involuzione
Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio
giovedì 7 luglio 2011
Dedicato a coloro che si riempono la bocca col PIL
Un anonimo proverbio dice che i numeri sono come le persone: basta torturarli e loro ti diranno ogni cosa; e questo lo sa bene il mondo della politica, che di queste torture è maestro (ai numeri intendo).
I numeri infatti possono diventare ottimi sostituti a buone argomentazioni, in assenza delle quali è sufficiente citare qualche dato a caso per confondere abbastanza le idee da convincere delle proprie posizioni, come iRobert Kennedy verrà assassinato tre mesi dopo questo discorsol tasso di mortalità dei koala dell’ Arizona, la percentuale ottenuta dal Partito dei vegani nelle amministrative di Copenaghen oppure esternazioni sul fatidico e temuto Prodotto Interno Lordo.
Un nome che certo non ispira molta fiducia, ma grazie al quale ogni Paese occidentale o meno può facilmente sotterrare ogni problematica sociale, a patto di avere un buon ranking nella classifica mondiale.
Ma che cos’ è davvero il P.I.L.? Possiamo per certo assumere che un singolo valore numerico per come venga calcolato possa esprimere il livello di ordine ed efficienza di un Paese nonchè la tanto agognata felicità dei cittadini?
Non vogliamo ora dilungarci su questioni metafisiche in merito a cosa debba dare la felicità ad un uomo, perchè il Pil nasconde contraddizioni ad un ambito molto più pratico e terreno.
Partendo con una definizione rigorosa, il Pil è una grandezza macroeconomica che esprime il valore complessivo dei beni e servizi prodotti all’interno di un Paese in un certo intervallo di tempo (solitamente un anno).
Da ciò possiamo constatare che l’ implicazione considerata sia che una produzione maggiore implica maggiore “benessere”, qualsivoglia significato abbia questa parola.
Il punto chiave di tutto il discorso sta nella “produzione”, considerata appunto sintomo e sorgente di un buono stato delle cose, dove per produzione si intende l’ erogazione di qualsiasi bene e/o servizio all’ interno del Paese, o, in altre parole, qualsiasi azione retribuita monetariamente.
A contribuire alla crescita del Pil sono quindi i prodotti Barilla esportati in tutto al Mondo, che portano ricchezza e motivo di vanto ad ogni italiano, ma nella malaugurata ipotesi che uno stabilimento Barilla prenda fuoco, ci si affiderebbe a pompieri, ditte per la ricostruzione, industria sanitaria per i danni alle persone, e tutto ciò crea anch’ esso “produzione”, e ahimè, contribuisce nell’ aumento del Pil.
Incidenti stradali e catastrofi naturali sono tutte il primo anello di una catena fatta di servizi che mettono in circolo quantità enormi di soldi, basti pensare ai costi delle riparazioni, i servizi di soccorso, e non per ultime le spese sanitarie, che vanno anch’ esse ad aumentare il Pil. Quest’ ultime inoltre aumentano notevolmente al verificarsi di un epidemia o della diffusione di un nuovo batterio killer, e anche in questo caso il giro di soldi dovuto all’ industria farmaceutica va ad aumentare il Pil.
Paradossalmente invece, se nella popolazione si instaurassero abitudini alimentari sane, tali da diminuire la diffusione delle patologie, verrebbero spesi meno soldi per le cure, e si registrerebbe un calo del Pil
Ma non finisce qui.
Anche ad un aumento di ingorghi stradali consegue un maggior consumo di carburante, e il finale è lo stesso; l’ aumento della criminalità aumenta il Pil, grazie alle spese di assicurazione che verrebbero messe in atto, o al mercato dei sistemi di antifurto, senza contare che le spese di mantenimento dei carcerati si aggiungono alla lista.
Per quanto riguarda le infrastrutture invece, la costruzione di un ponte o di una linea ferroviaria superflua aumentano il Pil (oltre che i danni ambientali), e nella sciagurata ipotesi in cui la struttura venga successivamente abbattuta per la sua inutilità le spese di smantellamento aumentano ancora di più il totale. Infine, la costruzione di un ponte robusto comporta una crescita del Pil minore rispetto a quella di un ponte cedevole, perchè in quest’ ultimo caso saranno necessari più lavori di manuntenzione, quindi più spese, quindi più “produzione”.
