involuzione

involuzione
Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

giovedì 26 maggio 2011

SUDsudan

di Ashai Lombardo Arop

Abyei: una storia raccontata poco e male

Dopo aver letto le quattro sintetiche righe dell'ANSA sulla presa di Abyei, da parte delle milizie nord sudanesi, avvenuta il 21 maggio 2011, ho capito che un'informazione esauriente su un argomento, dalle trame più complesse di quelle raccontate dai media più diffusi, così come la volontà da parte di quest'ultimi di ridare dignità ad un popolo martoriato, è un'utopia. Un popolo, che da più di vent'anni combatte a mani nude, in svantaggio, con nessun appoggio esterno, per ciò che considera essere il proprio diritto. La testimonianza dell'ONU, riportata dallo striminzito articolo, si esprime nei termini di “un'evoluzione rilevante”. Con quale coraggio si chiama evoluzione ciò che è un netto tornare indietro sui passi fatti di recente. Il sì di al-Bashir al referendum per Abyei era stato dato. Questo significa aver riconosciuto la voce di una maggioranza, che da anni grida all'indipendenza, alla facoltà di esercitare il proprio credo senza paura e, sì! anche di poter sfruttare liberamente le proprie risorse territoriali. Involuzione è la parola giusta, perché tornare sui propri passi e colpire a tradimento, degrada l'uomo ad un infimo livello. L'incredibile ricchezza di Abyei è stata la sfortuna del suo popolo. La fecondità del territorio, ricco di importanti corsi d'acqua, di vegetazione, di grande varietà di frutta e... di petrolio, risorse con le quali la popolazione conviveva in armonia e in rispetto delle regole dalla natura imposte, faceva troppa gola al desertico nord, che ha iniziato una repressione feroce, alla quale il coraggio e l'orgoglio dei sud sudanesi, in particolare i Dinka Ngok, non poteva non rispondere. Da qui l'inizio di un calvario di povertà, fuga, morte e solitudine di un popolo ricco, che per più di vent'anni ha dovuto rinunciare a ciò che di diritto gli spettava, come il godere del suo territorio e il professare la propria fede. La guerra del petrolio è la guerra del governo di Khartoum, degli Stati Uniti d'America, dei Paesi Arabi e di tutte le potenze che hanno poggiato sopra a questo massacro i propri disgustosi interessi. Ma ci sono uomini e donne, che ancora vivono secondo un criterio collettivo, privilegiando la comunità al singolo; che ancora ascoltano e rispettano i consigli dei saggi anziani e i racconti dei propri antenati, come una parte importante della propria storia. Donne e uomini, che praticano l'ospitalità e la relazione con l'altro, come legge divina. Mio padre, dinka ngok di Abyei, mi raccontava, che chiunque bussi alla porta di un dinka, a qualsiasi ora del giorno o della notte, deve poter essere accolto con cibo, acqua e un posto per riposare. Ad Abyei, a Juba, in tutte le zone del sud dove ancora è forte la cultura tradizionale, al di là delle religioni imposte e dei fittizi confini politici, vige un immenso orgoglio e rispetto per leggi secolari, che fino alla dipartita del governo coloniale, hanno mantenuto, nel bene e nel male, intatta la rete sociale, politica ed economica della comunità e soprattutto uno status generale di pace e rispetto reciproco; anche fra nord e sud, anche fra Dinka Ngok e Massiriya. Andare ad imporre a tale comunità nuove regole, filosoficamente e praticamente in totale contrasto con quelle vigenti da secoli, con strumenti di repressione e senza possibilità di pacifica replica, significa creare confusione dove c'era equilibrio e contrasto dove c'era alleanza. Significa guerra.
La guerra tra nord e sud è stata soprattutto una guerra di sopraffazione e autodifesa, in continui tentativi da parte del governo centrale di imporre leggi incompatibili con il carattere, gli usi e i costumi del popolo del sud. E di questo popolo fa parte anche Abyei, perché sono i cittadini di Abyei che lo affermano. E questo lo apprendo ogni giorno dalle loro bocche. Sicuramente la guerra è guerra e anche l'SPLA ha le mani sporche di sangue; ma la vera identità di questa gente, le ragioni che hanno portato un popolo pacifico alla lotta armata, nella moderna comunicazione da fast-food non si ha il tempo o lo spazio per raccontarle. Soprattutto nel nostro paese, che ancora considera l'Africa non più grande di un ghetto di periferia.
La storia dice che i Dinka Ngok hanno abitato la regione di Abyei per secoli. L'immigrazione araba nel Sudan è avvenuta solo nel XV secolo d.C., tra cui c'era la tribù dei Baggara.
