involuzione
Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio
venerdì 20 aprile 2012
mercoledì 18 aprile 2012
Monti,Fornero,Passera ed ora Clini,ministri o artisti geniali?
di Alessandro Iacuelli
Nelle scorse settimane, l'Ispra ha pubblicato il rapporto annuale sui rifiuti speciali nel nostro Paese, relativo ai dati del 2009. Un corposo rapporto di 443 pagine che racconta in modo dettagliato quanti sono i nostri rifiuti non domestici, come li smaltiamo, quali sono i flussi. I dati non sono affatto confortanti, anzi per certi versi mostrano un segnale preoccupante: dopo tre anni di andamento decrescente, nel 2009 i valori pro capite di rifiuti non derivanti dal consumo sono tornati a crescere (+0,9%), e non è certo confortante la quantità complessiva di rifiuti speciali prodotta: è di quasi 130 milioni di tonnellate, per la precisione 128,5, di cui i non pericolosi sono 52,6 milioni di tonnellate.
Centotrenta milioni di tonnellate significa il quadruplo dei rifiuti solidi urbani prodotti dall'intero Paese, con buona pace per chi crede ancora che i problemi della gestione dei rifiuti riguardino gli RSU, o la raccolta differenziata. Occorre anche tenere conto che la cifra pubblicata dall'Ispra è sottostimata, essendo desunta dai MUD, i moduli cartacei con i quali le aziende dichiarano quanti rifiuti sono stati generati dalle loro attività produttive, di conseguenza non si tiene conto dei milioni di tonnellate che sono stati "evasi", che non sono stati contabilizzati attraverso i MUD, e che sono andati ad ingrossare il volume di affari delle ecomafie.
Scendendo in dettaglio, i settori che hanno maggiormente prodotto rifiuti speciali non pericolosi risultano essere quello delle costruzioni e demolizioni e quello delle attività manifatturiere, con percentuali pari rispettivamente al 49,8% e 25,8% del totale. Per quanto riguarda i rifiuti pericolosi ed i tossico-nocivi, questi derivano tutti dai settori della metallurgia, della chimica e della farmaceutica.
Si tratta di rifiuti non prodotti dai consumi quotidiani dei cittadini, ma di rifiuti generati durante la produzione delle merci che verranno poi distribuite, rifiuti prodotti già a monte del ciclo di consumo. 130 milioni di tonnellate significa poco oltre le due tonnellate all'anno per ogni singolo cittadino italiano. Decisamente troppo per un Paese con poco spazio e con pochi impianti di smaltimento adeguati, come il nostro.
Un dato del genere, in un qualsiasi Paese civile, dovrebbe far riflettere sui processi industriali usati in Italia, e soprattutto spingere verso investimenti che possano migliorare quegli stessi processi, spesso antiquati, nella direzione di una riduzione dello spreco di materiali in fase produttiva. Un dato del genere dovrebbe spingere industrie come quella chimica, giusto per fare un esempio generico, a migliorare i cicli produttivi e a considerare poco convenienti quei processi dove il 30% della materia prima divene prodotto commerciabile, ed il rimanente 70% diviene già rifiuto durante la fase di produzione.
Invece
in Italia, anche se amiamo definirci un Paese civile, avviene in questi
giorni qualcosa di diverso, per inventare come smaltire, o meglio far
sparire, questi 130 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, prodotti
un solo anno. In Italia succede che il ministro Corrado Clini presenta
un disegno di legge che autorizza l'uso di rifiuti speciali per produrre
cemento, che verrà poi usato per costruire strade, viadotti, ferrovie,
abitazioni, scuole ed ospedali. Usare rifiuti nei cementifici, per
produrre materiale edile. Proprio da noi, dove abbiamo già avuto
scandali di rifiuti tossici nascosti negli impasti per la costruzione di
edifici, come a Treviso, o di autostrade come la Bre.be.mi.
Ad un recente convegno dell'Aitec Nomisma, il ministro Clini nel suo intervento ha dichiarato: "Vareremo entro fine mese un decreto che prevede l'impiego di combustibili solidi secondari nei processi industriali, in particolare nel settore del cemento, che aiuterà anche molte regioni ad uscire dallo stato di emergenza".
