involuzione

involuzione
Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

martedì 14 giugno 2011

L’arresto del generale Mladić

Intervista a Yves Bataille 

Geostrategie.com – Il generale Ratko Mladić è stato arrestato nei pressi di Belgrado. Cosa cambierà ora per la Serbia?
Yves Bataille – I Sanhedrin di La Haye avranno un nuovo ospite, ovviamente serbo. Il rituale dell’arresto e della liberazione degli esponenti della resistenza serba è arrivato a una conclusione. Il vecchio capo di stato maggiore dell’Armata della Repubblica Srpska, il generale Ratko Mladić, è l’ultima grande figura ricercata dalla “giustizia internazionale”. Il governo attuale della Serbia, che è stato rimproverato di non aver fatto abbastanza per fermare il generale Mladić, riceverà un buon incentivo dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti ma sarà ancora più esecrato dai Serbi. Ciò rafforzerà il punto di vista di quelli che considerano il governo di Boris Tadić un governo di traditori.
G – Sono stati lanciati degli appelli a scendere in strada. Ci saranno delle manifestazioni?
YB – Nel momento in cui vi parlo sono già incominciate. Bisognerà fare attenzione ai prossimi quindici giorni, perché questi avvenimenti, congiunti ad altri, potranno far scendere in strada un cordone di protesta senza precedenti.
La dichiarazione dell’”indipendenza” del Kosovo ha provocato delle manifestazioni di massa nelle strade. Ci ricordiamo che è stato dato fuoco all’ambasciata americana e ai McDonald’s. Quando l’UE ha voluto imporre il suo “Gay Pride”, migliaia di giovani serbi sono scesi in strada e hanno affrontato con determinazione la polizia ed i gendarmi. Oggi quattro elementi si congiungono per stimolare nuove manifestazioni: quello dell’anniversario dei 78 giorni di bombardamenti NATO contro la Repubblica Federale di Yugoslavia (RFY) del 1999, quello dei bombardamenti della NATO contro la Libia, l’annuncio di una riunione generale (nuovamente a Lisbona) della NATO a Belgrado il 13, 14 e 15 giugno, e infine l’arresto del generale Mladić. Tutti quanti fattori politici e emozionali in grado di alimentare una contestazione politica radicale. In seguito ai bombardamenti e all’annuncio della riunione della NATO, la Serbia era già seduta su una polveriera. L’incarcerazione del generale Mladić è un fattore che aggrava il rischio. Il governo lo sa, e perciò ha rafforzato le misure di sicurezza davanti al Parlamento, alla radio, alla televisione e alle ambasciate occidentali.
G – Lei è molto impegnato nell’azione di sostegno alla Serbia. Che cosa intende per “cordone di protesta senza precedenti” e “assisteremo a nuovi sconvolgimenti”?
YB – La piazza pubblica e la strada sono oggigiorno il terreno privilegiato di un’azione, ma di un’azione marcata dalla novità dell’utilizzo di risorse sociali come Internet, Facebook e Twitter, armi del nemico che si sono rivoltate contro di lui. Il gruppo di Facebook “Support for Muammar Gaddafi from the people of Serbia”, che ha superato i 70.000 iscritti, ha già fatto scendere in strada migliaia di manifestanti. Si sta creando una coscienza. I più lucidi dicono che non è più opportuno negoziare l’avversione, ma la si deve inquadrare. Le manifestazioni che non ne hanno prodotte altre sono prive d’interesse. Conviene infierire colpi al regime e per questo è necessario rispondere a una coordinazione, l’unità alla base e all’interno dell’azione contro il regime e contro il Sistema. La situazione sembra matura per applicare la famosa dinamica azione-repressione-nuova azione. La repressione promessa da un governo che ha affermato di non sopportare i disordini provocati porterà a nuove manifestazioni. Alcuni dicono che non ci si deve comportare come dopo l’attacco dell’ambasciata americana, cioè fermarsi. Al contrario questa volta si dovrà andare avanti e ancora avanti, fino allo scontro finale, fino alla rottura. Slobodan Homen, il commissario politico dell’ambasciata americana al governo ha capito che si moltiplicano le minacce contro i nazionalisti. Homen è un vecchio membro di OTPOR, il gruppo studentesco di opposizione a Slobodan Milosević creato dalla CIA.
Le prime manifestazioni hanno avuto luogo dopo l’annuncio dell’arresto del generale Mladić. A Belgrado la polizia ha disperso dei gruppi che convergevano verso Piazza della Repubblica, luogo abituale delle proteste. A Novi Sad si sono creati degli scontri tra un migliaio di manifestanti guidati dai nazionalisti di Obraz e dal 1389 e la polizia.
G – Come si può associare il sostegno alla Libia con quello al generale Mladić?
YB – Ci si può stupire per la mobilitazione serba per la Libia, ma vi è una spiegazione. I Serbi non hanno dimenticato l’aggressione al loro paese. È per questo che si mostrano solidali a una Libia attaccata dagli stessi nemici e con i medesimi procedimenti. Come ha detto uno psicologo, dal 19 marzo i Serbi si sono identificati con gli aggrediti. C’è anche un altro fattore che si conosce meno a Parigi, e cioè gli antichi legami tra i due paesi. La Serbia mantiene l’eredità di una relazione instauratasi pochi anni fa nel quadro del Movimento dei Paesi non-allineati (MNA). Nel 1999 la Libia di Gheddafi ha sostenuto i Serbi e in seguito si è rifiutata di riconoscere l’”indipendenza” del Kosovo.
Sulla Libia, sulla NATO, sull’Europa di Bruxelles, tutti gli autentici movimenti nazionalisti e socialisti sono sulla stessa lunghezza d’onda. Questa univoca opposizione ha portato alla convergenza di forze che, in altri paesi, sono concorrenti o antagoniste. È una specificità serba. Lì un socialista internazionale sarà sempre più vicino a un nazionalista che a un liberale atlantista. La scissione non è tra una destra e una sinistra ma tra i difensori del popolo e della nazione e i collaboratori dell’Occidente (Stati Uniti, Unione Europea, NATO etc.). Inoltre il campo della politica è stato incredibilmente scosso. Si allontana dal Parlamento giorno dopo giorno, il che non impedisce ad alcuni gruppi nazionalisti di raccogliere firme per entrarvici. Sono nati dei sindacati rivendicativi, il numero di associazioni culturali e studentesche aumenta come quello di gruppi patriotici, che formano il sottobosco di un movimento più vasto.