Dall’ altra parte invece, troviamo tutto ciò che è comunemente considerato elemento di salute sociale, ma di cui il Pil “se ne frega”: il Volontariato per definizione non comporta un giro di soldi, e quindi un incremento dell’ attività nel sociale non viene considerata dal Pil, anzi, se il volontario va ad occuparsi di attività prima relegate ad un lavoratore, il Pil addirittura cala.
Interessante in questo contesto è il “paradosso della cuoca”, per cui nel momento in cui il padrone di casa decide di sposare la cuoca al suo servizio, questa non svolge più lavoro retribuito, e il Pil nazionale cala pur mantenendo la stessa produzione di prima.
Il Pil infatti non considera l’ autoconsumo, le economie di scambio non monetario e l’ autoproduzione dei beni alimentari; tutte attività inesistenti ai suoi occhi; idem per un pannello solare che rende energeticamente indipendente un abitazione. Gli esempi potrebbero essere infiniti, ma credo siano sufficienti questi per capire come non sia possibile tramite una cifra monetaria constatare le complesse dinamiche all’ interno di una società che può anche essere molto variegata come nel caso della Cina, dove il Pil aumenta esponenzialmente ogni anno ma il divario economico tra città e città è titanico.
Alla base del problema però, sta la convinzione nel poter considerare la ricchezza monetaria quale lo specchio del benessere individuale e collettivo. Questo risulta errato soprattutto a causa della struttura stessa della nostra società, che offre vantaggi dal consumo indiscriminato di risorse, favorisce gli sprechi e crea possibilità di guadagno laddove vi sono problematiche sociali, come nel caso delle malattie.
In un sistema del genere, una maggiore produzione monetaria può quindi implicare eccessi in ogni direzione, talvolta nocivi per la comunità stessa.
Fonte:http://liberarchia.noblogs.org/post/2011/07/06/p-i-l-paradossale-indice-di-lucro/
mercoledì 6 luglio 2011
Manovre di Palazzi
di Fabrizio Casari Le accuse del Procuratore sportivo Palazzi all’ex-Presidente dell’Inter Giacinto Facchetti, appaiono, in forma e sostanza, gravemente condizionate da approssimazione e preconcetto. L’impianto accusatorio della relazione è fortemente sbilanciato e dallo stesso alcuni desumono che il Procuratore sportivo ritiene le ipotesi di colpa di Facchetti pari o quasi a quelle di Moggi. Se così fosse sarebbe un infortunio grave che allungherebbe ombre cupe sull’onestà di giudizio di Palazzi. Sarebbe infatti semplice pubblicare simultaneamente le telefonate intercorse tra Facchetti e Bergamo da una parte e quelle tra Moggi e Bergamo dall’altra per rendersi conto di quanto siano scarsamente associabili e completamente diverse negli obiettivi. Chiunque capirebbe la differenza.
Il fatto che le opinioni di Palazzi siano solo quelle dell’accusa andrebbe ricordato sempre: non solo perché dovuto nella descrizione di ogni vicenda processuale, ma proprio perché si deve ricordare la lunga lista di accuse che Palazzi distribuisce e che non vengono confermate dai tribunali. La fase dibattimentale e il giudizio terzo del giudice producono infatti sempre sentenze diverse da quelle indicate dalle accuse di Palazzi. Ultima quella sul caso Pandev.
Certo è strano che il giudizio complessivo della relazione indichi Facchetti quale responsabile di violazione degli articoli 1 e 6 del regolamento. Nelle numerose pagine dedicate alle telefonate intercorse tra Facchetti e i designatori, infatti, non è possibile rilevare altro che un generico quanto inefficace, pur ripetuto, tentativo di ottenere arbitri adeguati alla delicatezza degli incontri che attendevano i nerazzurri. L’intento che traspare era quello di proteggere l’Inter da designazioni arbitrali che, come successivamente appurato, erano tese a favorire il clan di Moggi.
Si dovrebbero rileggere attentamente le intercettazioni delle telefonate tra Facchetti e Bergamo e, ove si fosse provvisti di senso logico, si capirebbe facilmente come le richieste del dirigente interista siano per avere “il migliore” (chiede espressamente Collina) e per non avere, invece, quelli come Bertini o altri che contro l’Inter avevano precedentemente arbitrato con evidenti atteggiamenti punitivi. In sostanza, pur potendo eccepire sulle modalità, si tratta di richieste che possono essere configurate come tentativi di ricusazione di alcuni arbitri da un lato e richiesta di partecipazione di quelli meno ricattabili e meno sospetti di legami con il clan di Moggi e Giraudo dall’altro.
