involuzione

involuzione
Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

mercoledì 9 marzo 2011

Chi ha paura dei movimenti per l'acqua?


Non solo Pdl e Lega, ma anche PD e IDV sembrano spaventati dalla forza dei movimenti per l'acqua pubblica. Che il 26 marzo scenderanno in piazza per la propria manifestazione nazionale
acqua_manifestazione_romaQuanto più si avvicina la primavera referendaria per la ripubblicizzazione dell’acqua, tanto più i poteri forti entrano nel panico. "Chi ha paura dei movimenti per l’acqua?" viene da domandarsi. "Molti e diversi fra loro" è l’inevitabile risposta.
Ne ha paura il Governo che, con l’art. 23bis, ha tentato la definitiva consegna della gestione del servizio idrico nelle mani delle multinazionali e del capitale finanziario, ricavandone una ribellione diffusa e reticolare che ha prodotto il record di 1,4 milioni di firme in calce ai quesiti referendari.
Pronto a richiamarsi alla volontà del popolo ogni volta che il premier è in difficoltà, il Governo sprofonda nell’incubo all’idea che finalmente il popolo possa davvero pronunciarsi, su un tema preciso e aldilà di ogni appartenenza partitica : ecco perché preferisce caricare sulla spesa pubblica altri 400 milioni di euro – in tempi di crisi! - piuttosto che accorpare elezioni amministrative e voto referendario, come buon senso ed etica pubblica imporrebbero.
Ne ha paura il Pdl, che ha appena chiamato - 8 marzo a Roma - i propri amministratori locali per una giornata di studio sponsorizzata da Veolia, ovvero la più grande multinazionale dell’acqua, già famosa per le "efficienti" gestioni dell’acqua ad Aprilia, in Calabria, in Piemonte, Liguria ed Emilia.
Ne ha paura la Lega Nord, che dovrà spiegare ai suoi sindaci e ai suoi elettori – molti firmatari dei quesiti referendari - come si concilia il federalismo con l’espropriazione di ogni possibilità di decisione da parte degli enti locali sulla gestione di un bene essenziale come l’acqua.
Ma anche nell’opposizione le fobie non mancano.
A partire dalla segreteria nazionale del Partito Democratico, incapace ad oggi a prendere posizione a favore dei SI, perché ad una base, che in molti territori - più che benvenuta - si è impegnata nei banchetti di raccolta firme, continua a preferire i potentati locali che da oltre due decenni hanno costruito alleanze di potere fondate sulle Spa a capitale misto pubblico/privato.
E che dire del vertice dell’Italia dei Valori che, dopo aver raccolto le firme su un proprio quesito sonoramente bocciato dalla Corte Costituzionale, non perde occasione per accreditarsi come promotore anche dei referendum sull’acqua, mettendoli tutti al servizio di una campagna politicista unicamente incentrata sull’antiberlusconismo?
Grande è il disordine sotto il cielo, si diceva una volta.
Ma noi che abbiamo indirizzato lo sguardo al futuro preferiamo guardare a tutte quelle donne e quegli uomini che, indipendentemente dal loro punto di partenza, hanno deciso di camminare assieme per liberare l’acqua e la democrazia, realizzando un imponente percorso di partecipazione sociale dal basso e riuscendo ad imporre la gestione dell’acqua nell’agenda politica di questo Paese.
Temono il voto sull’acqua, perché rimetterebbe in discussione tutte le politiche liberiste di questi ultimi decenni e costringerebbe a discutere di un altro modello economico e sociale, fondato sulla riappropriazione sociale dei beni comuni e sulla gestione partecipativa delle comunità locali.
Ma temono anche il riconoscimento di una nuova soggettività sociale che ha superato il binomio "espressione di un bisogno/delega al Palazzo" per farsi costruzione di un percorso di partecipazione collettiva dal basso che, nel dire "fuori l’acqua dal mercato, fuori i profitti dall’acqua", afferma la necessità di un nuovo paradigma: su ciò che a tutti appartiene, tutte e tutti devono decidere.
Sono le donne e gli uomini che il 26 marzo riempiranno di allegria e determinazione le strade e le piazze di Roma in una grande manifestazione nazionale.
Sono le donne e gli uomini che dal giorno successivo esporranno da finestre e balconi migliaia di bandiere dell’acqua per sostituire dal basso l’informazione che dall’alto continua colpevolmente a latitare.
Chi ha voglia di capire come sta cambiando il mondo, non ha che da seguirli.
Per una volta ascoltandoli con rispetto.
tratto da www.ilmegafonoquotidiano.it