Il Movimento extra-parlamentare si pone come portavoce del popolo e della nazione contro il regime collaborazionista di Boris Tadić. I membri del governo sono visti come traditori imposti dal nemico e che agiscono contro il paese. Alle elezioni del 2008 i socialisti dell’SPS hanno salvato Tadić sostenendo il governo, ed è stata organizzata una scissione all’interno del Partito radicale serbo (SRS) per indebolirlo. Quest’ultimo si è infine rinforzato con la scomparsa di scena degli elementi che stavano alla base di tale scissione (Nikolićt, Vucić) e degli ex scissionisti e non dei minoritari, come il generale Božidar Delić, i quali hanno poi rinforzato i ranghi dell’SRS.
Il generale Mladić è presentato in Occidente come un “criminale di guerra”, colui che ha assassinato 8.000 musulmani bosniaci a Srebrenica. Ci fanno credere che sotto la sua direzione i Serbi si sono abbandonati ad un massacro. Oggi la documentazione è sufficientemente importante da rendersi conto che non si tratta che di propaganda di guerra. A Srebrenica e nei dintorni sono stati uccisi tanti Sebi quanti musulmani bosniaci (circa 3.000 per entrambe le parti). La mediatizzazione del “massacro di Srebrenica” è della stessa natura di quella che ha portato a dire due mesi fa che Gheddafi ha bombardato la sua gente con gli aerei. Ci si inventa ogni volta un massacro per poter poi giustificare i veri massacri, quelli della NATO. In Bosnia i moujahidin afghani importati dai servizi anglosassoni con l’aiuto dell’esercito turco hanno giocato lo stesso ruolo degli “insorti” islamici di Bengasi. D’altronde si è tentato poco tempo fa di creare a Misurata la medesima messa in scena di Srebrenica, ma questa non ha funzionato (pensando alla storia delle bombe a frammentazione si sa che sono state sganciate dalla NATO).
G – Qual è il ruolo degli intellettuali serbi nel movimento di protesta?
YB – La Serbia è un paese dove esistono ancora degli intellettuali, vera gente di cultura. Non come in Francia, dove dei “citrulli pomposi” detengono il monopolio della diffusione delle idee e discutono tra di loro su tutti i canali televisivi per dire tutti la stessa cosa. In Serbia gli Americani hanno fallito nella loro offensiva sul Fronte culturale. Con la Fondazione Soros, essi hanno sì provato a comprare l’Unione degli Scrittori, ma non ci sono riusciti. Essi hanno speculato sulla povertà degli scrittori, sul loro disperato bisogno di denaro. Il solo ambito in cui sono riusciti a fare qualcosa tramite i media (soprattutto la televisione) che controllano, è quello della diffusione della subcultura di massa democratica occidentale a base anglosassone. I concerti rock, la diffusione dei reality televisivi. Essi sovvenzionano la promozione di questi elementi di disturbo, pagano le ONG, finanziano i siti internet. Gli Americani sono stati fino ad oggi molto generosi con le loro quinte colonne. I Russi sono incapaci di fare la stessa cosa. Quindi senza i russi, ai quali non si deve dare un assegno in bianco perché sono slavi ortodossi… il popolo serbo manifesta sempre la sua preferenza per le canzoni e le danze tradizionali, la musica bizantina, i canti sacri. Per ciò che viene dall’alba dei tempi e ricorda l’epopea. Moderno ma tipicamente serbo, il Festival delle Trombe di Guča, che riunisce ogni anno in un piccolo villaggio decine di migliaia di partecipanti, ha raggiunto una fama mondiale, per nient’altro che la sua qualità mentre la voga dei canti ortodossi, bizantini e neo-pagani non smette di aumentare. Questa affermazione culturale esplica la vitalità del movimento politico extra-parlamentare irrigato dalle idee trascinanti delle resistenza popolare.
Un esempio della sinergia tra cultura e politica: quando dopo le manifestazioni contro il provocatore Gay Pride il capo del Movimento Obraz e venti dei suoi compagni sono stati imprigionati, centinaia di scrittori, poeti e gente dello spettacolo hanno firmato una petizione per chiedere la loro liberazione. È molto attuale vedere degli intellettuali legati al movimento nazional-patriottico pertecipare a riunioni e manifestazioni di strada o addirittura capeggiarle.
C’è un fossato abissale tra la coscienza nazionale espressa dagli intellettuali serbi e i leader d’opinione occidentali. Dopo l’arresto del generale Mladić, la stampa occidentale ci ha riproposto i cliché che ci propina da quindici anni. Nessuna oggettività e sempre lo stesso vocabolario ostile. Si è fatto resuscitare questo linguaggio come scongelandolo. Giornalisti e politici si felicitano dell’arresto del “macellaio dei Balcani” (il titolo di una futura edizione della televisione de “la 2”) e evocano i benefici terapeutici del tribunale di La Haye. La stampa industriale continua a rimarcare quest’opinione e a ripetere queste menzogne. Credendo di vedere nell’“arresto di Mladic” (come dice) la fine di una storia, questo mezzo superficiale e artefatto non si rende conto che l’arresto del generale Mladić non mette fine al combattimento. La guerra continua con un movimento politico-sociale di contestazione generale che è la Nuova Resistenza Popolare all’azione e il movimento vittorioso di domani.
Yves Bataille, esperto conoscitore della Serbia, consigliere del movimento serbo SEDEP, co-autore de La lotta per il Kosovo (Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 2007), è membro del Comitato scientifico di Eurasia. Rivista di Studi Geopolitici (Italia).
Traduzione di Alessandro Parodi 
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venerdì 10 giugno 2011