Per essere precisi si può citare una conversazione del Maggio 2005, nella quale Bergamo propone di affidare la gara all’arbitro Bertini (di cui Facchetti si era lamentato per via di diverse decisioni sbagliate e sempre a danno dell’Inter); Bergamo si offre d’istruire a dovere Bertini per un arbitraggio che finisca con la vittoria dell’Inter e Facchetti risponde invece di volere un arbitraggio giusto. Non certo contenuti e toni da assimilare alle altre miriadi di telefonate che i designatori avevano con Moggi. Su questo non è possibile equivocare, se non in malafede.
E’ bene comunque ricordare che all’epoca dei fatti non era proibito (come invece lo è oggi) parlare con i designatori. Lo facevano tutti, e molti tra questi perseguivano l’obiettivo di difendere le proprie squadre dagli assalti della cupola che intendeva determinare non solo le vittorie della Juventus, ma anche il resto del campionato. Ma un conto è parlare e un altro è tramare; un conto è chiedere garanzie di qualità nell’arbitro, un altro è dare ordini ai designatori.
Facchetti, infatti, chiedeva tutela dalla malafede e dall’incapacità già dimostrata da parte di alcuni fischietti verso i nerazzurri, e lo faceva sapendo bene con chi e di cosa stesse parlando, viste le informazioni che aveva avuto da un ex-arbitro (Nucini) su come funzionasse il sistema. Ma, a differenza di Moggi, Facchetti non organizzava le griglie con Bergamo e Pairetto, non decideva chi punire e chi promuovere tra i fischietti, non distribuiva le sim-card estere per parlare con arbitri e designatori senza essere intercettati, non ordinava risultati a la carte. Mettere quindi sullo stesso piano la condotta di Moggi e del suo clan con quella di Facchetti è improponibile dal punto di vista della ricostruzione oggettiva della vicenda e pessimo dal punto di vista “politico”.
Che le accuse di Palazzi diventino tout-court sentenze su alcuni giornali sportivi è parte di un’altra faccenda. Essi, infatti, oltre ad avere nei tifosi juventini un bacino importante di lettori, appartengono ai gruppi editoriali che fanno capo, indirettamente o direttamente, alla Fiat e alla Fininvest, cioè le società proprietarie - direttamente o tramite controllate - di Juventus e Milan, già condannate proprio per Calciopoli. Addirittura scatenati, in preda a crisi isteriche i giornalisti vicini a Moggi, che oggi inneggiano invece alla relazione di Palazzi come fosse la sentenza di un tribunale. Per suo conto ventriloqui fin troppo attivi e per questo sanzionati dall’Ordine dei Giornalisti, imperversano ormai solo nelle radio private che con alcuni dei condannati hanno particolare familiarità.
L’intento di dimostrare che l’agire era comune a tutti serve in primis alle loro vendette personali, giacchè la fine di Moggi ha comportato la loro entrata nel cono d’ombra. Ma, soprattutto, si vuole smontare l’idea che l’Inter fosse diversa dalle altre: non lo scudetto del 2006, ma lo “scudetto degli onesti” è quello che proprio non sopportano. Ovviamente, poi, da parte di costoro non viene citata la parte della relazione di Palazzi dove si confermano per Moggi e soci le accuse di essere “un vero e proprio sistema organizzato” destinato a favorire sul campo e fuori dal campo le vittorie alla Juventus.
La richiesta, subdola, che viene da più commentatori, è che l’Inter rinunci di sua iniziativa allo scudetto del 2006. Non costerebbe niente rinunciarvi, non fosse altro che questo sarebbe come ammettere che le accuse di Palazzi sono giuste. Questo sì che offrirebbe alle ineffabili penne “neutrali” la stura per poter chiudere il cerchio con una sentenza di colpevolezza generale che metta tutti sullo stesso piano. Moggi come Facchetti, Meani come della Valle, Lotito come Foti e via amalgamando ingredienti, vicende, persone e fatti che non hanno nessun elemento comune.