martedì 8 marzo 2011

L’ultraviolenza è in libreria, quack!








Illustrazione di Carlo Odorici, 2001
«- Salve, Anatrino. Finalmente si può parlare da persone civili.
- Io non sono una persona civile. Almeno non secondo i vostri canoni borghesi di civiltà. Io sono il prodotto di decenni di sfruttamento e abbrutimento a cui voi mi avete condannato. Sono incazzato nero e non ho intenzione di farmi leccare il culo. Sappiatelo.»
In alcune librerie arriva oggi, in tutte le altre domani. Anatra all’arancia meccanica (Einaudi Stile libero big), quattrocento pagine di “Cura Ludovico” per l’Italia († 1861-2011) e per i vostri cari. Dal testo introduttivo di Tommaso De Lorenzis:
[...] Anatra all’arancia meccanica è una selezione di racconti redatti dal collettivo Wu Ming durante il primo decennio del secolo. Testo babelico che mischia surreali cronistorie dell’anno Duemila e visioni negative, ruvidità degli slang e reminiscenze dialettali, derive oniriche e quadri d’un realismo secchissimo, quest’antologia garantisce un’immersione negli abissi di un’epoca ineffabile. Troppo controversa per essere passata. Troppo fulminea per dirsi pienamente contemporanea. Troppo incerta per valere da anticipazione d’un qualche futuro.
Con la Nona del “Ludovico Van” in sottofondo, il libro va gustato freddo come la peggiore vendetta, così da esaltare i sapori di una comicità grassa, a tratti greve, sovente manesca e facinorosa. C’è molto da ridere al principio di queste storie. E tuttavia, mentre ci si avventura verso il fondo del Doppio Zero, emerge l’acido retrogusto della tragedia. Si consiglia di accompagnare il tutto con una buona bottiglia di “Latte Più”. Annata 1962. Cantine Burgess, ovviamente.
Ludwig van Beethoven, Nona sinfonia in re minore, op. 125
(II movimento, Molto vivace, 9’55″)
Dettagli sull’esecuzione qui
.
Grottesca e amatissima, la violenza iperbolica dei primi racconti trasmuta in una brutalità pervasiva. Introdotta come ludico attributo di protagonisti d’eccezione, lo scorrere delle pagine la rovescia nell’apposizione di una realtà opprimente e nella quintessenza d’una «società marcia e malata», per dirla con il “Compagno Sir” di A Clockwork Orange. Tanto è cara al Mickey Mouse depravato, razzista e misogino di Pantegane e sangue, l’apocrifo disneyano in chiave hardboiled-splatter che apre il volume, quanto è estranea al protagonista di Gap99, il buttafuori d’una balera che – in una città del centro-nord – deve fronteggiare un gruppo di turbolenti “spaccia” nordafricani.
Mutano gli stili. Si confondono i generi. Dove montava la caustica giovialità della caricatura o si praticava la più spudorata contraffazione, non tarderanno a scorrere i frammenti d’un decennio munito di licenza d’uccidere. Dalla tavolozza dei registri espressivi, dal carnet delle chiavi narrative non manca niente. E in linea con le attitudini dell’atelier Wu Ming, ritroviamo i principali filoni della letteratura popolare: le metafore della fiaba e le lugubri previsioni della distopia, l’azione del poliziesco sporco e la detection d’argomento storiografico. Con In like Flynn c’imbattiamo in un esempio di crook story, glorioso genere del pop dedicato a frodi e raggiri, all’artistica astuzia dei truffatori e alla tronfia stupidità del “Merlo”. E se di mezzo ci sono due oppiomani nazisti puttanieri come Hermann Erben e il suo amico australiano, il divertimento è assicurato. Le diverse soluzioni letterarie sono soggette a contaminazioni e riscritture lungo una gamma di toni in cui la farsa volge in tragedia prima di liberare le tetre, futuristiche proiezioni del finale. Proprio nella mutevolezza di schemi e linguaggi pulsa lo spirito dei tempi. E in questo senso la scelta di antologizzare i materiali secondo un criterio cronologico è la maniera più consona per restituire l’essenza di un decennio.
