involuzione

involuzione
FIRMA LA PETIZIONE
Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

sabato 30 gennaio 2016

Campagna italiana per la revoca degli accordi con il Technion


L’APPELLO


Noi, docenti e ricercatori/trici delle Università italiane siamo profondamente turbati dalla collaborazione tra l’Istituto israeliano di tecnologia “Technion” e alcune università italiane, tra cui il Politecnico di Milano, il Politecnico di Torino, l’Università di Cagliari (medicina), l’Università di Firenze (medicina), l’Università di Perugia, l’Università di Roma “Tor Vergata” e “Roma3”, l’Università Torino.
Le università israeliane collaborano alla ricerca militare e allo sviluppo delle armi usate dall’esercito israeliano contro la popolazione palestinese, fornendo un indiscutibile sostegno all’occupazione militare e alla colonizzazione della Palestina. [1] Il Technion è coinvolto più di ogni altra università nel complesso militare-industriale israeliano. [2] L’istituto svolge una vasta gamma di ricerche in tecnologie e armi utilizzate per opprimere e attaccare i palestinesi. Ad esempio, uno dei progetti più noti ha portato allo sviluppo di funzioni di controllo remoto sul bulldozer Caterpillar “D9” usato dall’esercito israeliano per demolire le case dei palestinesi e all’implementazione di un metodo per individuare i tunnel sotterranei, sviluppato appositamente per facilitare l’assedio alla Striscia di Gaza. [3]
Il Technion sviluppa programmi congiunti di ricerca e collabora con l’esercito israeliano e con le principali aziende produttrici di armi in Israele, tra cui Elbit Systems. Tra i più grandi produttori privati di armi, Elbit Systems fabbrica i droni utilizzati dall’esercito per colpire deliberatamente i civili in Libano nel 2006, a Gaza nel 2008-2009 [4] e nel 2014 e fornisce le apparecchiature di sorveglianza per il Muro dell’apartheid. [5] Inoltre, il Technion forma i suoi studenti di ingegneria affinché lavorino con aziende che si occupano direttamente dello sviluppo di armi complesse. Per esempio, Elbit Systems ha assegnato dei fondi di circa mezzo milione di dollari in borse di studio come premio per gli studenti del Technion che portano avanti ricerche di questo tipo. [6]
Il Technion intrattiene stretti rapporti anche con la Rafael Advanced Defense Systems, uno dei maggiori produttori di armi sostenuti dal governo, che ha elaborato un sistema avanzato di protezione dei carri armati israeliani Merkava. L’istituto ha promosso anche un master in gestione aziendale mirato specificatamente ai dirigenti di Rafael, rafforzando ulteriormente il rapporto tra il mondo accademico e il complesso militare-industriale d’Israele. [7] Come altre università israeliane, il Technion premia i suoi studenti che svolgono il servizio militare obbligatorio. Solo per citare un esempio, ai militari riservisti che hanno partecipato all’operazione Piombo Fuso a Gaza nel 2008-2009 sono stati anche concessi benefici sul piano accademico in aggiunta alle agevolazioni normalmente previste per i riservisti. [8]
Il funzionamento del vasto complesso militare-industriale israeliano dipende in notevole misura anche dalla volontà dei governi, delle aziende e dei centri di ricerca di tutto il mondo di collaborare con le università e i centri di ricerca israeliani. Il rapporto attivo e durevole del Technion con l’esercito e l’industria militare israeliana lo rende direttamente complice delle violazioni del diritto internazionale che essi commettono. Di conseguenza, collaborare con il Technion significa rendersi attivamente partecipi del regime di occupazione, colonialismo e apartheid d’Israele e in questo modo essere complici del sistema di oppressione che nega ai palestinesi i loro diritti umani più fondamentali.
Chiediamo pertanto ai nostri colleghi docenti e ricercatori/trici di porre fine a ogni forma di complicità con il complesso militare-industriale israeliano e chiediamo l’interruzione di ogni forma di cooperazione accademica e culturale, di collaborazione o di progetti congiunti con il Technion.
Inoltre, rispondendo all’appello della società civile palestinese che nel 2005 ha chiesto il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) contro Israele [9] fino a che non cesseranno le sistematiche violazioni contro il popolo palestinese, dichiariamo che non accetteremo inviti a visitare istituzioni accademiche israeliane; non agiremo come arbitri in nessuno dei loro processi; non parteciperemo a conferenze finanziate, organizzate o sponsorizzate da loro, o comunque non collaboreremo con loro. Tuttavia, nel pieno rispetto delle linee guida della Campagna palestinese per il boicottaggio accademico e culturale d’Israele (PACBI) [10], continueremo a lavorare e collaborare con i nostri colleghi israeliani singolarmente.
Considerato che intellettuali critici, spiriti liberi e donne e uomini di coscienza si sono storicamente presi la responsabilità morale di combattere l’ingiustizia, come esemplificato dalla lotta per l’abolizione dell’apartheid in Sud Africa;
