involuzione

involuzione
Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

venerdì 2 dicembre 2011

Se non vi piaceva il grande fratello beccatevi il grande fardello

Se qualcuno pensava che con l'uscita di scena Berlusconiana gli anglosassoni smettevano di ridere di noi Italioti preparatevi a questo post ma attenzione  a non inalberarsi potreste essere tacciati di fascismo o ancor peggio come comunisti;




L'ultimo reality targato Murdoch, "Go Greek for a week", guida il pubblico britannico alla scoperta dell' "economia allegra" che avrebbe portato la Grecia sull'orlo del baratro economico: baby pensionati, incentivi esagerati, evasione fiscale. Ma se alcuni dei fenomeni denunciati sono reali, tante le imprecisioni e il sarcasmo, che hanno suscitato reazioni polemiche greche
Aprire un salone di parrucchiere ad Atene, o in un’isola greca, e godersi, oltre al sole, ai souvlakia e al mare blu, una pensione a 54 anni di età al 90 per cento della pensione piena, quando il resto d’Europa deve faticare fino a 60 e oltre? Nulla di più facile secondo l’ultimo reality britannico targato Murdoch: “Go Greek for a week”, in onda in prima serata su Channel 4 ogni lunedì.

Il gioco della crisi

Il gioco è questo: tre famiglie inglesi a puntata si trasferiscono nella terra degli dei e della crisi nera per una settimana e, tramite esperienze di economia allegra tipo quella del baby pensionato coiffeur, e approfondendo il locale sistema che regola tasse e rendite di anzianità, capisce perché l’Ellade ha ridotto così le proprie finanze rischiando di trascinare con sé l’eurozona intera. Naturalmente il tutto è accompagnato da interviste a economisti (inglesi) esperti del settore.
La vostra cronista ha voluto toccare con mano l’esattezza delle vicende narrate nel reality. Sì: perché non c’è solo il parrucchiere nullafacente dopo i 54 anni, ma anche il guidatore di autobus pubblico che, sempre secondo “Go Greek for a week” arriva quasi a raddoppiare il proprio stipendio arrivando un’ora prima la mattina al proprio turno di lavoro e controllando i biglietti vidimati nella giornata precedente.
Cominciamo dal caso “coiffeur”. E’ proprio vero che, con la crisi che attanaglia i greci, e che ha già dato sforbiciate di oltre il 20 per cento a stipendi e pensioni sia nel settore pubblico sia in quello privato, innalzando fra l’altro l’età pensionistica a 65 anni, questa fortunata categoria può dedicarsi a riccioli o extension per chiudere bottega a 54 anni con il 90 per cento della pensione piena?
La verità, al solito, sta nel mezzo. I parrucchieri, che stanno in piedi tutto il giorno e maneggiano tinture, così come i conduttori di trasmissioni radiofoniche dai turni ballerini, e in generale tutti i lavoratori che faticano nell’industria pesante o chimica e le colf, in Grecia fanno parte del settore “lavori pesanti e pericolosi per la salute”, che totalizza 538mila persone.
“A partire da giugno, però, questa lista di lavori pesanti e nocivi è stata notevolmente ridotta, e ora la vogliono ridurre ancora di più”, racconta ad OBC Stavros Koytsiobelis, dirigente sindacale che ha partecipato alla commissione apposita che il governo ha istituito quest’estate.
“In ogni caso, le vicende raccontate dal serial britannico sono non solo imprecise, ma offensive, con l’unico scopo di fare ridere la gente sulle nostre disgrazie, dando la colpa della crisi e del rischio bancarotta al 'lavoratore cicala' ellenico, dimenticando di dire, ad esempio, che il salario medio in Grecia è meno della metà di quello britannico, mentre il costo della vita, paradossalmente, è maggiore”.
Ma torniamo al nostro coiffeur, baby pensionato a 54 anni con il 90 per cento della pensione. “Anche questo non era vero prima di giugno, e tanto meno adesso, quando i parrucchieri, i conduttori radiofonici e altri mestieri sono stati tolti dalla lista dei 'mestieri pesanti', mentre siamo riusciti a inserirvi gli infermieri e coloro che si occupano delle pulizie di materiali tossici sempre negli ospedali”, continua Koytsiobelis.
“Prima di giugno le donne parrucchiere potevano andare in pensione a 56 anni, gli uomini invece (e il protagonista del serial inglese è un uomo) a 58. Se volevano andare in pensione prima, potevano farlo, ma con una riduzione della pensione del 6% per ogni anno di anticipo! Quindi il nostro coiffeur, ritirandosi a 54 anni, avrebbe avuto diritto prima di giugno 2011 - mentre la trasmissione inglese parla della realtà invernale 2011- a una pensione decurtata del 24 per cento. Altro che 90 per cento! Ora comunque tutti i parrucchieri, maschi e femmine, si ritirano dal mercato a 65 anni”.
Un altro caso di “allegra gestione dell’amministrazione pubblica” è la vicenda del guidatore di autobus che arriva, appunto, secondo Channel 4, a raddoppiare lo stipendio grazie a un bonus ottenuto allungando di poco l’orario di lavoro e facendo pure il controllore. “Qui i mestieri pesanti non c’entrano” precisa Koytsiobelis” Posso dire però che lo stipendio lordo di un guidatore di autobus è di 1500 euro lordi al mese, con i bonus tipo quelli descritti si arriva al massimo a 1900 euro lordi”.

