involuzione

involuzione
Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

venerdì 2 marzo 2012

Schiavitù. I fortini della vergogna



di Julio Hernandez *

Fino ad oggi le coste africane mostrano tracce del traffico degli schiavi che ha tolto a questo continente, durante tre secoli, le sue figlie ed i suoi figli più forti e capaci.

Una catena di fortini ed i resti di ciò che furono i punti di concentrazione degli schiavi prima di essere imbarcati verso l’America sono oggi migliaia di chilometri del litorale occidentale, da Senegal fino ad Angola.

Saint Loius e l’Isola di Goree in Senegal, il fortino di Elmina in Ghana, Bonny
in Nigeria e Benguela in Angola, sono alcuni degli scenari di questa indicibile tragedia.

Goree nella baia di Dakar, con meno di un chilometro quadrato di superficie, fu il punto di incarceramento e d’invio degli schiavi tramite una porta conosciuta come il Viaggio senza  Ritorno.

In  Cape Coast, in Ghana, l’antica Costa d’Oro, costruirono il fortino di Elmina, dove erano ammucchiati centinaia di esseri umani prima di  incatenarli con ceppi e di prepararli per il lungo viaggio.

Si calcola che qui ed in altri punti della zona si sia imbarcato più del 10% del totale dei prigionieri, mentre che a Bonny si sia trafficato quasi il 15%, provenienti dalla Nigeria Orientale, da Camerun, da Gabon e dalla Guinea.

Però la questione della tratta è stata più intensa nel Congo ed in Angola, da dove spostarono verso il Nuovo Continente quasi il 40% della cifra totale degli schiavi, soprattutto da Benguela, dove i portoghesi costruirono un fortino nel 1617.

Non esiste ancora un calcolo esatto di quanti africani hanno sofferto la tratta perché secondo diversi storici questa cifra varia tra 10 e 20 milioni, se vengono anche contati i morti nelle cacce umane, dalle malattie e nei viaggi.

Per aumentare i profitti, i commercianti riempivano le navi, mettevano tra 350 e 600 schiavi, perciò durante tre secoli  hanno avuto bisogno in modo permanente di una vera flotta per avviare questo traffico fino all’altro lato dell’oceano.

E questa flotta ha avuto bisogno di mezzi e di uomini per la sua esistenza, tali come arsenali, falegnami, timonieri, marinai e bussole, cioè tutto il necessario per il funzionamento di quel ponte marittimo attraverso l’Atlantico.

Nel 1999 il Consiglio Municipale della città portuaria britannica di Liverpool ha approvato una risoluzione nella quale ha chiesto scusa pubblicamente per il ruolo che giocò durante diversi secoli nei confronti della tratta degli schiavi.

Secondo i calcoli, una di ogni quattro navi che salpavano in questo porto era dedicata esclusivamente a questo tipo di commercio.

Nel 2007 l’allora sindaco di Londra, Ken Livingston, ha avuto un gesto simile e si è lamentato amaramente di che esistono ancora istituzioni nel mondo degli affari che ricevono benefici dalle ricchezze accumulate tramite il traffico degli esseri umani.

Questi piccoli gesti si allontanano dalle scuse formali reclamate agli Stati schiavisti dai paesi africani nella Conferenza Mondiale contro il Razzismo, realizzata a Durban nel 2001, giacché il Regno Unito, il Portogallo, la Spagna, l’Olanda e gli Stati Uniti si sono opposti.

Era molto poco in comparazione con l’irreparabile perdita sofferta, che per tanti autori è la causa principale degli arretrati economici di questo continente fino ai nostri tempi, nonostante le copiose ricchezze naturali che possiede.

Sembra che l’atteggiamento degli antichi colonizzatori risponda al timore di che se loro riconoscono come Stati la loro responsabilità in queste barbarie, potrebbero essere oggetto di domande giudiziali per compensare i paesi vittime di questo traffico.

Ė difficile stimare quanto potrebbe essere una compensazione di questo genere, visto solo dal punto di vista monetario, per coprire le perdite umane dell’Africa.
Gli schiavi venivano comprati a cambio di paccottiglie nelle coste africane e si vendevano dopo in Brasile, nei Carabi ed in America del Nord con uno
straordinario margine di profitto.

Secondo i documenti dell’epoca, uno schiavo era venduto nelle Antille con un profitto di fino al 150% e dopo del trattato d’abolizione del 1817, i profitti potevano essere superiori al 300%.

Ė per ciò che la costruzione di fortini sulle coste africane e di navi per trafficare i negri negli arsenali europei risultava a buon mercato facendo il paragone con le ricchezze ottenute.

Se a questo aggiungiamo i guadagni grazie allo sfruttamento del lavoro schiavo nell’agricoltura e nelle miniere del Nuovo Mondo, la compensazione dovrebbe essere gigantesca.

La mostra migliore del danno causato all’Africa sono i fortini delle potenze coloniali costruiti lungo la costiera che continuano essendo, fino ad oggi, testimoni muti di uno degli episodi più tragici e vergognosi della storia.

*giornalista della Redazione dei Servizi Speciali di Prensa Latina

Fonte

mercoledì 29 febbraio 2012

L'Aquila? Non esiste !!


