha sempre mantenuto una porta aperta per la Serbia. Quale sarà la Serbia deciderà di fare?
Una campagna di propaganda per l'adesione alla NATO è stato lanciato nel paese. Il ministro della Difesa Dragan Sutanovac ha iniziato le riforme dell'esercito in base a standard NATO, con l'obiettivo di una successiva unione a tale organizzazione.
Gli Stati Uniti non hanno risparmiando nessuno sforzo per contribuire a costruire una diversa immagine della NATO nella società serba. Gli americani stanziano fondi per formare professionalmente i giornalisti, dei sussidi straordinari per la radio e la TV, scrivere articoli per i principali quotidiani nazionali e pagano per la creazione di un'immagine positiva della NATO nei media.
Perché lo fa? Il loro scopo principale è quello di allontanare la Serbia e Montenegro dalla Russia, per garantire l'inviolabilità di tutte le basi esistenti e potenziali militari nei Balcani e di acquisire valorosi soldati e addestrati per le operazioni più sporche e più pericolose dell'alleanza in tutto il mondo.
Per la Russia, la NATO è un'organizzazione potenzialmente pericolosa che minaccia gli interessi nazionali del paese. Parlando dei pericoli esterni principali, il presidente Dmitry Medvedev dice "cercano di combinare il potenziale militare della NATO con funzioni globali effettuate con la violazione del diritto internazionale e di portare l'infrastruttura militare della NATO negli stati membri più vicino alle frontiere russe a titolo di espansione del blocco. '
Per questo motivo, se i paesi dei Balcani aderire alla NATO, tutti, compresa la Serbia, Montenegro, Macedonia e Repubblica Srpska in Bosnia-Erzegovina, dovrà prendere una posizione anti-russa.


13 anni dopo le bombe all'uranio impoverito continuano a mietere vittime 

giovedì 22 marzo 2012

Comunicato di Juan, arrestato per gli scontri NO TAV

Hola! Sono Juan Sorroche Fernandez, scrivo questo comunicato per mettere in chiaro la mia posizione.
La TAV in Val Susa è uno dei tanti progetti che lo Stato e la società mettono  in cantiere, come anche gli inceneritori, l’emergenza rifiuti a Napoli, la Gronda a Genova (progetto di potenziamento del nodo autostradale), le nuove carceri, la militarizzazione dei siti dove dovranno sorgere le Grandi Opere e la militarizzazione delle strade nelle città. Solo la distruzione della terra e l’inquinamento prodotto sarebbero  già abbastanza per opporsi a tali progetti, ma oltre alla devastazione dell’ambiente la piovra del capitale e del dominio stritola gli individui in un sistema sempre più controllato, mercificato e meccanizzato. L’attuazione di questi progetti, oltre alla loro nocività mortale tanto fisica quanto mentale, mira ad abituare gli individui a subire, ad accettare qualunque cosa rinunciando alla propria capacità critica e di azione.
Chi li propone mette in piedi enormi campagne di mistificazione nelle quali la (anche) nostra realtà,  il nostro presente e futuro,  ci vengono riproposti in una versione completamente sfalsata in modo che ci sembri sempre più naturale rinunciare alla libertà e alla possibilità di autodeterminarci.
Lo sfruttamento, la distruzione e la morte sono punti fermi, costruiti col sangue e la sofferenza, con i quali  la società  si auto alimenta. Questi sono i pilastri sui quali essa si regge ed è necessario combatterli. Lottare contro questi tentacoli è per me lottare contro la società che li crea.
Come ribelle individualista non parlo a nome di nessun  movimento ma solo di me stesso. Io mi sento parte della lotta e di tutti quelli che la fanno propria sinceramente.
Per questo,  a testa alta, mi rivendico l’aver partecipato alla lotta contro il TAV e la società in modo auto organizzato,  al di fuori delle logiche dello Stato, di qualsiasi gerarchia e con metodi che ho ritenuto opportuni.
Essere “colpevoli o innocenti”, “buoni o cattivi”, “violenti o non violenti”, sono definizioni  morali che non mi appartengono, sono concetti del dominio e “delle relazioni sociali che li rendono accettabili come simbolo del potere . Perché trovo che l’autorità non fa solo affidamento sulla forza e sui messaggi dettati dall’ordinamento statale ma anche sul compromesso e l’accettazione” di tali relazioni.
La mia violenza è una goccia in mezzo al mare in confronto a quella che lo Stato utilizza e monopolizza contro la Val Susa, nelle guerre di “pace”, nei CIE e nelle carceri, causando milioni di morti.  Ma non tutto dura, a volte le cose si ribaltano.
Non sono uno specialista della violenza.  Credo la si possa utilizzare come mezzo o metodo ma non è l’unico, ce ne sono molti altri e tutti validi: il volantino, l’azione diretta, le pubblicazioni, l’esproprio, il concerto… questo individualmente come collettivamente, decide ognuno  come,  perché e quando miscelarli.
A quelli che hanno solidarizzato sempre senza distinzioni fra “buoni e cattivi”… un affettuoso abbraccio, ci si vede nelle infinite strade della lotta.
A quelli che questa pratica, questo modo di relazione non lo fanno proprio, va tutto il mio disprezzo ed il mio odio! Perché “la strada della libertà e la dignità è sempre individuale e non si associa agli stereotipi e alle etichette”.

A testa alta!
Per la ribellione permanente!

Juan Antonio Sorroche Fernandez
Via Beccaria 134
Loc. Spini d Gardolo
38014 Gardolo (Trento)
Italia