Evasione, punto dolente

L’unico esempio in cui, purtroppo, “Go Greek for a week” mette giustamente il dito nella piaga è quello dell’enorme evasione fiscale dei medici ellenici. Nel serial, un medico inglese che si trasferisce ad Atene scopre come è facile fatturare una visita specialistica alla metà del prezzo effettivamente incassato. Le cose, in realtà, stanno ancora peggio di così, quindi Channel 4 è impreciso anche quando potrebbe essere molto più “maligno” nei confronti della società greca.
Secondo una inchiesta greca dell’anno scorso, nove medici su dieci e la maggioranza degli avvocati dichiaravano meno di 10mila euro l’anno. E’ quello che guadagnavano in un giorno! Non basta: un recente blitz degli ispettori del fisco ha preso di mira i conti bancari proprio di 208 medici, oltre che di 108 avvocati, che nascondevano milioni di euro mentre dichiaravano briciole. Esempio? Un noto psichiatra con studio nel quartiere chic di Kolonaki ad Atene: otto milioni di euro in azioni e un reddito ufficiale di 3000 euro al mese.
Le autorità hanno chiesto alle banche di aprire circa 2000 conti correnti, ma fino ad oggi gli istituti di credito hanno concesso i dati solo di 100 clienti. “E’ lampante che le banche non vogliono tradire i loro clienti migliori”, ha dichiarato al quotidiano To Vima un funzionario del ministero dell’Economia. Uno studio della Confindustria greca rivela che ogni anno sfuggono alle tasse 30 miliardi di euro. Basterebbe questa montagna di soldi a saldare una parte dell’esorbitante debito pubblico nazionale.

Orgoglio greco

Ma torniamo al reality inglese: “Go Greek for a week” ha sollevato un vespaio di indignazione nei giornali e telegiornali greci. Dando origine anche un blog: keeptalkingreece con centinaia di commenti. Fra i quali si fa notare che gli inglesi, con la loro sterlina, non sono minimamente toccati dalla crisi della zona euro e, soprattutto, hanno poco da lamentarsi del baratro ellenico, dal momento che non partecipano agli sforzi dell’Unione europea per salvare l’Ellade dal default. Così su Youtube furoreggia un finto show sarcastico dal titolo “Diventa cittadino dello Zimbawe dopo 46 anni di colonizzazione inglese”. Morale? Mai toccare l’orgoglio greco.