Dinka Ngok, Baggara e le altre tribù della zona, hanno vissuto in pace per tutto il periodo coloniale, con accordi precisi sulla divisione dell'acqua e del petrolio. Quando il governo coloniale britannico lasciò il Sudan, nel 1956, l'amministratore di zona diede la possibilità al governatore di Abyei, Deng Majok Kuol Arop, di scegliere se far parte del Kordofan o di Bhar-el-ghazal, le due zone confinanti rispettivamente a nord e a sud. I governatori dell'area di Bhar-el-Ghazal consigliarono Deng Majok di tornare al sud; già prevedevano che l'amministrazione che stava per salire al potere sarebbe stata filo-araba e avrebbe discriminato i Dinka Ngok. Deng Majok ascoltò i loro consigli, ma scelse comunque di affidare Abyei al Kordofan, in buona fede, in nome di una secolare amicizia con la famiglia Nimir Ali Julla, all'epoca guidata dal comandante Babo Nimir e nella speranza di dare ai suoi cittadini la possibilità di strutture scolastiche migliori, dove educarsi. Si è fidato di anni di convivenza e di pace e, prima di morire, ha dovuto pentirsi della sua scelta di fiducia, vedendo realizzato tutto ciò che gli era stato preannunciato. Ai numerosi attacchi violenti, il popolo di Abyei ci mise tempo a reagire. Inizialmente cercò di affidarsi alla giustizia e al governo, di cui avrebbe dovuto far parte e da cui sarebbe dovuto essere rappresentato e difeso. Ma il governo di Khartoum ci mise poco ad appoggiare le rivolte dei Baggara contro i Dinka Ngok. Quando nel 1965 Abyei fu data alle fiamme e i Baggara bruciarono case e raccolti, Deng Majok vide con i suoi occhi l'esercito del governo di Karthoum, mandato sul luogo per ripristinare la pace, istigare i Baggara a perpetrare il rogo. Quando al-Sadig al-Mahdi ascese al potere nel 1966, fornì immediatamente i Baggara con armi più sofisticate; la maggior parte di loro erano ex soldati dell'esercito sudanese; tali armi, a partire da quel momento, furono utilizzate contro i Dinka Ngok. Da quel momento nacque l'esercito di morte conosciuto come Murahillin, che stazionò ad Abyei dal 1965, perpetrando la pratica che prese il nome di “cold blood killing” (uccisione a sangue freddo).
A livello burocratico, gli abitanti di Abyei sono sempre stati trattati come parte del sud, vedendosi negato anche il diritto di frequentare le scuole del nord ad esempio, al quale sarebbero dovuti appartenere. Addirittura le milizie del “cold blood killing” assalivano soprattutto gli studenti, obbligati ad attraversare la foresta per tornare da scuola, così da scoraggiare la popolazione a proseguire nella propria istruzione ed averne garantita una più facile sottomissione a proprio vantaggio, contando su future generazioni ignoranti. Gli attacchi dell'esercito Baggara ai Dinka Ngok, in quegli anni sono stati sempre attacchi alle spalle: ai contadini obbligati ad attraversare certi percorsi, durante la stagione delle piogge o a gruppi di persone in cerca di aiuto. Un evento clamoroso successe all'inizio del 1965, quando duecento pacifici Dinka, residenti a Babenousa e Mugled, fra i Baggara, raccolti dalla polizia per essere protetti, furono bruciati vivi nelle rispettive stazioni di polizia delle due città, in presenza degli agenti1. Questo è solo un frammento di una storia complessa, ma bisogna raccontare la storia per capire il presente. Altrimenti, si tenderà sempre a credere che il selvaggio, bifolco, muccaro africano del sud, nella sua brutale ignoranza ha perpetrato una guerra ingiustificata, fino a che l'uomo civilizzato non lo è andato a salvare. Mio zio, quando gli chiesi di recente perché, nonostante gli avessero offerto un impiego al Vaticano, fosse deciso a tornare ad Abyei e lavorare lì, incurante dei rischi a vivere in un luogo all'ombra di una guerra irrisolta. Egli mi rispose: “per avere la pace, a volte si deve fare la guerra”. Mio zio, sacerdote, mediatore culturale nel dialogo fra mussulmani e cattolici, pluri-laureato; uomo imponente, distinto orgoglioso, ironico...come mio padre, come tutti i Dinka, familiari e amici, che ho conosciuto. Ancora, nell'immaginario collettivo e a conseguenza di una diffusa ignoranza su questa vicenda, si crede che il sudanese del sud sia solo un selvaggio guerrafondaio o un ignorante vittima del proprio stesso popolo, in attesa di braccia occidentali, a dargli da mangiare come a un neonato maialino, sporco di placenta in una porcilaia. La maggior parte dei Dinka Ngok, nativi di Abyei, fondatori dell'SPLA, sono laureati, poliglotti e guidati da grandi ideali. Il popolo