considerato inoltre che un numero crescente di università [11], associazioni di o singoli accademici [12] e gruppi studenteschi [13] in tutto il mondo si sono mobilitati contro la collaborazione con università e centri di ricerca israeliani complici in violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani, e in piena continuità con le campagne internazionali per la revoca degli accordi con il Technion [14]
invitiamo tutte le persone solidali con la lotta di liberazione palestinese ad unirsi alla campagna BDS fino a quando Israele non riconoscerà il diritto inalienabile del popolo palestinese all’autodeterminazione e non si conformerà al diritto internazionale: 1. Ponendo termine all’occupazione e alla colonizzazione di tutte le terre arabe e smantellando il Muro; 2. Riconoscendo i diritti fondamentali dei cittadini arabo-palestinesi di Israele alla piena uguaglianza; 3. Rispettando, proteggendo e promovendo i diritti dei profughi palestinesi al ritorno nelle loro case e nelle loro proprietà come stabilito nella risoluzione 194 dell’ONU. Il movimento BDS rifiuta ogni forma di discriminazione razziale, politica, religiosa e di genere, inclusi l’antisemitismo, l’islamofobia e ogni ideologia fondata su presunte supremazie etniche o razziali.
Ci appelliamo infine a tutte le associazioni studentesche, ai movimenti di solidarietà e a tutte le persone che credono nella giustizia affinché proseguano gli sforzi di mobilitazione sia facendo pressioni sugli organi competenti per la revoca degli accordi tra il Technion e le università e i centri di ricerca italiani, sia attraverso proteste, dibattiti e azioni volte sensibilizzare le comunità accademiche sulle implicazioni della collaborazione con il Technion e in generale con le università e gli enti di ricerca israeliani.
Campagna italiana per la revoca degli accordi con il Technion
[1]Pianificare l’oppressione. Le complicità dell’accademia israeliana (Torino: Seb27, 2010)
[2] Industry Guide to Technion http://www.technion.ac.il/wp-content/uploads/2014/07/INDUSTRY-GUIDE-TO-TECHNION_L.pdf
[3] Uri Yacobi Keller, The Economy of the Occupation: A Socioeconomic Bulletin (Jerusalem: Alternative Information Center, 2009), 9. http://usacbi.files.wordpress.com/2009/11/economy_of_the_occupation_23-24.pdf
[4] Ibid., 10.
[5]Who Profits, Elbit Systems, http://whoprofits.org/company/elbit-systems
[6] Keller, 10-11.
[7] Structures of Oppression: Why McGill and Concordia Universities Must Sever their Links with the Technion-Israel Institute of Technologyhttp://www.tadamon.ca/wp-content/uploads/Technion-English.pdf
[8] Keller, 12-13
[9] L’appello palestinese per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni, 9 luglio 2015, http://bdsitalia.org/index.php/campagna-bds/77-appello-bds .
[10] PACBI Guidelines for the International Academic Boycott of Israel http://www.pacbi.org/etemplate.php?id=1108
[11] University of Johannesburg ends Israeli links, March 23, 2011, http://www.bdsmovement.net/2011/uj-bgu-5379; La SOAS dell’Università di Londra sostiene il boicottaggio di Israele con un voto schiacciante, 28 Febbraio 2015, http://bdsitalia.org/index.php/ultime-notizie-bac/1707-soas-voto .
[12] Si veda: 250 accademici chiedono di escludere aziende israeliane dai programmi di ricerca europei, BDS Italia, 10.07.2012, http://www.bdsitalia.org/index.php/comunicati-bac/396-geoghegan ; American Studies Association, Resolution to Support the Boycott of Israeli Academic Institutions,  April 20, 2013,  http://aaastudies.org/aaastudiespublic/wp-content/uploads/2014/12/aaas-4_20_13-conference-resolution-to-support-the-boycott-of-israeli-academic-institutions.pdf ; A Commitment by UK Scholars to Human Rights in Palestine, October 27, 2015, http://www.commitment4p.com/; Academics and Israel, The Irish Times, Nov 4, 2015, http://www.irishtimes.com/opinion/letters/academics-and-israel-1.2415778 ; More than 200 South African scholars pledge support for Israel boycott, The Jerusalem Post, 16 Dec 2015, http://m.jpost.com/Israel-News/Politics-And-Diplomacy/More-than-200-South-African-scholars-pledge-support-for-Israel-boycott-437524#article=6017NzQ0MjMwQTZFN0YwOERERDJFNEVBMjdBQTU0NjkzRkU= . Recentemente, l’Associazione Antropologica Americana è diventata la più grande istituzione accademica degli Stati Uniti ad approvare il boicottaggio accademico di Israele, http://bdsitalia.org/index.php/comunicati-bac/1901-aaa2015-bds . Per un elenco dei dipartimenti e delle associazioni accademiche che sostengono il BDS si veda: http://www.usacbi.org/academic-associations-endorsing-boycott/ .
[13] Gli studenti della Northwestern University (USA) per il disinvestimento da Israele, 19 Febbraio 2015, http://bdsitalia.org/index.php/ultime-notizie-bac/1693-nudivest; Le Università del Sud Africa si uniscono al boicottaggio accademico di Israele, 05 Maggio 2015, http://bdsitalia.org/index.php/ultime-notizie-bac/1745-sudafrica
[14] Per un elenco delle campagne si veda: http://www.usacbi.org/stop-technioncornell-collaboration/