Le short stories di Anatra toccano – senza eccezioni – i grandi temi che hanno segnato una stagione catastrofica durante la quale New Orleans è stata cancellata, dopo che le sirene della contraerea erano risuonate nelle strade di Kabul e Baghdad. Questo tempo ha chiamato a raccolta nuovi crociati sotto i vessilli del dio di guerra. Ha prima ignorato, poi braccato, le donne e gli uomini che marciavano contro il neoliberismo. Ha fomentato le passioni tristi dell’intolleranza, della paura, dell’odio, glorificando i vincoli di appartenenze esclusive. Inaugurato dalla caduta dei Signori del Nasdaq, ha covato una crisi gigantesca, annegato vite nella merda dei subprime, saldato il conto alle promesse d’uno sviluppo progressivo e illimitato.
Davanti a un simile catalogo di lutti e miserie, devastazioni e fallimenti, pare impossibile atteggiare il viso all’espressione della risata. Allora è bene non lasciarsi ingannare dal tono picaresco d’una certa scrittura. Le parole custodiscono significati molteplici. E così anche la bizzarra odissea in una Roma cinematografara e pecoreccia, perfino l’incredibile traversia negli ambienti editoriali d’una Milano più bevuta che da bere, hanno molto da dire. A zonzo con Wu Ming per la città eterna, all’ombra d’una Madonnina fatta e strafatta, innanzi alla cosmica cialtroneria dell’industria culturale di casa nostra, c’è da ghignarsela alla grande [...]
Ripensando al tempo compreso tra la “battaglia di Seattle” e le 08.46 dell’11 settembre 2001, a quei venti mesi che sconvolsero il mondo, è difficile non farsi prendere da un acuto senso di sospensione, come se – per un istante – il genere umano si fosse trovato a un bivio, incerto sulla via da prendere. E l’indecisione dell’attimo nutre l’esercizio del what if.
Cosa sarebbe accaduto se nelle strade genovesi non si fosse consumata la tonnara d’uomini? Come sarebbe andata a finire se, cinquanta giorni più tardi, due aerei di linea non avessero solcato il cielo newyorkese a una quota troppo bassa?
Quante volte abbiamo formulato queste domande, immaginando un diverso concatenarsi dei fatti e un differente scorrere delle vite.
Saremmo esattamente come siamo? Oppure sarebbe tutto diverso? Che cosa sarebbe cambiato davvero?
[...] Nelle pagine di questo libro [...] i tragici eventi che hanno tenuto a battesimo gli anni Zero non sono mai inquadrati in primo piano. E nemmeno restituiti in presa diretta. Al contrario, figurano sempre e solo di sfuggita. È una debole eco a risuonare tra le figure della fiction letteraria. Il movimento alterglobalista, con le sue scadenze di lotta e le sue assemblee organizzative, viene menzionato in una sola occasione: e per giunta in chiave comica. Nessun cenno alla sanguinaria conclusione della tregiorni ligure, alle cariche di via Tolemaide o al piombo di piazza Alimonda. Niente neppure sulle Twin Towers, ad eccezione d’un fugace richiamo in uno dei dialoghi di Gap99. E lo sceicco saudita, l’Arcimaestro del Terrore, compare esclusivamente nell’esilarante parodia di Canard à l’orange mécanique, sotto le mentite spoglie dell’alterego Osama Net Laden.