Dinka è un popolo libero, pacifico e, un popolo libero e pacifico è un popolo che sa lottare per la propria pace e libertà, quando se ne presenta il caso, perché non riesce a concepirsi al di fuori di questi valori. Un popolo che, invece, non ha come valori primari pace e libertà è un popolo soggetto a facile giogo, che si rimette alla legge del più ricco e non del più giusto, pronto ad abbassare la testa per un misero tozzo di pane. Un popolo senza ideali di libertà e pace è un popolo che manda a morire giovani mercenari in guerre che non appartengono loro, per proliferare i propri interessi, nascondendo i loro soldati dietro nomi fasulli, come “forze di pace”. Il popolo Dinka si è lanciato a corpo nudo contro i carri armati, ha scagliato lance contro proiettili; proiettili contro bombe; non ha delegato nessuno, si è schierato in prima linea, senza distinzione di classe sociale. Laureati e pastori, ambasciatori e contadini, donne e uomini hanno combattuto questa guerra. Facile puntare il dito e poi nascondersi, noi italiani lo sappiamo bene che significa. Sicuramente non sappiamo che significa ribellarsi ad un governo che impone leggi ingiuste, ne raggiungere il cento per cento del quorum ad un referendum. Eppure abbiamo tutti i confort; lamentiamo povertà e abbiamo la media di 2/3 automobili a famiglia; e poi treni, aerei, infrastrutture, e non riusciamo a scendere di casa per apporre, una delle poche possibilità che abbiamo, per diritto, di far sentire la nostra voce: un voto. Il 9 gennaio 2011 è stata data questa possibilità al popolo del sud Sudan e, forse perché sofferta, forse perché in un luogo dove niente si può dare per scontato e per tutto si deve combattere, forse perché a un popolo dove i bambini non sono viziati e gli adulti non possono permettersi di essere pigri; fatto sta, che il cammino è iniziato giorni e giorni prima, per arrivare in tempo ad apporre il proprio voto. A dorso di mucche, asini, cammelli; a piedi, scalzi. Con figli sulla schiena, sul petto nelle braccia; sotto il sole cocente dell'Africa equatoriale, la gente è andata, guidata da un unico miraggio comune e ha raggiunto il cento per cento della propria occasione di applicare un diritto. Che ne sappiamo noi, prostrati davanti all'ultimo prodotto televisivo di un volgare dittatore, sotto le mentite spoglie di un sarcastico pagliaccio, mossi dal desiderio di annientarlo unicamente per il più forte desiderio di prendere il suo posto. Chi sono i bifolchi, i selvaggi, i guerrafondai? Se non chi lascia che i massacri avvengano di nascosto dai loro occhi colpevoli e consapevoli; in sordina. Le guerre non si fanno solo con lance e mitragliette. Perché di caduti, nella nostra terra, ce n'é a bizzeffe, di gente in ginocchio per il male governo: anziani, giovani laureati, precari a vita, portatori di handicap di varia natura, piccoli stipendiati, operai, contadini. Tutti massacri silenziosi, avvenuti in un rispettabile paese, dove vige la legge del taglione.
Quando chiesi a mio padre, perché il popolo Dinka aveva rifiutato una religione monoteista per accettarne un'altra. Forse non era lo stesso tentativo di inculturazione da parte di un potere esterno e indifferente alle credenze e alla tradizione della comunità? Egli mi rispose così: “Quando il mussulmano ci parlò della Shari'a, ci disse che le mani dei ladri sarebbero state tagliate. Ma nella nostra famiglia, che era molto molto ricca, possedevamo tante mucche più degli altri, un giorno un povero venne a rubare. Noi sapevamo che era povero e facemmo finta di non vedere”; e poi mi disse: “quando i Padri della Chiesa vennero a parlarci di Cristo, ci dissero 'Dio è verità'. In dialetto dinka Dio si dice Nhialyic, che vuole dire 'Dio è verità'. Il prete ci parlò poi di Mosé, che divise le acque del Mar Rosso e di una vergine che si sacrificò perché il suo popolo potesse trovare la fede. L'antenato dei Dinka Ngok è Jok, che portò sua nipote, Ashai, una vergine, al fiume. Dopo aver lasciato da un po' la riva, Jok lasciò la mano di Ashai e lei si lasciò scivolare in fondo al fiume. In quel momento le acque si divisero, il popolo Dinka poté passare dall'altra sponda e fu salvo. Come vedi” continuò mio padre, “i cristiani ci raccontavano una storia simile alla nostra e decidemmo, che il nome della religione non importava, importava solo il suo credo”.
 1. Alcuni dettagli storici spno estrapolati da “Abyei: the chickens come home to roost”, di Charles Deng, pubblicato sul sito sudaneseonline.com il 28 luglio 2005.