FONTE 

mercoledì 21 marzo 2012

NONSOLOHOLLYWOOD

Dal cilindro della propaganda occidentale escono a getto continuo trovate a dir poco spettacolari, che solo una fervida immaginazione unita ad una brama sconfinata di manipolare la realtà può produrre: l’ultima è “l’arresto” di un celebre divo di Hollywood intento a manifestare sotto l’ambasciata del Sudan negli Stati Uniti contro il “regime” di quel grande Paese africano posto al crocevia del “Continente nero” e per questo ambito sin dall’Ottocento da tutte le “potenze” occidentali, anche a costo di scannarsi tra di loro.
Secondo copione, il divo in questione è stato prontamente rilasciato, tuttavia l’‘imbarazzante contrattempo’ occorsogli, subito reclamizzato urbi et orbi attraverso la tentacolare piovra mediatica, ha fatto subito il giro del mondo.
Il risultato è quello auspicato da chi aveva architettato questa messa in scena: finalmente i tele-sudditi sono edotti, oltre che sulla “malvagità del regime siriano”, di quello iraniano, di Putin, di Chavez, della Corea del Nord eccetera (la lista è lunghina), anche su quella del governo sudanese, da tempo nella tabella dei “cattivi” a causa dell’ipermediatizzata “catastrofe umanitaria nel Darfur”, sulla quale il “gran pubblico” certamente non avrà capito un accidente (ma basta starnazzare per una “catastrofe” per riscuotere simpatie). Tra l’altro, il presidente del Sudan è l’unico capo di Stato in carica su cui pende un “mandato di cattura” del farisaico “Tribunale dell’Aja per i crimini contro l’umanità” (purché non commessi dall’Occidente: America, Inghilterra e Israele in testa alla classifica dell’impunità totale).
Gli attori e i cantanti famosi vengono amati da molta, troppa gente, e sono tra coloro ai quali degli sprovveduti in buona fede si affidano per formarsi un’opinione in un’epoca di disorientamento e di mancanza di punti di riferimento saldi e certi.
Ve ne sono per tutti i gusti, da quelli impegnati anima e corpo “per il Tibet”, a quelli specializzatisi sui Balcani e la “bestialità slava”, a quelli che scorazzano per l’Africa in un perenne ‘safari umanitario’, immancabilmente ritratti accanto ai classici bambini neri pelle e ossa con le mosche negli occhi. Sono i “testimonial” di “campagne” che presentate sotto le immancabili parole d’ordine “umanitarie” puntano a “sensibilizzare”, a creare uno stato d’animo favorevole ad un “intervento” occidentale, ad una ennesima “guerra giusta”.
Per suscitare astio nei confronti degli “arabi” sudanesi, poco inclini verso una “primavera” in salsa nilotica e per questo meno simpatici di altri, si ostentano platealmente “amore” e “tolleranza” verso i “poveri neri” della Nubia, presentati alla stregua di una “specie da proteggere” prima dell’estinzione, elargendo loro, caritatevolmente, un simulacro di Stato per farli giocare all’agognata “indipendenza” (un capitolo a parte meriterebbe la voce “popoli minacciati”, a geometria variabile, in base alle esigenze geopolitiche occidentali, e collegata a quella “autodeterminazione dei popoli” escogitata in America all’indomani della distruzione degli Imperi plurinazionali di diritto divino).
Chi comanda in America non ama affatto i “neri”, una categoria quanto mai indefinita ma mediaticamente utile per alimentare “odio di sé” e sensi di colpa nei “bianchi” dominati dalla medesima élite a cui non interessa un bel niente il colore della pelle ma il grado d’adesione al suo disegno perverso di riduzione dell’intero genere umano ad una massa amorfa di individui dimentichi del perché si trovano su questa terra. Anzi, a dirla tutta, chi comanda in America non ama per principio proprio nessuno se non se stesso, né “gli americani” né “gli ebrei”, cosa che del resto abbiamo già rilevato, sebbene un’apparenza fabbricata ad arte induca a credere il contrario anche chi vorrebbe opporsi additando a “nemico” questa o quella “categoria” etnica, ideologica o religiosa. Si è invece in presenza di una “casta”, unita anche a livello di consanguineità, che fondamentalmente si sente investita di una “missione”: chi la condivide è “amico”, chi non la condivide è “nemico” e dev’essere annientato.
Ma sempre grazie a Hollywood e ai suoi film “antischiavisti” dove alla fine trionfa l’eroe “idealista”, oppure proponendo solo e sempre altri drammi umani di ambientazione (pseudo)storica, i cine-rimbambiti non realizzano mai che il più grande crimine della storia dell’umanità moderna, la riduzione in schiavitù di milioni di africani dalla pelle nera, fondata sullo sfruttamento di esseri umani da parte di altri loro simili, non è stata pianificata e diretta da dei generici “bianchi” (cioè “da noi”, in base al condizionamento cercato e ottenuto). Eppure, chi dimostra inoppugnabilmente che le cose sono andate in un altro modo, sia con ricerche storiche che con un cinema non omologato al “politicamente corretto”, viene sistematicamente emarginato dai “padroni del discorso” come “razzista” e “fascista”. Si deve invece pensare che in fondo si è trattato di un “errore”, di un “incidente di percorso”, di una tollerabile “stortura” sulla via retta del “Progresso”: il “bene” alla fine ha trionfato, le “giacche blu” hanno vinto e tutto il campionario di terribili accuse di “razzismo” è rimasto sul groppone degli sconfitti della Seconda guerra mondiale, tanto il cinema americano – e di concerto quello delle nazioni via via plagiate – è un’arma potentissima di manipolazione delle coscienze.
Tuttavia per l’Occidente non esiste mai, sebbene sembri l’esatto contrario, alcuna “questione di principio” (almeno di quelle che ci vengono proposte di continuo): Sudan o non Sudan, i neri vengono disprezzati come e più di prima dall’élite occidentale, e basti pensare anche al triste destino di chi nella nuova Libia dei “ribelli” ha la pelle scura per rendersi conto della falsità ontologica di tutte queste mielose dimostrazioni di “fratellanza” e “pace” universali che promanano da Oltreatlantico.
Ma con Obama, il mitico “presidente nero”, questo ed altro può accadere, specialmente in Africa, che va sottratta a tutti i costi dalla progressiva e sempre più massiccia influenza cinese…
Questi Divi di Stato – su cui il compianto John Kleeves ha scritto un importantissimo libro – nel loro “contratto di lavoro”, diciamo così, devono impegnarsi anche per queste “nobili cause”: il pubblico, che già li ama alla follia, li collega così automaticamente all’America, perciò se quelli nei film impersonano i paladini del “bene”, anche l’America, per la proprietà transitiva, viene percepita allo stesso modo.
L’America è davvero incredibile: già coi film plagia a livelli parossistici le menti della gente - quella sventurata gente che ha avuto la sorte di essere occupata prima militarmente, e poi su tutti gli altri piani -, ci tira su una barca di soldi, e poi, grazie alla notorietà e al “credito morale” riscosso dagli attori famosi – i quali impersonano sempre “eroi positivi”in lotta contro il “male” - sfrutta questo fattore a beneficio delle sue strategie di politica estera. E già che c’è non disdegna di mungere altra grana da chi sente come un dovere morale inviare un “obolo” alla causa umanitaria di turno, il che psicologicamente serve a far sentire il “donatore” come un “protagonista” dalla parte del “Bene”. Non si crederà infatti che tutto questo baraccone di gente che si agita da una parte all’altra del pianeta per plagiare, sobillare e sovvertire - ma anche la “campagna elettorale di Obama” - costi la bazzecola che può essere raccolta dalle tasche di privati cittadini…
Ci sarebbe da scrivere non poco sull’arte moderna, sviluppata a livelli che oltrepassano la normale immaginazione, di montare dei “casi” strappalacrime per motivi che hanno a che fare con strategie di dominio ed asservimento planetario piuttosto che con la “bontà”. Ormai i film anticipano la realtà, e la realtà sembra sempre più un film. Ma basti chiedersi chissà perché queste “star” del cinema o della canzonetta non abbiano mai posato accanto ai corpi straziati delle vittime del loro datore di lavoro: non sanno dove si trovano le “Repubbliche delle Banane” del Centro America? Qualcuno spiega loro dove stanno l’Iraq e l’Afghanistan? Ma come, vanno in Sudan e si perdono la Costa D’Avorio? E la Palestina, non sarebbe perfetta come ‘set cinematografico’?
In tutta questa vomitevole storia di manipolazione spinta all’estremo, c’è poi un aspetto davvero inquietante: come essi stessi ammettono, lo stesso “arresto” del divo di turno è stata una sceneggiata. Che pensare dunque degli agenti di una Polizia di Stato che, inviati evidentemente da un superiore, si sono prestati a recitare questa parte? D’altra parte che simili pantomime avvengano in America non deve sorprendere: lì la finzione è istituzionalizzata, e tutti i politici prima di ogni altra cosa sono dei consumati attori. Infatti nel ‘filmetto’ a tema sudanese è rientrata anche la scenetta dell’incontro dello stesso divo appena “liberato” (!) con lo “staff della Casa Bianca”
Purtroppo, avanzando la nostra alienazione e il nostro sfaldamento esistenziale, non solo l’America, ma anche l’Europa, l’Italia, esprimono sempre più, direi quasi esclusivamente, non degli statisti - uomini col senso dello Stato – bensì dei teatranti degni di un cabaret, sempre pronti a scattare al “ciak si gira” del regista a stelle e strisce.
Ci si alza e si esce dalla sala, all’unisono, come comparse di una commediola, alla prima parola del “cattivo” di turno; si chiudono ambasciate in Paesi che non ci hanno fatto alcun male; si riconosce immediatamente uno Stato-fantoccio in mezzo ai Balcani (il Kosovo) e non si riconoscono altre realtà statuali (l’Abkhazia, ad esempio) solo perché si trovano nell’orbita di Mosca (e il Badrone non vuole).
Tutta questa finzione, questo recitare dalla mattina alla sera, proclamare il contrario di quello che si pensa ed inscenare l’opposto di quel che si vuol fare non va bene. Non va bene perché non fa bene. Non si raccomanda forse ai bambini che “non si dicono le bugie”? Perché come uno cresce ne fa una regola di vita? L’abitudine inveterata alla menzogna incallita è una malattia del cuore.
Già, ma com’è possibile non mentire se tutta questa “società moderna” è basata sull’apparenza, tanto che vi è chi l’ha felicemente definita “società dello spettacolo”? In questa galleria di spettri e di ombre cinesi, e mai di uomini veri, non si poteva non arrivare anche a questo punto: che l’inizio di una guerra – una realtà, magari spiacevole, ma che fa parte del mondo, checché ne pensino i “pacifisti” - non venga sancito da una “dichiarazione”, da una lettera virilmente e responsabilmente consegnata da un rappresentante ufficiale di uno Stato ad un altro considerato comunque degno di rispetto. Oggi, invece, nell’era delle “operazioni di polizia internazionale” in cui vi è solo da acciuffare qualche “bandito”, si ritira alla chetichella l’ambasciatore prima dell’aggressione, come se non si avesse il coraggio di guardare in faccia il “nemico”, e il via libera all’attacco lo si dà con un vile e surreale “ciak si bombarda!”.