Fonte,elenco firmatari,firma l'appello

mercoledì 27 gennaio 2016

27 GENNAIO 1945

GIORNATA DELLA MEMORIA


L'ASSE SEGRETO USA-ARABIA SAUDITA

Nome in codice «Timber Sycamore»: così si chiama l’operazione di armamento e addestramento dei «ribelli» in Siria, «autorizzata segretamente dal presidente Obama nel 2013»: lo documenta una inchiesta pubblicata domenica dal New York Times.

Quando è stata incaricata dal presidente di effettuare questa operazione coperta, «la Cia sapeva già di avere un partner disposto a finanziarla: l’Arabia Saudita». Insieme al Qatar, «essa ha fornito, armi e diversi miliardi di dollari, mentre la Cia ha diretto l’addestramento dei ribelli».

La fornitura di armi ai «ribelli», compresi «gruppi radicali come Al Qaeda», era iniziata nell’estate 2012 quando, attraverso una rete predisposta dalla Cia, agenti segreti sauditi avevano comprato in Croazia e nell’Europa orientale migliaia di fucili da assalto Ak-47 con milioni di proiettili e i qatariani avevano infiltrato in Siria, attraverso la Turchia, missili portatili cinesi Fn-6 acquistati sul mercato internazionale.

Poiché la fornitura di armi avveniva a ruota libera, alla fine del 2012 il direttore della Cia David Petraeus convocava gli alleati in Giordania, imponendo un più stretto controllo dell’Agenzia sull’intera operazione. Pochi mesi dopo, nella primavera 2013, Obama autorizzava la Cia ad addestrare i «ribelli» in una base in Giordania, affiancata da una in Qatar, e a fornire loro armi tra cui missili anticarro Tow.

Sempre con i miliardi del «maggiore contribuente», l’Arabia Saudita. Non nuova a tali operazioni. Negli anni Settanta e Ottanta, essa aiutò la Cia in una serie di operazioni coperte.

In Africa, in particolare in Angola dove, con i finanziamenti sauditi, la Cia sosteneva i ribelli contro il governo alleato dell’Urss.

In Afghanistan, dove «per armare i mujahiddin contro i sovietici, gli Stati uniti lanciarono una operazione del costo annuo di centinaia di milioni di dollari, che i sauditi pagarono dollaro su dollaro attraverso un conto della Cia in una banca svizzera».

In Nicaragua, quando l’amministrazione Reagan varò il piano segreto per aiutare i contras, i sauditi finanziarono l’operazione della Cia con 32 milioni di dollari attraverso una banca delle Isole Cayman.

Attraverso queste e altre operazioni segrete, fino all’attuale in Siria, si è cementata «la lunga relazione tra i servizi segreti degli Stati uniti e dell’Arabia Saudita». Nonostante il «riavvicinamento diplomatico» di Washington all’Iran, non gradito a Riyad, «l’alleanza persiste, tenuta a galla su un mare di denaro saudita e sul riconoscimento del mutuo interesse».

Ciò spiega perché «gli Stati uniti sono riluttanti a criticare l’Arabia Saudita per la violazione dei diritti umani, il trattamento delle donne e il sostegno all’ala estremista dell’Islam, il wahabismo, che ispira molti gruppi terroristi», e perché «Obama non ha condannato l’Arabia Saudita per la decapitazione di Sheikh Nimr al-Nimr, il dissidente religioso sciita che aveva sfidato la famiglia reale».