Illustrazione di Carlo Odorici, 2001
«- [Sei] un papero che non ha ancora visto la luce. Ti offro la possibilità di salvarti, abbracciando la fede nell’unico Dio, prima che per te e per i tuoi amici sia troppo tardi. A me interessa colpire al cuore la Grande Puttana che chiamano America. Se tu e i tuoi accettate di passare dalla nostra parte, potremo avere ragione dei nostri nemici.
- Anche tu sei mio nemico, ruminante!»
L’obliquità della narrazione si riflette in una geografia di confine dove la provincia domina sulla città e le contraddizioni di quest’ultima prevalgono sui conflitti metropolitani. Perfino quando il racconto attraversa l’Atlantico, nelle pieghe investigative di American Parmigiano, veniamo catapultati in un paesino del New Jersey a sciogliere un mistero che rimanda al Settecento americano.
Anatra percorre free ways e strade blu. Si aggira in località sperdute, mantenendosi a rigorosa distanza dalle arterie principali. Allorché s’appropinqua ai bordi dell’Autostrada del Sole, nell’autogrill del Cantagallo, presso Bologna, scorrono le ore di un day after, ipotetico e post-idrocarburico, che ha provveduto – tra le altre cose – a cancellare il traffico veicolare. E al termine del vagabondaggio le ambientazioni sono ancora distanti e appartate. Prima, lo spazio separato d’una clinica nei versi liberi de L’istituzione-branco. E poi la piazzetta del borgo di Roccaserena dove si sperimentano le goffe tecniche della videosorveglianza.
I luoghi documentano la compiuta estinzione della differenza tra centro e periferia, interno ed esterno, immagine e riflesso. E i personaggi che li attraversano finiscono per assorbirne l’illusoria perifericità, componendo una sghemba geometria di punti di vista. In apparenza occupano posizioni liminari. Paiono relegati in territori secondari o in ambienti isolati. Si collocano ai bordi dei contesti, sulla linea sottile che separa “dentro” e “fuori”. Sembrano lontani dai disastrosi processi che segnano il loro tempo. Eppure ne subiscono gli effetti senza risparmiarsi nulla. A volte, neppure la morte.
[...] All’inizio si rimane spiazzati. Ancor di più se si pensa alle coordinate spazio-temporali di quei monumentali romanzi che hanno fatto la fortuna di Wu Ming. Che si tratti della Riforma protestante o del secondo dopoguerra, dell’indipendenza americana o del Mediterraneo cinquecentesco, non fa differenza. Ognuno di questi scenari coincide con un passaggio decisivo della modernità d’Occidente. E in quelle congiunture, nel plastico movimento della buona affabulazione, fuori dalla rigidità allegorica, rivivono miti e archetipi del narrare. Nel corso degli ultimi dieci anni, negli intrecci di Q e Altai, di 54 e Manituana, abbiamo incrociato il Guerrigliero multiforme che combatte la guerra di sempre, la Spia che custodisce gli arcana imperii, “Telemaco” impegnato nell’antica ricerca, il Meticcio che istituisce legami di nuove comunità. Sulla scala della short story questa tensione epica sembrerebbe sfatata, esorcizzata dalla comicità, intralciata da una topografia fuori mano, appannata da un tempo che non lascia scampo. E stavolta non ci sono le passioni eroiche delle grandi battaglie e la concitazione frenetica dello showdown.