martedì 20 marzo 2012

Euro,ci hanno sempre truffato

Finalmente arriva la risposta all’interrogazione presentata dall’Europarlamentare Marco Scurria sulla natura giuridica dell’€uro, e finalmente arriva la conferma: ci stanno truffando. Ci hanno sempre truffati. Ma andiamo per ordine.
Marco Scurria aveva chiesto chiarimenti sulla risposta data dalla commissione europea alla prima interrogazione sulla proprietà giuridica dell’euro presentata dall’On. Mario Borghezio, nella quale si affermava che nella fase dell’emissione le banconote appartengono all’Eurosistema, mentre nella fase della circolazione appartengono al titolare del conto sulle quali vengono addebitate. Attenzione perchè le parole negli atti ufficiali e nel linguaggio tecno-eurocratico vanno soppesate per bene. Quindi il commissario Olli Rehn rispondeva a Borghezio che la proprietà delle banconote cartacee (dove troviamo ben impressa in ogni lingua dell’Unione la sigla della Banca Centrale Europea) è dell’EUROSISTEMA. Ma cos’è quest’Eurosistema?
“L’Eurosistema è composto dalla BCE e dalle BCN dei paesi che hanno introdotto la moneta unica. L’Eurosistema e il SEBC coesisteranno fintanto che vi saranno Stati membri dell’UE non appartenenti all’area dell’euro.”
Questa è la definizione che si legge sul sito ufficiale della BCE. Quindi le Banche centrali nazionali stampano le banconote e si appropriano del loro valore nominale (ad Es. se stampare un biglietto da 100 ha un costo fisico per chi lo conia di 0,20 centesimi – valore intrinseco – le BCN si appropriano anche del valore riportato sul biglietto stampato). E l’On Scurria chiedeva quali fossero le basi giuridiche su cui poggiava l’affermazione del Commissario Olli Rehn:
<< Interrogazione con richiesta di risposta scritta E-000302/2012 alla Commissione
Articolo 117 del regolamento Marco Scurria (PPE)
Oggetto: Natura giuridica della proprietà dell’euro
In risposta ad un’interrogazione scritta sul medesimo tema presentata dall’on. Borghezio fornita il 16 giugno 2011, la Commissione informa il collega che “al momento dell’emissione, le banconote in euro appartengono all’Eurosistema e che, una volta emesse, sia le banconote che le monete in euro appartengono al titolare del conto su cui sono addebitate in conseguenza”.
Può la Commissione chiarire quale sia la base giuridica su cui si basa questa affermazione?>>
Nei tempi stabiliti dal Parlamento Europeo arriva la risposta:
IT E-000302/2012 Risposta di Olli Rehn a nome della Commissione (12.3.2012)
<< L’articolo 128 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea costituisce la base giuridica per la disciplina dell’emissione di banconote e monete in euro da parte dell’Eurosistema (costituito dalla Banca centrale europea e dalle banche centrali nazionali). La proprietà delle banconote e delle monete in euro dopo l’emissione da parte dell’Eurosistema è disciplinata dalla legislazione nazionale vigente al momento del trasferimento delle banconote e monete al nuovo proprietario, ossia al momento dell’addebito del conto corrente bancario o dello scambio delle banconote o monete.
Olli Rehn non fa altro che ribadire che dopo l’emissione, ossia dopo la creazione fisica delle banconote o più verosimilmente dell’apparizione in video delle cifre sui terminali dell’Eurosistema (totalmente a costo zero, se si esclude l’energia elettrica che mantiene accesi i computers…) la proprietà dei valori nominali appartiene al nuovo proprietario, ovvero a chi ha accettato l’addebito, a chi ha accettato di indebitarsi. Non solo. Olli Rehn, per giustificare l’affermazione secondo la quale rispondeva a Borghezio che l’Euro appartiene nella fase dell’emissione all’Eurosistema, cita l’articolo 128 delTrattato sul funzionamento dell’Unione Europea, dove nel comma 1 si legge:
La Banca centrale europea ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote in euro all’interno dell’Unione. La Banca centrale europea e le banche centrali nazionali possono emettere banconote. Le banconote emesse dalla Banca centrale europea e dalle banche centrali nazionali costituiscono le uniche banconote aventi corso legale nell’Unione.
E’ chiarissimo. Non c’è scritto da nessuna parte che la proprietà giuridica dell’euro emesso appartiene alla BCE o alle BCN. C’è soltanto scritto che la BCE può autorizzare l’emissione di euro a se stessa e alle BCN, dovendo controllare l’inflazione nella zona euro, così come stabilito dal Trattato di Maastricht. Ribadisce che solo l’Eurosistema può stampare le banconote o creare elettronicamente i valori nominali. Ma nessun riferimento giuridico, nessun trattato, nessuna legge, nessuna deliberazione, niente di niente ci dice che l’Eurosistema ha la facoltà di addebitare la moneta. E’ evidente che si appropria di questo grande ed esclusivo privilegio.
Ciò che diceva il prof. Giacinto Auriti trova finalmente conferma in un atto ufficiale della Commissione Europea: le Banche Centrali si appropriano del valore della moneta perchè emettono solo addebitando, prestando, e il prestare è una qualità esclusiva del proprietario. Auriti chiamava questo meccanismo la truffa del signoraggio, parola sulla quale oggi si fa volutamente grande confusione, essendo per la massa direttamente associabile alla farfallina di Sara Tommasi e a qualche improbabile personaggio del mondo della politica che fa avanspettacolo che le si accompagna.
Non a caso l’indomito professore dell’Università di Teramo aveva denunciato la Banca d’Italia (organismo privato in mano per il 94% a banche commerciali e fondazioni bancarie) per truffa, associazione a delinquere, usura, falso in bilancio e istigazione al suicidio (grave piaga dei tempi nostri). Infatti la moneta, essendo il mezzo di scambio con il quale i cittadini riescono ad interagire tra loro dando vita al mercato, ovvero riuscendo a scambiarsi reciprocamente beni e servizi prodotti grazie al loro lavoro, deve appartenere esclusivamente a chi lavora, ovvero al popolo. Chi si appropria indebitamente del valore della moneta non fa altro che sfruttare il lavoro del popolo, lucrare sulle fatiche e sulla produzione altrui chiedendo che gli vengano pagati gli interessi sul prestito erogato. Questa è la gigantesca distorsione del nostro tempo, questa è la Grande Usura. E sotto il giogo di questa malefica piaga, sono finiti tutti i popoli d’europa che oggi pagano sulla propria pelle una crisi sistemica e indotta, figlia di un paradigma che dal 1694 (anno di costituzione della prima Banca Centrale, la Bank of England) si è imposto sulla vita dell’uomo.
Il meccanismo dell’indebitamento degli Stati da parte di organismi privati quali sono le Banche Centrali Nazionali è presente quasi ovunque. La Federal Reserve conia negli USA il dollaro, la Bank of England conia nel Regno Unito la Sterlina, la BCE conia l’Euro. Ma per quanto ci riguarda, esiste un’abissale differenza, che rende il sistema ancora più perverso: gli Stati dell’Unione non possono ricevere il credito direttamente dalla BCE (cosa che invece accade in modo diretto e subordinato negli altri paesi, ad esempio negli USA dove il Congresso ordina di stampare e la FED esegue) ma devono finanziarsi sul mercato, la parolina magica con cui ci prendono per i fondelli. In poche parole funziona così: la BCE crea denaro a suo piacimento, lo da in prestito alle banche commerciali (draghi ha recentemente creato circa 1000 miliardi di euro prestandoli all’1%) e queste possono decidere se acquistare o meno i cosiddetti BOND, i titoli del debito (con tassi che vanno dal 5 al 7%). Non è possibile, quindi, per i paesi della UE attuare una propria politica monetaria, pur volendo accettare il meccanismo dell’indebitamento pubblico.
 di Francesco Filini