martedì 29 novembre 2011

la chiave umanistica


Articolo di Irene Dioli 

fonte

La crisi economico-finanziaria ha portato con sé le sue parole d'ordine: “austerità”, “responsabilità”, “sacrifici”. “Adottare provvedimenti impopolari”, “tagliare sprechi e privilegi”, “rassicurare i mercati”. Queste le espressioni e le esortazioni che attraversano l'Europa veicolate da media e politica, senza grandi distinzioni fra destra e sinistra. Una pioggia che si rovescia sulle teste dei cittadini con l'obiettivo di presentare come naturali e ineluttabili quelle che sono precise scelte politiche e sociali, dove a fare la differenza è “chi” deve affrontare l'austerità, “che cosa” viene indicato come spreco o privilegio, “presso quali gruppi sociali” sono impopolari determinati provvedimenti, “a quale prezzo” rassicurare i mercati. La Grecia rimane il caso più emblematico (e drammatico), ma anche l'Italia promette bene. E se la politica non sembra voler mettere in discussione il credo finanziario internazionale e il linguaggio apparentemente neutrale di “esperti” e “tecnici”, a prendere spunto dalla crisi greca per un dibattito sul significato di democrazia, rappresentanza e solidarietà interviene la filosofia.

Judith Butler, vite precarie

Fra gli interventi più recenti c'è quello di Judith Butler, autorevole filosofa americana nel campo degli studi queer e della critica ai sistemi sociali, che il 12 novembre ha preso la parola sul blog Greek Left Review . In Grecia ma non solo, secondo Butler, non siamo di fronte ad una temporanea fase di difficoltà economica, ma ad una “costellazione di pratiche economiche neo-liberiste” caratterizzate dalla precisa volontà di modificare i rapporti fra strutture economiche e sociali. Lo smantellamento di istituzioni democratiche e servizi sociali produce infatti quelle che Butler chiama “vite precarie”, da intendersi come vite “usa e getta”. Non si tratta semplicemente di esistenze precarie dal punto di vista lavorativo, ma di vite sul cui sfruttamento si produce profitto: si parla in primo luogo di persone povere, senza casa e migranti, e in generale tutte quelle interessate da forme di protezione sociale (protezioni che in Italia vengono sempre più etichettate come “assistenzialismo”, “spreco” e “privilegio”). Il problema, sostiene Butler, non è solo nell'impoverimento materiale di vasta parte della società, ma anche nel fatto che l'abbandono di molteplici gruppi sociali al tritacarne liberista sia stato ri-concettualizzato come pratica periodica, regolare e normale.