Cosa resterà di quegli Anni Zero?
Ciò nonostante, i protagonisti di queste pagine sono dentro le cose, immersi fino al collo nel disastro collettivo, concentrati per far bene quello che devono fare, testardamente indisponibili ad assecondare le inique, rovinose meccaniche dello status quo. Si guardano intorno per rimediare il granello di sabbia da inserire nel congegno distruttivo, il brandello di vita da opporre all’entropia, il percorso che li allontani da luoghi divenuti prigioni a cielo aperto. In fondo, malgrado tutto, rimangono nomadi e narratori. Più o meno consapevolmente, hanno fatto tesoro di lezioni pesanti e cocenti débâcles. Il deserto che gli è toccato in sorte è la landa degli anni Zero e riescono ad attraversarla fino in fondo. Dopo vicissitudini e traversie, trovano sempre la forza per continuare a calcare la strada e il fiato per raccontare un’altra storia. Sono ancora capaci di gesti inaspettati e scarti improvvisi. Risolvono problemi. Sciolgono enigmi. Si cavano dai guai. L’obliquità dei loro punti di vista diventa la risorsa d’un punto di fuga, mentre la capacità di guardare trasmuta nella possibilità di sottrarsi.
A considerarli con calma, soppesando le ambivalenze dei significati, cogliendo corrispondenze sottili e tenui metafore, ti scopri meno disilluso e fatalista di quando hai iniziato la lettura. E alla fine ti sorprendi a pensare che – con gente così – sarebbe potuta andare diversamente. O addirittura che potrebbe andare in un’altra maniera.
Le traiettorie controfattuali e le deviazioni ipotetiche sono ben presenti nell’ordito di questa miscellanea. Nella conclusione del volume, con l’apocalittico futuro anteriore di Arzèstula, si manifestano esplicitamente. I racconti dell’Anatra coltivano tutti – più o meno in segreto – la congettura, l’inclinazione condizionale, l’allusione a ciò che non è stato. In questo modo scacciano il senso d’inevitabilità imposto dal corso della Storia e dalla constatazione del reale, dal documento istantaneo e dalla mimesi più banale: o – ancora peggio – didascalica e “a tesi”. Anche quando sembrano prevalere i motivi della cupa predestinazione e della feroce ineluttabilità, come nel caso di Momodou, la tecnica narrativa d’un montaggio à rebours svela l’insieme delle variabili e il processo aperto che concorrono a produrre una data conseguenza. L’impressione è che, un giorno o l’altro, su quella regressiva dinamica si potrà intervenire. Del resto, in letteratura, come nella vita, la logica del sillogismo non serve a un bel niente.
Muovendo dal dubbio latente del what if, tutte le narrazioni sono – in una certa misura – utopiche, distopiche e perfino ucroniche. Parlano di luoghi e tempi altri. Se dicono dell’oggi, finiscono per tradire il desiderio della mutazione. Quando ricordano il passato, stimolano il sospetto che il concatenarsi dei fatti sia solo una delle tante versioni a disposizione: e nemmeno la migliore. Se anticipano il futuro, è per indicare che niente è già scritto. I conflitti drammatici alla base del raccontare non sono altro che promesse di cambiamento e presupposti di alternative. Le storie premono sulla linea retta del continuum per curvarla, deviarla, interromperla. Rifiutano le cesure cristallizzate del periodizzare e approfondiscono altri solchi. Evitano il gesto scontato e muovono in maniera anomala. Praticano la “mossa del cavallo” e sanno compiere un passo indietro per farne due avanti. Soprattutto: devono disorientare e non farsi trovare mai dove ci si aspetterebbe. Altrimenti non sono buone storie. Oppure sono il latrato dei cani da guardia del dominio esistente.