Fonte 

mercoledì 14 marzo 2012

Nuovi centri d'accoglienza,specchio della realtà sociale italiana

Sono una ragazza da poco laureata in Scienze Politiche con “la fortuna” di aver trovato lavoro, appena concluso il percorso universitario, in uno dei nuovi centri d'accoglienza per richiedenti asilo, aperti in seguito alla cosiddetta “emergenza Nord Africa”. Ho avuto quindi la possibilità di toccare immediatamente con mano le conseguenze reali delle politiche di privatizzazione dei servizi e di distruzione del welfare su coloro che fuggono dai loro paesi e cercano in Italia la protezione internazionale. Lo stato in cui versa il diritto d’asilo in Italia è sempre più drammatico, le garanzie fondamentali prima garantite ai richiedenti asilo e ai rifugiati sono scomparse e assieme a loro sono scomparsi i criteri di qualità nella gestione dell’accoglienza, nella tutela del percorso legale della richiesta di protezione e, neanche a dirlo, ogni possibilità di ricevere strumenti adeguati per integrarsi nel nuovo contesto sociale.
A far da cornice a questa situazione di per sé molto critica si aggiunge la precarietà dei diritti dei giovani lavoratori, spesso altamente qualificati, ai quali viene delegata la porzione più onerosa della gestione dell’emergenza all’interno delle nuove strutture d’accoglienza.
Il centro in cui lavoro fa dunque parte del sistema emergenziale prodotto dal decreto del Governo Berlusconi, in seguito alle rivoluzioni nordafricane e al conflitto in Libia. La regia di questa emergenza è stata, come sempre, delegata alla Protezione Civile che a sua volta ha appaltato la gestione concreta dei servizi a cooperative private. Nell’ultimo anno si sono quindi moltiplicati in tutta Italia nuovi centri di prima e seconda accoglienza all’interno di strutture inusuali quali ex-alberghi o palazzine dismesse e abbandonate da tempo o ancora in costruzione.
Il centro in cui lavoro è situato in un paese in provincia di Roma, gestito da un consorzio di tre cooperative (addette abitualmente alla pulizia dei giardini pubblici) che hanno preso in affitto uno stabile privato: una struttura inizialmente destinata ad essere un agriturismo ma, non avendo ricevuto la licenza per aprire, si è rapidamente trasformato in un centro d'accoglienza, cosa che escludeva anche la premura di portar a termine i lavori di ristrutturazione. In altre parole, questo centro, al pari di numerose altre strutture di nuova generazione destinate in extremis all’emergenza Nord Africa è uno stabile non idoneo ad accogliere 53 ragazzi nigeriani ma in realtà perfetto per contenerli. Spiego la differenza. La mia attuale esperienza sembra corrispondere esattamente all’obiettivo di segregazione spaziale che caratterizza l'idea stessa alla base della “forma campo”. E’ posizionato in mezzo alle montagne a 2 km dal paese più vicino e non collegato da nessun mezzo di trasporto pubblico, elementi che hanno fatto cadere nel silenzio le proteste degli “ospiti” e degli altri richiedenti asilo “alloggiati” in posti simili alla periferia di Roma contro i primi dinieghi della Commissione.
Le risorse destinate alla gestione del centro vengono spese unicamente per garantire la sussistenza degli “ospiti” quindi i pasti, scarpe, vestiti e saponi (il tutto ben razionato) e un pocket money di 2.50 euro al giorno che vengono distribuiti in Voucher in modo che possano essere spesi solo negli esercizi commerciali con cui la cooperativa ha concluso delle convenzioni. Nel mio caso specifico, il proprietario dello stabile è anche proprietario di un tabaccaio ed è quindi lui stesso che vende ricariche telefoniche, sigarette e biglietti dell'autobus ma si raccontano anche casi in cui i bar convenzionati hanno aumentato i prezzi dei prodotti venduti ai richiedenti asilo (come se fossero turisti a Piazza di Spagna per capirci).
Il lavoro che invece viene richiesto a noi operatori è quello di guardiani. Non a caso gli operatori che lavorano nel nostro centro sono principalmente maschi, non parlano la lingua veicolare per comunicare con gli ospiti e non hanno alcun interesse, né tantomeno competenze, riguardo le problematiche che coinvolgono i richiedenti asilo che vengono trattati alla stregua di carcerati e ai quali, anzi, è implicitamente richiesta riconoscenza per il fatto stesso di ricevere ospitalità gratuita. Questo, nonostante il fatto che sia le leggi che regolano il diritto d’asilo sia il bando regionale per l’assegnazione dei nuovi centri d’accoglienza alle cooperative, prevedano i servizi basilari di cui i richiedenti asilo sono puntualmente privati.
Così noi operatrici, abbiamo deciso di rendere quantomeno più sensata la nostra attività lavorativa, ovviamente senza incentivi né strette di mano. Oltre a svolgere il ruolo di mamme, sorelle, amiche e guardiane, siamo anche medici, avvocati, insegnanti e psicologi. Siamo sempre noi che ci occupiamo attraverso la nostra rete di relazioni di portare nel centro amici medici avvocati e insegnanti nostri conoscenti che nel tempo libero mettono a disposizione, gratuitamente, le proprie professionalità. E ancora noi che, a partire dalla nostra conoscenza del territorio romano, inviamo e accompagniamo i ragazzi in quelle strutture pubbliche che da anni si occupano delle problematiche legate al diritto d'asilo, proprio quelle stesse strutture che oggi sono sotto attacco a causa dei tagli al terzo settore e che sono state completamente messe da parte nella distribuzione dei soldi per affrontare quest'emergenza ma la cui esistenza è fondamentale per una degna accoglienza dei migranti.
Il risultato dell’operazione Nord Africa “preparato” dall’insieme delle politiche migratorie messe a punto in Italia, almeno negli ultimi 15 anni è la costruzione di un sistema d'accoglienza parallelo e di serie B a quello già esistente. Un risultato che svela una chiara volontà politica di smantellamento dell'attuale sistema d'accoglienza che seppur precario e seppur non sufficiente è la sola garanzia residuale di quei diritti di cui un richiedente asilo dovrebbe godere. Vi sono, in questo senso, anche esempi di smantellamento di strutture pubbliche che da anni lavorano nell’ambito delle migrazioni e dei soggetti svantaggiati in genere, come l'ospedale ex San Gallicano che la Giunta Polverini vorrebbe ridurre a servizio ospedaliero di base eliminando il personale considerato “superfluo” che affiancava il servizio ambulatoriale con servizi psicologici, formativi, e legali per preparare i migranti all’esame delle Commissioni o, addirittura, come il Cara di Castel Nuovo di Porto che in questo momento sta cambiando gestione passando dalla Croce Rossa a una Cooperativa francese. Per non citare, perché l’elenco sarebbe davvero lungo, tutte le realtà autogestite distribuite in tutto il territorio nazionale che da decenni si occupano di riempire il vuoto, sempre più grande, lasciato dalle istituzioni e dal sistema di welfare italiano.
Le ricadute sui ragazzi che vengono accolti in queste strutture è evidente mano a mano che trascorrono i mesi all'interno di questi centri. Le giornate vengono trascorse in uno stato di noia e di tensione per l'incertezza sul proprio futuro. L’incertezza sulla regolarizzazione e sulla possibilità di trovare un lavoro produce una tensione all’interno del centro che spesso si manifesta in comportamenti aggressivi nei confronti degli operatori o tra gli “ospiti” stessi o, nel migliore dei casi, in atteggiamenti infantili quali diretta conseguenza di un sistema assistenzialista e di completa dipendenza.
L’esperienza nel centro rende concrete asserzioni prima più astratte ai miei occhi: le contraddizioni della politica di accoglienza e delle politiche migratorie, ma direi dell’insieme delle politiche sociali, emergono in un’evidenza quasi violenta. Da una parte la non cura della vita del migrante percepito come vittima incapace di intendere e di volere e dall'altra la continuità dell’idea e della necessità di ricreare continuamente un “esercito di forza lavoro di riserva”, un esercito di precari, poveri, ricattabili e immediatamente disponibili sul mercato al momento del bisogno soprattutto se concentrati all’interno di zone delimitate (chiamate centri d’accoglienza, di detenzione, campi ecc…). Caso emblematico che ha riguardato il centro in cui lavoro è l’ “arruolamento” dei richiedenti asilo durante l’”Emergenza Neve” di Alemanno delle prime due settimane di Febbraio.
La Protezione Civile che gestisce l'emergenza Nord Africa e i centri d'accoglienza è lo stesso organo istituzionale che, durante il periodo di maltempo, ha chiamato a raccolta tutti i richiedenti asilo, presenti nei nuovi centri, per mandarli, insieme ai detenuti, a spalare la neve per tre giorni consecutivi. Un’attività retribuita coerentemente con la volontà di continuare a sperimentare sui soggetti più vulnerabili l’eliminazione di diritti e dignità. Laddove cioè i ragazzi italiani sono stati pagati 10 euro l'ora per spalare, i migranti hanno ricevuto una cifra forfettaria giornaliera di 50 euro per  9-10 ore di lavoro. Probabilmente a causa dell'intermediazione delle cooperative che hanno anticipato il pagamento dei richiedenti asilo. La necessità dei migranti di avere contanti è stata sfruttata anche dallo stesso proprietario dello stabile che ha offerto lavoro “agli ospiti” per spalare la neve lungo tutta la salita che dal paese porta al centro a soli 5 euro al giorno.
Insomma là dove la legge prevede che al richiedente asilo è vietato svolgere qualsiasi attività lavorativa ha funzionato (e non certo a loro tutela) ancora lo stato d'eccezione, marcato dai decreti emergenziali. Ed è tramite l’eccezione, che diventa l’unica norma sempre valida, che assieme allo smantellamento del welfare si sta avviando una riforma generale del sistema d'accoglienza proprio quando il diritto d'asilo rappresenta l'unica possibilità di regolarizzazione per un migrante in attesa della prossima sanatoria o del prossimo decreto flussi che sembrano non arrivare mai.

