Prima di Natale ho partecipato alla
presentazione di un libro sulla “tratta delle nuove schiave dalla
Nigeria ai marciapiedi d’Italia”. Autrice una donna appena oltre i
trenta proveniente da questa esperienza, Isoke Aikpitanyi. Il libro, Le
ragazze di Benin City, edizioni Melampo, da leggere, è una cruda
testimonianza di come funziona questa tratta.
Quasi tutte le ragazze che partono dalla
Nigeria – un paese ricco di risorse – vogliono sfuggire ad una
situazione di estrema miseria e degrado sociale oltre che umano. La
televisione, che tutte guardano ossessivamente, le abitua a sognare il
paradiso del mondo occidentale e la fuga da un paese dove i «poveri sono
poverissimi e i ricchi sono ricchissimi». E anche Isoke, passando e
ripassando davanti alle vetrine di un’agenzia di viaggio di Lagos, pensa
di poter realizzare il suo sogno di viaggiare, fuggire dal suo paese,
ma qui inizia il suo calvario.
Il viaggio di Isoke dal suo paese all’Italia dura due anni, durante i
quali vive momenti di grande pericolo e sofferenza (deserto, Marocco,
Inghilterra), è reso possibile grazie ad un’organizzazione
internazionale capillare. Al termine di questo lungo calvario è sbattuta
a Torino, dove, al freddo gelido davanti ad un fuoco con le altre
ragazze vestite in mutande, si trova a vivere la sua prima esperienza di
strada sul joint, il marciapiede su cui si lavora.
Le ragazze giovanissime, anche di tredici e quattordici anni, sono
quelle più facili da gestire per gli italos perché ancora non si rendono
ben conto di quello che stanno vivendo. Per individuare le “prede” gli
italos (coloro che si occupano della tratta verso l’Italia) frequentano
in Nigeria le feste di paese, i matrimoni, i funerali, dove c’è sempre
qualcuno che filma le ragazze. E questi filmati sono vagliati con
attenzione dalla maman: quella è troppo bassa, quella è troppo piatta,
quella è troppo vecchia, quella va proprio bene. «Quella piccolina lì, è
lei che voglio». Fatta la scelta lo sponsor va dalla famiglia con dei
regali dicendo che in Europa hanno bisogno di belle ragazze per fare la
modella, la parrucchiera, la sarta, l’attrice. Spesso la famiglia
acconsente, e non di rado sono gli stessi genitori a darsi da fare,
sanno infatti che «in quella casa lì ci sono i parenti di una donna che
porta le ragazze in Europa, hanno visto che la famiglia s’è fatta la
macchina, ha comprato la casa. Allora dicono: anch’io».
La maman considera un problema il fatto che le ragazze siano vergini,
che non siano mai andate a letto con qualcuno e che quindi non hanno
esperienza. Per questo chiedono che l’organizzazione rimedi: in Nigeria
ci sono quelli pagati apposta per controllare che le ragazze non siano
più vergini e, se necessario, «darsi da fare per sverginarle loro». Ma
chi è la maman? Maman, sister, momma, mamma. Insomma la «sfruttatrice,
la magnaccia, la padrona». È la padrona assoluta delle piccole comunità
dove vivono le donne prostitute, luoghi “protetti” e chiusi, senza
contatti col mondo esterno. La maman quasi sempre è una ex prostituta
che, una volta smesso di frequentare il marciapiede, decide di entrare
nell’organizzazione. Può essere spietata con le ragazze: «Ci sono certe
maman che quando le ragazze non guadagnano abbastanza le picchiano sulle
mani. Dicono: le tue mani devono raccattare i soldi. Tanti soldi. Hai
capito? Altre invece non picchiano, ma usano parole dure, e ricatti, e
minacce di voodoo». Succede spesso che le ragazze una volta chiuso col
marciapiede – «bruciate dal marciapiede» – non riescano più a pensare a
nulla che non sia la strada. «Diventerò anch’io una maman e farò un
sacco di soldi».
