involuzione

involuzione
Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

lunedì 14 febbraio 2011

I politici italiani temono la diffusione della "febbre egiziana"

Di Marianne Arens
Le rivolte in Tunisia ed Egitto stanno causando preoccupazione nella maggioranza quanto nell'opposizione. Entrambe temono che la "febbre egiziana" possa diffondersi anche in Italia.
Tradizionalmente, le relazioni economiche e geo-strategiche con i paesi del Maghreb e del Nord Africa sono da lungo tempo strette, in particolare con la Libia, ex colonia italiana, che fornisce gas e petrolio e controlla il flusso dei rifugiati provenienti dall'Africa. Ma l'Italia ha anche stretti rapporti con l'Egitto e la Tunisia, infatti è il partner economico più importante dell'Egitto e i suoi porti sono una via importante di trasbordo per petrolio greggio, prodotti petroliferi, cotone, tessuti, metalli e prodotti chimici per l'intera Europa.
Per giorni e giorni, i politici in Italia hanno tentato di minimizzare gli eventi in Egitto, nel tentativo di tenere lontano la classe lavoratrice italiana da tali eventi, per quanto possibile.
Il primo ministro Silvio Berlusconi e i suoi ministri lo hanno fatto in maniera piuttosto goffa. Nel corso della recente riunione UE a Bruxelles, Berlusconi ha lodato la "saggezza" di Hosni Mubarak, che egli considera come un garante fondamentale della stabilità in Nord Africa. "È stato sempre considerato l'uomo più saggio ed un punto di riferimento preciso per tutto il Medio Oriente" ha detto.
Alla domanda dei giornalisti se Mubarak dovrebbe dimettersi, Berlusconi ha detto "Non posso rispondere perche' c'è molta differenza tra cosa pensa un popolo di 80 milioni di egiziani e un milione o due milioni che sono in piazza".
Il ministro degli esteri, Franco Frattini, ha detto che augura al popolo egiziano una "transizione ordinata" verso una maggiore democrazia, ma ciò che è più importante è di "contrastare ogni fenomeno di violenza e anche di deriva islamista radicale". L'esercito deve garantire il ritorno alla pace, ha detto. "La stabilità dell'Egitto è fondamentale anche per l'economia e i commerci nel Mediterraneo e quindi con l'Europa". Se Mubarak si dimettesse domani, potrebbe scoppiare il caos, ha dichiarato Frattini.
Il ministro dell'Interno, il Leghista Roberto Maroni, di ritorno da una riunione dei ministri europei a Cracovia, in Polonia, ha dichiarato che le rivolte nel Maghreb potrebbero alimentare la minaccia del terrorismo in Europa. Membri di al-Qaeda potrebbero nascondersi in un nuovo flusso di rifugiati in Europa. "Abbiamo discusso della situazione calda dei paesi del nord Africa che comporta rischi rilevanti per l'Europa", ha detto Maroni. "Siamo molto preoccupati per ciò che sta avvenendo nei Paesi della sponda Sud del Mediterraneo". Mentre i ministri degli esteri hanno intrapreso iniziative diplomatiche, i ministri degli interni hanno "attivato i sistemi di allarme". La vigilanza è "altissima".
I politici dell'opposizione di centro-sinistra non sono meno preoccupati per una possibile diffusione delle rivolte. Stanno cercando di assicurare che la stabilità sia ripristinata al più presto in Egitto.
Il leader del Partito Democratico (PD), Pier-Luigi Bersani, dà particolare importanza al merito delle iniziative prese dall'UE, intese ad incentivare un trasferimento pacifico del potere. L'Italia dovrebbe svolgere un ruolo importante a questo proposito, Bersani ha detto, aggiungendo che l'Italia è il "paese che [è] geograficamente, storicamente, culturalmente più vocato a svolgere un ruolo in quell'area per e con l'UE. "Siamo i primi o i secondi partner commerciali di tutti quei paesi".
La stessa linea è adottata da Nichi Vendola, ex leader di Rifondazione Comunista e governatore della Puglia. Mentre i governi europei mascherano la loro stretta collaborazione con gli Stati Uniti, il regime di Mubarak e i leader dell'esercito egiziano dietro frasi come "transizione pacifica alla democrazia", il portavoce di Vendola, Gennaro Migliore fomenta illusioni nella UE dichiarando: "Chiediamo che l'Italia, assieme tutti i Paesi dell'Unione europea, esprima una ferma condanna della repressione in corso in Egitto e che operi concretamente in sostegno ad un rinnovamento democratico in linea con le legittime aspirazioni di quel popolo".
Nel frattempo, il portavoce degli Affari Esteri di Rifondazione Comunista, Fabio Amato, ha avvertito i suoi colleghi politici, "Senza una profonda e radicale messa in discussione delle politiche liberiste quelle mediorientali saranno solo le prime rivolte di una lunga serie. Che non è detto non possano attraversare il Mediterraneo e arrivare anche sulle nostre sponde".
La più grande paura che ossessiona i politici, più del terrorismo, è che i lavoratori italiani possano intraprendere la lotta di classe. Ciò includerebbe non solo il milione di nordafricani in Italia, tra i lavoratori più emarginati e sfruttati, ma tutta la classe lavoratrice.
L'Italia è uno dei paesi in cui le disparità di reddito sono cresciute notevolmente negli ultimi 10 anni come dimostra uno studio del 2008 dell'OCSE. Circa il 20 per cento delle famiglie italiane oggi vive al di sotto della soglia di povertà di € 500 al mese. Un giovane su quattro è disoccupato, e al sud uno su tre.