Cercare il Sole. Dopo Fukushima,

Mario Agostinelli

Acqua, energia, beni comuni:
un referendum sulla vita

Si è tentato in ogni modo di sequestrare l’informazione e di esorcizzare il dibattito sui referendum nello scellerato tentativo di sottrarre ai cittadini la più cogente e costruttiva opzione sul futuro che l’agenda politico-sociale abbia riservato negli ultimi anni agli elettori.
Evitare il quorum è stato e rimane l’ossessivo obiettivo di cinque mesi di trucchi governativi; purtroppo il tempo sottratto alla discussione ha impoverito tutti noi di una riflessione e di una maturazione collettiva sullo spostamento dell’attenzione dall’economia alla vita. Invece, dal rifiuto della privatizzazione dell’acqua e dal rigetto definitivo del nucleare, utilizzando il confronto pubblico come un’esperienza civile insostituibile, sarebbe potuta crescere una lettura coerente sul saccheggio passato e futuro che ha condotto alla rarefazione delle risorse necessarie e indispensabili a vivere, alla mercificazione e monetizzazione di ogni forma di vita e salute, alla privatizzazione delle decisioni pubbliche relative alla valorizzazione e uso dei beni e dei servizi comuni. Non ci è stata data la possibilità di una discussione limpida e si è così volutamente indebolita quella funzione discriminante tra due concezioni opposte che l’istituto del referendum sa svolgere positivamente nelle fasi storiche, come è avvenuto ad esempio ai tempi del divorzio e dell’aborto. Perché di vera discriminante si tratta per l’appuntamento di giugno, e i casi dell’energia e dell’acqua sono tra i più emblematici e di rilevanza strategica per il divenire delle società umane e della biosfera del pianeta.