Fonte 

martedì 13 marzo 2012

Siamo alla follia !!

 Siamo lanciati come un TAV,armati di isteria collettiva, verso l'abisso dell'ignoranza e della stupidità con tutto ciò che ne può derivare,se pensate che esagero leggetevi l'articolo sottostante.


La Divina Commedia, il poema che Dante Alighieri compose nel 1300, nonché una delle più importanti testimonianze della civiltà medievale conosciuta e studiata in tutto il mondo, ritenuta il più grande capolavoro della letteratura di tutti i tempi, deve essere tolta dai programmi scolastici: troppi contenuti antisemiti, islamofobici, razzisti ed omofobici. La delirante richiesta arriva dall’organizzazione non governativa Gherush92, che gode dello status di consulente speciale con il Consiglio Economico e Sociale dell’Onu. Secondo una dichiarazione della presidente Valentina Sereni, il pilastro della letteratura italiana presenta contenuti offensivi e discriminatori sia nel lessico che nella sostanza e viene proposta senza che via sia alcun filtro o che vengano fornite considerazioni critiche rispetto all’antisemitismo e al razzismo. Il canto XXXIV (Inferno, 55-63) in particolare, spiega, è una tappa obbligata di studio e gli allievi delle scuole ebraiche non sono certo esonerati dal programma. Il personaggio e il termine Giuda e giudeo sono parte integrante della cultura cristiana: “Giuda per antonomasia è persona falsa, traditore (da Giuda, nome dell’apostolo che tradì Gesù)”; “giudeo è termine comune dispregiativo secondo un antico pregiudizio antisemita che indica chi è avido di denaro, usuraio, persona infida, traditore” (De Mauro, Il dizionario della lingua italiana). Il significato negativo di giudeo è esteso a tutto il popolo ebraico. Il Giuda dantesco è la rappresentazione del Giuda dei Vangeli, fonte dell’antisemitismo. Studiando la Divina Commedia i giovani ebrei sono costretti, senza filtri e spiegazioni, ad apprezzare un’opera che calunnia il popolo ebraico. E ancora, «nel canto XXIII (par. 109-126) Dante punisce il Sinedrio che, secondo i cristiani, complottò contro Gesù; i cospiratori, Caifas sommo sacerdote, Anna e i Farisei, subiscono tutti la stessa pena, diversa però da quella del resto degli  ipocriti: per contrappasso Caifas è nudo e crocefisso a terra, in  modo che ogni altro dannato fra gli ipocriti lo calpesti». Per questi versi e per le terzine del canto V del Paradiso (par. 73-81) si arriva addirittura a sostenere che sono un’anticipazione delle legge razziali di epoca fascista, e che introducono i Protocolli dei Savi Anziani di Sion di Nylus, noto libercolo antisemita che trattò il “Pericolo Ebraico” e provocò persecuzioni e rovina degli Ebrei in Russia e in tutta Europa. La chiosa finale è da incorniciare: È uno scandalo che i ragazzi, in particolare ebrei e mussulmani, siano costretti a studiare opere razziste come la Divina Commedia, che nell’invocata arte nasconde ogni nefandezza. La continuazione di insegnamenti di questo genere rappresenta una violazione dei diritti umani e la evidenziazione della natura razzista e antisemita del nostro paese di cui il cristianesimo costituisce l’anima. Le persecuzioni antiebraiche sono la conseguenza dell’antisemitismo cristiano che ha il suo fondamento nei Vangeli e nelle opere che ad esso si ispirano, come la Divina Commedia. Deve essere messo in evidenza il legame culturale e tecnico-operativo con i vari tentativi di esclusione e di sterminio, fino alla Shoah. Certamente la Divina Commedia ha ispirato i Protocolli dei Savi Anziani di Sion, le leggi razziali e la soluzione finale. E quindi uscimmo a riveder le stelle…Fonte