Jürgen Habermas, dignità e democrazia

Questa nuova razionalità, che rende gli Stati meri mediatori delle esigenze indiscusse delle sovrastrutture economico-finanziarie, apre una ferita profondissima nei concetti stessi di rappresentanza e di democrazia. Butler non cita qui lo slogan “noi siamo il 99%”, ma indica esplicitamente nelle masse di manifestanti a New York, Oakland e altrove il ricostituirsi, letteralmente e fisicamente, della volontà popolare di chi è rimasto escluso da un “noi” istituzionale ormai svuotato di significato. E la democrazia, un concetto che sembrava dato per scontato in Occidente, compare nei dibattiti nel ruolo di creatura in via di estinzione. In un'anticipazione del suo prossimo libro ("The Crisis of the European Union: A Response") pubblicata sul Guardian il 10 novembre e ripresa da GLR, il filosofo tedesco Jürgen Habermas dipinge lo scenario di un'Europa post-democratica, fatta di governi che, sotto minaccia di sanzioni, traducono gli imperativi di mercato in politiche economiche nazionali senza mediazione o legittimazione democratica. Vi suona familiare?
In questo modo, secondo Habermas, l'Europa che dovrebbe essere una democrazia transnazionale si trasforma in un sistema caratterizzato dall'asimmetria fra le possibilità di partecipazione democratica a livello nazionale e quelle a livello dell'Unione europea. Ma di fronte al deficit democratico, i governi nazionali fomentano l'euro-scetticismo invece di proporre un'Europa partecipata e autenticamente democratica, che secondo Habermas passa attraverso una solidarietà civica transnazionale. Ma una solidarietà civica, continua, si può sviluppare solo in presenza di equità sociale all'interno dell'Unione, invece che di gerarchie fra ricchi e poveri negli Stati membri. Una posizione che in Germania non può passare inosservata. Infatti, ai primi di novembre, Habermas era intervenuto sulla questione dell'annunciato referendum greco commentando: "Non è soltanto una questione di democrazia: è una questione di dignità", guadagnandosi sulla stampa tedesca gli appellativi di buonista, isterico e retorico.
Tuttavia, anche se lo strumento referendario sembrerebbe la quintessenza della democrazia e la sua cancellazione ha suscitato sospiri di sollievo ai piani alti delle istituzioni europee, dagli intellettuali greci di GLR la mossa di Papandreou era stata interpretata come tutt'altro che una questione di principio. In diversi contributi, l'ormai ex primo ministro viene ritratto non come costretto dal ricatto internazionale ad abdicare ai propri principi democratici, ma come uno spregiudicato scommettitore che aveva usato il paventato referendum come strumento di ricatto e stratagemma contro l'opposizione interna. Il governo greco come la Fiat, in altre parole. Uno stato d'emergenza che maschera e giustifica la rottura del contratto sociale.

Božidar Jakšić, solidarietà in chiave umanistica

Di referendum in referendum, arriviamo ad una voce filosofica dall'ex-Jugoslavia: Božidar Jakšić, figura legata alla rivista Praxis, alla scuola estiva di Korčula e all'Istituto di filosofia e teoria sociale dell'Università di Belgrado. A proposito del possibile referendum croato sull'entrata nell'Unione europea (osteggiata in ottica nazionalista da destra e anti-liberista da sinistra), e pur augurandosi un futuro all'interno dell'Unione per la Croazia e in futuro per la Serbia, Jakšić mette in guardia dalla tendenza delle istituzioni europee a guardare ai Balcani come ad entità subordinate anziché stati indipendenti, anche se sotto questo aspetto, in questo momento, i Paesi candidati sembrano essere in buona compagnia degli stati membro. Qui Jakšić fa ironicamente notare un paradosso: dopo aver fatto fuoco e fiamme per uscire da quella che lui chiama “piccola federazione”, paesi come Slovenia e Croazia sono passati dalla padella jugoslava alla brace di una ben più potente Unione europea. Per Jakšić, le manifestazioni di questi tempi rappresentano una sorta di ritorno alle origini: alle piazze, all'agorà dove la democrazia è nata e potrebbe rinascere dalle proprie ceneri. Con un certo ottimismo, infatti, vede in proteste e occupazioni “l'inizio della fine” per le oligarchie finanziarie, politiche e militari, e nella crisi l'opportunità di ripartire da una critica dell'esistente.

Slavoj Žižek, solidarietà trans-europea

Come Habermas, Jakšić invita a rivalutare il concetto di solidarietà in chiave civica e umanistica. E all'idea di solidarietà si affidano anche le speranze dell'immancabile Slavoj Žižek in un'intervista a GLR. Qui però l'ottica non è universalistica, ma di classe: Žižek indica infatti l'unica possibile via d'uscita dalla crisi, economica e di sistema, nell'emergere di una solidarietà trans-europea fra lavoratori e lavoratrici. Un movimento 99% europeo? A sentire la filosofia, quella giustizia sociale che viene presentata come un costoso impiccio alla crescita potrebbe essere l'unica possibilità di ridare significato al progetto europeo.