I politici, le banche e i rappresentanti della borghesia stanno palesemente spingendo verso "riforme" più liberiste per distruggere ciò che resta del welfare. Il costo della crisi finanziaria del 2008 e il gigantesco deficit dello stato che essa ha prodotto vengono scaricati sulla classe lavoratrice.
Il governo sta lavorando alacremente per realizzare nuove leggi a favore delle grandi imprese. A tal fine, Berlusconi vuole modificare l'articolo 41 della costituzione italiana. Questo articolo, frutto delle lotte della classe lavoratrice nel periodo post-bellico, afferma che l'economia si deve sviluppare solo in conformità con la sicurezza, la libertà e la dignità umana dei cittadini italiani.
Berlusconi propone di modificare questo articolo interamente nell'interesse della libera economia di mercato. Come dice lui, una "vera rivoluzione liberale vuol dire liberare l'Italia dalla mentalità statalista" e creare "zone a burocrazia zero".
I nuovi contratti Fiat a Torino e Napoli sono in questa direzione. Significano un enorme aumento dello sfruttamento, divieto di sciopero, e l'abolizione dei precedenti contratti di lavoro. I nuovi contratti sono stati accolti dal Governo e da Confindustria come un cambiamento storico nei rapporti di classe.
Un altro grande colpo del governo è la nuova legge sul "federalismo", che darà alle regioni maggiore autonomia finanziaria. La legge rappresenta un altro duro attacco ai diritti sociali, in particolare ai lavoratori nel sud Italia. La Lega Nord ne vuole l'attuazione, altrimenti chiederà nuove elezioni. Per lungo tempo, è stato l'obiettivo della Lega Nord quello di chiedere la separazione del più ricco nord dalle regioni povere del sud. Stanno cercando di ottenere questo obiettivo alla ricorrenza del 150esimo anniversario dell'unità d'Italia.
Dalla rottura con Gianfranco Fini, Berlusconi non ha più avuto una maggioranza stabile in parlamento. Come risultato, la nuova legge sul federalismo è stata respinta giovedì da una commissione parlamentare. Il governo l'ha comunque convertita in legge tramite decreto d'urgenza. Sabato, il capo dello Stato Giorgio Napolitano ha rifiutato di firmare la nuova legge e l'ha rispedita al Parlamento.
La scorsa settimana, in una lettera al Corriere della Sera, Berlusconi ha offerto di collaborare con l'opposizione sulla questione del "mostruoso deficit nazionale". Ha ricordato che "dal momento che il segretario del PD è stato in passato sensibile al tema delle liberalizzazioni, propongo a Bersani di agire insieme in Parlamento, in forme da concordare, per discutere senza pregiudizi ed esclusivismi un grande piano bipartisan per la crescita dell'economia italiana".
Bersani ha declinato l'offerta. Il PD sta raccogliendo 10 milioni di firme contro Berlusconi. Bersani è intenzionato a creare una "grande coalizione", ovvero un "Terzo Polo", che comprenda il democristiano Pier Ferdinando Casini, l'ex-democratico Francesco Rutelli e l'ex-fascista Gianfranco Fini. Questa formazione, appena rinominata "Nuovo Polo per l'Italia", è lo strumento attraverso il quale Fini vuole rimpiazzare Berlusconi.
Politicamente, una simile coalizione "destra-sinistra" che includa i democratici non si distinguerebbe dal precedente governo. Tuttavia sarebbe meno gravata da scandali sessuali e corruzione rispetto al governo Berlusconi, e quindi più in grado di imporre gli attacchi ai salari e al welfare richiesti dalle grandi imprese.
Non c'è un solo partito che rappresenta gli interessi della classe lavoratrice. Questo vuoto politico è esplosivo, soprattutto se posto in relazione alle continue proteste contro gli attacchi al welfare e contro il governo in generale.
Lo scorso 28 gennaio, i funzionari sindacali hanno indetto uno sciopero simbolico di otto ore da parte dei lavoratori Fiat in tutto il paese. Tuttavia, i lavoratori hanno zittito i rappresentanti della CGIL e del sindacato FIOM chiedendo la convocazione di uno sciopero generale. Lo scorso fine settimana, decine di migliaia hanno manifestato contro Berlusconi a Milano e Firenze. I manifestanti lo hanno paragonato a Mubarak e hanno chiesto le sue "dimissioni immediate". Importanti scrittori come Umberto Eco e Roberto Saviano hanno anch'essi partecipato alle proteste.
Con il giornalista Marco Travaglio e il comico Beppe Grillo, il giornalista Michele Santoro vuole stabilire un nuovo gruppo politico alla fine del mese e partecipare a nuove possibili elezioni. "L'attuale centro-sinistra, su questa battaglia cruciale", si legge nel suo comunicato, "ha sistematicamente alzato bandiera bianca, dunque non è in grado di rappresentarci".
Tali iniziative non vanno oltre la lotta contro il "Berlusconismo" e non offrono alcuna prospettiva per la classe lavoratrice. Tuttavia, esse dimostrano il fallimento totale della cosiddetta opposizione, in particolare del Partito Democratico, emerso 20 anni fa dalle ceneri dello stalinista Partito Comunista Italiano. Da allora, i Democratici sono stati due volte al governo sostenuti da Rifondazione Comunista, e ogni volta hanno implementato politiche di privatizzazioni e attacchi contro i lavoratori che come conseguenza hanno causato il ritorno di Berlusconi al potere.
È ora che la classe lavoratrice consapevolmente rompa con la politica borghese e nazionalista degli ex-stalinisti, dei sindacalisti, dei socialdemocratici e dei pablisti, e si riorganizzi sulla base di una prospettiva internazionale e socialista. Gli sviluppi rivoluzionari cominciati con le lotte nel Nord Africa stanno creando condizioni del tutto nuove anche in Italia.
 

