di Andrea Fais
Un tempo si diceva che i giovani vanno protetti e difesi dalla
corruzione, più degli adulti, perché il futuro della società é nelle
loro mani. L’età dell’innocenza a quei tempi era infatti momento di
massima crescita, di grande apprendimento e di conquista delle
elementari distinzioni concettuali e semantiche tra ciò che è giusto e
ciò che è sbagliato, tra ciò che è sano e ciò che non lo è. Ogni cultura
ed ogni forma di civiltà ha deciso nei secoli un suo modello educativo,
pur tuttavia tutte le forme di civiltà del passato hanno sempre
prestato la più precisa attenzione alla formazione dei giovani.
Sino al Medioevo questa formazione era fondamentalmente legata al
rapporto tra l’uomo e la natura, come ovvia conseguenza della struttura
rigidamente chiusa e gerarchica tipica della società feudale e del
pressoché totalizzante primato agricolo nel quadro della produzione.
Molti detti, molti proverbi e gran parte della saggezza popolare,
trasmessa di generazione in generazione, erano dunque il risultato
dell’osservazione e delle deduzioni ricavate dal mondo agricolo e
dall’influenza che il variare delle stagioni e delle condizioni
atmosferiche operava su di esso.
La società industriale, nata dalle grandi conquiste scientifiche e
tecnologiche comprese tra il XVII e il XVIII secolo, ha indubbiamente
cambiato la percezione dei fenomeni sociali, le abitudini e il rapporto
tra l’uomo e la società. La natura diventò da quel momento qualcosa da
poter
controllare, addirittura immaginando di poter disporre le
sue strutture in base alla volontà e alla razionalità umana. Fu lo
stesso Friedrich Engels a ricordarci nella
Dialettica della Natura, come “
l’animale
si limita a usufruire della natura esterna, e apporta ad essa
modificazioni solo con la sua presenza; l’uomo la rende utilizzabile per
i suoi scopi modificandola: la domina. Questa è l’ultima, essenziale
differenza tra l’uomo e gli altri animali, ed è ancora una volta il
lavoro che opera questa differenza“[1].
Tuttavia, poco più oltre, lo stesso autore tedesco, ammoniva e metteva
già in guardia l’uomo dall’autocompiacimento per questa vittoria umana
sulla natura poichè “la natura si vendica di ogni nostra vittoria” e
aggiungeva:
“
Ogni vittoria ha infatti, in prima istanza, le conseguenze sulle
quali avevamo fatto assegnamento; ma in seconda e terza istanza ha
effetti del tutto diversi, imprevisti, che troppo spesso annullano a
loro volta le prime conseguenze. Le popolazioni che sradicavano i boschi
in Mesopotamia, in Grecia, nell’Asia Minore e in altre regioni per
procurarsi terreno coltivabile, non pensavano che così facendo creavano
le condizioni per l’attuale desolazione di quelle regioni, in quanto
sottraevano ad esse, estirpando i boschi, i centri di raccolta e i
depositi dell’umidità. Gli italiani della regione alpina, nel consumare
sul versante sud gli abeti così gelosamente protetti al versante nord,
non presentivano affatto che, così facendo, scavavano la fossa
all’industria pastorizia sul loro territorio; e ancor meno immaginavano
di sottrarre, in questo modo, alle loro sorgenti alpine per la maggior
parte dell’anno quell’acqua che tanto più impetuosamente quindi si
sarebbe precipitata in torrenti al piano durante l’epoca delle piogge.
Coloro che diffusero in Europa la coltivazione della patata, non
sapevano di diffondere la scrofola assieme al tubero farinoso. Ad ogni
passo ci vien ricordato che noi non dominiamo la natura come un
conquistatore domina un popolo straniero soggiogato, che non la
dominiamo come chi è estraneo ad essa, ma che noi le apparteniamo con
carne e sangue e cervello e viviamo nel suo grembo: tutto il nostro
dominio sulla natura consiste nella capacità, che ci eleva al di sopra
delle altre creature, di conoscere le sue leggi e di impiegarle in modo
appropriato” [2]
Lo sviluppo del capitalismo lungo il XIX secolo, e la fase di
transizione tra la prima rivoluzione industriale e la seconda, avevano
profondamente modificato le abitudini sociali nell’intero mondo
occidentale, creando nuove classi sociali, concentrando vaste piazze
abitative all’interno di nuove aree urbanizzate a carattere industriale,
e dando forma ad un brulicante sottoproletariato che lo stesso Marx non
esiterà a definire “feccia della società, priva di coscienza politica”
nelle pagine del
New York Times. Malgrado l’affermazione dello
Stato di diritto, sorto dal 1789 francese, difatti, la scolarizzazione
procedeva a rilento, e l’ascesa della borghesia industriale e
finanziaria come nuova classe dominante riproduceva in maniera
abbastanza fedele alcuni privilegi del passato, oltre a forti divisioni
sociali e geografiche. Le famiglie, solitamente molto numerose, degli
operai e della manodopera impiegata al servizio delle fabbriche,
risentivano in modo molto pesante di questa nuova formazione sociale,
senza considerare un mondo agrario ben lungi dall’essere scomparso,
soprattutto nell’Europa orientale e meridionale. L’educazione dei
giovani veniva in generale tralasciata o limitata ad alcune regioni più
prossime ai centri strategici produttivi delle nazioni europee,
solitamente destinata ai rampolli delle famiglie dei grandi proprietari,
mentre i compiti dello Stato si limitavano al controllo della
produzione e dei commerci, e alla gestione repressiva del dissenso
crescente, specie sul finire del XIX secolo.
