involuzione

involuzione
Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

venerdì 23 dicembre 2011

Art.18, come prosciutto su gli occhi

 La finta opposizione  e i finti sindacati tutti compatti sulla questione art.18,che nel merito sarebbe giusta ma nella realtà è fuffa per non disconoscere gli altri (ben peggiori) provvedimenti antisociali attuati da questo governo



Sulla carta i diritti vengono garantiti. Ma la realtà è tutt'altra. E' difficile in Albania diventare madri e vedere rispettato il proprio diritto alla maternità. Un reportage della nostra inviata
“Senza figli la vita non ha senso” dicono gli anziani e in Albania ne sono convinti anche i più giovani. Dopo il matrimonio, o qualche anno di convivenza, le ragazze albanesi diventano madri come il buon senso e la tradizione suggerisce.
Ma mentre diventare madri è quasi una regola non scritta, la vita delle giovani madri albanesi è tutt’altro che agevolata dalla società, dal mercato del lavoro, dalla società civile e dalle strutture che dovrebbero tutelarle.
Non vi sono statistiche al riguardo ma a Tirana, nonostante sia la città più sviluppata del Paese, abbandonare il lavoro dopo aver partorito un figlio, essere licenziate in coincidenza della gravidanza o altre violazioni dei diritti delle donne sono all’ordine del giorno.

Ilira, Arta e le altre

Ilira è una giornalista, tra le più note del Paese. Lavora presso uno dei canali televisivi albanesi che vanta tecnologia e professionalità d’avanguardia nei Balcani. Da poco ha avuto un figlio e la sua vita, come spesso avviene, è cambiata. “Non mi interessa più nulla, neanche il lavoro, però devo lavorare per mantenerlo e per garantirgli una vita dignitosa”, taglia corto mentre la intervisto, chiedendole della sua vita professionale.
Nonostante questo durante la gravidanza ha lavorato senza sosta, anche quando, negli ultimi mesi, non poteva più apparire in tv. Dopo il parto si è presa solo due settimane di permesso e il quindicesimo giorno è rientrata al lavoro. “Non potevo mollare. Non mi hanno fatto nessuna pressione, però so che non posso chiedere al mio datore di lavoro di rallentare il lavoro a causa mia. Non volevo smettere di lavorare, perché avere un bambino a Tirana oggi costa tantissimo” mi spiega, considerando il suo comportamento una normalità. “La maggior parte delle mie colleghe fa così. Altrimenti si rischia di perdere il lavoro. Non siamo più ai tempi del comunismo, quando le nostre madri avevano tutto garantito”.
Arta invece, giornalista di spicco per un’altra televisione, è stata licenziata. “Per inefficienza – spiega – all’improvviso, quando ero al sesto mese di gravidanza, il mio datore di lavoro si è reso conto che io ero inefficiente”. Ma Arta non si è arresa. Stupendo tutti, ha rivendicato i suoi diritti, facendo causa al suo datore di lavoro. Dopo qualche mese i magistrati le hanno dato ragione e lei ha ottenuto il dovuto risarcimento. In seguito però ha dovuto trovare lavoro presso un altro gruppo editoriale.
Il caso di Arta è isolato e mentre lo menziono ad Iliria e alle sue colleghe i commenti sono tutt’altro che confortanti. “Si, si può far causa, si può anche vincere, ma dopo? Come faresti a continuare a lavorare in un ambiente ostile? E poi non è importante ciò che avviene in quei pochi mesi della gravidanza, ma il dopo, condannarsi alla precarietà quando si ha più bisogno di prima di sicurezza? Meglio un compromesso”.

Garantismo non fa rima con capitalismo

Eppure sono ben chiare le previsioni normative che garantiscono i diritti della maternità. Non solo, si tratta di una legge comparabile alle migliori esistenti nell’Unione europea. Nel 2010, nell’ambito della riforma della legislazione albanese, e l’avvicinamento all’Unione europea, il parlamento ha approvato senza grossi dibattiti una legge che concede il diritto di assentarsi per alcuni mesi dal lavoro persino ai padri. Le madri possono assentarsi dal lavoro fino a 365 giorni in totale. Obbligatorio assentarsi 35 giorni prima del parto e non rientrare prima di 42 giorni dopo.