sabato 12 febbraio 2011

PROVE TECNICHE DI REGIME

http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=5cVJh8elcTkOggi l'informazione è stata messa fuori dalla porta.
Sono uno dei cronisti mandati a documentare l'occupazione pacifica della sede del Pdl da parte di un gruppo di ragazze che volevano prendere le distanze dal concetto di donna promosso dal Governo Berlusconi. Di solito un cronista utilizza la terza persona per raccontare la realtà, ma in questo articolo parlerò di un episodio accaduto a me e ad altri colleghi, tutti presenti per testimoniare quanto accadeva e respinti con degli spintoni da alcuni (non tutti per fortuna) agenti delle forze dell'ordine e militanti del Pdl.
Arrivato al primo piano della palazzina di corso Vittorio Emanuele II che ospita la sede del Pdl a Torino, l'ingresso era bloccato. Gli agenti di piantone ci hanno spiegato che era in corso un'occupazione e per motivi di sicurezza non si poteva entrare. Poi finalmente è arrivato il permesso.
Abbiamo visto le ragazze, la cui intenzione era semplicemente di organizzare una conferenza stampa, spinte in un angolo, dalla parte opposta della sala i militanti pidiellini che rumoreggiavano cercando di coprire le loro voci.
Alcuni rappresentanti del Pdl si sono avvicinati a noi. «Questa è casa nostra, allontanatevi». Spintone. «Sei un giornalista? Vattene fuori». Altro spintone, con contorno di insulti e minacce. I funzionari della polizia sono rimasti nel perimetro della sala, altri più esagitati hanno spalleggiato i militanti pidiellini, tra i quali un noto esponente del tristemente famoso Fronte della Gioventù, e quindi ci hanno letteralmente spinto fuori dalla porta.
Mi sono ritrovato in mezzo alla mischia. Dietro di me i colleghi, davanti un funzionario della Questura di Torino che mi spingeva sempre di più contro il muro di persone.
Non potevo indietreggiare, eppure lui continuava a spingere, minacciare e insultare.
Ed ecco le mani sulla telecamera, consueta azione per non fare registrare quello che accadeva.
Ci hanno fatti scendere dalle scale con la forza e qualcuno di noi ha rischiato di rompersi l'osso del collo, giù per gli scalini. Allontanati dall'androne. Le porte si sono chiuse davanti alle nostre facce, i nostri obiettivi e alle nostre penne. L'informazione è stata così ufficialmente messa alla porta.
Intanto dall'interno arrivavano l'eco delle urla. In contatto telefonico, alcune ragazze ci hanno detto che una di loro ha avuto un malore, ma a nessuno è stato concesso di uscire. Le urla provenienti dalla scalinata, a quanto hanno riferito, erano figlie dei calci e delle botte ricevute.
Le ragazze escono convinte di essere libere. Invece per loro erano pronte le auto della polizia, pronte ad accoglierle e portarle via. La prima una giovane che aveva una telecamera. Ma probabilmente la cassetta è stata sequestrata. Altre quattro ragazze finiscono in via Grattoni.
Questa è la cronaca di una giornata di violenza.
Un giornalista dovrebbe vedere e documentare quello che accade. Non sempre può. Questa è la nostra Italia "democratica".
Luigi Nervo
Sui "grandi" quotidiani-web, ancora non si sono accorti della cosa e quindi tocca veicolare dal basso, mostrando questo video. Un video-passa parola, che chiarisce che in Italia, senza alcuna vergogna, si può alzare le mani verso chi dissente e vuole leggere un proprio punto di vista, e poi si viene fermate e portate in questura. Ragazze che però non si fanno intimidire e segnalano che il tempo per i Mubarak ed i Ben Alì italiani è ormai agli sgoccioli. Grazie compagne, il vostro agire smaschera i violenti e le loro angherie manifeste, e segnala i nuovi tempi del prossimo futuro. Partecipazione, autorganizzazione e coscienza critica, per riappropiarci del futuro che ci è stato derubato. Piena solidarietà per le compagne e massima veicolazione del video è la risposta alla disinformazione sulla cronaca che ci si vorrebbe nascondere.
      Enrico Bisio 