Si aggiunge il fatto, di cui il New York Times non parla, che il segretario di stato John Kerry, in visita a Riyad il 23 gennaio, ha ribadito che «nello Yemen, dove l’insurrezione Houthi minaccia l’Arabia Saudita, gli Usa sono a fianco degli amici sauditi».

Gli amici che da quasi un anno fanno strage di civili nello Yemen, bombardando anche gli ospedali, aiutati dagli Usa che forniscono loro intelligence (ossia indicazione degli obiettivi da colpire), armi (tra cui bombe a grappolo) e sostegno logistico (tra cui il rifornimento in volo dei cacciabombardieri sauditi).

Gli stessi amici che il premier Renzi ha ufficialmente incontrato lo scorso novembre a Riyad, garantendo loro il sostegno e le bombe dell’Italia nella «comune lotta al terrorismo».

(il manifesto, 26 gennaio 2016)

lunedì 25 gennaio 2016

giovedì 21 gennaio 2016

COLTAN !!


 91 anni fa, il 20 gennaio 1925, nacque Ernesto Cardenal, poeta, sacerdote, rivoluzionario, scrittore, politico nicaraguense.
Ricordiamolo con questa sua poesia:
 
Il cellulare
 
Parli nel tuo cellulare, e parli e parli.
Senza sapere come è stato fatto e meno ancora come funziona, però che importa.
 
La cosa grave è che non sai, come nemmeno io sapevo, che molti muoiono in Congo, migliaia e migliaia, per quel cellulare muoiono in Congo.
Nelle loro montagne c’è il coltan, oltre a oro e diamanti. Usato per i condensatori dei telefoni cellulari.
Per il controllo dei minerali, corporazioni multinazionali fanno questa guerra infinita.
Cinque milioni di morti, in 15 anni, e non vogliono che si sappia.
 
Paesi di immensa ricchezza, con popolazione poverissima. L’ottanta per cento delle riserve mondiali di coltan stanno in Congo. Il coltan vi giace da 3.000 milioni di anni.
 
Nokia, Motorola, Compaq, Zenith, comprano il coltan. Anche il Pentagono, anche la corporation del New York Times, e non vogliono che si sappia.
Non vogliono che la guerra finisca, per continuare a strappare il coltan. Bambini da sette a 10 anni estraggono il coltan, perché i loro piccoli corpi entrano nei piccoli buchi, per 25 centesimi al giorno.
E muoiono mucchi di bambini per il pane del coltan, martellando la pietra che cade loro addosso. Anche il New York Times non vuole che si sappia.
 
E’ così che non si sa, di questo crimine organizzato delle multinazionali. La Bibbia identifica: giustizia e verità e l’amore e la verità, quindi l’importanza della verità, che li farà liberi.
Anche della verità del coltan.
 
Coltan dentro il tuo cellulare, in cui parli e parli. 


 
Di Carlos Riba Garcìa; da: rebelion.org; 21.1.2016 



 (traduzione di Daniela Trollio Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” Via Magenta 88, Sesto S.Giovann

mercoledì 20 gennaio 2016

STRAFATTorum Economico Mondiale di Davos

 di Michele Paris


La classe dirigente del pianeta si appresta da mercoledì a partecipare al consueto Forum Economico Mondiale di Davos in un clima internazionale mai così cupo e minaccioso dalla presunta fine della crisi globale del 2008. Ad anticipare l’arrivo delle élite politiche ed economiche nell’esclusiva località alpina svizzera è stata come al solito la pubblicazione del rapporto Oxfam sulle disuguaglianze nella distribuzione delle ricchezze, giunte ormai a livelli più che insostenibili.

Secondo lo studio della no-profit britannica, appena 62 individui, dei quali molti presenti a Davos, nel 2015 sono giunti a detenere ricchezze pari a quelle che è costretta a spartirsi metà della popolazione terrestre, ovvero più di 3,5 miliardi di persone. Questo livello di ricchezza era concentrato nelle mani di 338 persone soltanto cinque anni fa.

La barzelletta dell’impegno dei potenti riuniti in Svizzera per mettere un freno alle disparità economiche mondiali - ripetuta costantemente alla vigilia del summit - è smascherata appunto dal fatto che la polarizzazione delle ricchezze è aumentata in maniera rapida negli ultimi anni. Ad esempio, la ricchezza a disposizione dei 62 uomini o donne più ricchi del pianeta è salita del 44% dal 2010, mentre quella nelle mani della metà più povera del pianeta è crollata del 41%.