lunedì 28 novembre 2011

Cinque ragioni a favore del default

di Moreno Pasquinelli
Si dice che dobbiamo “onorare” il debito, altrimenti, ove lo Stato italiano non pagasse ciò sarebbe non solo "disonorevole" ma causerebbe il default, la bancarotta, la catastrofe economica, la fine del mondo. Si tratta di uno ragionamento che non si sta in piedi, né dal punto di vista politico, né da quello morale e, quel che è peggio, non ha alcun rigore scientifico. E’ uno spauracchio la cui validità è pari a quella della minaccia della dannazione perpetua dell’anima in caso di peccato mortale.

Ad ogni peccato deve corrispondere una espiazione, come nel diritto ad ogni reato una pena. Nell’un caso e nell’altro si tratta di meccanismi per normare la vita associata. Chi decide cosa sia peccato o meno, cosa sia lecito o meno, è sempre un’autorità costituita, sia essa ierocratica o secolare, la quale infine, grazie al monopolio della forza, commina la condanna e obbliga il reo a scontare la pena. Ove l’autorità costituita, pur ostentando la propria terzietà, è invece sempre uno strumento della classe dominante, o di un’alleanza delle classi dominanti.

Lo spauracchio ideologico del default

Lo spauracchio ideologico del default funge oggigiorno da peccato mortale, è il pretesto con cui la potenza dominante, ovvero il capitalismo finanziario globale, minaccia gli stati indebitati che in caso di ripudio essi verranno condannati all’inferno, ove l’inferno è l’esclusione perpetua dai mercati finanziari internazionali. Come se questa esclusione fosse una specie di embargo o di blocco economico. Che si tratti di uno spauracchio, di una pistola scarica, lo dimostra la storia dei numerosi default conosciuti in epoca capitalistica, tra cui la serie di default a grappolo che negli ultimi venti anni hanno riguardato svariati paesi tra cui la Russia, la Turchia, le Tigri asiatiche, quasi tutta l’America latina, fino a quello memorabile dell’Argentina del 2001.

Ma cos’è un default? Esso consiste «... nell’inadempimento da parte di uno stato di un’obbligazione per rimborso di capitale o pagamento di interessi alla data di scadenza (o entro il periodo di moratoria prefissato). Questi episodi includono i casi in cui il debito ristrutturato viene infine estinto a condizioni meno favorevoli di quelle dell’obbligazione originaria». [Carmen M. Reinhart e Kenneth S. Rogoff. Questa volta è diverso, Il saggiatore 2009 p.38]

Esso non equivale quindi, sic et simpliciter, come si vuole far credere, alla bancarotta, al fallimento. E anche ove il default diventasse un fallimento, ciò non può riguardare uno Stato. Come affermò Walter Wriston, presidente del colosso americano Citibank «Gli stati non falliscono», può fallire un’azienda, o una banca, non uno Stato. Un’azienda o una banca vanno in bancarotta quando i debiti accumulati sono tali che non possono essere rimborsati in alcun modo. I creditori, grazie alla decisione dell’autorità giudiziaria, procedono allora a pignorare e confiscare i beni patrimoniali del fallito nel tentativo di recuperare le somme prestate. Il trasferimento di valore dal debitore al creditore che prima sarebbe dovuto avvenire con il pagamento di interessi, avviene  ora con un atto forzoso, in base alla regola Mors tua vita mea.

Uno Stato non può fallire, a meno che non si verifichino quattro condizioni allo stesso tempo: (1) che esso non disponga più di entrare fiscali e le sue casse si prosciughino perché cittadini e imprese smettono di pagare i tributi; (2) che tutta l’economia sottoposta alla sua giurisdizione cessi di produrre beni e servizi; (3) che i patrimoni che soggiacciono alla sua giurisdizione si volatilizzino; (4) che non possa più battere moneta.