Pur nella lettura generale che vede comportamenti illeciti, tra chi altera la regolarità dei tornei e chi cerca di difendersi da ciò è difficile riscontrare elementi di verosimiglianza negli scopi e nel conseguente agire. Va detto, peraltro, che è lo stesso Palazzi a chiedere l’archiviazione della richiesta juventina relativa alla non assegnazione dello scudetto 2006, perché gli eventuali illeciti dell’Inter sono comunque prescritti.
Ed ecco allora che un’altra richiesta viene fatta all’Inter: quella di rinunciare alla prescrizione ed andare a processo. Palazzi lo propone a mo’ di sfida, spogliandosi così platealmente dal ruolo istituzionale per assumere le vesti autentiche. Peccato che l’eventuale imputato sia deceduto e, dunque, non si capisce chi dovrebbe essere a rinunciare alla prescrizione, dal momento che le accuse sono rivolte direttamente a Facchetti e non a Moratti, peraltro non tesserato all’epoca.
Si vorrebbe un processo mediatico, sostenuto dai giornali e dalle tv amiche che vedrebbe l’Inter sola contro tutto e tutti. Ma come mai la stessa richiesta - quella cioè di non avvalersi della prescrizione di fronte ad accuse d’illecito sportivo - non venne mai indirizzata alla Juventus in occasione del processo per doping? La Juventus, infatti, accusata dal procuratore Guariniello, evidentemente certa della sua colpevolezza, si guardò bene dal rinunciare alla prescrizione. E dunque fa bene Moratti ad avvertire sulle sicure azioni dell’Inter a tutela della sua immagine e dei danni verso chi è tentato dal ribaltone dei fatti.
Per carità, l’Italia è il Paese dove i ladri si mettono a fare politica e i politici si danno da fare per le loro aziende; dove i giudici vengono confusi con gli imputati e dove i repubblichini vengono messi sullo stesso piano dei partigiani. E' il Paese dove la verità paga dazio ai potenti, da sempre. L'importante, però, é che la verità non vada persa nel regno dell'indistinto. Gigi Riva, il più grande dei bomber azzurri, ha detto: “Tutti quelli che oggi parlano su Giacinto farebbero meglio a stare zitti: lui era pulito. Facchetti era una persona semplice, pulita, onesta, il nostro angelo. Ora provo una grande rabbia”. Moggi, per quanto possa dolere alle sue numerose vedove, variamente parcheggiate nei giornali, nelle radio e nelle Tv, resterà sempre l’emblema del gioco sporco, della corruzione e della slealtà sportiva, così come Facchetti verrà ricordato sempre come un gentiluomo dello sport. Ingenuo, forse, ma onesto.
fonte
Il fatto che le opinioni di Palazzi siano solo quelle dell’accusa andrebbe ricordato sempre: non solo perché dovuto nella descrizione di ogni vicenda processuale, ma proprio perché si deve ricordare la lunga lista di accuse che Palazzi distribuisce e che non vengono confermate dai tribunali. La fase dibattimentale e il giudizio terzo del giudice producono infatti sempre sentenze diverse da quelle indicate dalle accuse di Palazzi. Ultima quella sul caso Pandev.
Certo è strano che il giudizio complessivo della relazione indichi Facchetti quale responsabile di violazione degli articoli 1 e 6 del regolamento. Nelle numerose pagine dedicate alle telefonate intercorse tra Facchetti e i designatori, infatti, non è possibile rilevare altro che un generico quanto inefficace, pur ripetuto, tentativo di ottenere arbitri adeguati alla delicatezza degli incontri che attendevano i nerazzurri. L’intento che traspare era quello di proteggere l’Inter da designazioni arbitrali che, come successivamente appurato, erano tese a favorire il clan di Moggi.
Si dovrebbero rileggere attentamente le intercettazioni delle telefonate tra Facchetti e Bergamo e, ove si fosse provvisti di senso logico, si capirebbe facilmente come le richieste del dirigente interista siano per avere “il migliore” (chiede espressamente Collina) e per non avere, invece, quelli come Bertini o altri che contro l’Inter avevano precedentemente arbitrato con evidenti atteggiamenti punitivi. In sostanza, pur potendo eccepire sulle modalità, si tratta di richieste che possono essere configurate come tentativi di ricusazione di alcuni arbitri da un lato e richiesta di partecipazione di quelli meno ricattabili e meno sospetti di legami con il clan di Moggi e Giraudo dall’altro.