Donne vanno in politica

Quello che emerge per lo più in Albania è la sfiducia nei propri diritti. Una mentalità ereditata dal totalitarismo e che rivisitata in tempi di capitalismo selvaggio suggerisce che sia normale che il cittadino venga schiacciato dal sistema, da chi è più forte. Ribellarsi è roba da idealisti ingenui d’altri tempi, che lottano contro i mulini al vento. La scelta giusta è il compromesso, per conservare le poche certezze che si hanno.
A peggiorare la situazione si aggiunge anche la profonda crisi che caratterizza attualmente la società civile albanese. Di anno in anno le Ong che si occupano dei diritti delle donne sono diventate sempre meno numerose. Alcune donne a capo di progetti interessanti seppur di breve termine in passato, hanno abbandonato il loro attivismo civile per entrare in politica per lo più nelle fila del Partito Socialista. Una volta in politica però le ex attiviste si sono reinventate, voltando pagina e considerando le questioni femminili con la stessa sensibilità con cui le considerano i loro colleghi maschi. Il risultato è il solito opportunismo politico e la società civile utilizzata come un trampolino preparatorio all’approdo in politica. L’interesse civile sembra l’ultima delle priorità.
Ad Ilira, Arta e a molte altre non rimane che vivere quotidianamente il loro essere donne emancipate e madri in carriera, passando da un compromesso all’altro. Sotto gli occhi e l’indifferenza di tutti, correndo a ritmo di capitalismo selvaggio, per non arrendersi del tutto.
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domenica 18 dicembre 2011

Da leggere " IL LIBRO NERO DELL'ALTAVELOCITA' "'

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di Sandro Moiso

 Ivan Cicconi, Il libro nero dell'Alta velocità, Koinè Nuove Edizioni 2011, pp.190, euro 14,00