L’Italia non può fallire perché di queste quattro condizioni ne sussiste soltanto l'ultima, visto che da un decennio ha ceduto la sua sovranità monetaria alla Bce. Non può fallire poiché anche in caso di recessione grave l’economia italiana resterebbe pur sempre una grande potenza mondiale, perché anche ove la recessione facesse diminuire le entrate fiscali esse non potrebbero svanire, perché l’ammontare dei patrimoni diretti e indiretti che cadono sotto la sua giurisdizione sono, procapite, tra i più ingenti del pianeta —il patrimonio finanziario totale degli italiani, ha un valore pari a 3.565 miliardi, due volte e mezza il Pil, ed è così composto: obbligazioni, titoli esteri, fondi d'investimento: 44,2%; Titoli di stato italiani: 5%; contante, cc, depositi bancari e risparmio postale: 29,8%; assicurazioni e fondi pensione: 17,7%; altro: 3%. [dati Bankitalia 2009]

Ma anche volendo stare al caso di un’azienda, per capire la differenza tra default e fallimento, si prenda ad esempio il caso di un’impresa che, contratto un debito con una banca, si trovi nell’impossibilità di rimborsare il suo debito alla scadenza pattuita. Cosa fa la banca creditrice? La manda in bancarotta  confiscandogli i suoi beni col rischio di avere in cambio un patrimonio illiquido aleatorio? Per niente! Analizza i suoi bilanci, il rapporto tra fatturato e ricavi, apprezza i suoi asset, cerca di capire di che natura sono le difficoltà dell’azienda in questione. Sceglie quindi di negoziare il suo credito con il debitore, dilazionando il rimborso, ricontrattando gli interessi ed eventualmente il capitale. La massima a cui il creditore sempre si attiene è: meglio meno ma meglio. Ciò vale a maggior ragione in situazioni di credit crunch [blocco della moneta circolante], quando il fattore liquidità monetaria è in cima a ogni altra preoccupazione.

Quando di mezzo c’è il debito sovrano di uno Stato ciò vale a maggior ragione. Gli stati che non hanno "onorato" i loro debiti coi prestatori esteri, sono andati in default ma non sono falliti, non hanno chiuso affatto i battenti. Nessun “tribunale fallimentare internazionale”, che infatti non esiste, ha posto loro i sigilli. Tranne rarissimi casi —quattro in tutto, in cui lo stato creditore ha punito con l’aggressione il debitore: guarda caso la Gran Bretagna e gli USA in veste di creditori-aggressori. E nemmeno è vero che la “punizione” per gli stati insolventi sia stata l’espulsione dai mercati internazionale dei capitali. L’Argentina, che nel 2001 conobbe il default di debito estero più grande sino ad allora conosciuto, è lì a dimostrarlo. V’è infine un altro fattore macroscopico che salta agli occhi. Se l’insolvenza per debito estero giunge solo dopo una bolla, un’abbuffata finanziaria-speculativa, è altrettanto vero che dopo un default, pere certi versi proprio grazie ad esso, lo stato insolvente conosce una forte ripresa economica. Clamorosi sono i casi delle Tigri asiatiche, della Russia, del Messico, della Turchia, del Brasile e infine proprio dell’Argentina.

Il debito italiano, l’inganno del “debito sovrano” e il default.

Lo stato è indebitato per la mastodontica cifra di 1.900 miliardi di euro con chi ha acquistato i suoi titoli di stato. A questa cifra vanno aggiunti gli interessi i quali vanno crescendo, e vanno crescendo non perché lo Stato continui a spendere più di quanto incamera, ma a causa dello smottamento dell’eurozona, il quale determina la fuga dei creditori dal mercati finanziari europei.

Ma chi detiene questi titoli. Fatta eccezione per una quota che era del 5% (dato di tre anni fa e che al massimo è giunta al 10% nell'anno corrente) in mano a cittadini e imprese italiani, tutto il resto, ovvero più o meno il 90%, circola nei mercati finanziari mondiali, è transato nelle borse, e dunque soggetto alle oscillazioni, ai capricci di questi mercati —che, beninteso, non sono governati da una mano invisibile, ma soggiacciono alle mosse e ai capricci dei predoni più grandi. 