Insieme alla politica, la letteratura è una delle “arti del possibile”. Ed è bene ricordare che – nelle sue finzioni – “verità” e “realtà” non sono mai feticci assoluti, ma solo gradazioni primarie e relative dell’eventuale. All’infinito spettro delle possibilità corrisponde una gamma altrettanto articolata di percezioni e forme espressive. Ecco perché quest’antologia combina onirismo e realismo, visione e rappresentazione, ricordo e profezia, lucidità e alterazione, capacità intuitiva e raziocinio deduttivo. In questo modo riesce a raccontare un’epoca altrimenti irraccontabile. Se avesse formulato un solo gergo e incrociato lo sguardo del Doppio Zero, arrischiando il faccia a faccia con la coreografica tempestività dell’Orrore, non ci sarebbe stata partita. La soluzione formale in grado di collegare i vari punti di vista è la pluridiscorsività dialogica che combina schegge di mondo. Così nell’ambito della narrativa breve ritroviamo la migliore lezione del romanzo, capace di amministrare il plurale pirotecnico di tutti i carnevali. Una volta, questa polifonia si sollevò contro le tendenze monocordi, centripete, accentratrici, uniformanti del parterre letterario. Contro la lingua invariata del Signore e del Poeta, liberò il motteggio del popolo in festa, l’esibizione del Saltimbanco, lo sghignazzo del Buffone. Oggi fornisce le parole in grado di abbozzare nuove temporalità, sabotando la dittatura del tempo-reale, della diretta infinita e di un «eterno presente che capire non sai», come cantava Giovanni Lindo Ferretti quando c’erano ancora i CCCP.
Dunque, Anatra all’arancia meccanica non fa sconti. A distanza dalla rappresentazione più ovvia, ostentando un plurilinguismo scoppiettante, procedendo da osservatori inusuali, battendo percorsi indiretti, affronta le questioni cruciali del nostro tempo. Racconta il disordine ambientale, il transito dei migranti, l’eccedenza delle storie, l’isteria securitaria, l’intolleranza microfisica, la «micromegalomania» narcisistica, la condizione del lavoro intellettuale. Presenta il decesso di un’epoca marchiata a fuoco da guerre e disastri. Assume con elegante riserbo ciascuna delle sconfitte maturate nel corso di questo decennio e ha lo stile di non vendere la consolazione a buon mercato dell’“avevamo ragione”.
Lo diciamo chiaramente per evitare equivoci: questi racconti non sono redatti con l’inchiostro del pessimismo. E la risata non è un sogghigno disincantato, la cinica colonna sonora della disfatta. Magari non sarà sufficiente a seppellirli, come minacciava un epico slogan del movimento libertario. Eppure far ridere è un’insopprimibile necessità come sostiene Elio. La vita può diventare un noioso déjà-vu. E dalla noia alla morte il passo è breve.