Il titolo è di quelli che non brillano per originalità.
I banchi delle librerie sono inflazionati di “libri neri” e di “libri che...non vi avrebbero fatto leggere” e, probabilmente, l 'autore avrebbe preferito quello che è stato scelto come sottotitolo: “Il futuro di Tangentopoli diventato storia”, sicuramente più consono all'indagine contenuta al suo interno.
Ma tant'è e, sinceramente, senza quel riferimento all'Alta Velocità, forse, non lo avrei preso nemmeno in mano.
Eppure ci troviamo davanti non solo ad un testo tra i più ricchi di informazioni sulla “grande truffa dell'Alta Velocità”, ma che ci permette anche di comprendere più a fondo le strategie del capitalismo odierno e, allo stesso tempo, le radici dell'attuale crisi economica.
Un libro che, per chi non lo avesse ancora capito, dimostra come la lotta e le lotte No Tav non siano solo lotte ambientali o localistiche, ma lotte che si pongono al centro dello scontro tra un sistema di sfruttamento parassitario destinato storicamente a fallire e le esigenze di una società altra in cui sono rappresentati gli interessi del 99% della popolazione (conscia o meno che sia del fatto).
Per citare direttamente il testo:”Questo fenomeno dei cosiddetti No-Tav, in un certo senso, rappresenta un paradigma dell'Italia di questa fase che non si è contrapposto alla modernizzazione, come si è ostinatamente cercato di far apparire, ma ha, anzi, rappresentato e rappresenta un modello da cui non si dovrebbe prescindere. Infatti, esaltando le fondamenta della democrazia, ha fatto emergere – forse non poteva essere disgiunto - competenze e culture tecniche elevate, apparse ancora più grandi di fronte all'insipienza, la superficialità, la grossolanità delle competenze espresse dalle istituzioni” (pp. 9 – 10).
Ma chi si avvicinasse al testo nella speranza di trovarvi esposta una cronaca dettagliata delle vicende e delle lotte No-Tav, ed in particolare dell'esperienza valsusina, si sbaglierebbe e potrebbe rimanerne deluso.
Qui è indagato il lungo percorso politico-economico ed istituzionale che ha portato alla realizzazione di uno dei mostri più ripugnanti prodotti dal genio tardo-capitalistico.
Genio, sì genio (naturalmente malefico) volto a ridistribuire la ricchezza sociale prodotta in una sola direzione e a vantaggio di una sola classe: quella degli imprenditori e dei loro apparatniki di partito (qualunque possa questo essere nell'ambito parlamentare).
Genio, istigato dalla crisi storica dell'attuale modo di produzione, volto a dilapidare il patrimonio economico e tecnologico socialmente accumulato, distribuendo le perdite e i costi di strategie fallimentari sulle spalle dell'intera società, pur di continuare ad estendere i profitti privati di un sempre più ristretto numero di rappresentanti del capitale e della finanza nazionale ed internazionale.
Ma, come in ogni buon libro di fantasy, già al suo primo apparire questo mostro e questo cattivo genio che lo ha prodotto sono stati accompagnati da una maledizione, che qui prende l'aspetto di una lettera scritta nel febbraio del 1993 dall'allora ottantenne presidente onorario del PSDI, Luigi Preti, al responsabile economico della DC, Beniamino Andreatta.
Caro Andreatta, dal punto di vista economico la questione della cosiddetta Alta velocità è sicuramente la più grossa da metà secolo ad oggi per la spesa immensa che comporterebbe. Le Ferrovie Spa parlano di 30 mila miliardi per non allarmare troppo l'opinione pubblica, ma in realtà pensano che si tratterebbe almeno di 50 mila miliardi. Io però, documentandomi come ex ministro dei Trasporti con valorosi tecnici, penso che si arriverebbe a 100 mila. E' una cifra da capogiro, ed è una truffa (...)” (pag.28).
L'ultimo incarico ministeriale di Preti era stato proprio al dicastero dei Trasporti nel quinto governo Andreotti negli anni 1979 – 1980, nel periodo in cui la lobby dei costruttori iniziava a premere sui governi al fine di aprire anche in Italia i cantieri per l'Alta velocità già a pieno regime nella vicina Francia. Ma con Preti “i pretoriani del ferro e del cemento” avevano trovato le porte sbarrate.
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Al di là dei meriti e demeriti di un ministro della cosiddetta Prima repubblica, quello che è interessante qui notare è come la storia della AV sia ormai trentennale ed abbia attraversato un lungo periodo di storia italiana, segnato da scandali, corruttele e scomparsa di partiti storici o meno della tradizione politica italiana, senza mai perdere la sua centralità e la sua aggressiva volontà di realizzazione.
Fino a diventare quello che, in anni più recenti, il ministro Lunardi avrebbe definito come “il modello TAV”, legalizzato con la Legge obbiettivo del 2002.
Il modello in fin dei conti non costituiva una grande novità, si trattava di massimizzare i profitti di un investimento a costo quasi zero per i privati, attraverso il finanziamento statale dei debiti da essi accumulati nei confronti delle banche cui erano stati richiesti i prestiti necessari per l'investimento iniziale. Insomma, come al solito, scaricare sullo stato e sui cittadini le perdite e i costi, accrescendo in maniera smisurata il debito pubblico, per soddisfare la voracità e la fame di profitti facili ed elevati delle maggiori aziende italiane e dei loro partner commerciali (banche) e politici.
Il bello è che negli anni sono spesso cambiati i partner pubblici (offuscati o eliminati da scandali ed inchieste o semplicemente da ribaltoni istituzionali), ma poco gli agenti diretti di Monsieur Le Capital. Prima fra tutti la FIAT, che sotto varie forme e identità societarie, dall'Avvocato al figlio più che putativo Luca Cordero di Montezemolo, è passata da ditta fornitrice di locomotori e treni ( con la Materferro, FIAT Materiali Ferroviari) a general contractor o ditta capofila (FIAT SpA) dei vari consorzi creati ad hoc per la realizzazione delle varie tratte della AV e, in fine, all'utilizzo puro e semplice delle tratte già costruite con treni della NTV SpA (di Luca Cordero di Montezemolo e Raniero Della Valle) destinati a trarre dal servizio fornito solo i profitti senza, ancora una volta, pagare i costi di realizzazione e manutenzione delle linee utilizzate.