Le caratteristiche tutt’altro che inevitabili di questi processi sono confermate, tra l’altro, da uno studio dell’università di Berkeley citato da Oxfam, secondo il quale singoli e aziende custodiscono 7.600 miliardi di dollari in paradisi fiscali “offshore”. Anche ammettendo la legittimità di queste ricchezze, la sottrazione di esse ai rispettivi sistemi fiscali priva ogni anno i vari governi di qualcosa come 190 miliardi di dollari di entrate e, quindi, di risorse teoricamente indirizzabili verso programmi sociali di vitale importanza.

Da questo scenario, prodotto direttamente dalla crisi del capitalismo globale, derivano una serie di questioni e di crisi che saranno con ogni probabilità al centro degli incontri di Davos, al di là dell’argomento ufficiale del vertice, ovvero la “Quarta Rivoluzione Industriale”.

Dagli effetti del rallentamento della crescita dell’economia cinese alla disoccupazione, dal crollo del prezzo delle risorse energetiche al rischio esplosione di una nuova bolla finanziaria, dall’aumento delle tensioni sociali al moltiplicarsi delle agitazioni dei lavoratori in tutto il mondo, i motivi per tenere in apprensione i convenuti nel “resort” elvetico sono molteplici.

I fattori che hanno permesso a pochi individui di arricchirsi ed entrare oppure guadagnare posizioni nel club dei miliardari a partire dal 2008 sono in definitiva gli stessi che hanno determinato la mancata ripresa dell’economia reale o, per meglio dire, che hanno gettato le fondamenta per l’esplosione di una nuova crisi globale.

Ciò a cui si è assistito è stata piuttosto una continua concentrazione delle ricchezze verso il vertice della piramide sociale, oltretutto a un ritmo più sostenuto del previsto. La stessa Oxfam dodici mesi fa si aspettava che l’1% della popolazione mondiale giungesse a controllare ricchezze maggiori del rimanente 99% solo nel 2016, mentre ciò è accaduto già nel corso dell’anno da poco concluso.

Un trasferimento di ricchezza dal basso verso l’alto, quello che continua a essere registrato, che è inestricabilmente legato alle politiche messe in atto dai governi di tutto il mondo, fatte di austerity, smantellamento dei diritti dei lavoratori e implementazione di misure da stato di polizia per il controllo e la repressione del dissenso.

L’altra faccia della stessa medaglia che ha favorito questa evoluzione è rappresentata dalle iniziative delle grandi aziende, restie a investire ma impegnate a tagliare costi e personale, progettare fusioni e acquisizioni, riacquistare proprie azioni ed erogare dividendi agli azionisti. Il tutto con il sostegno delle politiche delle banche centrali che hanno messo a disposizione o, nel caso dell’Europa, continuano a mettere a disposizione quantità infinite di denaro virtualmente senza alcun costo.

I fatti di questi ultimi sette anni hanno aperto gli occhi a centinaia di milioni di persone in tutto il mondo circa i meccanismi e le regole del capitalismo internazionale e delle “democrazie” liberali. Per questa ragione, le illusorie esortazioni di organizzazioni come Oxfam, indirizzate ai leader politici e del business globale per adoperarsi a inveritre la rotta in merito alle disuguaglianze, suonano del tutto vuote, se non come una vera e propria beffa, dal momento che sono precisamente questi ultimi i responsabili di quanto viene denunciato.

In una dichiarazione che ha accompagnato il già citato rapporto, il direttore esecutivo di Oxfam, Winnie Byanima, ha affermato assurdamente che “le preoccupazioni dei leader mondiali per le crescenti disuguaglianze non si sono per ora tradotte in azioni concrete”.

Tralasciando qualsiasi considerazione sul grado di auto-illusione delle parole della numero uno di Oxfam, azioni concrete in questo senso non sono giunte proprio perché le “preoccupazioni” dei governi un po’ ovunque sono in realtà diametralmente opposte. Iniziative più che efficaci sono state in realtà messe in atto, ma per un obiettivo contrario, ovvero la salvaguardia dei livelli di profitto degli strati più ricchi della popolazione.

La ragione dell’esplosione delle disuguaglianze e del peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, secondo le classi dirigenti di tutto il mondo, sarebbe da collegare principalmente, come suggerisce lo stesso argomento scelto per il forum di Davos di quest’anno, ai cambiamenti tecnologici avvenuti nel nuovo secolo.

A spiegare questa interpretazione artificiosa è stato settimana scorsa anche il presidente americano Obama nel corso del suo ultimo discorso sullo stato dell’Unione a Washington. Obama ha definito questi cambiamenti come portatori di “opportunità” ma anche la causa dell’aumento delle disuguaglianze.