Bologna - Questo non è un problema di (sole) donne



11 / 2 / 2011
Innanzitutto focalizziamo il problema: accade di questi tempi che il primo ministro, e insieme ad esso la classe dirigente di un importante paese europeo sia più noto per le sue marachelle e le sue abitudini sessuali che per le politiche concrete che dovrebbe aver perseguito in tanti anni di governo.
Nello specifico accade che questo primo ministro e la sua classe dirigente spedano più tempo e denaro in festini privati ed escort che a occuparsi della cosa pubblica.
Dall'altro lato l'opposizione, sempre moderata e democratica, taccia il tutto di immoralità e offesa alla nazione. Poi si rivolge alle donne italiane, chiede loro di pronunciarsi contro la prostituzione e di indignarsi per la abietta rappresentazione del corpo femminile che questo governo veicola.
Ma siamo sicur@ che questo sia solo un problema di donne?siamo così certi che la prostituzione sia il problema?
Quello che sta accadendo oggi è molto di più di un'offesa alla nazione e alle sue donne. Quello in corso è l'ennesimo processo di selezione e controllo di corpi e desideri. Dietro gli scandali politici veicolati dai media c'è come un brusio di sottofondo che dobbiamo sapere riconoscere.
Siamo davvero convinte che si tratti ancora una volta solo del premier e di Ruby? 
Quello che davvero ci indigna, nello scorrere  immagini e  discorsi che accompagnano questi scandali,  sono gli effetti di selezione e marginalizzazione che ne conseguono. Facile è, infatti, diffondere l'immagine della prostituta di strada indecorosa e addirittura pericolosa per organizzare un discorso politico ben preciso. Allo stesso modo è facile diffondere l'immagine della velina come donna libera che non si prostituisce, semplicemente accetta come regalo la modica somma di 5000 euro.
Queste immagini sono speculari, ci restituiscono la banalità degli attuali discorsi di potere organizzati attorno all'asse corpi-sessualità. Nessuna delle due rappresentazioni rende la complessità del fenomeno prostituzione.  Del resto  lo stesso governo  Berlusconi si è fatto promotore di un decreto anti-prostituzione che nella sostanza colpiva solo le sex-workers più marginali, riducendo appunto la problematicità della prostituzione a un problema di ordine pubblico e sicurezza. Questo si è tradotto materialmente in un peggioramento delle condizioni di vita e diritti delle sex-workers, i cui corpi diventano sempre più evanescenti e le cui esistenze si svolgono sempre più ai margini.
 Ecco perchè questo non è (per niente) un giudizio morale
quello che ci indigna non è il successo che Ruby e molte altre desiderano raggiungere, né il modo in cui intendono farlo. Pensiamo, onestamente, a come e dove abbiamo vissuto negli ultimi 20 anni.
Bombardamento semiotico  e contesto sociale ci hanno propinato la stessa immagine di donna perfettamente in forma, sempre cordiale e accomodante, qualsiasi ruolo ricopra: supermamma o supermanager che sorride cercando di nascondere la fatica che fa per rimanere, o diventare, come appare. Rappresentate come esistenze circoscritte, allevate tra un reality show e un microonde, precarie nella vita quotidiana ma sempre senza tempo, sessualizzate precocemente e costrette a scoprirsi imprenditrici del proprio corpo, nonché prime traditrici delle proprie aspirazioni, le donne paiono possedere i corpi su cui meglio si articolano le odierne tecnologie di potere, all'opera  nello studio di un chirurgo plastico così come in quello di uno psicanalista, piuttosto che in un fitness club o in centro abbronzante.