Tutto ciò nell'arco di un trentennio in cui si sono succeduti al Ministero dei Trasporti uomini provenienti da ogni settore dell'arco parlamentare: Claudio Signorile (dal 4/8/1983 al 1/8/1986 e dal 1/8/1986 al 17/4/1987); Giovanni Travaglini (17/4/1987 – 28/7/1987); Calogero Mannino (28/7/1987 – 13/4/1988); Giorgio Santuz (13/4/1988 – 22/7/1989); Carlo Bernini (22/7/1989 – 12/4/1991 e 12/4/1991 – 28/6/1992); Giancarlo Tesini (28/6/1992 – 28/4/1993); Raffaele Costa (28/4/1993 – 10/5/1994); Publio Fiori (10/5/1994 – 17/1/1995); Giovanni Caravale (17/1/1995 – 17/5/1995); Claudio Burlando (17/5/1995 – 21/10/1998); Tiziano Treu (21/10/1998 – 18/12/1999); Pierluigi Bersani (22/12/1999 – 25/4/2000 e 25/4/2000 - \11/6/2001); Pietro Lunardi (11/6/2001 – 23/4/2005 e 23/4/2005 – 17/5/2006); Alessandro Bianchi e Antonio Di Pietro ( 17/5/2006 – 8/5/2008) e Altero Matteoli (dall'8/5/2008 fino alle dimissioni dell'ultimo governo Berlusconi).
Cifre e nomi come da lapidi mortuarie.
Lapidi mortuarie per il debito pubblico italiano, cresciuto a dismisura non a causa di pensioni, servizi sanitari e scuola, ma all'ombra di progetti spesso bloccati virtualmente, ma mai realmente fermati, giustificati ideologicamente solo dal project financing ovvero dalla menzogna che tali opere fossero realizzate con un contributo rilevante dei privati (circa il 60% dei costi) mentre in realtà è stato solo e sempre lo stato a pagare sia la realizzazione che il saldo dei debiti e degli interessi debitori sui prestiti richiesti dai privati alle banche per il presunto finanziamento privato per le opere pubbliche.
Balle, clamorose balle, anzi balloons fumettistici.
Degni dei sogni post-fonduta di Little Nemo, eppure spacciati come verità indiscutibili.
Così come i dati sulla necessità di tali opere ferroviarie, destinate a soddisfare le richieste soltanto del 5% dell'utenza del trasporto pubblico e ad escludere o danneggiare il rimanente 95%.
Opere dal pomposo nome di Corridoio europeo numero cinque, che vedeva collegate due linee, la verticale Milano – Napoli e la trasversale Torino – Venezia, e che avrebbero successivamente visto inserire, a partire dal 2001, la linea Milano – Torino nel “famoso” corridoio europeo numero uno.
Con tutto quello che ne è conseguito in termini di occupazione e militarizzazione del territorio, fino all'odierno muro di Gaza-Chiomonte atto a proteggere i lavori per la perforazione del territorio valsusino.
Balle e balletti in cui se la ballerina capofila, la FIAT, non è mai cambiata, il vorticoso danzare ha visto il coinvolgimento di giganti del cemento (Ligresti), gruppi bancari oggi al governo (San Paolo), architetti di fama internazionale (Lorenzo Piano) e di tutti i generi di cooperative bianche e rosse, solo per citare alcune delle altre “ragazze” della chorus line. Contiguità e continuità di interessi che ben spiega la protervia e l'arroganza con cui si continua a d affermare la necessità dell'ineluttabile realizzazione della TAV, anche a costo di utilizzare l'esercito per il mantenimento dell'ordine pubblico. In Val di Susa e in qualsiasi altro luogo ove l'opposizione alle nuove linee si facesse troppo decisa e determinata.
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Sogni, deliri, balle destinati però a gravare per i decenni a venire sul debito pubblico italiano.
Destinati a farlo crescere esponenzialmente con gli interessi dovuti alle banche per prestazioni, opere e programmi spesso mai realizzati.
Sogni estremamente concreti però dal punto di vista dei profitti incamerati dalle società appaltatrici dei lavori e dei progetti.
Basti un dato tratto dal libro di Cicconi, a cui si rimanda per l'approfondimento di tutte le questioni tecnologiche e finanziarie oltre che per quelle riguardanti le denunce e gli scandali esplosi anche a livello internazionale intorno all'affaire TAV: l'inserimento della linea Milano – Torino nel corridoio europeo numero uno prevedeva su quella linea ”il passaggio di 160 coppie di treni al giorno, 120 per passeggeri e 40 per le merci. Nel 2010 sulla nuova tratta AV/AC Milano – Torino passano 9 coppie di treni al giorno per passeggeri e non passa nessun treno merci. Previsioni sbagliate? No, erano semplicemente invenzioni per giustificare la realizzazione di una nuova tratta assolutamente inutile ed a “redditività” negativa” (pag.97).
Siamo alle solite: balle!
Per offuscare la verità di una società ormai solo più basata sulla rapina e sullo sfruttamento intensivo e non duraturo della forza lavoro.
Una società in cui il keynesismo, che fin dalle parole del suo ideatore inglese altro non è mai stato che la faccia “democratica” dell'intervento statale fascista nell'economia, è passato direttamente alla sola fase finanziaria. Sostegno diretto alle banche e al capitale finanziario senza nemmeno più preoccuparsi della creazione di posti di lavoro reali o di una qualche forma di realizzazione del valore, a monte o a valle del processo.
Citare altri dati sarebbe far torto al libro di Cicconi, che andrebbe davvero letto da tutti coloro che non solo si oppongono al delirio di onnipotenza della TAV, ma anche da chi si preoccupa di comprendere e combattere gli attuali meccanismi di ripartizione del plusvalore e della ricchezza.
Un unico appunto si può fare al testo ed è quello di cadere spesso, come accade alla scuola de “Il fatto quotidiano”, in una sorta di moralismo nazionalistico di stampo montanelliano che esclude completamente la lotta di classe dal suo orizzonte.
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Ma saranno i movimenti di oggi e di domani a far esplodere le balle dei sostenitori della TAV, del governo Monti e di chi finge di opporsi ad esso in salsa parlamentare.
Sarà comunque il 99% ad affossare definitivamente la società dell'1% con tutti i suoi monumenti allo spreco e tutte le sue inutili menzogne.