Per essere precisi si può citare una conversazione del Maggio 2005, nella quale Bergamo propone di affidare la gara all’arbitro Bertini (di cui Facchetti si era lamentato per via di diverse decisioni sbagliate e sempre a danno dell’Inter); Bergamo si offre d’istruire a dovere Bertini per un arbitraggio che finisca con la vittoria dell’Inter e Facchetti risponde invece di volere un arbitraggio giusto. Non certo contenuti e toni da assimilare alle altre miriadi di telefonate che i designatori avevano con Moggi. Su questo non è possibile equivocare, se non in malafede.
Facchetti, infatti, chiedeva tutela dalla malafede e dall’incapacità già dimostrata da parte di alcuni fischietti verso i nerazzurri, e lo faceva sapendo bene con chi e di cosa stesse parlando, viste le informazioni che aveva avuto da un ex-arbitro (Nucini) su come funzionasse il sistema. Ma, a differenza di Moggi, Facchetti non organizzava le griglie con Bergamo e Pairetto, non decideva chi punire e chi promuovere tra i fischietti, non distribuiva le sim-card estere per parlare con arbitri e designatori senza essere intercettati, non ordinava risultati a la carte. Mettere quindi sullo stesso piano la condotta di Moggi e del suo clan con quella di Facchetti è improponibile dal punto di vista della ricostruzione oggettiva della vicenda e pessimo dal punto di vista “politico”.
Che le accuse di Palazzi diventino tout-court sentenze su alcuni giornali sportivi è parte di un’altra faccenda. Essi, infatti, oltre ad avere nei tifosi juventini un bacino importante di lettori, appartengono ai gruppi editoriali che fanno capo, indirettamente o direttamente, alla Fiat e alla Fininvest, cioè le società proprietarie - direttamente o tramite controllate - di Juventus e Milan, già condannate proprio per Calciopoli. Addirittura scatenati, in preda a crisi isteriche i giornalisti vicini a Moggi, che oggi inneggiano invece alla relazione di Palazzi come fosse la sentenza di un tribunale. Per suo conto ventriloqui fin troppo attivi e per questo sanzionati dall’Ordine dei Giornalisti, imperversano ormai solo nelle radio private che con alcuni dei condannati hanno particolare familiarità.
L’intento di dimostrare che l’agire era comune a tutti serve in primis alle loro vendette personali, giacchè la fine di Moggi ha comportato la loro entrata nel cono d’ombra. Ma, soprattutto, si vuole smontare l’idea che l’Inter fosse diversa dalle altre: non lo scudetto del 2006, ma lo “scudetto degli onesti” è quello che proprio non sopportano. Ovviamente, poi, da parte di costoro non viene citata la parte della relazione di Palazzi dove si confermano per Moggi e soci le accuse di essere “un vero e proprio sistema organizzato” destinato a favorire sul campo e fuori dal campo le vittorie alla Juventus.
La richiesta, subdola, che viene da più commentatori, è che l’Inter rinunci di sua iniziativa allo scudetto del 2006. Non costerebbe niente rinunciarvi, non fosse altro che questo sarebbe come ammettere che le accuse di Palazzi sono giuste. Questo sì che offrirebbe alle ineffabili penne “neutrali” la stura per poter chiudere il cerchio con una sentenza di colpevolezza generale che metta tutti sullo stesso piano. Moggi come Facchetti, Meani come della Valle, Lotito come Foti e via amalgamando ingredienti, vicende, persone e fatti che non hanno nessun elemento comune.
Ed ecco allora che un’altra richiesta viene fatta all’Inter: quella di rinunciare alla prescrizione ed andare a processo. Palazzi lo propone a mo’ di sfida, spogliandosi così platealmente dal ruolo istituzionale per assumere le vesti autentiche. Peccato che l’eventuale imputato sia deceduto e, dunque, non si capisce chi dovrebbe essere a rinunciare alla prescrizione, dal momento che le accuse sono rivolte direttamente a Facchetti e non a Moratti, peraltro non tesserato all’epoca.
