involuzione

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Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

sabato 25 ottobre 2014

"NO TAV",PROCESSO O FARSA?


 Fernando Pessoa  FONTE

La lettura dei resoconti del Tg Maddalena dall'aula del maxiprocesso NoTav ha riservato ieri il solito triste spettacolo.

Era il giorno delle arringhe delle parti civili: il Ministero dell'Interno, i sindacati dei poliziotti, alcuni avvocati dei singoli poliziotti.

Dopo un soporifero inizio, l'arringa dell'avvocato del Minstero italiano degli interni, quasi a cercare di recuperare terreno ad un fumoso discorso, inizia ad attaccare gli avvocati difensori degli imputati, rei, secondo il collega, di non aver scelto tra la legge e la toga secondo lui da una parte, e la difesa troppo animata dei propri assistiti e della causa Notav dall'altra. Per l'avvocato dello Stato, gli avvocati non dovevano mediare, nè assistere durante le manifestazioni in cui la polizia italiana ha utilizzato un'inusitata violenza repressiva, sull'orma dello stivale di Genova 2001.  Gli avvocati dovrebbero distanziarsi e condannare. Ruolo inusitato per un difensore, ma tant'è: ormai ho capito che in Italia ci sono processi più processi (o meno processi) di altri.

Lo sproloquio, per nulla pertinente all'oggetto del processo, va avanti per minuti interi senza che il presidente della corte gli indichi la non rilevanza. Un avvocato difensore prova a proporre un opposizione, subito zittito dal presidente della corte e dal pubblico ministero: ormai si capisce che parlano con una voce sola. Addirittura svillaneggiato da un avvocato dei sindacati di polizia che prova a fomentare tra i suoi colleghi una contestazione ad uso dei media di regime, anche se nessuno lo segue e nessuno si entusiasma.

Eppure, riferiscono alcune voci Notav, in recente un processo a militanti del movimento valsusino per fatti di scarsa importanza (i processi intentati dalla magistratura italiana contro il movimento sono oltre 200), uno dei tre componenti della corte, stranamente giudice anche in quel processo, non si è fatto remore a togliere la parola ad un avvocatessa della difesa che illustrava le ragioni della contrarietà all'opera per sostenente un'attenuante che in italia si concede a chi agisce per motivi di valore sociale o morale, solo perché a suo dire "era fuori tema"  . Nello stesso processo, lo stesso giudice aveva poi interrotto un altro avvocato difensore perché a suo dire si dilungava troppo.

Eppure non dovrebbe essere consentito di rimbrottare agli avvocati difensori di non avere avuto un atteggiamento compiacente con gli eccessi del potere esecutivo. Negli Stati Uniti è naturale che l'Avvocato sia partigiano, combatta, altrimenti finisce in galera per aver tradito il suo cliente. In Italia non è lo stesso? Sembrerebbe di no, a sentire queste figure.

I due pesi e le due misure in cui viene amministrata la giustizia in Italia non reggerebbero alla più scarsa delle corti americane di legittimità, ma lo spettacolo deve continuare e si pretende che in questo teatrino i difensori e gli imputati siano nemmeno attori, ma solo comparse.

Tutto sommato in aula lo Stato italiano è stato rappresentato bene: è stato raffigurato nella sua dimensione reale. Quella che a Genova, senza vergogna, manda le forze di polizia a malmenare i giovani volontari che spalano il fango della recente alluvione nella città portuale. La "meglio gioventù" o gli "angeli del fango" li chiamano sui social network e sui siti di informazione indipendente. Per le forze dell'ordine e per lo

stato colpevole più volte dell'assoluta incuria che ha provocato l'alluvione sono giovani da maltrattare, spintonare, fermare, perché hanno uno zaino con scritto NOTAV. "Mantieni le distanze altrimenti ti arresto" sbraita il poliziotto dagli stivali lucidi al volontario coperto di fango.

Questo stesso Stato esibisce sindaci che proclamano la propria innocenza, non essendo nemmeno capaci di leggere una previsione del tempo. Guadagnano gli insulti delle loro vittime.

Questo stesso Stato ha gratificato gli amministratori e i dirigenti pubblici della Regione Liguria  di premi per migliaia e migliaia di Euro per aver - a dire loro - raggiunto gli obiettivi nella prevenzione del dissesto idrogeologico. Genova è di nuovo, per la terza volta, martire sotto l'acqua. begli obiettivi han raggiunto: quello di riempirsi le tasche, quello di riempire quelle degli speculatori edilizi.