Come se fossimo davanti a un fenomeno impersonale e inarrestabile, il presidente USA ha poi ricordato che le “aziende, in un’economia globalizzata, devono far fronte a una concorrenza spietata e possono delocalizzare ovunque”, così che “i lavoratori hanno meno potere” per far valere i propri diritti e negoziare adeguamenti di stipendio. Le aziende, allora, “sono meno vincolate alle comunità” in cui operano e, in definitiva, l’intero processo fa sì che “sempre maggiore ricchezza e redditi siano concentrati verso l’alto”.

Ben lontana dall’essere una dinamica di questo genere, la concentrazione delle ricchezze nelle mani di pochi e l’impoverimento di massa di centinaia di milioni (se non miliardi) di persone è la conseguenza di politiche deliberate e del funzionamento di un sistema economico in stato di avanzato deterioramento, in grado soltanto di produrre devastazione sociale, crisi internazionali e conflitti rovinosi.

Di fronte a problematiche di questa portata, la funzione di summit come quello al via da mercoledì a Davos sembra essere dunque quella di consentire ai governi e ai miliardari che li controllano di preparare risposte - improntate rigorosamente a politiche di classe - alla nuova imminente crisi del sistema, in modo da farla gravare ancora una volta sulle spalle di coloro che ne hanno pagato il prezzo più caro in questi ultimi durissimi anni.

Fonte 

martedì 19 gennaio 2016

Chi è a caccia di Angela Merkel?


Who is hunting Angela Merkel?
Last September we published an outline of the analysis produced by the Russian investigator Vladimir Shalak on the hidden aspects of the Twitter-based campaign to lure the Middle Eastern refugees into Germany. Having studied 19000 refugee-related original tweets Shalak claimed that the great exodus to continental Europe was artificially arranged by non-European actors. The latest wave of migrant-caused violence in the number of European cities on New Year’s Eve sparked another intense anti-Merkel campaign in German and European social media, and yielded  additional data for Shalak’s in-depth research.
Below we will share its preliminary results. But before we do let’s have a glance at two pictures demonstrating drastic change in public narrative in Germany regarding the refugees in just 4 months:
August 2015
August 2015

January 2016
January 2016
Was it a tragic but spontaneous development or a deliberate psy operation by an external agent? To come closer to an informed conclusion we have to look briefly  at the current US-German relations.
Since March 2014′ Crimea reunification with Russia the German Chancellor Angela Merkel found herself between the hammer and the anvil. Under heavy pressure from Washington she had to lead the European family to tighten the escalating sanctions against Russia while big business and her political opponents were increasingly reluctant to sustain them in face of the dire consequences for the German economy. Balancing two contradicting approaches, she opted for accomplishing the 2011 commercial contract to built the second phase of the Nord Stream pipeline that would deliver more natural gas from Russia to Germany via the Baltic Sea despite a growing roar from the overseas.
Another dimension of transatlantic tensions is connected with the TTIP agreement talks held since 2013 behind the closed doors. A solid propaganda fog around these talks can hardly conceal the fact that the main issue where the swords are crossed is the status of American private arbitration courts within the European legal system. The global TNCs push for allowing these companies to sue states in private arbitration courts for any action that negatively influences their profits. In practical terms that means a total loss of the sovereignty of the European states as the private arbitration courts will then be able to dictate to the nation states customs duties (directly influencing profits of course), sanitary and phytosanitary norms (EU will have to lift its strict barriers to GMO- and beef hormone products), financial and investment rules for the European banks  and even subsidies. No wonder that a ruling coalition party in Germany categorically protests against the TTIP talks. Mass public anti-TTIP rally struck Berlin in October 2015. As a result, now Frau Merkel is emphatically careful in her assessment of the TTIP project.