martedì 13 dicembre 2011

MES il nuovo dittatore Europeo!

Articolo: Rudo de Ruijter, ricercatore indipendente

 Video: Jozeph Muntenbergh

 Il trattato diventa definitivo quando i parlamenti dei 17 paesi dell'eurozona lo avranno ratificato. Le ratifiche dovranno avvenire entro il 31 dicembre 2011.


Che aberrazione è mai questa ?

Questa è stata la mia reazione quando vidi per la prima volta il video. Non è possibile una cosa simile!!! Un'organizzazione che può svuotare le casse degli Stati così? Viviamo in un paese democratico o no? Ho tuttavia fatta la ricerca dei testi ufficiali, è nel Trattato che istituisce il Meccanismo europeo di Stabilità (MES).
TREATY ESTABLISHING THE EUROPEAN STABILITYMECHANISM (ESM)
http://consilium.europa.eu/media/1216793/esm%20treaty%20en.pdf
Si possono ritrovare facilmente gli articoli citati nel video (dalla pagina 19). Per il resto del trattato, non ho potuto scoprire niente che potesse limitare questo potere dittatoriale in alcun modo. Ne ho ancora la pelle d'oca!

Ma com'è possibile nel contesto dei trattati dell'Unione europea? E' un ampliamento illegale delle competenze dell'Unione! Cercando ulteriormente, sembrerebbe che siano intervenute tante decisioni discrete, prese rapidamente per rendere «possibile» l’attuazione di questo MES.

Sono sicuro che se dei politici in Francia volessero creare un club, con la prerogativa di potere svuotare le casse dello Stato quando vuole e quanto vuole, non riuscirebbe a ottenere gli adeguamenti di legge necessari, neanche dopo vent'anni! Ma la burocrazia bruxellese riesce persino ad adeguare i trattati in fretta e furia per effettuare il golpe in diciassette paesi contemporaneamente !!!
Lo sprint Bruxellese
 Il 17 dicembre 2010 il Consiglio europeo aveva deciso che vi era bisogno di un meccanismo di stabilità permanente per rilevare i compiti del Meccanismo europeo di Stabilità finanziaria (MESF) e della Facilità di Stabilità Finanziaria europea (FSFE). Sono più noti in inglese come European Financial Stabilisation Mechanism (EFSM) e European Financial Stability Facility (EFSF). Sono due organismi costituiti tempestivamente, rispettivamente a maggio e a giugno del 2010 per erogare prestiti ai paesi troppo indebitati. Tuttavia per questi organismi mancava una base legale.

Si noti che queste due organizzazioni erano concepite esplicitamente per interventi finanziari ma l'emendamento nel Trattato sul Funzionamento dell'Unione europea per istituire il MES consente anche d'istituire altri organismi in qualsiasi altro settore.