mercoledì 7 marzo 2012

I Forconi e il manifesto,autocensura?

Corrispondenza da Palermo

«E questo sarebbe un giornale antagonista e comunista? Vergogna! Con quale faccia tosta ci chiedete soldi per sopravvivere. Noi siciliani non cacceremo una lira,  la nostra vita è più importante».



Ieri a Palermo hanno manifestato i Forconi. Ad un anno dalla loro nascita, a poco più di un mese dalla grande prova di forza dei blocchi di gennaio, la massiccia partecipazione al corteo conferma che il Movimento dei Forconi, malgrado l'accerchiamento, resiste, tiene le posizioni.
Anzi, ieri si è avuta la sensazione che, malgrado le difficoltà (e quella della scissione con Morsello è la meno importante), si è fatto un passo avanti. Si sono visti altri pezzi di società civile mobilitarsi e scendere in strada. 


Le difficoltà sono politiche, di tattica e di strategia. Tante sono le idee e le proposte su come proseguire, ma la quadra di come andare avanti non è stata trovata. E questo, per un movimento popolare e spontaneo a me pare fisiologico. Il potere siciliano, come quello nazionale, una tattica ce l'ha: prendere i Forconi per sfinimento, pensano che col tempo tutto si sgonfierà. Pensano e sperano. Ma si sbagliano: la situazione in Sicilia è drammatica e la rivolta di gennaio è stata solo un vagito, un annuncio di quel che potrebbe essere la sollevazione futura.
Palermo: 6 marzo 2012


I leader dei Forconi hanno una bella gatta da pelare: come allargare il consenso? Come acquisire più forza? Come evitare che la manfrina dei partiti e dei poteri costituiti sfianchi la spina dorsale di un movimento che, per quanto ampio, consiste in alcune centinaia di attivisti impegnati a tempo pieno alla causa? Uomini e padri di famiglia in carne ed ossa?


E' triste per me vedere che la sinistra è uno dei fattori che, facendo finta di niente, o addirittura insinuando che i Forconi sono "mafiosi" e/o un pezzo del blocco sociale consarvatore-berlusconiano, contribuiscono alla morte per asfissia dei Forconi. La sinistra, quella siciliana, ma anche quella nazionale, in questa vicenda, con la loro dichiarazione di ostracismo, stanno dando una mano a Monti e alla classe dominante a far morire il movimento di rivolta.


In questa opera si distingue il quotidiano il manifesto. Guardate la edizione di oggi, 7 marzo. Neanche un articolo, nemmeno un trafiletto sulla grande manifestazione di ieri a Palermo. Sono indignata, sono indignati quelli che, come me, hanno partecipato al corteo, sentendosi a casa loro e che considerano i Forconi, non certo un soggetto che potrà fare miracoli, ma una delle leve per costruire una opposizione sociale nuova in questo paese.
Niente di niente! nemmeno quattro righe!! Al limite potevano scrivere un articolo criticando, esprimere dei dubbi amletici. No, il silenzio. Mentre intere paginate sono state dedicate e vengono dedicate alla Val di Susa o alla Fiom.


Scusate, ma questa è censura, la stessa che operano gli altri organi di stampa, a cominciare dai giornali filo-Monti.


E questo sarebbe un giornale antagonista e comunista? Vergogna! Con quale faccia tosta ci chiedete soldi per sopravvivere. Noi siciliani non cacceremo una lira,  la nostra vita è più importante.

Fonte 

martedì 6 marzo 2012

Facciamo un appello per liberarci dai firmatari dell'appello !!

stralcio di articolo tratto da http://www.statopotenza.eu/

Dopo le “imprese” condotte in Libia nel Novecento, pensavamo che in Italia ormai la parola “colonialismo” fosse stata consegnata al triste passato. Invece, dopo l’aggressione contro la Libia in coabitazione coi criminali imperialisti autodefinitisi “volenterosi”, notiamo con rammarico e stupore che ormai per i due marò italiani arrestati in India, c’è una gara ed una vera e propria maratona che ricorda molto da vicino il comportamento del Pentagono nel periodo successivo al terribile incidente del Cermis, quando per passatempo, due soldati occupanti americani tranciarono coi loro cacciabombardieri la funivia della montagna uccidendo decine di persone.Al di là della vicenda nel dettaglio giurisdizionale, si fa un gran bofonchiare politico e la solita destra becera e patriottarda ha lanciato un disperato appello.E’ notizia di oggi che l’organizzazione di estrema destra Casa Pound è addirittura scesa a manifestare sotto l’Ambasciata Indiana a Roma, coi tricolori alla mano per chiedere l’espulsione dell’Ambasciatore. Malgrado alcuni raffazzonati tentativi di ricostruzione dei fatti, faziosi e autoreferenziali,le dinamiche dell’accaduto sono ancora del tutto da chiarire: vorremmo sapere quali sono i criteri nella valutazione dei pericoli nautici seguiti dai due soldati, e su quale base hanno deciso di aprire il fuoco in acque internazionali dinnanzi ad un peschereccio, considerando che ormai tutti i contingenti utilizzati dai principali Paesi nelle attività commerciali che toccano la tratta Aden-Malacca sono perfettamente addestrati a riconoscere i cosiddetti “pirati” somali.E’ opportuno chiedersi anzitutto cosa sia accaduto e poi giudicare. In ogni caso, la giurisdizione non può spettare all’Italia. Le vittime sono due pescatori indiani, e il fatto si è verificato in acque internazionali, ma pur sempre vicinissime alle coste indiane del Kerala. Il tribunale competente può essere dunque, o quello indiano o il Tribunale Penale Internazionale de L’Aja. Non certamente quello italiano. Questa abitudine coloniale a considerare i propri militari come degli “eletti” o degli “unti”, destinati ad un iter giudiziario semplificato e privilegiato, questa scandalosa tendenza a considerare i morti altrui come vittime di serie B, e questo atteggiamento da Rambo all’italiana, forti coi deboli e deboli – anzi cagasotto – coi forti (vedi Cermis, vedi Calipari, vedi operazione “Odissey Dawn” contro la Libia), mettono bene in chiaro la deriva imperialista che si ripercuote nella cultura reazionaria del nostro Paese.