Now, the picture is more or less clear: Bundeskanzlerin plays a smart game trying to maintain European sovereignty while formally complying with the US demands on secondary tracks. No doubt that this game is decoded already by Washington and the only factor that impedes her immediate ousting from the office is the absence of prepared and manageable successor. Nevertheless, a media campaign against Frau Merkel, on the pretext of rapefugees scandal,  is in full swing.
Early January the notorious speculator and confessed sponsor of the refugee traffic to Europe George Soros gave an explicit interview to Wirtschafts Woche where he bitterly critisized  Merkel’s stricter European and refugee policy suggesting that it would “cost her chancellorship”. Simultaneously the hashtag #ArrestMerkel and “Merkel Has To Go” motto appeared in Twitter and gained an impressive circulation. Conducted analysis showed that #ArrestMerkel hashtag was originally transmitted by two major Twitter accounts, @Trainspotter001 and @AmyMek. It was taken up and spread by a number of other powerful accounts.
ArrestMerkel.php
The whole map of #ArrestMerkel retweeters. The size of the circles corresponds to the number of followers who retweeted this hashtag.
@Trainspotter001 and @AmyMek do not have any regional affiliation, but average hourly activity analisys brought the following results:
Amimek
Transpotter
As you see, in both cases the minimum activity is observed between 7AM and 3PM GMT , which most likely corresponds to the US Pacific or Mountain Time. These Twitter activists are therefore active during daytime on the US West coast.
Now, the @Trainspotter001 account has made almost 27K tweets since March 2015, or around 88 tweets per day which too much for a human operator (for example, the whole CNN Twitter team is making around 23 tweets/day). We conclude that @Trainspotter001 is a programmed bot, while @Amy Mek (27K tweets since 2012) is likely too.
Going further to major retweeters we see that @Genophilia is the leading bot here (107K tweets since September 2012, or approximately 87 tweets/day). Its region is not indicated but average hourly activity research shows that it is operated from the US Pacific coast as well. Two other notable accounts are @jjauthor, a Nevada-based bot making 300 posts per day since 2010 (!) and @LadyAodh, another artificial blonde profile, created in the Unites States and fighting “white genocide” since March 2015. As you saw at the first graph, all these bot accounts are closely interlaced and thus multiplicate each other’s effect coving multimillion audiences.
The presented  evidence clearly demonstrates that the whole Refugee Combination was arranged by the US-based agents to frame up Chancellor Merkel and warn her against the defiance and independent stand for the European sovereignty. Quite noteworthy is that the seemingly polar opposite platforms (ultra liberal of George Soros and far right of vague US-located twitter bots) are eventually pursuing the same political goal – to oust German leader from her office and impose the TTIP on Europe.


sabato 16 gennaio 2016

NO GUERRA NO NATO PARTECIPA ALLA MANIFESTAZIONE DEL 16 GENNAIO


 Il Comitato No Guerra No Nato è parte della mobilitazione per le due manifestazioni di Roma e di Milano, ma lo farà sulla base della propria piattaforma politica che ha contenuti in diversi punti sostanzialmente diversi e non coincidenti con quelli del manifesto della Piattaforma Sociale Eurostop.

Dunque saremo a entrambe le manifestazioni, ma non siamo firmatari di altri documenti che non siano il nostro.

Il Comitato NGNN



Comitato promotore della campagna #NO GUERRA #NO NATO
Italia
3 gen 2016 — Varie forze anti-guerra manifesteranno il 16 gennaio. Noi riteniamo alcun posizioni come inadeguate, altre altamente equivoche. La guerra non è mai astratta, senza genitori. Molte guerre vengono dimenticate: Jugoslavia, Afghanistan, Ucraina, le aggressioni israeliane al Libano, a Gaza. Addirittura non è menzionata la Siria. La non violenza assurta a imperativo categorico non può essere proposta a chi, come il popolo di Siria, si difende dall’aggressione esterna.
Noi parteciperemo alla manifestazione con spirito unitario, sostenendo la necessità di una più vasta interpretazione della crisi mondiale in corso e mettendo al centro l’uscita dalla Nato.

Venticinque anni fa, nelle prime ore del 17 gennaio 1991, iniziava nel Golfo Persico l’operazione «Tempesta del deserto», la guerra contro l’Iraq che apriva la fase storica che stiamo vivendo.

Questa guerra, preparata e provocata da Washington, veniva lanciata nel momento in cui, dopo il crollo del Muro di Berlino, stavano per dissolversi il Patto di Varsavia e la stessa Unione Sovietica. Approfittando della crisi del campo avversario, gli Stati Uniti rafforzavano con la guerra la loro presenza militare e influenza politica nell’area strategica del Golfo.

La coalizione occidentale, formata da Washington, inviava nel Golfo una forza di 750 mila uomini, di cui il 70 % statunitensi, agli ordini di un generale Usa. Per 43 giorni, l’aviazione statunitense e alleata effettuava, con 2800 aerei, oltre 110 mila sortite, sganciando 250 mila bombe, tra cui quelle a grappolo che rilasciavano oltre 10 milioni di submunizioni.

Partecipavano ai bombardamenti, insieme a quelle statunitensi, forze aeree e navali britanniche, francesi, italiane, greche, spagnole, portoghesi, belghe, olandesi, danesi, norvegesi e canadesi.

Il 23 febbraio le truppe della coalizione, lanciavano l’offensiva terrestre. Essa terminava il 28 febbraio con un «cessate-il-fuoco temporaneo» proclamato dal presidente Bush.

