involuzione

involuzione
Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

sabato 21 gennaio 2012

wrustel e brioche,la nuova ricetta per l'europa

Sessanta caccia Eurofighter per 3,9 miliardi di euro, fregate francesi per oltre quattro miliardi, motovedette per 400 milioni, e poi carri armati, elicotteri Apache e sommergibili tedeschi per altri 2 miliardi di euro. E’ la lista della spesa militare per il prossimo futuro. E la notizia ha dell’incredibile: perché il paese che sta per impegnare queste cifre in armamenti è la Grecia, che forse in primavera lascerà l’euro per tornare alla dracma. Gli ospedali di Atene trattano solo i casi urgenti, gli autisti degli autobus sono in sciopero, nelle scuole mancano ancora i libri di testo e migliaia di dipendenti statali manifestano contro il proprio licenziamento. Il governo greco annuncia un nuovo piano di rigore che non risparmierà nessuno. A parte l’esercito e l’industria delle armi: due settori neppure sfiorati dall’austerity che sta terremotando il popolo greco.
A marzo, scrive Claas Tatje su “Presseurop” in un servizio ripreso da “Megachip”, la Grecia dovrebbe ricevere la prossima tranche di aiuti Un carro tedesco Leopard dell'esercito grecofinanziari, che probabilmente supererà gli 80 miliardi di euro: se così fosse, ci sarebbe una possibilità reale di concludere nuovi contratti sugli armamenti. Nel 2010, il bilancio greco della difesa ammontava a circa 7 miliardi di euro: oltre il 3% del Pil, ovvero una percentuale superata solo dagli Stati Uniti. È vero che l’anno seguente il ministero della difesa ha ridotto l’acquisto di nuovi armamenti a 500 milioni di euro, ma in fondo non ha fatto altro che sospendere la richiesta di forniture, che sarà più alta in futuro, come spiega un esperto militare. Perché allora l’Europa – così severa coi conti pubblici greci – non frena sugli armamenti? Perché ci guadagna, accusa Daniel Cohn-Bendit, portavoce dei Verdi al Parlamento europeo.
Chi ricaverà di più da questa politica greca del riarmo è proprio la Germania, aggiunge Claas Tatje: stando al Rapporto sulle esportazioni di armamenti del 2010, in via di pubblicazione, la Grecia è il maggiore acquirente di forniture tedesche dopo il Portogallo, altro paese sull’orlo del fallimento. «Per i giornali spagnoli e greci – racconta “Presseurop” – in occasione di un summit a fine ottobre, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy avrebbero invitato l’ex primo ministro greco George Papandreou a mantenere gli impegni presi sugli armamenti, e addirittura a prenderne nuovi». Altro debito, per acquistare armi sofisticate come i 90 caccia prenotati da Atene? «Parlare di Daniel Cohn-BenditEurofighter sarebbe totalmente irresponsabile, nel pieno della crisi finanziaria che sta attraversando il paese», accusa Hilmar Linnenkamp, esperto del settore.
E non si tratta solo di aerei. Secondo l’ultimo rapporto sulle esportazioni di armamenti, nel 2010 la Grecia ha importato dalla Germania 223 carri armati e un sommergibile. Costo totale dell’operazione: 403 milioni di euro. «Queste forniture hanno avuto un peso rilevante nell’esplosione del debito pubblico greco», conferma Claas Tatje. Secondo l’ex ministro degli esteri Dimitris Droutsas, la Grecia è stata indotta al riarmo da pressioni non solo politiche: ondate di migranti provenienti dal Nordafrica e dell’Asia e, soprattutto, attriti pressoché quotidiani con i turchi. «Quand’ero ministro degli esteri – riferisce Droutsas – ogni pomeriggio ricevevo una nota dal ministero della difesa che elencava le violazioni del nostro spazio aereo da parte della Turchia». Senza contare le crescenti attività della marina turca nell’Egeo, seguite con apprensione dalla Grecia, e il fatto che sono ormai 35 anni che Dimitris DroutsasCipro convive con l’“occupazione turca”.
Droutsas e compagni non devono temere la resistenza della popolazione, aggiunge “Presseurop”: il settore militare greco promette sicurezza e posti di lavoro. «In un paese dove manca un’industria nazionale forte, questo non è un dato da trascurare: le imprese tedesche del settore delle armi lo hanno capito da un pezzo e hanno stretto un legame strettissimo con le aziende greche». Nessuno preme per scongiurare le spese folli del riarmo, e il bilancio della difesa «viene a malapena considerato» nelle misure economiche supervisionate dagli esperti di Fmi, Bce e Commissione Europea. Nel 2010, quando la spesa per gli armamenti è stata ridotta allo 0,2% del Pil (meno di mezzo miliardo di euro), la spesa sociale è Eurofighterstata amputata di 1,8 miliardi. «Per il 2011 la Commissione Europea quindi ha raccomandato “una riduzione del budget militare”, ma nel concreto non è stato fatto niente».
Così, conclude “Presseurop”, mentre per il 2012 si pensa di ridurre di un altro 9% la spesa sociale, pari a un taglio di 2 miliardi di euro, i contributi alla Nato cresceranno invece del 50% e raggiungeranno i 60 milioni, e le spese correnti previste dalla difesa aumenteranno di 200 milioni, per un totale di 1,3 miliardi. La spesa militare avrà dunque un incremento secco del 18,2%. E il governo tedesco? «Guarda con favore al consolidamento del primo ministro greco Papademos», premette un portavoce della Merkel, favorevole a una «sensata riduzione delle spese, anche nel settore delle forze armate». Purché Atene non si scordi degli impegni appena assunti: «Piena fiducia sul fatto che gli accordi verranno rispettati».