In Italia, sino alla Prima Guerra Mondiale, l’alfabetizzazione aveva
raggiunto livelli bassissimi, regredendo il tasso culturale ed etico di
intere generazioni: al momento dell’unità d’Italia, nel 1861, il tasso
di analfabetismo complessivo arrivava addirittura al 78%, con punte del
90% in Calabria, Sicilia e Sardegna (due isole e una regione del
profondo Meridione, ossia alcune tra le aree a maggior distanza dalla
capitale Torino… non a caso).
Le aree più arretrate o tagliate fuori dal grande indotto industriale
venivano tralasciate, limitando le conoscenze culturali, tecniche e
scientifiche al solo scopo della produttività, perfezionandosi in tal
senso grazie al metodo taylorista introdotto negli anni della
rivoluzione fordista. La mappatura educativa del mondo in quest’ottica
rispecchiava una situazione che procedeva di pari passo con lo sviluppo
economico e industriale.
In Russia, sul finire del XIX secolo, l’analfabetismo arrivava quasi al
90%, lasciando un intero corpo popolare al di fuori di tutte le scelte e
le principali produzioni culturali e scientifiche del Paese. La
Rivoluzione d’Ottobre rappresenta dunque non solo un fenomeno storico di
rottura abbastanza radicale con ciò che restava dei vecchi privilegi
monarchici, ma la fuoriuscita da un sistema di iniquità talmente potente
da condizionare i costumi e i comportamenti sociali. L’istruzione
universale pubblica emerge per la prima volta nella storia della
modernità con l’affermazione del potere sovietico in Russia, e con la
riforma radicale del sistema educativo nazionale. L’accesso alle scuole e
alle università, dopo il 1917, sarebbe diventato un diritto sancito
dallo Stato, concepito non più come un semplice arnese di repressione
del dissenso, ma come il perno/strumento (con Lenin) e come il fulcro e
compimento della rivoluzione socialista (con Stalin).
Allo Stato spettava dunque l’educazione e la formazione dei giovani al
di fuori della famiglia (che rimaneva comunque un nucleo fondamentale
all’interno della formazione sociale) e, in un certo senso, la struttura
autoritaria isituzionale tornava ad assumere – in chiave ovviamente
moderna e su un piano di effettiva uguaglianza sociale tra cittadini –
quel ruolo di “educatore nazionale” incarnato dalla
polis della Grecia Antica, sia a Sparta sia ad Atene.
Finita la Seconda Guerra Mondiale, l’alfabetizzazione e la
scolarizzazione poterono procedere e accrescersi di pari passo con il
potenziamento industriale ed economico dei Paesi capitalisti e con la
necessità di rispondere ad un sistema produttivo sempre più complesso e
strutturato. In Italia, del resto, la riforma Gentile aveva senz’altro
già promosso un piano di universalizzazione pubblica dell’istruzione di
base e aveva riordinato un sistema educativo secondo un programma
istituzionale che ha sorprendentemente resistito a qualunque riforma
successiva, sino agli anni Novanta, poi smantellato per far posto a
sistemi mutuati da un modello statunitense dimostratosi già di gran
lunga fallimentare. Tuttavia, il liberalismo in Occidente, contrapposto
alla progressiva affermazione dei sistemi socialisti ad Oriente, ha
imposto nel Novecento una diversificazione culturale su base geografica,
ancora più forte del passato.
La
forma mentis di interi popoli è stata radicalmente plasmata
su valori quasi diametralmente opposti, e non è un caso che persino
culture o sistemi di valori apparentemente simili, siano in realtà stati
interpretati secondo schemi dialettici e comportamentali completamente
diversi fra di loro a seconda che questi siano espressi ad Ovest o ad
Est dell’ex cortina di ferro. L’esempio più lampante proviene da una
Germania riunificata territorialmente, ma non certo economicamente e
socialmente. Come ha ricordato quasi tre anni fa Jochen Staadt,
accademico presso la
Forschungsverbund SED-Staat della Freie Universitaet di Berlino: “
Nessuno
tedesco vissuto fino al 1989 nella DDR vorrebbe riavere il Muro,
nessuno tornerebbe a quel sistema politico. Ma molti rimpiangono una
società più ugualitaria e la maggior parte di loro, quando i nostri
colleghi vanno sul campo a fare inchieste, definisce il valore
dell’uguaglianza più importante di quello della libertà, a differenza di
quanto fanno i loro connazionali che non sono vissuti dietro il Muro
tra il 1961 ed il 1989. Questa nostalgia testimonia le difficoltà in cui
si sono trovate alcune generazioni di tedeschi orientali in questi 20
anni“[3].