Eppure questo processo ci riguarda tutt@. Se è vero che il corpo femminile è sovraesposto, non è altrettanto vero che è l'unico ad essere discriminato. Quello che è in corso oggi è per noi, un processo di esclusione che, mentre fa di tutto per stabilire i confini certi del soggetto di diritto (facendolo coincidere anche con una certa parte del mondo occidentale), rifiuta questo status a tutte le altre e gli altri, alle donne e alle soggettività differentemente sessuate, ai migranti e ai differenti gruppi etnici, alle migliaia di lavorator@ precar@ che pagano oggi il prezzo della crisi. Ed è così che si vengono a creare tutte le discrepanze che abbiamo sotto gli occhi: dalla showgirl argentina che arriva in Italia e diventa famosa alla madre, sempre rumena, che, abbandonata la sua famiglia d'origine, viene in Italia a lavorare come badante.
Non ci indigniamo con Berlusconi perchè è un vecchio perverso. Non ci indigniamo con Ruby o Noemi perchè desiderano successo.
Quello che ci fa rabbrividire è piuttosto la divisione in atto tra corpi  che hanno il diritto di fare tutto e corpi  che non possono fare nulla. Le immagini che ci fanno arrabbiare non sono quelle dei paparazzi. Le immagini che ci fanno indignare sono quelle che riprendono Marchionne che sorride felice mentre ile lavorator@ stringono i denti perchè non arrivano a fine mese.
Quello che ci fa arrabbiare è vedere i corpi dei potenti ipercurati e tirati a lucido, che ci parlano di vacanze termali, di cardio-fitness e solarium, di shopping nel week end  e dieta proteica. E si, ci fa arrabbiare che al contempo si ignori l' esistenza dei corpi, per così dire, incurabili, ma su cui proprio per questo il governo continua ad  accanirsi: corpi dimenticati o mai conosciuti, corpi di donne, gay, migranti, queer, corpi precari a cui non è concessa la stessa libertà, la stessa via di accesso ai diritti.
Gli unici ad esprimere giudizi morali sono oggi al governo. Sono loro che legiferano contro la prostituzione in nome del pubblico decoro e poi, ipocritamente, ne fanno uso. Sono loro che attaccano il nostro diritto all'aborto in nome di un'ipocrita difesa della vita. Sempre loro che difendono la pessima legge 40, sempre loro che non riconoscono i diritti di gay e lesbiche, sempre loro che si concedono lussi a oltranza mentre licenziano, tagliano, chiedono a noi di far sacrifici.
Eppure anche i nostri corpi hanno dei diritti e per rivendicarli scenderemo in piazza il 13 febbraio. Perchè noi resistiamo, anche se non nello spettacolo che ci sottopongono i media mainstream.
Noi, con i nostri corpi anormali, lesbici o queer, sproporzionati e indisciplinati. Noi siamo minoranze solo nell'ordine del “mostrabile”.  In realtà noi tutt@ siamo altr@ , ma in senso più che positivo, più che gioioso, perchè  siamo capaci di affezioni, relazioni, modelli di divenire e desideri differenti da quelli espressi dalla tristezza dei poteri attuali.
Noi altr@ possiamo dare inizio a nuove relazioni sociali, antisessiste e antirazziste, a nuove pratiche cooperative, solidali e rispettose delle differenze, capaci di preservare e incentivare quel bene comune che è la nostra autodeterminazione, capaci di rivendicare per tutt@ la possibilità di una vita dignitosa.
Mentre cerchiamo di capire come questo sia possibile, atteniamoci a una piccola precauzione di metodo, che consiste nel ricordare che questo processo non è naturale né spontaneo, che non si darà da sé se tutte noi altre restiamo “sole” nelle nostre differenze: l'etica è un processo non un prodotto, quello che ha di importante sta nel mezzo.  Questo non è un problema di (sole) donne.