«Qui, nel 1972, i dipendenti entrarono in sciopero improvviso e spontaneo, per non dover fare il pieno e servire il caffè a un politico di allora, Giorgio Almirante. Ne nacque una canzone popolare, forse una delle ultime, ancora la ricordo…»
E poi, anche tra le rovine del mondo, la protagonista di Arzèstula, la veggente del Cantagallo che vaga tra il delta del Po e la collina felsinea, non rinuncia a esercitare il potere taumaturgico delle parole e la forza rigeneratrice delle narrazioni. Sul confine tra passato e futuro, rimembra le parole di un idioma disperso e, attraverso il racconto, rinsalda i vincoli di libere comunità.
È poco? Ad alcuni continuerà a sembrare poco, ma è l’unica cosa che ha senso chiedere a dei narratori.
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fonte 

lunedì 7 marzo 2011

Collaterali nei Balcani: garanzie per riciclaggio di denaro e traffici illeciti


di  Michele Altamura

Etleboro
Il sequestro in Italia di una ingente quantità di collaterali al portatore Federal Reserve, per un valore di oltre 20 miliardi di dollari, hanno riacceso l'allarme sulla diffusione di titoli carta-straccia nel mercato bancario e finanziario. Il pacchetto di 40 obbligazioni datati nel 1930 e denominati ciascuno per circa 500 milioni di dollari, secondo gli inquirenti, sono il risultato di un'ottima e dettagliata tecnica di falsificazione. Sono destinati a fungere da garanzia per operazioni di riciclaggio di denaro sporco o transazioni illecite, con la complicità di società fiduciarie ed istituti di credito. E' avvolta invece da mistero la loro provenienza e, sulla base di alcune informazioni ufficiose trapelate presso gli inquirenti, i titoli provengono da un Ministro albanese che li avrebbe ricevuti da un intermediario della Repubblica Popolare Cinese. Questo dettaglio va così a confermare che i Paesi dei Balcani, ed in particolare l'Albania, sono oggi diventati dei mercati molto attraenti per questo genere di transazioni, sia grazie all'assenza di controlli e alla scarsa conoscenza di queste operazioni finanziarie, sia per la diffusione di traffici illeciti di armi, droga e rifiuti.
Questo tipo di titoli falsi sono caratterizzati dal fatto che riportano cifre molto elevate (centinaia di milioni di dollari) che spesso sono inverosimili per la data di emissione (anni 1930-1950), e sono al portatore, tale che il possesso vale come proprietà. Il traffico di questi titoli viene organizzato mediante delle vere centrali tramite mercati neri, usando avvocati, brokers,personaggi affiliati a massonerie e organizzazioni nate in paradisi fiscali, che vivono nelle pieghe del sistema finanziario e politico. Si tratta di ambienti che crescono in quei Paesi ancora in via di sviluppo, ed in questo i Balcani rappresentano in vero e proprio vespaio. Montenegro, Albania, Kosovo, Macedonia, Bosnia, sono Paesi del tutto controllati da gruppi bancari, e che sono stati trasformati in crocevia per smerciare e rastrellare titoli. Singoli brokers, collegati a società di traders e poi a fiduciarie di importanti banche d’affari, comprano sulle piazze di Zurigo o di Parigi un certo quantitativo di collaterali negoziabili, ciascuno dei quali dotato di una perizia e di un certificato. Una volta acquistati i titoli cominciano a circolare sul mercato bancario e finanziario, e le prime transazioni saranno indispensabili per confermare l'autenticità e l'affidabilità degli stessi, e così infondere fiducia nei futuri acquirenti. I titoli circolano fino a quando non giungono nelle mani di imprenditori o di organizzazioni criminali, che li utilizzeranno a garanzia di operazioni di riciclaggio di denaro o di vendita di armi, di droga o rifiuti.

Nella pratica, le banche decidono di accettare grandi quantità di contante ( ad esempio 800.000 dollari ) garantite da collaterali per ( 1 milione di dollari) che verranno poi incamerati ed imputati a riserva o a deposito. Allo stesso modo, tali titoli possono essere consegnati a fronte di partite di traffici illeciti, come valore al portatore a garanzia del trasferimento di denaro. In un momento successivo il titolo viene utilizzato dalla banca a garanzia di aumenti di capitale o di ricapitalizzazioni, che nella maggior parte delle volte, devono coprire perdite o manipolare un bilancio per garantire il rialzo delle quotazioni o del rating. In caso di controlli, le banche possono decidere di passare alla svalutazione delle riserve denunciando di aver subito una truffa da parte dei brokers. Ricordiamo infatti i molteplici casi di condanna di singoli intermediari durante il grande boom della crisi finanziaria globale, ma anche i fallimenti di massa che hanno causato la scomparsa di grandi gruppi bancari. Dunque, le transazioni sono organizzate per la reciproca utilità di banche e organizzazioni criminali, e spesso anche dai Governi che scelgono di accettare come autentici i titoli sequestrati. Le autorità statali che sequestrano i titoli, di fatti, possono in via unilaterale riconoscerli come autentici, e scontare parte del loro valore. Non a caso, il traffico dei titoli si intensifica a ridosso di crisi finanziarie, che spinge gli Stati ad utilizzare i collaterali per l'emissione di moneta mediante il finanziamento di opere pubbliche o progetti di organizzazioni non governative. Nel caso in cui le autorità non provino che i titoli sono destinati ad operazioni illecite, essi devono essere restituiti in quanto la legge non punisce la detenzione di titoli obbligazionari esteri falsi. E' così che i titoli vengono dissequestrati e reimmesi sul mercato nero, per continuare ad essere riutilizzati in operazioni illecite.