Proverò qui di seguito ad impostare la questione dell’alternativa tra atomo e sole non solo sul piano della sfida tra tecnologia e sicurezza, o del conflitto tra interpretazione prometeica e precauzionale del ruolo della scienza; intendo ripercorrere, alludendo all’universo anche come metafora, la messa in discussione della sopravvivenza della specie, la necessità di una condivisione dello spazio e del tempo tra uomo e natura, la constatazione dell’incompatibilità tra giustizia sociale e spreco dei beni comuni, stringendo così nucleare e acqua dentro un’unica interpretazione.
Consideriamo i termini ‘vita’ e ‘universo’. La grandezza dell’universo è legata alla sua età – circa 13 miliardi di anni –, ma questa longevità non è affatto una coincidenza: ci sono voluti miliardi di anni per formare i mattoni necessari a qualunque forma di complessità chimica come quella del fenomeno che chiamiamo “vita”, così dipendente, come sappiamo, dall’acqua. Tali mattoni si sono formati in seguito a una lenta sequenza di reazioni nucleari all’interno delle stelle: dall’idrogeno all’elio e, su su per peso atomico, fino al carbonio, all’ossigeno, all’azoto – componenti essenziali per la vita –, e ancor più su al ferro, e quindi all’uranio, relativamente instabile. Se l’universo non avesse tanto tempo, sarebbe così denso di energia in tutti i suoi punti da non consentire l’esistenza di pianeti raffreddati e stelle assai distanti che li irraggiano e li illuminano. Il fatto che ci siano esseri viventi e, quindi, osservatori come noi, risulta possibile perché l’universo, puntiforme ai tempi del big bang, ha raggiunto col trascorrere di un grande lasso di tempo dimensioni pari a miliardi di anni luce e si è raffreddato; così è stato possibile l’apparire della vita su un pianeta del sistema solare, vita che si è evoluta e differenziata fino ai nostri giorni e che verrebbe meno senza acqua o con troppo consumo istantaneo di una energia accumulata nei millenni, quando l’uomo non abitava ancora la Terra.
La vita di cui facciamo parte è un fenomeno recente, fragile, che si nutre quotidianamente di energia esterna che proveniente dal sole per mantenersi e riprodursi. Un’energia diffusa, discontinua, decentrata, intrappolata grazie alla fotosintesi e immagazzinata nelle molecole dei carboidrati prima che sfugga nello spazio sotto forma di calore. L’intera biosfera fa da accumulatore e trasduttore dell’energia solare, alimentando il sistema biologico e trasferendo il calore dalle zone calde a quelle più fredde e svolgendo la funzione di termoregolatore del clima. L'esistenza degli oceani e dei mari – l’acqua ! – fa sì che una buona metà dell’energia solare incidente venga assorbita dai processi di evaporazione e sia trasportata dall'equatore ai poli sotto forma di "calore latente", cioè di aria umida che si trasforma in pioggia o neve. Ad ingentilire il clima sulla terra concorre anche la biodiversità, dato che i differenti organismi si comportano come trasduttori specializzati nel degradare l'energia solare attraverso una catena di piccoli salti.