Allo stesso modo, da un sondaggio commissionato dall’”Istituto per
l’investigazione dei crimini del comunismo e la memoria dell’esilio
romeno” (Iiccmer), è recentemente emerso che un romeno su due ritiene
che si vivesse meglio durante il regime comunista, crollato nel dicembre
1989. Vivere meglio chiaramente non può essere – e non è – solo indice
di maggiori e migliori condizioni economiche personali, ma anche di
maggiori possibilità di inserimento sociale, di maggiore sicurezza
collettiva e di maggior ordine e moralità pubblica.
Il Komsomol, l’organizzazione che sin dai primi anni Venti si occupò di
inquadrare i giovani sovietici dai 14 ai 28 anni nelle strutture dello
Stato, preparava tutti i ragazzi e le ragazze secondo programmi che
prevedevano oltre alla formazione scolastica, tecnica e culturale, anche
l’addestramento militare, lo sport, la musica, e altre attività ludiche
e ricreative. Preparati per l’accesso nel lavoro, essi potevano
indirizzarsi secondo i settori che preferivano, dalle scuole di primo
livello alle accademie scientifiche, umanistiche o militari. Il sistema
fu ereditato da tutti i Paesi socialisti, compresi quelli che, per
ragioni ideologiche e/o geopolitiche, erano entrati in contrasto con
Mosca, come la Cina di Mao o la Yugoslavia di Tito. Il crollo
dell’Unione Sovietica e del blocco socialista ad essa legato, provocò in
tutti questi Paesi coinvolti dalla destabilizzazione, la perdita della
concezione collettiva dello Stato, mentre l’introduzione di un nuovo
sistema economico, dominato dall’instabilità e dall’irregolarità dei
mercati internazionali (a predominanza anglo-americana), ha così
provocato l’immediata perdita di punti di riferimento, lo sbandamento e
la brusca eliminazione di tutti quei cardini etici e morali ritenuti
inalienabili.
Negli anni di Eltsin non era difficile trovare ragazzi in piena
adolescenza stesi per strada con una siringa ancora infilata tristemente
nel braccio, bambini elemosinare lungo la strada per comprarsi
sigarette e alcoolici, poveri senzatetto lasciati morire di freddo nelle
piazze, dinnanzi ai nuovi ricchi pronti a massimizzare i loro guadagni,
esportando in Russia uno stile di vita del tutto analogo a quello dei
“ruggenti” anni Ottanta dell’era Reagan negli Stati Uniti: cocaina,
affari, pornografia a buon mercato.
I vecchi ortodossi dissero che il male era entrato in Russia, sfondando
quella finestra del Paese sull’Occidente, che lo Zar Pietro aveva
leggermente aperto nel XVIII secolo, e che Stalin aveva barricato dopo
il 1945. Noi, ad Ovest, sapevamo già tutto. Avevamo vissuto quella
degenerazione sociale almeno venti anni prima, all’indomani di quel 1968
che se da un lato contribuì ad abbattere vecchie ed insopportabili
concezioni ultra-patriarcali o inutilmente conservatrici all’interno del
sistema-famiglia europeo e nord-americano, dall’altro innescò il
declino della società occidentale, dando vita ad una ingiustificata
devastazione di qualunque elemento tradizionale presente nella società e
di qualunque fattore residuale della “classicità” europea. Come se, per
un brutto voto rimediato ai Promessi Sposi, dovessimo bruciare tutti i
capolavori di Manzoni. Assurdo.
Oggi in Italia le cifre ci dicono che il consumo di cocaina, di
super-alcolici e di cannabis è aumentato spaventosamente negli ultimi
venti anni, procedendo di pari passo con l’eliminazione di ogni tutela
sociale ed economica per i ragazzi dai 18 ai 35 anni, con la diffusione
di stili di vita orientati all’intensificazione etica e pratica
dell’individualismo, dell’edonismo e dell’invidia sociale, e con un
instupidimento collettivo dettato dalla televisione e da nuove mitologie
sociali e virtuali che stanno pian, piano sostituendo – e forse
peggiorando – il ruolo già in gran parte negativo del tubo catodico.
L’allarme lanciato dall’ex ministro De Tullio, sul ritorno di un pesante
analfabetismo tra i giovani, non è affatto sorprendente, e lascia
intendere come, proprio in una delle fasi più declinanti e oscure per il
nostro Paese, anche la società proceda in medesima direzione. Il futuro
è dei giovani. Ma i giovani di oggi sono già vecchi e decrepiti dentro.
E non ci rendiamo conto che riempiendoli di smartphone e social
network, rischiamo seriamente di fare come le popolazioni, di cui
parlava Engels, che sradicavano i boschi in Mesopotamia, in Grecia,
nell’Asia Minore: aumentarono la raccolta di legna e poterono accendere
fuoco in abbondanza, ma così facendo crearono le condizioni per
alluvioni e carestia.
1. F. ENGELS, Dialettica della Natura, 1876
2. Ibidem.
3. IGN, Staadt: ''Nessuno tedesco dell'Est rivorrebbe il Muro ma c'è nostalgia di uguaglianza'', 2009
FONTE