Alcuni tra i firmatari dell'appello lanciato da Libero
Gianpaolo Pansa         Gianni Alemanno
Italo Bocchino             Renato Brunetta
Fabio Capello              Mara Carfagna
Piero Chiambretti        Frabrizio Cicchito
Stefania Craxi             Maurizio Gasparri
Giorgia Meloni            Giampiero Mughini
Fiamma Nirenstein      Renata Polverini
Maurizio Sacconi        Alfonso Signorini
Francesco Storace      Lucia Ronzulli

sabato 3 marzo 2012

Roma - Occupata la Sede di Repubblica - Togliamo il bavaglio alla Val Susa

Roma-03.03 - Blitz alla sede di Repubblica di studenti e Precari. 

 

 

A poche ore dal corteo No Tav di oggi pomeriggio, un gruppo di persone occupa la sede di Repubblica per chiedere al giornale di prendere una posizione sulla battaglia No Tav contro il bavaglio mediatico a cui è stata sottoposta.
Per chi come noi conosce e ama la Val Susa e la lotta dei suoi abitanti, non è possibile rimanere in silenzio di fronte al trattamento che il vostro giornale, al pari della stragrande maggioranza dei media mainstream, sta riservando ai fatti di questi giorni. Ci sembra che in nome della libertà di stampa si stiano in realtà perseguendo tutt'altri obiettivi: invece di fornire un'informazione il più possibile esauriente ed imparziale sui fatti, si sceglie di presentarne una piccola parte, isolati dal loro contesto, per formare un'opinione.
Quest'opinione è riassumibile così: TINA – There Is No Alternative, e chiunque voglia affermare una verità differente, con la forza e la ragione dei propri discorsi e dei propri corpi, viene bollato come un individuo pericoloso e violento, fuori da ogni regola di convivenza democratica e ostile all'ineluttabile progresso.
Dopo la manifestazione del 25 Febbraio, poco e niente si è riferito delle decine di migliaia di persone che hanno marciato da Bussoleno a Susa per ribadire le ragioni del movimento NO TAV e per protestare contro la maxi-operazione giudiziaria promossa dal procuratore Caselli, e molto invece della provocazione della polizia alla stazione di Torino: come sempre, sbatti il violento in prima pagina.
Mentre Luca Abbà lottava tra la vita e la morte, e mentre centinaia di persone venivano malmenate dalle forze dell'ordine, con cariche violentissime e indiscriminate e una caccia all'uomo fin dentro il centro del paese, voi ritenevate che la notizia principale da dare fosse quella sull'eroico carabiniere che stoicamente resisteva agli “insulti” di un ragazzo che avete bollato come “squadrista”, e che questo fotografasse perfettamente cosa stesse succedendo in quelle ore.
Non siamo giornalisti, ma crediamo che chi fa questo mestiere non possa prescindere dal riportare una pluralità di voci nel racconto di qualcosa di complesso come la realtà. Rimaniamo allibiti di fronte alla scelta che avete fatto in questi giorni: l'unica voce che fate ascoltare è quella di chi ha già tutti i mezzi per farsi sentire, quella del governo di unità nazionale. Ogni altra posizione è destinata al silenzio, o, peggio, ad essere mistificata, riducendola al ruolo costruito a tavolino dell'estremismo.
Guardiamo a ieri: il discorso del premier si fa le domande e si da le risposte: tutte vere, tutte giuste.
E basate, parole sue, su rapporti costi – benefici che sono ancora da completare.
Pensiamo che sia compito di un'informazione plurale porre altre domande. Quello sulla reale utilità di questo progetto, quelle sui rischi per la salute e sull'ambiente, quelle sui costi e su come diversamente potrebbero essere usati quei soldi pubblici.  A queste domande ci sono già molte risposte che vengono riprese anche dall' Economist e da Travaglio vostri alleati contro il governo Berlusconi e che ora  non appaiono neanche in un trafiletto del vostro giornale.
Vi manca un pezzo appunto. Quello che parla di una valle che ha il coraggio di difendere da quasi 20 anni il proprio territorio,  quello delle cariche della polizia che colpiscono a caso,  quello degli oltre 50 feriti seguiti allo sgombero di Chianocco, quello di un invasione militare che non si ferma neanche  davanti alla tragedia di Luca.
Voi che avete lottato contro la  legge bavaglio oggi state, di fatto, imbavagliando la voce di una valle intera.
Giovani, studenti e precari – che a differenza di Monti non vedono nella TAV la soluzione al loro futuro.
4 cm di Tav = 1 anno di pensione.
3 metri di Tav = 4 sezioni di scuola materna.
500 metri di Tav = 1 ospedale da 1200 posti letto,
226 ambulatori, 38 sale operatorie.
1 km di Tav = un anno di tasse universitarie per 250 mila studenti, oppure 55 nuovi treni pendolari.
TUTTA LA TAV= reddito sociale per tutti!
Sabato 3/3 h 15
P.le Tiburtino
Corteo

No Tav: resistenza e speranza

di Mariavittoria Orsolato
Per potersi chiamare No Tav non è necessario essere valsusini e il corteo che sabato ha sfilato da Bussoleno a Susa lo ha dimostrato a pieno. Una manifestazione imponente, forse la più grande mai vista tra quelle meravigliose montagne. Quasi centomila persone strette in un abbraccio simbolico e caldissimo ai 26 arrestati dal mese scorso, caduti sotto la scure del teorema Caselli che vuole dividere il movimento No Tav in buoni e cattivi.
Ci hanno provato anche sabato sera alla stazione di Torino Porta Nuova, dove un gruppo di manifestanti venuto da Milano ha trovato ad aspettarli al binario una delegazione del questore Spartaco Mortola - uno dei protagonisti della macelleria messicana Diaz - in tenuta antisommossa.
In chiaro atteggiamento intimidatorio, gli uomini della questura torinese volevano identificare uno ad uno i partecipanti alla manifestazione (pur non avendone alcun motivo) e, al costituzionale rifiuto dei ragazzi, sono partiti a caricare a freddo arrivando addirittura a lanciare fumogeni dentro i vagoni del treno.
Non è quindi possibile interpretare quanto successo sabato sera a Porta Nuova se non come l'ennesimo assist - gentilmente offerto dalla polizia - per deviare l'attenzione sulle ragioni e la partecipazione della resistenza che da oltre vent'anni contrappone la Val Susa al progetto dell'Alta Velocità e in generale alla negazione dei diritti di cittadinanza.
Perché, è sempre bene ricordarlo, il movimento No Tav è una lotta contro la devastazione del patrimonio naturale, contro lo svilimento della democrazia, contro lo sperpero di soldi pubblici e contro quelle stesse infiltrazioni mafiose che il procuratore Caselli si vanta di combattere da una vita. Ma evidentemente, per le forze dell'ordine e per certa stampa con la bava alla bocca, una manifestazione No Tav senza spargimento di sangue non ha ragione d'essere.
Perciò parliamo d'altro. Parliamo di come questo 25 febbraio abbia rappresentato per tutti soprattutto un momento di speranza, la riprova che, se uniti, esiste una chance contro il baratro incipiente in cui questo paese si sta ficcando. Percorrendo l'interminabile serpentone che ha attraversato il cuore della valle la prima parola che ti saltava alla mente era “solidarietà”. Quella per gli attivisti ingiustamente incarcerati ma anche quella umana, quella che in un presente di privazioni può rappresentare sia un appiglio che uno scudo. Nel partecipatissimo corteo di sabato l'orizzontalità era palpabile, a volte addirittura straniante, se si pensa che c'erano i comitati cattolici e subito dietro gli anarchici del FAI, che c'erano gli autonomi a sostenere gli amministratori delle comunità valligiane e montane.
Perché non è una questione di distinguo politici, fascismo escluso ovviamente. Chi si occupa della TAV sa perfettamente che la lotta valsusina è diventata un simbolo ed un esempio per molti territori e molte realtà antagoniste in giro per l'Italia, dalle mamme antidiscarica agli attivisti anticemento, dagli studenti alla disperata ricerca di un futuro ai moltissimi che vedono nel nuovo corso targato BCE un depauperamento generalizzato e privo di logica. Senza ombra di dubbio quella contro l'Alta Velocità è stata ed è la prima grande battaglia che ha messo a nudo l'assurdità della "crescita" ad ogni costo e i costi sociali ad essa legati.
Fino a qualche anno fa, si trattava di un "noi contro di voi", i montanari contro la Polizia, anzi contro chi la manda. In seguito è arrivato qualcuno "da fuori", ed è stato facile dipingerlo come il black block che va in valle a far casino. Oggi, è ormai impossibile far passare decine di migliaia di persone come un esodo di anarcoinsurrezionalisti in gita di piacere. E questo, se da un lato spaventa i nostri governanti, dall'altro ha l'incredibile forza evocativa necessaria a elaborare soluzioni diverse per l'uscita dalla crisi che ci sta stritolando.
Sabato il movimento No Tav ha deciso di contarsi e, dopo aver praticato nei mesi scorsi il conflitto e l’azione diretta, tastare il polso dei suoi sostenitori. E ha prodotto la più grande manifestazione che la valle ricordi, ma anche la più grande mobilitazione politica che questo paese abbia visto in questi anni recenti. Pablo Neruda, in uno dei suoi scritti, affermava: "La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose, il coraggio per cambiarle".
E i No Tav sono riusciti a fare di questo aforisma una splendida realtà, mobilitando un'intera comunità umana, non solo una comunità territoriale. Hanno saputo soprattutto difendere tutti gli arrestati, rivendicando ogni azione e non cedendo al binomio manicheo violenza/nonviolenza.
Perché è pacifico che nel nostro Paese - e la recente sentenza Mills lo dimostra a dovere - troppo spesso la legalità non coincide con la giustizia e i No Tav lo sanno benissimo. Tutti gli arrestati o inquisiti sono parte integrante di questa comunità allargata e tutta la comunità ha gridato che lo scorso 3 di luglio a tagliare le reti e difendersi dai lacrimogeni CS non c'erano solo quei 26 ora in carcere ma le mani di tutti. E sabato erano quasi centomila.
fonte 