Perché questa lunga digressione? Perché ricorrere al sole e alle tecnologie energetiche associate alle fonti naturali corrisponde a sintonizzarsi temporalmente e spazialmente con i processi vitali sopra descritti. Al contrario, far ricorso alla combustione istantanea di composti fossili – carbone, gas, petrolio –, immagazzinati nelle viscere della terra come frutto di milioni di anni di lavoro del sole sulle primitive forme di vita, significa tendere a riprodurre oggi le condizioni chimico-fisiche di un pianeta in cui l’uomo non era ancora apparso, dove non sarebbe sopravissuto per l’eccesso di anidride carbonica e per l’elevata temperatura. Ma c’è di più: dal secolo scorso l’uomo ha escogitato una ulteriore forma di conversione di energia per soddisfare il suo eccesso di produzione e consumo, che non ha nulla a che vedere né con la combustione né con la vita presente o passata. Si tratta della trasformazione di massa in energia, ottenuta in una macchina apposita, chiamata reattore nucleare. Una macchina che concentra in uno spazio contenuto una densità di energia spaventosa, incompatibile con la vita che la circonda. Una energia che, se esce dal controllo e si libera nella biosfera, produce effetti e lascia scorie che modificano gli equilibri naturali e allontana dalle condizioni in cui è nata e si è riprodotta la specie umana. Non a caso le emissioni intorno ai reattori e le scorie atomiche intaccano nel profondo i tessuti cellulari, mentre decadono con tempi lunghissimi, di migliaia di anni.
Andando al cuore del problema, un reattore a fissione, funzionante come quelli ad altissima potenza che Berlusconi vuole acquistare da Sarkozy, è in termini energetici un incidente latente “moderato e controllato”. Contenuto e tenuto a bada da barre, circuiti di raffreddamento, contenitori a tenuta stagna, complessi sistemi software, fintantoché non se ne scopre l’insostenibile contenuto termico e radiante, a seguito di qualche malfunzionamento non eliminabile in principio, in quanto dovuto all’ambiente reale di cui l’impianto è entrato a far parte. Un contesto vero e non sulla carta, come quello dell’incidente effettivamente accaduto di Fukushima, fatto di eventi e catastrofi naturali, di errori umani, di inaffidabilità gestionale e tecnica connaturati alla vita quotidiana.
In realtà, la terrificante densità energetica delle trasformazioni atomiche controllate (la fissione di un grammo di uranio corrisponde alla combustione di 2 tonnellate di carbone), è incompatibile con la capacità e la velocità di smaltimento della biosfera che ci circonda e alimenta: al punto che quando la “macchina” si rompe, gli effetti si propagano nello spazio e nel tempo ben oltre i limiti della nostra esperienza.
La scelta di abbandonare il nucleare non è quindi roba da ingegneri, ma riflessione alla portata di qualsiasi persona responsabile ed è per questo che il referendum - non qualche emendamento dell’ultima ora! - diventa anche questa volta decisivo.
Scegliere tra sole e atomo comporta un cambio nella scala dei tempi, una riconquista di una dimensione non distruttiva del nostro rapporto con la natura; significa inoltre favorire la ricerca di produzioni socialmente desiderabili, la creazione di occupazione e lavoro stabili, in riequilibrio finalmente con l’eccesso di schiavi meccanici forniti dai fossili e dal nucleare ad un carissimo prezzo. Come potremmo allora riconquistare l’acqua pubblica, senza tener conto della cogenza della crisi climatica, del consumo dell’“oro blu” per tradurre il calore della combustione dei fossili e della fissione dell’uranio in consumi innaturali, senza chiarire che, se la sosteniamo col consenso popolare, siamo alla più grande svolta di politica economica dopo lo sconquasso liberista, riportando invece in primo piano i beni comuni come il sole e l’acqua, due fonti di vita, di giustizia climatica e sociale, di lavoro qualificato e di occupazione dignitosa?



Mario Agostinelli, Roberto Meregalli, Pierattilio Tronconi
Cercare il Sole. Dopo Fukushima, Ediesse, Roma
Prefazione di Riccardo Petrella
Introduzione di Enrico Panini

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sabato 4 giugno 2011

Giuseppe Marletta in che "Stato" si trova !!