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giovedì 19 gennaio 2012

Un twitter fa primavera (araba)

di Emanuela Irace

Le radici sono reazionarie. Bloccano. Frenano. Annientano la mobilità di un pensiero agganciato alle origini. Incasellano, come una madre quando riconosce somiglianze nella figlia e ne indirizza il futuro regalandole il contrario dell’autonomia o il seme della lotta con cui dovrà fare i conti per il resto della vita, per differenziarsene. Un regalo non è mai innocente. Il Washington Post e il New York Times raccontano dei finanziamenti ai giovani blogger della Primavera Araba, corsi di formazione e stage per gli attivisti non violenti. Gli stessi che hanno riempito le piazze del nord Africa e del Medio Oriente realizzando la prima rivoluzione per procura della storia, a forza di slogan pensati altrove e a oligarchie interessate più ai mercati della finanza e dell’economia che alle persone. Le rivoluzioni post-moderne sono diventate reazionarie. Come i Guelfi neri all’epoca di Dante. Come la rivoluzione del 1905 all’epoca di Lenin. Sono le “Rivoluzioni 2.0”. Quelle della rete, dei social network e di Google che presta piattaforme per gli internauti dei paesi che censurano. Sono le rivoluzioni amplificate da Al Jazeera, l’emittente del Qatar, che sa dosare libertà d’espressione e ideologia salafita. La tattica é di dare cinque notizie vere e una falsa per acquisire credibilità. La strategia è quella della propaganda anglo-americana: inventare orrori per suscitare l’indignazione popolare e provocare
l’insurrezione, a scapito di giovani che ingenuamente credono di essere i protagonisti.


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domenica 15 gennaio 2012

Italia, operai rimettono in moto la fabbrica occupata

15 / 1 / 2012
L’Italia come l’Argentina. Licenziati un mese fa, operaie, operai e tecnici della Jabil – la multinazionale americana subentrata tre anni fa alla Nokia Siemens nello stabilimento di Cassina de’ Pecchi, alle porte di Milano – hanno deciso sin da subito di occupare la fabbrica, e ora, “dopo un’accurata manutenzione ordinaria e straordinaria di macchinari e strumentazione”, hanno rimesso in moto linee e postazioni di lavoro.
“Il ciclo produttivo funziona perfettamente. La ripartenza è stata preceduta da una meticolosa perizia e con tutte le cautele del caso, tenendo conto del fermo durato un mese – hanno raccontato a Operaicontro i lavoratore del presidio Jabil -. Il lavoro c’è, i componenti e tutta la fornitura pure. Si tratta della produzione che il padrone ha interrotto bruscamente con la serrata e i 325 licenziamenti del 12 dicembre 2011. Non manca niente, tantomeno una mano d’opera all’altezza. Noi 325 operai e lavoratori licenziati possiamo continuare a sfornare un prodotto d’eccellenza, conosciuto in tutto il mondo. La ripresa della produzione è la garanzia dell’integrità del ciclo produttivo, ed è al tempo stesso la miglior medicina per il mantenimento dell’adeguata efficienza”.
Le operaie e gli operai della Jabil, riprendendo anche se per qualche ora al giorno al produzione, stanno dimostrando che la fabbrica è pronta a ripartire e che non può essere sepolta per fare spazio alla speculazione edilizia. Per andare avanti hanno soltanto gli ottocento euro al mese della mobilità Inps, che durerà un anno per gli under quaranta e due per i più anziani.
“Sindacato, politici, istituzioni: chi ha orecchie per intendere intenda e si dia da fare per garantire la continuità produttiva della fabbrica, con o senza Jabil, tenendo ben presente che questi operai non intendono sostituirsi al padrone”, hanno precisato, concludendo: “la lotta è appena cominciata”.
La Jebil, ex Nokia, nel giro di tre anni è precipitata da stabilimento modello alla chiusura, passando per due anni di cassa integrazione. Una discesa inspiegabile, a cui i dipendenti non si rassegnano tanto da aver portato la multinazionale di fronte al Tribunale del lavoro.
“Eravamo il leader mondiale nella produzione di ponti radio – aveva raccontato Angelo Ometti, rsu della Fiom, i primi giorni dell’occupazione – poi hanno deciso di smembrare l’intera filiera, disperdendo un valore immenso”. Eppure a Cassina De’ Pecchi si faceva ricerca e progettazione, produzione e assistenza. Un sito che la stessa Nokia Siemens considerava un modello di riferimento. Finché, nel 2008, mentre Nokia Siemens porta la ricerca a Shanghai e inaugura la nuova produzione in Germania, la fabbrica passa a Jabil. “Ma nonostante le promesse di Jabil e l’impegno di Nokia a portare avanti ricerca e produzione non è stato mai presentato un piano industriale”, aveva aggiunto il sindacalista. Questa una delle ragioni che ha spinto gli operai a portare sia Jabil che Nokia Siemens di fronte al tribunale del lavoro. Ma anche quando accadde a metà 2010, quando Jabil vendette l’intera forza lavoro al fondo italoamericano Mercatech per poi tornare nuovamente alla guida dello stabilimento. Un’operazione che in soli sette mesi provocò un buco di 70 milioni. Il tutto nel totale silenzio di governo e istituzioni.

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