venerdì 2 marzo 2012

Schiavitù. I fortini della vergogna



di Julio Hernandez *

Fino ad oggi le coste africane mostrano tracce del traffico degli schiavi che ha tolto a questo continente, durante tre secoli, le sue figlie ed i suoi figli più forti e capaci.

Una catena di fortini ed i resti di ciò che furono i punti di concentrazione degli schiavi prima di essere imbarcati verso l’America sono oggi migliaia di chilometri del litorale occidentale, da Senegal fino ad Angola.

Saint Loius e l’Isola di Goree in Senegal, il fortino di Elmina in Ghana, Bonny
in Nigeria e Benguela in Angola, sono alcuni degli scenari di questa indicibile tragedia.

Goree nella baia di Dakar, con meno di un chilometro quadrato di superficie, fu il punto di incarceramento e d’invio degli schiavi tramite una porta conosciuta come il Viaggio senza  Ritorno.

In  Cape Coast, in Ghana, l’antica Costa d’Oro, costruirono il fortino di Elmina, dove erano ammucchiati centinaia di esseri umani prima di  incatenarli con ceppi e di prepararli per il lungo viaggio.

Si calcola che qui ed in altri punti della zona si sia imbarcato più del 10% del totale dei prigionieri, mentre che a Bonny si sia trafficato quasi il 15%, provenienti dalla Nigeria Orientale, da Camerun, da Gabon e dalla Guinea.

Però la questione della tratta è stata più intensa nel Congo ed in Angola, da dove spostarono verso il Nuovo Continente quasi il 40% della cifra totale degli schiavi, soprattutto da Benguela, dove i portoghesi costruirono un fortino nel 1617.

Non esiste ancora un calcolo esatto di quanti africani hanno sofferto la tratta perché secondo diversi storici questa cifra varia tra 10 e 20 milioni, se vengono anche contati i morti nelle cacce umane, dalle malattie e nei viaggi.

Per aumentare i profitti, i commercianti riempivano le navi, mettevano tra 350 e 600 schiavi, perciò durante tre secoli  hanno avuto bisogno in modo permanente di una vera flotta per avviare questo traffico fino all’altro lato dell’oceano.

E questa flotta ha avuto bisogno di mezzi e di uomini per la sua esistenza, tali come arsenali, falegnami, timonieri, marinai e bussole, cioè tutto il necessario per il funzionamento di quel ponte marittimo attraverso l’Atlantico.

Nel 1999 il Consiglio Municipale della città portuaria britannica di Liverpool ha approvato una risoluzione nella quale ha chiesto scusa pubblicamente per il ruolo che giocò durante diversi secoli nei confronti della tratta degli schiavi.

Secondo i calcoli, una di ogni quattro navi che salpavano in questo porto era dedicata esclusivamente a questo tipo di commercio.

Nel 2007 l’allora sindaco di Londra, Ken Livingston, ha avuto un gesto simile e si è lamentato amaramente di che esistono ancora istituzioni nel mondo degli affari che ricevono benefici dalle ricchezze accumulate tramite il traffico degli esseri umani.

Questi piccoli gesti si allontanano dalle scuse formali reclamate agli Stati schiavisti dai paesi africani nella Conferenza Mondiale contro il Razzismo, realizzata a Durban nel 2001, giacché il Regno Unito, il Portogallo, la Spagna, l’Olanda e gli Stati Uniti si sono opposti.

Era molto poco in comparazione con l’irreparabile perdita sofferta, che per tanti autori è la causa principale degli arretrati economici di questo continente fino ai nostri tempi, nonostante le copiose ricchezze naturali che possiede.

Sembra che l’atteggiamento degli antichi colonizzatori risponda al timore di che se loro riconoscono come Stati la loro responsabilità in queste barbarie, potrebbero essere oggetto di domande giudiziali per compensare i paesi vittime di questo traffico.

Ė difficile stimare quanto potrebbe essere una compensazione di questo genere, visto solo dal punto di vista monetario, per coprire le perdite umane dell’Africa.
Gli schiavi venivano comprati a cambio di paccottiglie nelle coste africane e si vendevano dopo in Brasile, nei Carabi ed in America del Nord con uno
straordinario margine di profitto.

Secondo i documenti dell’epoca, uno schiavo era venduto nelle Antille con un profitto di fino al 150% e dopo del trattato d’abolizione del 1817, i profitti potevano essere superiori al 300%.

Ė per ciò che la costruzione di fortini sulle coste africane e di navi per trafficare i negri negli arsenali europei risultava a buon mercato facendo il paragone con le ricchezze ottenute.

Se a questo aggiungiamo i guadagni grazie allo sfruttamento del lavoro schiavo nell’agricoltura e nelle miniere del Nuovo Mondo, la compensazione dovrebbe essere gigantesca.

La mostra migliore del danno causato all’Africa sono i fortini delle potenze coloniali costruiti lungo la costiera che continuano essendo, fino ad oggi, testimoni muti di uno degli episodi più tragici e vergognosi della storia.

*giornalista della Redazione dei Servizi Speciali di Prensa Latina

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