Questo stesso Stato scava gallerie per treni che nessuno prenderà mai e i suoi cittadini, le sue imprese, affogano nel fango.


 Senza vergogna.
Senza pietà.
Senza Umanità.

Lo Stato è ben rappresentato tra le strade genovesi: gli italiani ne vedono in questi giorni il vero volto, ne sentono il rancido sapore, ne spalano il fango, ne schifano - ogni giorno di più - l'orrendo vizio.

giovedì 23 ottobre 2014

MISERABILI CONDIZIONI DI LAVORO IN ROMANIA

FONTE

Más de 200 trabajadorse de la fábrica textil SC Husana SA, en el municipio de Huşi, han rechazado comenzar su jornada el pasado jueves descontentos con sus condiciones laborales.

Los trabajadores se quejan de estar encerrados entre 10 y 12 horas en la fábrica, sin que les paguen las horas suplementarias, cobrando entre 400 y 500 lei al mes (es decir, entre 88 y 110 euros), y en octubre solamente han recibido la mitad. El menor salario recibido hasta ahora fue el de septiembre, metiéndose cada trabajador en el bolsillo por un mes de trabajo 99 lei (apenas 20 euros).

Los trabajadores acusan, también, al sindicato de la empresa, que en vez de defender sus derechos es cómplice de los propietarios. Afirman haber denunciado su situación a la Inspección de Trabajo de la Provincia de Vaslui, pero nadie les ha hecho caso.
 “Hemos reicibido este mes apenas 200 lei de sueldo, pero con los impuestos se nos ha ido todo. Nuestra situación es desesperada. No nos apañamos para nada. Alguien debe tomar medidas, porque así no se puede. Somos esclavos, no trabajadores", ha comentado uno de los huelguistas.

Hay que recordar que el salario mínimo legal en Rumanía para una jornada completa es de 205 euros al mes, es decir, 922 lei, una ley que en gran parte de los casos, a pesar de que supone unos salarios miserables en el contexto de la Unión Europea, con el que un trabajador no puede vivir con la más mínima dignidad, ni siquiera se respeta. Por cierto que el casco de los trabajadores de Huşi no es, ni mucho menos, único en Rumania, sino que es más habitual de lo que parece. En realidad, las estadísticas oficiales confirman que más de la mitad de los trabajadores rumanos viven, si sus patronos respetan la ley, cosa que no es nada habitual, con un salario menor de 230 euros al mes.

Es lo que tiene el capitalismo... Mientras un pequeño tanto por ciento de la población se ha lucrado durante estos últimos 25 años de neoliberalismo criminal de forma inconmensurable, en lo que podemos llamar un nuevo periodo de acumulación de la riqueza en pocas manos (de la enorme riqueza colectiva construida y atesorada por el pueblo durante los cuarenta años de socialismo), mientras los derechos, el bienestar y las posibilidades de supervivencia de los que trabajan ha sufrido, en dos décadas y media de dictadura del capital, una acelerada caida libre hacia la miseria y la semiesclavitud.

La noticia original en: adev.ro/ndjbck

martedì 21 ottobre 2014

C'é del Malus in quel Bonus ìì

 di Antonio Rei   FONTE

Il problema non è quasi mai nel “che cosa”, ma quasi sempre nel “come”. La regola trova conferma nel nuovo bonus bebè, l’ultima mirabolante perla del premier Matteo Renzi. L’idea di base è più che condivisibile: lo Stato aiuta le famiglie con meno possibilità a sostenere le spese extra che la nascita di un figlio comporta. Sacrosanto.
Peccato che, per com’è stato concepito, il bonus rischi di trasformarsi in un folle e iniquo sperpero di denaro pubblico, buono forse per far recuperare qualche punto nei sondaggi al giovanotto in camicia bianca, magari anche per risarcire la Chiesa Cattolica di un’eventuale legge su gay e diritti civili, ma non certo per ridistribuire ricchezza e aiutare chi più avrebbe bisogno.

"Dal primo gennaio del 2015 - ha detto Renzi domenica sera - daremo gli 80 euro anche a tutte le mamme che fanno un figlio, per i primi tre anni. Si tratta del mezzo miliardo destinato alle famiglie" nella legge di Stabilità.