Si vorrebbe un processo mediatico, sostenuto dai giornali e dalle tv amiche che vedrebbe l’Inter sola contro tutto e tutti. Ma come mai la stessa richiesta - quella cioè di non avvalersi della prescrizione di fronte ad accuse d’illecito sportivo - non venne mai indirizzata alla Juventus in occasione del processo per doping? La Juventus, infatti, accusata dal procuratore Guariniello, evidentemente certa della sua colpevolezza, si guardò bene dal rinunciare alla prescrizione. E dunque fa bene Moratti ad avvertire sulle sicure azioni dell’Inter a tutela della sua immagine e dei danni verso chi è tentato dal ribaltone dei fatti.
Per carità, l’Italia è il Paese dove i ladri si mettono a fare politica e i politici si danno da fare per le loro aziende; dove i giudici vengono confusi con gli imputati e dove i repubblichini vengono messi sullo stesso piano dei partigiani. E' il Paese dove la verità paga dazio ai potenti, da sempre. L'importante, però, é che la verità non vada persa nel regno dell'indistinto. Gigi Riva, il più grande dei bomber azzurri, ha detto: “Tutti quelli che oggi parlano su Giacinto farebbero meglio a stare zitti: lui era pulito. Facchetti era una persona semplice, pulita, onesta, il nostro angelo. Ora provo una grande rabbia”. Moggi, per quanto possa dolere alle sue numerose vedove, variamente parcheggiate nei giornali, nelle radio e nelle Tv, resterà sempre l’emblema del gioco sporco, della corruzione e della slealtà sportiva, così come Facchetti verrà ricordato sempre come un gentiluomo dello sport. Ingenuo, forse, ma onesto.
fonte
martedì 5 luglio 2011
COMUNICATO STAMPA Contro la guerra della Nato in Libia
Contro la guerra della Nato in Libia, una campagna di email ai membri non belligeranti del Consiglio di Sicurezza Onu
La Rete No War (Italia) e il gruppo US Citizens for Peace and Justice-Rome si fanno promotori di un’iniziativa contro la guerra: una campagna internazionale di appelli via email ai membri non belligeranti (permanenti e non permanenti) del Consiglio di Sicurezza Onu.
La guerra illegale alla Libia è condotta da alcuni paesi della Nato, con l’alleanza di alcune petromonarchie del Golfo; è una guerra fondata su informazioni false, portata pervicacemente avanti con vittime dirette e indirette; i paesi belligeranti violano la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che è stata votata in marzo “ a protezione dei civili libici”. La guerra continua malgrado le tante occasioni negoziali disponibili. Già agli inizi di marzo, Fidel Castro chiede – invano- ai popoli e ai governi di appoggiare la proposta di mediazione del Venezuela, approvata dai paesi dell’Alleanza Alba.
Molti paesi membri del Consiglio di Sicurezza hanno già manifestato volontà negoziali e potrebbero utilizzare come strumento di pressione questo appoggio popolare da parte di cittadini di paesi Nato.
Ecco come partecipare alla campagna, semplicemente, con una email. Basta mandare il testo seguente (in inglese) nel corpo del messaggio alle email di: Russia, Cina, India, Sudafrica, Nigeria, Gabon, Bosnia Erzegovina, Libano, Colombia, Portogallo, Germania. Per informazioni (ma l’appello va inviato direttamente agli indirizzi dei paesi!): boylan@interfree.it;mari.liberazioni@yahoo.it
CAMPAGNA PROMOSSA DA RETE NO WAR E U.S. CITIZENS FOR PEACE & JUSTICE- Rome
“Stop alla guerra Nato in Libia: scriviamo ai membri non belligeranti del Consiglio di Sicurezza Onu”
Alcuni paesi della Nato, con l’alleanza di alcune petromonarchie del Golfo, stanno conducendo da tre mesi in Libia una guerra illegale a sostegno di una delle due fazioni armate che si affrontano; una guerra fondata su informazioni false, portata pervicacemente avanti con vittime dirette e indirette; una guerra che continua malgrado le tante occasioni negoziali disponibili fin dall’inizio.
Che fare? La pressione popolare nei confronti dei paesi Nato è certo necessaria, ma non basta. Potrebbe essere utile, se attuata in massa, una campagna di email dirette a paesi non belligeranti e membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, chiedendo loro di agire. Molti di quei paesi hanno già manifestato volontà negoziali e potrebbero utilizzare come strumento di pressione questo appoggio popolare da parte di cittadini di paesi Nato. Già agli inizi di marzo, Fidel Castro ha chiesto – invano- ai popoli e ai governi di appoggiare la proposta di mediazione del Venezuela, approvata dai paesi dell’Alleanza Alba.