 

Gli "indignados"nostrani

di Mariavittoria Orsolato 





Ennesima defezione per il Tg1 di Augusto Minzolini: dopo Maria Luisa Busi, Tiziana Ferrario, Piero da Mosso, Raffaele Genha, Paolo Di Giannantonio e Massimo de Strobell, anche la conduttrice dell’edizione notturna e storico volto della cronaca, Elisa Anzaldo, ha formalmente rassegnato le dimissioni dal suo incarico. La motivazione è sempre la stessa ovvero l’incompatibilità deontologica con la linea editoriale del direttore, argomentata con due diverse lettere, la prima delle quali recapitata il 19 Aprile scorso, alla quale ha fatto seguito la seconda, pochi giorni fa.
“Non posso più rappresentare un telegiornale che ogni giorno rischia di violare i più elementari doveri dell’informazione pubblica come equilibrio, correttezza, imparzialità e completezza dell’informazione - ha scritto la giornalista catanese, in una missiva recapitata al direttore Minzolini - e per motivi professionali e deontologici non ritengo più possibile mettere la faccia in un tg che fa una campagna di informazione contro”.
La Anzaldo chiedeva perciò di essere sollevata dalla conduzione in quanto non era più disposta a “mettere la faccia” in un giornale che deliberatamente distorce l’agenda informativa a favore della maggioranza di governo.
Quello di martedì è stato però solo l’epilogo di una vicenda iniziata, appunto, lo scorso 19 aprile, quando il noto mezzobusto del tg dell’ammiraglia Rai aveva scritto la prima lettera al suo direttore contestando dettagliatamente una “scomparsa dei fatti” a suo parere assolutamente sistematica e funzionale al gioco di Berlusconi. Dal Rubygate al palese disinteresse per lo scandalo milanese dei manifesti sui pm brigatisti, fino all’assurdità giornalistica del servizio che accomunava il rinvio a giudizio dell'ex segretario del Quirinale Gifuni con l'arresto del prefetto Ferrigno per reati sessuali.
Queste solo alcune delle accuse (più che circostanziate) che, forse proprio in ragione della loro natura, non hanno ricevuto risposta dal “direttorissimo”, se non con il fatto che per lui, Augusto Minzolini, quelle non erano semplicemente notizie. Perciò le “tesi” di Elisa Anzaldo sono state replicate in data 11 maggio e poi affisse direttamente alla bacheca del Tg, per non lavare i panni sporchi in una casa come la Rai, che per quanto appaia blindata rimane sempre di proprietà pubblica.
A spingere la giornalista a divulgare la querelle interna alla redazione è stato il soliloquio di Berlusconi trasmesso dal Tg1 - e da tutte le altre testate, escluse Tg3 e tg La7 - lo scorso venerdì: l’ennesima recidiva del primo Tg italiano, in spregio alla par condicio, é costata 250.000 euro alla rete e nel comitato di redazione sono stati in molti a esternare il loro malcontento tempestando la bacheca di redazione con messaggi di sfiducia al direttore.
In ballo infatti, oltre alla fuga in massa di giornalisti valenti, c’è anche quella del pubblico che sempre più spesso decide di cambiare canale e sintonizzarsi - nella maggior parte dei casi - sul telegiornale di Enrico Mentana. Se infatti una volta il Tg dell’ammiraglia Rai era considerato uno dei pochi, se non l’unico, gatekeeper affidabile, ora sotto la direzione di Minzolini la scelta dell’agenda ricalca l’iper-faziosità e l’anti-deontologia per eccellenza del tg4 di Emilio Fede.
Scontato dunque che i telespettatori abbandonino la fidelizzazione verso mamma Rai e volgano il loro interesse verso testate che, per quanto pur sempre parziali nella loro agenda, rispettano per lo meno la salienza delle notizie.
La proposta di modifica dell’articolo 1 della Costituzione da parte del deputato Pdl Remigio Ceroni, così come l’arresto di due assessori leghisti, secondo il direttorissimo non sono cronache meritevoli di nota sull’ammiraglia dell’informazione pubblica, e non importa che giornali, testate online e televisive abbiano dedicato intere pagine alle vicende. Il criterio di selezione delle notizie di “Minzolingua” - come viene parodisticamente apostrofato - non risponde ai dettami della deontologia professionale ma ha come unico e solo referente il premier e quello che a quest’ultimo può giovare in termini di immagine pubblica.
Non si spiegherebbe altrimenti la scomparsa dei servizi sulla Napoli sommersa dai rifiuti o sul rinvio a giudizio dell’ex commissario della Protezione Civile Bertolaso. Ma per Minzolini la frustrazione e le conseguenti dimissioni della Anzaldo “E’ una cosa che riguarda lei”.
La risposta del direttore del Tg1 al gesto dell’Anzaldo, per quanto nelle intenzioni mirasse di certo a liquidare sbrigativamente la pruriginosa vicenda, inquadra indirettamente il problema che sta alla base delle continue defezioni dalla sua testata. La coscienza professionale di un giornalista non dovrebbe essere cosa facilmente svendibile al potente di turno - come lo è stato per Minzolini e per i tanti, troppi volonterosi epigoni - ma impone di opporsi, e naturalmente di imporsi, ogni qual volta si senta intimamente che qualcosa non va.
Elisa Anzaldo ha percepito a livello epidermico la paradossalità del fare informazione senza informare ed ha agito di conseguenza, rivendicando il suo ruolo professionale in seno a quell’articolo 21 della Costituzione che indica il diritto dei cittadini ad essere informati in modo ampio e completo. I giornalisti veri, come Elisa Anzaldo, sono a ricordarlo anche ai ruffiani più impenitenti.
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martedì 24 maggio 2011