Il ricatto più grande per queste donne è il debito. Il debito con
l’organizzazione del viaggio. «Calcola 180 giorni di lavoro estivo. Sono
18 volte che gli devi dare mille euro, per un totale di diciottomila,
se sei una ragazza normale. Le rapidò addirittura devono sborsarne
venticinquemila. Poi calcola i 180 giorni dell’inverno, in cui ti
chiedono solo la metà, novemila euro. Metti insieme estate e inverno.
Fanno come minimo ventisettemila euro che gli devi dare sull’unghia
sennò sono grane. E le rapidò ne danno molti di più, sui
trentasette-trentottomila… In teoria se ti sbrighi in un anno e mezzo
puoi pensare di pagare il debito. Oppure in due. C’è anche chi lo paga
nel giro di un anno, se trova un cliente pollo da cui farsi dare i
soldi. Ma tutto questo, ripeto, è solo teoria». «Bisogna trovare un
minimo di quaranta-quarantacinquemila euro l’anno, se vuoi restare viva.
Sono le spese fisse, diciamo… E quando finalmente hai finito di pagare
tutto, devi lavorare ancora per guadagnare i soldi per la festa della
maman. La festa del ringraziamento». Poi ci sono i soldi che ogni
settimana bisogna dare per il joint, l’affitto, il mangiare, e i soldi
da mandare a casa. Per capirci, la rapidò è quella che guadagna un sacco
di soldi (la cocca della maman), non necessariamente la più bella, ma
sicuramente la «più veloce nel capire e nell’adeguarsi, la più
determinata, la più furba, quella che arriva sempre prima al lavoro,
capisce prima come funziona il mercato, capisce al volo quali sono gli
orari migliori per trovare i clienti che pagano di più…». E spesso la
rapidò diventa anche maman.
Sulla strada, sul marciapiede, bisogna andarci come si va ad una
«sfilata» da preparare scrupolosamente a casa prima di uscire. La
sfilata è il travestimento, una messa in scena per il lavoro. «Ognuna si
inventa qualcosa, pur di colpire il cliente. Tu devi colpirlo in una
frazione di secondo, mentre passa in macchina. Devi farti scegliere tra
cento e cento, se vuoi lavorare». Bisogna mettere in mostra quello che
si ha: «C’era la mia amica, Lisa, che aveva la quinta di suo, e ancora
si imbottiva il reggiseno fino a mostrare una cosa spropositata…
lavorava tantissimo… sei hai un bel sedere mostri quello… e poi ci sono
le parrucche, ti tengono caldo e ti fanno apparire più sexi, perché coi
capelli corti non ti guarda nessuno. Ognuno ha il suo stile, ma a ogni
modo le scarpe devono sempre avere il tacco altissimo… Bisogna mostrare
la merce, e più merce metti in mostra meglio è».
I pericoli che si corrono sulla strada sono davvero tanti: i balordi che
passano e tirano qualcosa; quelli che rubano e picchiano; gli
stupratori a pagamento (come sono chiamati dalle ragazze), cioè quelli
che solo perché pagano «si sentono in diritto di esigere qualunque cosa,
e se dici di no giù botte»; gli stupratori di gruppo, cioè quelli che
in tre o quattro per volta caricano a forza la ragazza in auto e «sei
fortunata ad uscirne viva»; e poi ci sono anche i due carabinieri che
solo perché non soddisfatti hanno picchiato Felicia fino a che non le
rimane un solo dente in bocca.
I soldi alle famiglie sono il tormento delle ragazze, sono ossessionate
dal dovere di spedire i soldi a casa, raccomandandosi presso di loro di
metterli in un conto corrente per quando ritorneranno. Ma quasi sempre
questi soldi non ci sono, svaniscono. «Manda i soldi – le avevano detto
al telefono –, che costruiamo una casa. Lei manda i soldi per i mattoni,
il tetto, le finestre, poi ritorna e non trova niente. Solo il terreno.
E a volte nemmeno quello… Tutta l’economia della città (Benin City) si
regge sui soldi che arrivano dall’Europa, tutto il business, i taxi, il
noleggio dei motorini, l’edilizia, le scuole, tutto si regge sui soldi
mandati dalla Western Union».