Per questa ragione i gruppi Rete No War e U.S. Citizens for Peace & Justice-Rome hanno consegnato un analogo appello ad alcune ambasciate a Roma.
Ecco come partecipare alla campagna, semplicemente, con una email. Basta mandare il testo seguente (in inglese) nel corpo del messaggio alle email di: Russia, Cina, India, Sudafrica, Nigeria, Gabon, Bosnia Erzegovina, Libano, Colombia, Portogallo, Germania. Per informazioni (ma l’appello va inviato direttamente agli indirizzi dei paesi!): boylan@interfree.it;mari.liberazioni@yahoo.it
Email delle rappresentanze dei paesi: ChinaMissionUN@Gmail.com; rusun@un.int; India@un.int; portugal@un.int;contact@lebanonun.org;chinesemission@yahoo.com;dsatsia@gabon-un.org;
delbrasonu@delbrasonu.org; info@new-york-un.diplo.de;siumara@delbrasonu.org; bihun@mfa.gov.ba; gabon@un.int;colombia@colombiaun.org;pmun.newyork@dirco.gov.za; perm.mission@nigerdeleg.org;perm.mission@nigerdeleg.com;aumission_ny@yahoo.com, AU-NewYork@africa-union-nyo.org; LamamraR@africa-union.org;waneg@africa-union.org;presidentrsa@po.gov.za;unsc-nowar@gmx.com
Nell’oggetto della email scrivere: PLEASE STOP NATO WAR IN LIBYA. APPEAL TO NON-BELLIGERANT MEMBERS OF THE UNSC COUNCIL
Testo da inviare
WE APPEAL TO NON-BELLIGERENT MEMBERS
OF THE U.N. SECURITY COUNCIL
- to put an end to the misuse of U.N. Security Council Resolution 1973 to influence the internal
affairs of Libya through warfare, by revoking it, and
- to press for a peaceful resolution of the conflict in Libya, backing the African
Union’s central role in this context.
We thank those countries that have tried, and are still trying, to work towards peace.
Our appeal is based on the following:
- the military intervention in Libya undertaken by some NATO members
has now gone far beyond the provisions of Security Council Resolution 1973, and is based on hyped-up accounts of defenseless citizens being massacred by their government, while the truth is that, in Libya, there is an on-going and intense internal armed conflict;
- we are aware of the economic and geo-strategic interests that lie behind the war in Libya and,
in particular, behind NATO support of one of the two armed factions;
- NATO military intervention in Libya has killed (and is continuing to kill) countless civilians, as well harming and endangering the civilian population, including migrants and refugees, in various other ways;
- the belief, at this stage, only non-belligerent countries – and particularly those with U.N. Security Council voting rights – can successfully bring a peaceful end to the conflict through negotiations and by implementing the opening paragraph of UNSC Resolution 1973, which calls for an immediate ceasefire.
Respectfully yours,
Name (or association)
Address (optional)
La Rete No War (Italia) e il gruppo US Citizens for Peace and Justice-Rome si fanno promotori di un’iniziativa contro la guerra: una campagna internazionale di appelli via email ai membri non belligeranti (permanenti e non permanenti) del Consiglio di Sicurezza Onu.
La guerra illegale alla Libia è condotta da alcuni paesi della Nato, con l’alleanza di alcune petromonarchie del Golfo; è una guerra fondata su informazioni false, portata pervicacemente avanti con vittime dirette e indirette; i paesi belligeranti violano la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che è stata votata in marzo “ a protezione dei civili libici”. La guerra continua malgrado le tante occasioni negoziali disponibili. Già agli inizi di marzo, Fidel Castro chiede – invano- ai popoli e ai governi di appoggiare la proposta di mediazione del Venezuela, approvata dai paesi dell’Alleanza Alba.
Molti paesi membri del Consiglio di Sicurezza hanno già manifestato volontà negoziali e potrebbero utilizzare come strumento di pressione questo appoggio popolare da parte di cittadini di paesi Nato.