Per la precisione il debito italiano è in mano a banche (tra cui le banche centrali e la stessa Bce), fondi privati e sovrani, fondi ad alto rischio [hedge], gruppi assicurativi, sia italiani che stranieri. Di questo 85% di debito circa 60% è posseduto da creditori esteri, mentre il 40% è posseduto da banche e  assicurazioni italiane. Quando parliamo di banche si devono intendere le grandi banche d’affari (o di investimento) tipo Unicredit o Intesa, non le tradizionali banche commerciali; banche che agiscono come i fondi speculativi, che utilizzano i risparmi raccolti per moltiplicare i profitti, con investimenti ad alto rischio. Le banche a cui è consentito, attraverso il principio della leva [leverage], di poter investire (e speculare per) cifre superiori di cinque, dieci o quindi volte il capitale a loro disposizione. Questo è il meccanismo che sta alla base dei fallimenti bancari, che secondo chi scrive saranno la miccia dell’imminente collasso europeo —il caso della banca franco-belga DEXIA è solo l’aperitivo.

Fu responsabilità storica degli Amato, dei Draghi e dei Ciampi se a partire dagli anni ’80, a globalizzazione montante, il debito pubblico italiano, che era al 90% debito interno, diventò debito estero, venne immesso nei mercati finanziari speculativi internazionali, e se fu consentito alle banche di mutarsi da commerciali a d’affari, la qualcosa andò in parallelo al colossale processo di concentrazione bancaria, favorito dai governi “tecnici” e di centro-sinistra. 


Si trattò di due passaggi decisivi, di due trasformazioni gigantesche. In ossequio alla libera circolazione dei capitali e al mito della globalizzazione il sistema bancario italiano entrò con tutti e due i piedi nella bisca del capitalismo-casinò, gettò la propria liquidità nel gioco d’azzardo. Il debito pubblico, diventando da interno ad estero, venne sottratto alla giurisdizione dello Stato. Qui l’inganno clamoroso della locuzione di “Debito sovrano”: in verità lo Stato non è sovrano del suo debito dal momento che  questo è in mano alla speculazione internazionale, e il suo andamento e i suoi rendimenti sfuggono del tutto alla sovranità dello stato indebitato e dipendono dal mercato, dalle mosse dei grandi squali della finanza predatoria. Nel contesto di un sistema segnato dal predominio del capitale finanziario,  effettivamente sovrani sono soltanto i predoni-creditori, mentre stati come l’Italia, a maggior ragione perché sovradeterminati in quanto membri dell’Unione europea, sono stati-vassalli e per nulla sovrani.

La prima ragione per andare ad un default programmato del debito estero ( che può declinarsi in varie forme, dal ripudio puro e semplice, alla moratoria alla ristrutturazione negoziata) è quindi propria questa: che solo attraverso questo ripudio lo Stato può riconquistare una fetta della sua propria sovranità politica, cessando di fungere da Stato-esattore anti-popolare per nome e per conto della finanza predatoria internazionale.

La seconda ragione per ripudiare il debito estero è lampante. Quali benefici può avere il popolo italiano dal fatto che lo Stato agisce come esattore di prima istanza per drenare risorse ingentissime a vantaggio della finanza predatoria mondiale, anglosassone anzitutto? Nessuno. “Onorare” questo debito equivale ad accettare una rapina, equivale anzi a fornire denaro al predone malgrado quest’ultimo punti alla tempia una pistola scarica. E’ come se uno fornisse al boia la corda con cui  impiccarsi. Il vantaggio del default programmato è che lo Stato disporrebbe delle sue risorse, che non finirebbero nel Pozzo di San Patrizio del capitalismo-casinò, ma potrebbero essere immesse nel mercato interno, per realizzare un piano generale per il lavoro, per sanare il paese dalle sue ferite strutturali, per finanziare la ricerca, l’istruzione pubblica, lo stato sociale, o anche solo per permettere alle aziende di finanziarsi a costi meno onerosi. Non c'è dubbio che un default, per quanto autodeterminato e programmato implica un periodo di sacrifici anche per le masse popolari, ma esso evita ad esse di subire un massacro sociale di proporzioni epocali.