E se qualcuna pensa di uscire dal giro deve fare i conti con
l’organizzazione, a partire dalla maman che la considera propria e per
ricattarla – nei casi di ragazze più sprovvedute ed ingenue – ricorre
pure ai riti voodoo che la terrorizzano. Ci sono quelle che non credono
al voodoo e magari vanno in chiesa, non quella cattolica, però, perché
in Nigeria ci sono tante chiese cristiane, pentecostali, evangeliste, ed
avventiste che stanno prendendo piede grazie ad un predicatore
americano (guarda un po’!). Il ricatto ed il controllo passa anche per
questi canali, le ragazze vanno in queste chiese organizzate per gli
africani: «è l’unico svago nella brutta vita che fanno». In queste
chiese si riuniscono anche due o tre volte a settimana, c’è una messa
che dura quasi tutto il giorno, si balla, si mangia e c’è tanta gente.
«Il pastore non è quasi mai un vero pastore. Per fare il pastore in
Africa basta avere una bibbia… l’Europa è piena di questi pastori così.
Ovviamente il pastore è sempre d’accordo con la maman. Le ragazze vanno
da lui a chiedere consigli, se stanno male lui impone le mani… cosa vuoi
farci – dice il pastore –, è Dio che lo vuole. Prostituirsi è una cosa
brutta ma anche non mantenere le promesse è molto brutto. Pentiti. E
ricorda che anche il padre nostro dice: paga il tuo debito. Così le
ragazze pagano il debito e pagano la chiesa».
Chi sono i clienti? Non tutti i clienti sono uomini pericolosi, nel
libro possiamo leggere che fra di loro ci sono «persone per bene e
persone civili». Di più: «Questi clienti sono l’unico momento di libertà
delle ragazze, soprattutto per quelle che non hanno mai un attimo di
libertà». Tra questi ci sono quelli che pagano ma che non vogliono fare
niente, e che propongono anche di andare a mangiare insieme una pizza; e
i giovani senza compagnia femminile che dovendo andare ad una festa
propongono alle ragazze di far finta di esser la fidanzata. «Va bene.
Sei pagata, vai alle feste, vai a ballare. È sempre meglio che stare in
strada. E in questo modo vedi come vivono le ragazze italiane. Ti fai
un’idea di come vive la gente normale». Ci sono quelli che diventano
«fidanzati», che arrivano pure ad accompagnare la ragazza al marciapiede
e che semmai stanno lì nei dintorni per verificare che tutto scorra
fuori dal pericolo e che in taluni casi arrivano anche a salvarle la
vita. Insomma non tutti i clienti vogliono «sempre e solo fare sesso»:
molti ci vanno per parlare dei propri problemi, per trovare compagnia,
per sfogarsi, per fare domande.
Quelli che fanno tante domande e parlano più di tutti sono i cosiddetti
papagiri, dai quali è «inutile però sperare di cavare i soldi». Il
papagiro non va mai sulla strada per fare sesso: «passa in macchina, si
ferma, ti porta i cioccolatini, un panino, un termos di caffè bollente
per scaldarti quando fa molto freddo. Anche lui chiacchiera, chiacchiera
sempre. Chiede, s’impiccia, tu da dove vieni, ma quanto devi pagare, la
tua famiglia dove sta, che tipo di viaggio hai fatto. Io non ho ancora
capito che tipo di uomo è… ma in questi papagiri c’è qualcosa di buono,
son capaci di girare tutta la notte, come una specie di unità di strada,
sanno tutto quello che succede nella strada… magari ti danno l’allarme
quando c’è la polizia che sta arrivando. Ed ogni tanto qualche ragazza
al suo papagiro fa fare un po’ di sesso».
C’è la variante pericolosa del papagiro, quella considerata disperata,
«quelli che si arrotolano». A differenze dei papagiri “buoni” questi
«vanno con le ragazze e fanno sesso da clienti. Ma ogni volta si
coinvolgono. E allora succede il disastro». Il loro arrotolamento li
trascina a parlare ossessivamente di sé e dei loro problemi al punto che
le ragazze si infastidiscono e dicono: «Ma come, io sto qua, piove,
nevica, c’è il sole, fa freddo, devo stare qua a sbattermi e questo
viene pure a farsi compatire».