Situazione ospedaliera in Grecia

Messaggio da un membro dell’Assemblea Generale dei Lavoratori, dall’ospedale cittadino occupato di Kilkis

 

 Un saluto a tutti,

Grazie molto per il vostro interesse e supporto.
L’occupazione del nostro ospedale in Kilkis da parte dei lavoratori è cominciato Martedi, 20 Febbraio, alle ore 08.30 locali. Questa occupazione non riguarda solo noi, i medici ed i lavoratori dell’ospedale di Kilkis. Nè si tratta solo del Sistema Sanitario Nazionale Greco (ESY), che sta crollando, anzi. Ci troviamo in questa lotta perchè ciò che realmente è in pericolo ora sono i diritti umani. E questa minaccia non è solo contro una nazione, o contro alcuni paesi, o alcuni gruppi sociali, ma contro le classi a basso e medio livello in Europa, America Asia, Africa, e in tutto il mondo. Ciò che è oggi in Grecia, è l’immagine del domani in Portogallo, Spagna, Italia  ed il resto dei paesi nel mondo.
I lavoratori all’ospedale di Kilkis e nella maggior parte degli ospedali e dei centri sanitari in Grecia non vengono pagati in tempo ed alcuni di loro vedono i loro stipendi tagliati fino praticamente  a zero. Un mio collega lavoratore e compagno è stato trasferito nella nostra clinica cardiologica in stato di shock, quando si è reso conto che invece di ricevere il solito assegno di 800 euro ( sì, quello è il suo stipendio mensile) da parte dello stato, ha ricevuto una nota che diceva che non solo non gli sarebbe stato pagato nulla per quel mese, ma deve anche restituire 170 euro. Altri lavoratori sono stati pagati solo 9 (nove) euro per questo mese. Quelli di noi che continuano a ricevere un qualche stipendio li sosterranno in ogni modo possibile.
I lavoratori all’ospedale di Kilkis e nella maggior parte degli ospedali e dei centri sanitari in Grecia non vengono pagati in tempo ed alcuni di loro vedono i loro stipendi tagliati fino praticamente  a zero. Un mio collega lavoratore e compagno è stato trasferito nella nostra clinica cardiologica in stato di shock, quando si è reso conto che invece di ricevere il solito assegno di 800 euro ( sì, quello è il suo stipendio mensile) da parte dello stato, ha ricevuto una nota che diceva che non solo non gli sarebbe stato pagato nulla per quel mese, ma deve anche restituire 170 euro. Altri lavoratori sono stati pagati solo 9 (nove) euro per questo mese. Quelli di noi che continuano a ricevere un qualche stipendio li sosterranno in ogni modo possibile.
Questa è una guerra contro il popolo, contro tutta la comunità. Coloro che dicono che il debito pubblico della Grecia è il debito del popolo greco mentono. Non è il debito della gente. E’ stato creato dai governi in collaborazione con i banchieri, al fine di rendere la gente schiava. I prestiti alla Grecia non vengono utilizzati per gli stipendi, le pensioni e l’assistenza pubblica. E’ esattamente il contrario: i salari, le pensioni a l’assistenza sono usati per pagare i banchieri. Stanno mentendo. Contrariamente a quanto dichiarano, non vogliono una società libera dal debito. Creano i debiti loro stessi (con l’aiuto di governi e politici corrotti) per un loro beneficio. Hanno dato alla Grecia un primo ministro banchiere per garantire che il “lavoro” venga fatto correttamente. Il nostro Primo Ministro Lucas Papademos non è sato eletto affatto. E’ stato nominato dalla BCE e dai banchieri, con l’aiuto di politici corrotti Europei e Greci. Questa è la loro interpretazione del termine “democrazia”.
I debiti sono creati dalle banche che creano denaro dal nulla e riscuotono gli interessi, solo perchè i nostri governi hanno dato loro il diritto di farlo. E continuano a dire che quei debiti simo io e tu e i nostri figli e nipoti che dobbiamo pagarli con le nostre risorse personali e nazionali, con le nostre vite. Noi non gli dobbiamo nulla. Al contrario, loro devono al popolo gran parte delle fortune che hanno fatto grazie alla corruzione politica.
Se non apriamo gli occhi su questa verità, diventeremo presto tutti schiavi, lavorando per 200 euro al mese o meno. Questo per quelli di noi che saranno in grado di trovare un lavoro. Nessuna assistenza medica, senza pensioni, senza casa ed affamati, come è il caso oggi per i miei concittadini in Grecia. Migliaia di loro vivono all’aperto e affamati.
Non abbiamo alcuna intenzione di dipingere la realtà con tinte fosche, ma questa è la verità. Questa situazione non è dovuta per causa di un’incidente finanziario o monetario o per un’errore. E’ l’inizio della brutta fase di un lungo processo che segue con cura un piano progettato, un processo che si è avviato decenni fa.
Dobbiamo combattere insieme contro questo piano neo liberista. E questo è ciò che, a Kilkis ed in tante città in tutto il mondo, facciamo ora.
Per il momento, non stiamo considerando l’apertura di un conto per le donazioni. Potremmo, tuttavia aver bisogno di farlo in pochi mesi o settimane, se la situazione peggiora. Ciò di cui abbiamo bisogno oggi più di tutto è il sostegno morale e pubblicità. Le lotte locali di tutto il mondo vanno fatte conoscere e sostenute massicciamente se vogliamo vincere la guerra contro il sistema corrotto. Se potete pensare ad eventuali altri modi per diffondere le nostre notizie ed idee, sarebbe grandioso.
Potete contattarci a enosi.kilkis@yahoo.gr
Ancora una volta, non possiamo ringraziarvi abbastanza per i vostri pensieri e le vostre gentili parole.
Vostra,
Leta Zotaki, direttore del dipartimento di radiologia, Ospedale di Kilkis
presidente dell’Unione dei Dottori Ospedalieri di Kilkis (ENIK).

FONTE