Da un lato, l'affermazione fa piacere: finalmente si ammette che nelle regioni, non solo la Campania, dove vanno avanti lunghe e pericolose emergenze rifiuti, la causa non è quella della cattiva gestione dei rifiuti urbani, che sono incredibilmente pochi rispetto alla montagna di rifiuti speciali che produciamo, dall'altro lato, si traccia una strada altrettanto pericolosa: l'uso come combustibile dei rifiuti speciali, e non si specifica quali, in centrali, cementifici e magari in futuro anche termovalorizzatori.
Secondo Clini, questa mossa risolverebbe il problema dello smaltimento dei rifiuti speciali e constrasterebbe il predominio della criminalità organizzata nel settore. In pratica, la mossa "geniale" di Clini è quella di fare concorrenza alle ecomafie: se loro bruciano i rifiuti tossici in tanti roghi abusivi in campagna, perchè non legalizzare questa pratica?
Il
passo successivo, una volta varato il decreto legge, è facilmente
prevedibile senza fare ricorso a sfere di cristallo: tra i codici CER
che possono essere bruciati in quei cementifici che già ora non sono
precisamente dei luoghi dove viene praticata la salvaguardia ambientale,
verranno inclusi i tre codici relativi alle ormai celebri ecoballe
sparse sul territorio campano e non solo.
E poi? E poi solo la fantasia potrà mettere un limite ad una cosa che in nessuna parte del mondo si fa: l'incenerimento dei rifiuti industriali, che per loro natura chimico-fisica sono troppo più pericolosi dei rifiuti urbani.
L'augurio, per ora, è che su un simile decreto, non di smaltimento ma di avvelenamento sistematico del territorio e della popolazione, si sviluppi un movimento di protesta e di opposizione che per portata politica e sociale dovrebbe assumere proporzioni maggiori di altri movimenti già visti, a cominciare di no-tav, nel frattempo restiamo in attesa di vedere il decreto che varerà il ministero, e relativi regolamenti attuativi.
FONTE
Nelle scorse settimane, l'Ispra ha pubblicato il rapporto annuale sui rifiuti speciali nel nostro Paese, relativo ai dati del 2009. Un corposo rapporto di 443 pagine che racconta in modo dettagliato quanti sono i nostri rifiuti non domestici, come li smaltiamo, quali sono i flussi. I dati non sono affatto confortanti, anzi per certi versi mostrano un segnale preoccupante: dopo tre anni di andamento decrescente, nel 2009 i valori pro capite di rifiuti non derivanti dal consumo sono tornati a crescere (+0,9%), e non è certo confortante la quantità complessiva di rifiuti speciali prodotta: è di quasi 130 milioni di tonnellate, per la precisione 128,5, di cui i non pericolosi sono 52,6 milioni di tonnellate.
Centotrenta milioni di tonnellate significa il quadruplo dei rifiuti solidi urbani prodotti dall'intero Paese, con buona pace per chi crede ancora che i problemi della gestione dei rifiuti riguardino gli RSU, o la raccolta differenziata. Occorre anche tenere conto che la cifra pubblicata dall'Ispra è sottostimata, essendo desunta dai MUD, i moduli cartacei con i quali le aziende dichiarano quanti rifiuti sono stati generati dalle loro attività produttive, di conseguenza non si tiene conto dei milioni di tonnellate che sono stati "evasi", che non sono stati contabilizzati attraverso i MUD, e che sono andati ad ingrossare il volume di affari delle ecomafie.
Scendendo in dettaglio, i settori che hanno maggiormente prodotto rifiuti speciali non pericolosi risultano essere quello delle costruzioni e demolizioni e quello delle attività manifatturiere, con percentuali pari rispettivamente al 49,8% e 25,8% del totale. Per quanto riguarda i rifiuti pericolosi ed i tossico-nocivi, questi derivano tutti dai settori della metallurgia, della chimica e della farmaceutica.