Non è infrequente che una ragazza rimanga incinta, il più delle volte
perché i preservativi che «hanno un odore orribile» si rompono come
niente. Se la maman non vuole «un bastardo in giro per casa» spesso
finisce male, con un raschiamento con conseguenze anche drammatiche, ma
se la ragazza tiene duro e vuole tenersi il figlio allora è costretta a
lavorare fino ad una settimana prima di partorire, «i clienti non fanno
mica problemi» dice la maman, ed infatti succede che «ogni sera davanti a
loro c’è la fila» perché trovano che «le donne incinte siano erotiche».
A volte il bambino è spedito dai nonni o da qualche zia, e «questo
diventa per la madre l’incubo peggiore, perché ogni settimana deve
trovare non solo i soldi del debito e dell’affitto e del joint, ma anche
quelli per il bambino e per tutta la famiglia che lo cresce». Perché se
non manda abbastanza «ha paura che il bambino non venga seguito, che
gli succeda qualcosa».
Ci sono le ragazze che provano ad uscire dal giro, ma «qualcuna dopo un
po’ cede e va a trovare le vecchie compagne»… e così riprende la strada
del marciapiede. Sono poche le ragazze che escono dal giro grazie ai
cosiddetti operatori di strada, quasi tutte o si sono sposate con i
clienti o sono andati a vivere con questi. «Il cliente, che ti piaccia o
no, è spesso l’unica risorsa di noi ragazze». Alle ragazze non piace
andare in comunità perché «dopo anni di schiavitù non sopportano più le
regole, le imposizioni, i divieti». Quelle che ci provano resistono solo
pochi giorni, scappano, non riescono nemmeno ad aspettare il permesso
di soggiorno, «per chi entra in comunità il percorso è troppo lungo,
anche due anni».
Le ragazze di Benin City – scrive Isoke – sono uno «sfogatoio perfetto,
un meraviglioso calmieratore di tensioni sociali ed etniche».
«Un’africana stuprata è un’italiana salvata». Non bisogna rassegnarsi,
afferma, certo i problemi della Nigeria sono tantissimi e la miseria dei
molti è impressionante, ma se «le famiglie non hanno i soldi per
mangiare, o per vestire i figli, o per mandarli a scuola, allora devono
fare la loro parte: che protestino». «Non è vendendo le loro figlie ai
trafficanti che costruiranno per loro, e per la Nigeria, un futuro
decente». La tratta – continua Isoke – non è soltanto un problema di
sesso, di puttane e di clienti: «la tratta è innanzitutto un affare
colossale. Un business. È una schiavitù che rende un mucchio di soldi e
questi soldi se li dividono bianchi e neri, in perfetto accordo. Sulla
pelle di noi ragazze non nasce solo la fortuna di gente come la maman ma
anche quella dei bianchi perbene, quelli che non picchiano mai i figli o
la moglie… sono questi che vendono i visti, che organizzano i viaggi,
che ti fanno passare senza dare nell’occhio dentro gli aeroporti, sono i
poliziotti venduti, gli avvocati delle maman, i mediatori, gli
affittuari».
Toccanti le pagine nelle quali Isoke racconta della madre e di come,
dopo la sua prematura morte, inizi per lei quel percorso di elaborazione
da che la porta non solo ad uscire dal giro, ma anche a diventare punto
di riferimento per le ragazze che vogliono provarci. «Quando mi hanno
detto che è morta mia madre non sono nemmeno riuscita a piangere. Il
mondo era crollato, semplicemente. Nulla più aveva senso». Racconta
della sorella minore che la chiama al telefono per dirle che ha trovato
un viaggio per l’Europa, la sua «bella occasione». «Ho chiuso gli occhi e
dentro di me una voce ha gridato: non è possibile. Quando mai finirà
questa storia. Quanti anni, quanto dolore, quante morti ci vorranno
ancora, prima che la Nigeria smetta di mandare al macello le sue
figlie». «Ascolta. Ho preso il cuore in mano e ho cominciato a parlare.