Per chiarire tali pratiche finanziarie, abbiamo intervistato l'avvocato Jonathan H. Levy, nonchè professore di Scienze Politiche, che di recente sta seguendo il processo per il recupero fondi per il Kuomintang in relazione ai Chinese Gold Bonds, esperto nel settore delle obbligazioni statali e delle operazioni antiriciclaggio. L'avvocato Levy ha accettato di rispondere alle nostre domande, illustrando la sua esperienza con questo tipo di casi e i loro più controversi risvolti. 

Di recente è stata sequestrata in Italia una serie di titoli collaterali FED, denominati per 500 milioni di dollari ciascuno, per un totale di 20 miliardi. Lei ritiene che questo tipo di collaterali siano autentici?
Sono sicuro al 100% sicuro che non si tratta di strumenti finanziari autentici emessi dal governo statunitense. La Federal Reserve nega che questo tipo di "bonds" siano emessi da tale istituzioni. Sul mercato nero dei bond è cosa nota il fatto che questo tipo di collaterali esistono, ma la loro emissione è avvolta dal mistero, ma molto probabilmente hanno origine in Cina, e la data della loro creazione puo essere anche negli anni precedenti al 1950. Alcuni sono praticamente delle copie false dei bonds emessi prima del 1950, quindi sono falsificazioni dei falsi.
Slides Chinese gold bonds
Qual è la differenza tra i titoli cinesi e quelli americani?
In circolazione è possible trovare gold-bonds cinesi (titoli auriferi) emessi prima del 1950, ma messi fuori corso a partire dal 1939. Hanno come contro-valore ipotetico le corrispondenti quantità d’oro ed un valore di sconto effettivo. Gli scambi di bonds cinesi godono di un elevato tasso di sconto sulla Borsa di Valori di Parigi. Al contrario, i cosiddetti “Fed Bonds” non hanno un mercato di riferimento legale, perché non è noto l’emittente o la loro provenienza. Entrambi (cinesi e americani) sono però utilizzati come collaterali, come elementi di scambio per diverse transazioni a titolo di garanzia.

A che tipo di operazioni fa riferimento?

I bond con un valore nominale elevato o un contro-valore in oro sono utilizzati come collaterali o come schermo per operazioni di riciclaggio di denaro. L'utilizzo dei collaterali (come garanzia)  può essere discutibile (oggetto di controversia) nel caso di obbligazioni emesse dal governo cinese, ma l'uso dei Fed Bonds è senza dubbio criminale. In altre parole, il possesso dei Federal Bonds non è illegale, ma il loro utilizzo è criminale. Le obbligazioni cinesi, invece, potrebbero essere utilizzate per commettere una truffa, ma non è illegale il loro uso o il loro commercio.

Che tipo di organizzazioni o entità utilizzano questi titoli?

I bonds falsi si trovano ovunque, sui mercati immobiliari, finanziari o bancari, e come garanzie su registri patrimoniali di bilancio. Possono tuttavia trovarsi nelle mani dei organizzazioni di stampo mafioso, di banche corrotte e di società che pongono in essere transazioni illecite utilizzando tali titoli come garanzie.

A suo parere, i titoli, dopo il loro sequestro, vengono riutilizzati e reimmessi nel mercato?

I titoli sequestrati in Italia non possono avere un uso legittimo, tuttavia il loro possesso non dovrebbe essere un reato , ma non si può passare la frontiera con titoli che non abbiano un valore reale e riconosciuto ( dalle istituzioni finanziarie). A meno che le autorità non provino che questi bonds sono destinati ad attività criminali, essi dovrebbero essere restituiti.