Ecco come partecipare alla campagna, semplicemente, con una email. Basta mandare il testo seguente (in inglese) nel corpo del messaggio alle email di: Russia, Cina, India, Sudafrica, Nigeria, Gabon, Bosnia Erzegovina, Libano, Colombia, Portogallo, Germania. Per informazioni (ma l’appello va inviato direttamente agli indirizzi dei paesi!): boylan@interfree.it;mari.liberazioni@yahoo.it
CAMPAGNA PROMOSSA DA RETE NO WAR E U.S. CITIZENS FOR PEACE & JUSTICE- Rome
“Stop alla guerra Nato in Libia: scriviamo ai membri non belligeranti del Consiglio di Sicurezza Onu”
Alcuni paesi della Nato, con l’alleanza di alcune petromonarchie del Golfo, stanno conducendo da tre mesi in Libia una guerra illegale a sostegno di una delle due fazioni armate che si affrontano; una guerra fondata su informazioni false, portata pervicacemente avanti con vittime dirette e indirette; una guerra che continua malgrado le tante occasioni negoziali disponibili fin dall’inizio.
Che fare? La pressione popolare nei confronti dei paesi Nato è certo necessaria, ma non basta. Potrebbe essere utile, se attuata in massa, una campagna di email dirette a paesi non belligeranti e membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, chiedendo loro di agire. Molti di quei paesi hanno già manifestato volontà negoziali e potrebbero utilizzare come strumento di pressione questo appoggio popolare da parte di cittadini di paesi Nato. Già agli inizi di marzo, Fidel Castro ha chiesto – invano- ai popoli e ai governi di appoggiare la proposta di mediazione del Venezuela, approvata dai paesi dell’Alleanza Alba.
Per questa ragione i gruppi Rete No War e U.S. Citizens for Peace & Justice-Rome hanno consegnato un analogo appello ad alcune ambasciate a Roma.
Ecco come partecipare alla campagna, semplicemente, con una email. Basta mandare il testo seguente (in inglese) nel corpo del messaggio alle email di: Russia, Cina, India, Sudafrica, Nigeria, Gabon, Bosnia Erzegovina, Libano, Colombia, Portogallo, Germania. Per informazioni (ma l’appello va inviato direttamente agli indirizzi dei paesi!): boylan@interfree.it;mari.liberazioni@yahoo.it
Email delle rappresentanze dei paesi: ChinaMissionUN@Gmail.com; rusun@un.int; India@un.int; portugal@un.int;contact@lebanonun.org;chinesemission@yahoo.com;dsatsia@gabon-un.org;
delbrasonu@delbrasonu.org; info@new-york-un.diplo.de;siumara@delbrasonu.org; bihun@mfa.gov.ba; gabon@un.int;colombia@colombiaun.org;pmun.newyork@dirco.gov.za; perm.mission@nigerdeleg.org;perm.mission@nigerdeleg.com;aumission_ny@yahoo.com, AU-NewYork@africa-union-nyo.org; LamamraR@africa-union.org;waneg@africa-union.org;presidentrsa@po.gov.za;unsc-nowar@gmx.com
Nell’oggetto della email scrivere: PLEASE STOP NATO WAR IN LIBYA. APPEAL TO NON-BELLIGERANT MEMBERS OF THE UNSC COUNCIL
Testo da inviare
WE APPEAL TO NON-BELLIGERENT MEMBERS
OF THE U.N. SECURITY COUNCIL
- to put an end to the misuse of U.N. Security Council Resolution 1973 to influence the internal
affairs of Libya through warfare, by revoking it, and
- to press for a peaceful resolution of the conflict in Libya, backing the African
Union’s central role in this context.
We thank those countries that have tried, and are still trying, to work towards peace.
Our appeal is based on the following:
- the military intervention in Libya undertaken by some NATO members
has now gone far beyond the provisions of Security Council Resolution 1973, and is based on hyped-up accounts of defenseless citizens being massacred by their government, while the truth is that, in Libya, there is an on-going and intense internal armed conflict;
- we are aware of the economic and geo-strategic interests that lie behind the war in Libya and,
in particular, behind NATO support of one of the two armed factions;
- NATO military intervention in Libya has killed (and is continuing to kill) countless civilians, as well harming and endangering the civilian population, including migrants and refugees, in various other ways;
- the belief, at this stage, only non-belligerent countries – and particularly those with U.N. Security Council voting rights – can successfully bring a peaceful end to the conflict through negotiations and by implementing the opening paragraph of UNSC Resolution 1973, which calls for an immediate ceasefire.
Respectfully yours,
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