Cos’è la tratta. Che cosa fanno le ragazze. Come vivono. L’esistenza che
fanno. Era la prima volta che trovavo il coraggio di parlare con
qualcuno della mia famiglia: dire tutto, tutto!, senza risparmiare un
solo dettaglio». «Mia sorella l’ho salvata, e lei adesso sta salvando le
sue amiche. Dice: non partite. In Italia succede questo. Ogni volta che
ci penso le mie spalle diventano più leggere. Penso: ho fatto proprio
quel che avrebbe fatto mia madre. Ovhoweyemé [la madre] è morta, ma io
no. Sono viva. Sono qui. Io. Isoke».
Alcune considerazioni
Questa drammatica e vibrante testimonianza ci dice più cose di uno
studio sociologico del fenomeno. In questo libro si racconta della
triste sorte delle ragazze di Benin City (popolosa città nigeriana dello
stato di Edo) avviate alla prostituzione in Italia; ma sappiamo bene,
purtroppo, che il mercato occidentale attinge da tanti altri paesi la
“risorsa vitale”; cambieranno le facce, le situazioni, i nomi, ma la
sostanza della questione rimane invariata, si tratta pur sempre di
tratte schiavistiche. Il motore che mette in moto la terribile macchina è
la fame di sesso che la nostra “libera” e “disinibita” società produce;
ma si tratta di sesso alienato, abbrutito, ridotto a pura meccanicità,
un sesso concepito dalla logica capitalistica del consumo illimitato.
L’atto sessuale, che dovrebbe esprimere una vitale e gioiosa espressione
della più alta relazionalità affettiva umana che nella compenetrazione
dei corpi vive la sublimità dell’amore, si esprime come appropriazione e
possedimento brutali di corpi considerati alla stregua di oggetti
procuranti piacere fisico. Come scrive Isoke, le ragazze sono uno
sfogatoio perfetto. Infatti, il sesso, così come insistentemente
proposto dai mezzi di comunicazione di massa della civiltà
capitalistica, diventa momento di consumo nel consumo più generale di
merce; e quindi il corpo diventa merce che – in quanto merce – può
essere acquistato, posseduto, goduto. Il mercato capitalistico (che
definisco totale nel senso che è penetrato – mercificando tutto – in
tutte le pieghe, anche più intime, dei rapporti sociali) risponde al
bisogno sessuale alienato costruendo una rete internazionale di traffici
che ha bisogno – per bene potersi svolgere – di una società “fluida”
nella quale affermare con disinvoltura l’idea di un sesso al di sopra di
qualsiasi morale che non sia quella dello scambio mercantile. Perciò
serve una mentalità “libera”, “disinibita”, “trasgressiva”, “aperta”,
“spregiudicata”, “moderna”, che i sacerdoti della pubblicità, del
cinema, della televisione, del mondo dello spettacolo, dello sport, del
turismo disinvolto, eccetera, propongono con continuità maniacale
attraverso i mille canali di cui dispongono.
Le tratte delle nuove schiave nascono dalla spregiudica violenza del
sistema capitalistico che è riuscito a perfezionare con sistemi
incredibilmente sofisticati le antiche schiavitù. Benin city sorge
intorno a quella che una volta era chiamata Costa degli Schiavi, dalla
quale navi negriere imbarcavano nelle proprie stive masse di uomini
catturati come bestie e schiavizzati, destinati al lavoro forzato delle
piantagioni americane (si stima che oltre dieci milioni di schiavi siano
sbarcati oltreoceano tra il 1500 e il 1890). Queste tratte
neo-schiavistiche si accompagnano alla depredazione sistematica di
risorse energetiche, minerarie, agricole, culturali, umane, in tutte
quelle nazioni considerate dai paesi dominanti (Usa in testa) come
esclusive riserve di caccia. La “democrazia” occidentale nasce, si
sviluppa e si afferma grazie alle ricchezze che espropria dal sud del
mondo; spoliazione che può esserci solo alla condizione che questi
popoli e nazioni siano tenuti nell’oppressione: militare, economica,
politica, sociale, culturale, e nel profondo degrado umano. Ecco perché
laddove ci sono focolai di volontà di sganciamento dal controllo
imperialistico, di resistenza, di affermazione di indipendenza, non
tarda a delinearsi la minaccia delle sanzioni, degli embargo, degli
interventi militari con seguito di bombardamenti umanitari. Per
esportare la democrazia. S’intende.
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