di Rosa Ana De Santis Il caso di Giuseppe Marletta, architetto catanese di 42 anni, ha fatto il giro dei quotidiani. La denuncia disperata di sua moglie davanti alle porte dell’ospedale Garibaldi di Catania ha portato di nuovo all’attenzione dell’opinione pubblica una esperienza esistenziale al limite, che gronda desiderio di giustizia. Un’operazione banale ai denti, poco più di un anno fa, ha lasciato quest’uomo immobilizzato su un letto, tracheotomizzato, raramente cosciente e con momenti di dolore acutissimo ben stampati sul suo viso quando viene sottoposto alla procedura dell’aspirazione o al trattamento della sua piaga da decubito di 10 cm all’altezza dell’osso sacro.
La moglie Irene non risparmia dettagli di questo calvario nella speranza che la conoscenza di questa condizione persuada le persone a comprendere quello che lei chiede per suo marito: liberarlo dalle sofferenze. Ma è soprattutto alle Istituzioni che Irene lancia il suo appello.
Ogni mese 1000 euro vanno per la struttura specializzata in cui Giuseppe è ricoverato. Nessun indennizzo e nessun sostegno arriva dallo Stato, tantomeno si è fatta chiarezza sulle cause che hanno portato un uomo sano a precipitare in questa condizione dopo un intervento banale e di routine. Eppure è in una struttura pubblica che Giuseppe ha nei fatti perso la sua vita e la sua salute e le indagini avviate non hanno ancora portato a niente.
Il Ministero della Salute, attraverso la voce del Sottosegretario Roccella, ha respinto le richieste della signora Marletta, dichiarando di non poter partecipare ai costi. Ma sta facendo qualcosa di più l’agenda politica del Ministero e di tutto il governo. Sta impedendo, legge alla mano, di poter permettere a Giuseppe - che mai avrebbe voluto sopravvivere in certe condizioni - di poter decidere quello che dopo lunghissima battaglia giudiziaria fu permesso ad Eluana.
Ed è a lei e alla pietà, che Beppino Englaro ha invocato vanamente per troppi anni, che Irene s’ispira, indignandosi per uno Stato che l’ha di fatto abbandonata con l’aggravio immorale di non voler risparmiare sofferenze inutili a Giuseppe e di impedire con ogni strumento che ne siano rispettate le volontà.
A dire il vero Irene chiede soprattutto che le Istituzioni si occupino di suo marito, che lo Stato intervenga a sostenere una famiglia, come la sua, con due figli piccoli e uno stipendio da insegnante, che non può farcela ad affrontare costi così pesanti.
La denuncia del caso di Giuseppe è importante, infatti, proprio per capire e svelare fino in fondo tutta l’ipocrisia di un paese che difende strenuamente la vita in ogni sua forma e a prezzo di qualsiasi dolore, fino al punto di calpestare la volontà individuale, ma senza investire nulla di serio e di concreto su quella stessa sacralità della vita tanto osannata. La famiglia Englaro, almeno, ha potuto permettersi per 17 lunghissimi anni che Eluana fosse accudita nel migliore dei modi possibili.
Ma per coloro che non hanno strumenti economici lo Stato, proprio quello che sigla le leggi sulla vita, ha il dovere assoluto di intervenire. Per questo il diniego del Ministero non è accettabile e per questo la difesa della vita si svela per quello che è realmente: una montatura politica e mediatica, una propaganda per il plauso del Vaticano che non ha alcuna credibilità.
Se questo paese ha scelto di non essere liberale, di mantenere sotto traccia una vocazione cattolica, sarebbe meno grave se lo fosse davvero, fino in fondo e se non utilizzasse piuttosto i casi di sofferenza umana per costruire campagne di terrore sull’eutanasia senza aiutare le persone che versano in condizioni disperate. Questa schizofrenia di valori senza il welfare che servirebbe a renderli possibili, costruisce non soltanto una privazione di libertà pesantissima per le persone e un accanimento che manca di pietà, ma rappresenta anche un’odiosa non credibilità istituzionale che arriva ai cittadini come l’annuncio di un abbandono, come lo sconto autoregolamentato di una politica zoppicante.
Bisogna decidere se si vuole costruire lo Stato minimo, quello che lascia l’assoluta libertà, o se si tifa per lo Stato etico, quello che entra nella vita di ogni cittadino. Orribile il primo senza di welfare, orribile il secondo per la vocazione liberticida. La storia dell’Europa moderna ci avrebbe dovuto guidare alla scelta di una soluzione comprensiva e sintetica di entrambe le tradizioni.
Il caso italiano è invece pericolosamente orientato e voler essere tutto l’uno e tutto l’altro. Solo questo può spiegare perché Giuseppe debba rimanere imprigionato in un letto, a qualsiasi costo emotivo e di dolore fisico, e perché tutto quello che serve per accudirlo, medicarlo e non abbandonarlo a se stesso non sia onere delle casse dello Stato.
Questo strano mostro giuridico, quello che partorirà la legge amata dalla Roccella, che chiede potere assoluto sulla vita di ogni singolo cittadino, assumendo quasi un’investitura sacra di giudizio nel merito dei valori, e che si disinteressa di entrare nel merito emotivo ed economico della situazione, diventa solo un’odiosa restrizione.
Quella che ha avuto il suono di un’implacabile condanna sulla scelta di Eluana. Un pubblico ammonimento, un peccato cui rimediare in fretta. Quello che dentro i confini di questa Sacra Romana Repubblica rischia di lasciare Giuseppe alla sua agonia. La politica della pietà e dell’impegno non è in agenda. La parola d’ordine è la vita, purché sia a costo zero e tutta decisa a Montecitorio secondo indicazioni vaticane.
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