La terza ragione di questo ripudio è che lungi dal rappresentare un cataclisma, la temporanea fuoriuscita dai mercati finanziari di capitale, può essere un grosso vantaggio. Stare in questi mercati può essere relativamente conveniente in fasi di espansione dei mercati finanziari, quando cioè si possono ottenere prestiti a tassi molto vantaggiosi. Tutti gli indicatori mostrano che dopo il 2008 prendere soldi in prestito sui mercati finanziari costa sempre più caro, che i prestatori si comportano come cravattari, come strozzini. Gli interessi che lo Stato deve pagare in questi giorni sono oramai al 7% (tre volte e passa più alti della Germania: in barba al fatto che saremmo in un’Unione!) con effetti devastanti per le imprese italiane che pagano interessi sempre più cari quando chiedono soldi alle banche. Quello greco è un caso clamoroso: se vuole vendere i suoi titoli a dieci anni Atene è obbligata dai mercati a pagare il 25% di interessi. Se si tiene conto che il Fmi presta soldi, anche a paesi a rischio come ad esempio quelli africani ad un tasso del 3/5%, quello verso la Grecia è un caso lampante di usura. Ci sarebbe da portare in tribunale come banditi tutti i prestatori.
Si deve uscire sì da questi mercati, riconvertendo il debito estero in interno, rivendendo i titoli di stato ai cittadini italiani ad un tasso ad esempio del 5%. Ciò che non solo metterebbe al riparo i risparmi degli italiani (preoccupazione di cui tutti i globalisti si riempiono la bocca), ma le casse dello Stato dalle scorribande della cleptocrazia imperialista.

Che fine fanno i debiti contratti dallo Stato con le banche? E qui veniamo alla quarta ragione. Occorre nazionalizzare il sistema bancario e passare ad una banca unica nazionale a gestione pubblica, con la clausola che viene fatto divieto alle banche di agire come banche d’affari. In caso di nazionalizzazione, di presa di possesso delle banche creditrici da parte dello Stato, è evidente che lo stato diventerebbe creditore di se stesso, ovvero il debito verrebbe annullato. Dato che negli ultimi vent’anni le banche hanno spinto i risparmiatori a sbarazzarsi dei tioli per comperare le loro proprie obbligazioni, lo Stato si farebbe garante di questi risparmi cristallizzati in obbligazioni bancarie, convertendoli appunto in titoli di stato.

La quinta ragione è che un default programmato unilaterale, data la consistenza dell’economia e del debito italiani, manderebbe all’aria l’eurozona e spingerebbe, non solo noi, a ritornare alla sovranità monetaria, a battere moneta in proprio, potendo così di nuovo agire su una leva che ha una importanza straordinaria, sia dal punto di vista politico che da quello squisitamente economico, in funzione pro-ciclica o anticiclica. Che l’euro sia una gabbia mortale è dimostrato, senza andare troppo lontano, dai paesi membri dell’Unione europea che hanno mantenuto le loro valute nazionali: essi conoscono quasi tutti una crescita del Pil mentre chi usa l’euro, ora anche la Germania, sono in recessione. La sovranità monetaria, permettendo di agire sui cambi (svalutazione) e sui prezzi (inflazione), consente di agire sia sulle partite correnti (import-export) che sulla curva dei debiti pubblici e quindi su come si ripartisce la ricchezza nazionale.