Un bel tacer non fu mai scritto

Come diceva sempre mio padre "un bel tacer non fu mai scritto" e aveva ragione da vendere nel senso che spesso si parla a sproposito, si giudica o si  pontifica sull'operato altrui senza averne i requisiti o una conoscenza precisa delle motivazioni che portano a determinate scelte.
Mio padre,origini contadine,uomo tutto di un pezzo,dal carattere tipicamente friulano,taciturno quanto operoso,orgoglioso delle sue origini e poco incline ai compromessi, era favorito in questo approccio filosofico con la comunicazione.Egli ,e con lui mia madre,ha sempre lasciato ai suoi figli libertà di scelta nelle cose che lui riteneva importanti nella vita,la famiglia in primis e poi il lavoro elargendo ogni tanto qualche consiglio ricavato dalla sua personale esperienza ed imprimendoci nella mente qualche paletto educativo quale l'onestà,anche intellettuale,il rispetto per se stessi e di conseguenza verso il prossimo,la dignità personale ma anche collettiva e qui si intuisce del perchè la comunità friulana nel momento del bisogno diventa un tutt'uno.
Ho fatto questa premessa per ribadire l'affetto e la stima che nutro tuttora nei confronti dei miei genitori anche se fisicamente non esistono più ma che io porto sempre con me e ripenso a loro ogniqualvolta io debba prendere una decisione o fare una scelta.Ho ereditato molto del carattere di mio padre ed è così che dico alla Titty e a Ghigo "vi voglio bene,stronzi" ^-^
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