Che l’obiettivo sia d’immagine è confermato dalla sede in cui il Presidente del Consiglio ha scelto di annunciare l’intervento. Nonostante pochi giorni prima si trovasse a Palazzo Chigi per illustrare la legge di Stabilità davanti a una platea di giornalisti professionisti, il capo del Governo ha dato l’annuncio del bonus bebè dal salottino di Barbara D’Urso su Canale 5.
La signora, che pure si definisce “giornalista” ogni volta che può, ha passato il tempo a sorridere, ad appellare il Premier con un confidenziale “Matteo”, a farsi con lui selfie che risulterebbero imbarazzanti anche in un film per teenager. Di domande vere, ovviamente, nemmeno l’ombra. 

La signora D’Urso avrebbe potuto chiedere conto, ad esempio, della platea a cui s’intende concedere il bonus, ovvero tutte le famiglie con un reddito annuo lordo fino a 90mila euro. Una folla oceanica di persone che comprende anche parte della classe medio-alta. “E’ mai possibile, caro Matteo - avrebbe potuto dire Barbara . che in un Paese dove mancano le risorse per aiutare i poveri si trovi il modo di dare soldi a chi può permettersi due automobili?”.

Già, perché ancora una volta rimangono sullo sfondo i cosiddetti incapienti, ovvero le persone che guadagnando meno di 8mila euro l’anno, non pagano l’Irpef e perciò sono escluse dal bonus di 80 euro introdotto la scorsa primavera. A quel tempo Renzi aveva promesso che il Governo avrebbe fatto qualcosa anche per loro, ma ora che ha 500 milioni di euro da spendere decide d’includere fra i beneficiari anche gli abbienti.

Non solo. L’importo è uguale (80 euro) e al Premier fa comodo alimentare la confusione (“daremo gli 80 euro anche a tutte le mamme”), ma i soldi del bonus Irpef e quelli del bonus bebè sono due aiuti distinti e - udite e udite - addirittura cumulabili. Chi guadagna 1.500 euro netti al mese e fa un figlio intascherà un doppio sostegno da parte dello Stato. Chi invece non guadagna abbastanza per vivere, ma è abbastanza coraggioso da fare un figlio, avrà diritto solo agli 80 euro del bonus bebè. Insomma, si dà di più a chi ha di più e di meno a chi ha di meno.

“Non ritiene, Presidente, che destinare quei 500 milioni soltanto ai poveri avrebbe ridotto un po’ la crisi sociale del Paese? - avrebbe potuto chiedere Barbara -. Non pensa che sarebbe meglio intervenire per ridurre gli squilibri invece che per aumentarli?”.

Nella distribuzione delle risorse che ha a disposizione, il Governo continua a violare ogni principio di giustizia sociale e di progressività. Il bonus bebè pone un limite di reddito entro il quale non sono previste distinzioni: che si guadagnino 90mila o 10mila euro l’anno, il bonus è sempre da 80 euro.
 Lo stesso difetto grava anche sul bonus Irpef, ma in quel caso il tetto di reddito lordo annuo oltre il quale non si ha più diritto al benefit è di 26mila euro. Non 90mila. L’assurdità della soglia per il bonus bebè emerge anche da confronto con la situazione attuale. Oggi il benefit legato ai figli funziona in modo diverso e sono le Regioni a stabilire il reddito-limite: nel Lazio, ad esempio, è di 20 mila euro a famiglia, mentre in Sicilia è addirittura di 5mila. Non 90mila.

Bisogna poi tenere presente il peso che la nuova misura avrà sulle casse pubbliche. Stando alle statistiche, i 500 milioni di euro saranno sufficienti per coprire il bonus bebè nel 2015. L'anno successivo, però, il conto raddoppierà, perché avranno diritto al benefit le neomamme del 2015 e del 2016. La stessa logica porterà i costi a triplicare nel 2017 fino a quota 1,5 miliardi, che dovrebbe rappresentare l'uscita costante dal 2018 in poi.

Non sono pochi soldi, soprattutto per chi imposta la legge di Stabilità quasi esclusivamente su aumento del deficit e tagli agli enti locali. Ricordiamo poi che la manovra prevede anche una mortifera clausola di salvaguardia: se non si riuscirà a raggiungere l'obiettivo di medio termine (leggi pareggio di bilancio) scatteranno aumenti automatici dell’Iva e delle altre imposte indirette per 12,4 miliardi di euro nel 2016, 17,8 miliardi nel 2017 e ben 21,4 miliardi nel 2018. "In queste condizioni, si sentiva proprio il bisogno di regalare 80 euro a chi ogni mese ne guadagna 4mila?", avrebbe potuto chiedere Barbara. Ma la signora sapeva che Matteo era lì proprio per non rispondere.