L'emendamento giunge il 25 marzo 2011. Per evitare di dovere organizzare nuovamente dei referendum in Europa, si riferiscono all'articolo 48,6 del Trattato dell'Unione europea, che consente al Consiglio europeo di decidere le modifiche negli articoli del trattato purché non comportino un ampliamento delle competenze dell'Unione. (Queste decisioni devono ciononostante essere ratificate dai parlamenti nazionali, con quella che è normalmente non di più di una semplice formalità.) L'emendamento consisteva nell'aggiunta apparentemente innocente a un paragrafo dell'articolo 136. In breve l'aggiunta stipula che «i paesi dell’UE che utilizzano l'euro sono autorizzati a istituire un meccanismo di stabilità per salvaguardare la stabilità dell'eurozona nel suo insieme». Qua non si tratta quindi più esplicitamente di stabilità finanziaria, ma anche di repressione degli scontri, di sorveglianza dei cittadini vivaci o di lotta contro qualsiasi elemento destabilizzante per l'eurozona, che potrà ai sensi dell'emendamento essere deferito di fronte ai nuovi enti europei.

In altre parole l'emendamento costituisce sicuramente un ampliamento delle competenze dell'UE. E' quindi contrario all'articolo 48.6 del Trattato dell'Unione europea. Ciononostante nessun ministro e nessun parlamento nazionale ha fatto un cenno a Bruxelles dove continuano tranquillamente e rapidamente a redigere il trattato del MES.

Il 20 giugno 2011 i parlamenti nazionali autorizzavano che i compiti del trattato del MES sarebbero effettuati dall'UE e dalla Banca centrale europea.

(Photo not for commercial use)
L'11 luglio 2011 il trattato era firmato. Benché la firma fosse annunciata quel giorno dall'apertura di una conferenza stampa cui assistevano decine di giornalisti, il giorno dopo non si è potuto trovare nessun titolo sulla firma di questo nuovo Trattato Europeo né sui giornali francese né sui giornali stranieri. Era forse perché Juncker l'aveva annunciato in francese... prima di continuare la conferenza stampa in inglese?

Attualmente il trattato è in attesa di ratifica da parte dei parlamenti nazionali: la ratifica deve avvenire tra qui e il 31 dicembre 2011.

Il trattato non è ancora entrato in vigore che già si tratta della necessità di aumentarne il capitale da 700 miliardi (2100 euro per cittadini dell'eurozona) a 1500 o a 2000 miliardi e cioè tra due a tre volte tanto.

Secondo il testo del trattato dovrebbe entrare in vigore a giugno 2013 ma adesso vogliono farlo per il 2012.
Logicamente chiederanno ai parlamenti che accelerino sui tempi di ratifica del trattato. In Germania il soggetto è dibattuto già. Apparentemente è necessaria un’accelerazione poiché un numero di tedeschi sempre maggiore si sta svegliando!
Se vogliamoimpiegare l’ultimo cavallo democratico per impedire l’avvento di questa dittatura, dobbiamo rapidamente risvegliare il maggior numero di cittadini e inviare il maggior numero di lettere e di mail di protesta ai deputati, ai politici e ai partiti politici (vedi lista di indirizzo sotto). Aspettare che alter persone lo facciano è un atteggiamento catastrofico allo stato attuale delle cose.

Se avete contatti all’estero, inviate loro le informazioni: nella maggior parte dei paesi dell’euro si sa poco o niente al riguardo.

Non appena si siede al trono un dittatore, lo si scaccia non prima di 30 anni e non vogliamo imporre questo ai nostri figli, vero?

in inglese

in francese

Foto per i posteri

Serie di foto di persone a cui si chiederà un giorno perché hanno messo fine alle democrazie sovvrane in Europa…


Reynders Schauble_signing_ESM Tempel Ligi Noonan signing ESM Venizelos Mendez Boiron Urpilainen_signing_ESM Frieden Noonan Schauble, Mendez, de Jager & Tremonti Venizelos & Urpilainen Fekter_Gaspar_2 Fekter & Gaspar Urpilainen_Juncker Venizelos, Mendez, Baroin, Urpilainen, Grilli & Juncker de Jager & Fekter Tremonti Mavroyiannis Frieden Jager Fekter_signing_ESM Gaspar Krizanic Miklos Juncker showing ESM treaty Fenech Urpilainen, Grilli, Juncker, Pillath & Tremonti  (Note: Pictures not for commercial use.)

FONTE