Si tratta di rifiuti non prodotti dai consumi quotidiani dei cittadini, ma di rifiuti generati durante la produzione delle merci che verranno poi distribuite, rifiuti prodotti già a monte del ciclo di consumo. 130 milioni di tonnellate significa poco oltre le due tonnellate all'anno per ogni singolo cittadino italiano. Decisamente troppo per un Paese con poco spazio e con pochi impianti di smaltimento adeguati, come il nostro.
Un dato del genere, in un qualsiasi Paese civile, dovrebbe far riflettere sui processi industriali usati in Italia, e soprattutto spingere verso investimenti che possano migliorare quegli stessi processi, spesso antiquati, nella direzione di una riduzione dello spreco di materiali in fase produttiva. Un dato del genere dovrebbe spingere industrie come quella chimica, giusto per fare un esempio generico, a migliorare i cicli produttivi e a considerare poco convenienti quei processi dove il 30% della materia prima divene prodotto commerciabile, ed il rimanente 70% diviene già rifiuto durante la fase di produzione.
Ad un recente convegno dell'Aitec Nomisma, il ministro Clini nel suo intervento ha dichiarato: "Vareremo entro fine mese un decreto che prevede l'impiego di combustibili solidi secondari nei processi industriali, in particolare nel settore del cemento, che aiuterà anche molte regioni ad uscire dallo stato di emergenza".
Da un lato, l'affermazione fa piacere: finalmente si ammette che nelle regioni, non solo la Campania, dove vanno avanti lunghe e pericolose emergenze rifiuti, la causa non è quella della cattiva gestione dei rifiuti urbani, che sono incredibilmente pochi rispetto alla montagna di rifiuti speciali che produciamo, dall'altro lato, si traccia una strada altrettanto pericolosa: l'uso come combustibile dei rifiuti speciali, e non si specifica quali, in centrali, cementifici e magari in futuro anche termovalorizzatori.
Secondo Clini, questa mossa risolverebbe il problema dello smaltimento dei rifiuti speciali e constrasterebbe il predominio della criminalità organizzata nel settore. In pratica, la mossa "geniale" di Clini è quella di fare concorrenza alle ecomafie: se loro bruciano i rifiuti tossici in tanti roghi abusivi in campagna, perchè non legalizzare questa pratica?
E poi? E poi solo la fantasia potrà mettere un limite ad una cosa che in nessuna parte del mondo si fa: l'incenerimento dei rifiuti industriali, che per loro natura chimico-fisica sono troppo più pericolosi dei rifiuti urbani.
L'augurio, per ora, è che su un simile decreto, non di smaltimento ma di avvelenamento sistematico del territorio e della popolazione, si sviluppi un movimento di protesta e di opposizione che per portata politica e sociale dovrebbe assumere proporzioni maggiori di altri movimenti già visti, a cominciare di no-tav, nel frattempo restiamo in attesa di vedere il decreto che varerà il ministero, e relativi regolamenti attuativi.
FONTE
martedì 17 aprile 2012
Saccheggio sistematico?
Italy’s gold exports to Switzerland soared 35% year over year in February, after already increasing 65% in 2011 to 120 tonnes.
Somehow BBC attempts to spin this into positive news for Italy and a sign of recovery for the nation, claiming ‘Experts
say improvements in the trade deficit could be a sign that Prime
Minister Mario Monti’s economic reforms are starting to take effect.’
We take that back. An exponential pick up in Italy’s gold exports
clearly is a sign that ex- Goldman Sachs Senior Adviser and leading
Bilderberg Group member Mario Monti’s ‘economic reforms’ are starting to
take effect.
And by effect, we mean the looting of the Italian people.
Italian exports of gold ingots to Switzerland have soared in recent months, data has shown.
Exports to Switzerland were 35.6% higher than in February 2011
“mainly because of sales of non-monetary raw gold”, statistics agency
Istat said.This followed a 34.6% year-on-year rise in exports to Switzerland in January…
Experts say improvements in the trade deficit could be a sign that Prime Minister Mario Monti’s economic reforms are starting to take effect.
Read more:
While Monti hasn’t agreed to donate Italy’s vast gold reserves to his bankster buddies just yet, rest assured that this is coming once the Italian debt crisis reaches a climax.
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