La guerra del Golfo fu la prima guerra a cui partecipava, sotto comando Usa, la Repubblica italiana, violando l’articolo 11, uno dei principi fondamentali della propria Costituzione. I caccia Tornado dell’aeronautica italiana effettuarono 226 sortite, bombardando gli obiettivi indicati dal comando statunitense.

Nessuno sa con esattezza quanti furono i morti iracheni nella guerra del 1991: sicuramente centinaia di migliaia, per circa la metà civili. Alla guerra seguiva l’embargo, che provocava nella popolazione più vittime della guerra: oltre un milione, tra cui circa la metà bambini.

Subito dopo la guerra del Golfo, gli Stati Uniti lanciavano ad avversari e alleati un inequivocabile messaggio: «Gli Stati Uniti rimangono il solo Stato con una forza, una portata e un'influenza in ogni dimensione – politica, economica e militare – realmente globali. Non esiste alcun sostituto alla leadership americana» (Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti, agosto 1991).

La Nato, pur non partecipando ufficialmente, in quanto tale, alla quella guerra, mise a disposizione le sue forze e le sue strutture. Pochi mesi dopo, nel novembre 1991, il Consiglio Atlantico varava, sulla base della guerra del Golfo, il «nuovo concetto strategico dell'Alleanza». Nello stesso anno in Italia veniva varato il «nuovo modello di difesa» che, stravolgendo nuovamente la Costituzione, indicava quale missione delle forze armate «la tutela degli interessi nazionali ovunque sia necessario».

Nasceva così la strategia che ha guidato le successive guerre sotto comando Usa – contro la Jugoslavia nel 1999, l’Afghanistan nel 2001, l’Iraq nel 2003, la Libia nel 2011, la Siria dal 2013 – accompagnate nello stesso quadro strategico dalle guerre di Israele contro il Libano e Gaza, della Turchia contro i curdi del Pkk, dell’Arabia Saudita contro lo Yemen, dalla formazione dell’Isis e altri gruppi terroristi funzionali alla strategia Usa/Nato, dall’uso di forze neonaziste per il colpo di stato in Ucraina funzionale alla nuova guerra fredda e al rilancio della corsa agli armamenti nucleari.

Su tale sfondo il Comitato No Guerra No Nato ricorda la guerra del Golfo di 25 anni fa, nel massimo spirito unitario e allo stesso tempo nella massima chiarezza sul significato di tale ricorrenza, chiamando a intensificare la campagna per l’uscita dell’Italia dalla Nato, per una Italia sovrana e neutrale, per la formazione del più ampio fronte interno e internazionale contro il sistema di guerra, per la piena sovranità e indipendenza dei popoli.

Noi non mettiamo tutti sullo stesso piano. Questa guerra viene dall’Occidente. Il terrorismo viene dall’Occidente. La crisi mondiale viene dall’Occidente.

Tutti coloro che hanno firmato l’appello di questo comitato, e che ne condividono l’analisi e gli scopi, sono invitati a partecipare alla manifestazione romana del 16, e alle manifestazioni che verranno realizzate nei centri minori di ogni parte d’Italia, con queste precise posizioni. Noi chiediamo a tutti i cittadini italiani di unirsi a noi nella richiesta di un’Italia neutrale.

Comitato No Guerra No Nato

venerdì 15 gennaio 2016

mercoledì 6 gennaio 2016

AH !! CHE BELLO VIVERE IN UN PAESE SOVIETICO !! (parte 4)

Per la parte sovietica daremo uno sguardo ai bilanci delle famiglie rurali e urbane nel 1955, della fascia
di quattro componenti, basati sulle statistiche del CSB e della mia famiglia nel 1966, quando ho tenuto
una registrazione quotidiana del reddito e delle spese della famiglia.
Dal momento che i due paesi e i tre periodi di tempo corrispondono a valori monetari diversi, quando
prenderò in considerazione tutti i bilanci, utilizzerò il valore del rublo di Stalin del 1947. Nel 1955,
questo potere d'acquisto del rublo era circa pari quello del dollaro di oggi o a 30 rubli russi attuali. Il
dollaro nel 1955 corrispondeva a 6 rubli di Stalin (4 rubli d’oro). Nel 1961, a seguito della riforma
monetaria di Khrushchev il valore nominale di un rublo fu diminuito di 10 volte. Tuttavia, nel 1966,
l'aumento dei prezzi di stato e di mercato portò a una diminuzione del potere di acquisto di circa 1,6
volte, in modo che il rublo di Krusciov divenne l'equivalente di 10 rubli Stalin rublo invece che di 6 (al
tasso del 1961, l'oro $ 1=90 centesimi).