Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere. Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose. Norberto Bobbio
Due
anni fa, la fotografa canadese Jen Tse è arrivata a Bucarest e ha osato entrare
con la sua macchina fotografica nelle fogne della capitale della Romania dove, spinta
dalla miseria causata dalle istituzioni del regime capitalista due
decenni fa, vi è una vera e propria città esclusa ed emarginata della
superficie del mondo. Qui ha fatto una serie di fotografie agli abitanti del buio, e ascoltato le
loro storie di violenza, droga, freddo, malattie e solitudine. Una
è quella di Mihaela Iordan, 31 anni, che da tempo ha smesso di sentire la
puzza fastidiosa dei canali d'acqua sotterranei e ha imparato a convivere con topi, pulci e rifiuti
fecali. E più di un decennio che vive nelle fogne.Accanto
a lei vive il suo fidanzato, Mario, che è diventato un residente del
sottosuolo della capitale spinto dalla povertà iperbolica causata dalla
terapia d'urto neoliberista applicata contro i rumeni negli anni novanta
e dalla sua tossicodipendenza , ognuno per sé è la disumana
insolidarieta inculcata come ideologia. Accanto
a loro, una realtà nascosta di centinaia di bambini provenienti da
famiglie povere che vivono in strada o sotto di esse nella capitale della
capitalista Romania.Molti
ricordano ancora i tempi in cui la disoccupazione, era un'idea
incredibile, sembravano fantascienza le voci provenienti da ovest, o quando
le strade erano un luogo di lavoro e di piacere, e non per la sofferenza
e la criminalità. Nel
rigido inverno di Bucarest, i tubi che portano l'acqua
calda nelle case dalle centrali elettriche nella periferia sono il posto migliore
per i diseredati e miserabili. Molte di queste PERSONE che vivono nelle fogne, condividondole con i topi, non hanno mai conosciuto un'altra casa , solo con un improbabile cambiamento di regime, probabilmente, potranno conoscere un altro stile di vita.
Jen Tse è una fotografa di Toronto, Canada.Attualmente vive a Copenhagen, in Danimarca.Potete vedere altre foto in questo video , opera realizzata dalla fotografa stessa.
9 / 4 / 2014 Il
29/08/2012 sono stata contatta dal prof. Colloretti. Mi aveva
invitato in un bar al Campo del Ghetto di Venezia per un appuntamento
per parlare riguardo lo spettacolo legato alla Giornata europea della
Comunità ebraica. La sig.ra Willson Alexandra mi aveva chiesto se
posso registrare la prova dello spettacolo e presentare il materiale
al prof. Colloretti così lui potrà fare la pianta luci, e se in
seguito posso registrare e montare le riprese dello spettacolo. Avevo
risposto affermativo, però avevo chiesto di essere pagata per il mio
lavoro. “Come Dio comanda.” La sig.ra Willson mi aveva risposto:
"Ma, certo!" Giorno
dopo avevo registrato la prova, prof. Corrado Calimani era presente,
mi aveva fornito un cavo elettrico. Ho montato il materiale e lo
presentato al prof. Colloretti su un cd giorno dopo per la prova
delle luci nella Sala di San Leonardo a Venezia. 02/09/2012 avevo
registrato lo spettacolo, e lo messo disponibile al pubblico
26/09/2012 al indirizzo: https://www.youtube.com/watch?v=pr1qYMHKg-M
. Sono passate due anni, dal “Ma, certo.” ma io ancora non ho ricevuto un soldo.
Mi sono rivolta al
Ispettorato di lavoro a Mestre, loro non volevano accettare la
denuncia, visto che l'ente morale Comunità ebraica non registra i
spettacoli teatrali. Mi sono rivota al Tribunale di Venezia, loro mi
hanno chiesto il contratto, però io il contratto non avevo mai
ricevuto dal Ente morale Comunità ebraica, dalla morale sig.ra
Willson, dal morale prof. Calimani Corrado che alla fine nei e-mail
si è mostrato demente, nemmeno dal prof. Le Moli - IUAV (non se ne
parla del morale). Visto che lo spettacolo “Giornata europea della
cultura ebraica 2012” era stata organizzata in collaborazione con
lo IUAV, prof. Le Moli aveva un suo ruolo. Avevo iscritto lo IUAV
2008 perché ero entusiasmata dalla messa in scena Der kaukasische
Kreidekreis di Brecht, da Ezio Toffolutti. Ero veramente meravigliata
con il fatto che i studenti potevano fare una messa in scena così
bella. Quando io avevo iscritto lo IUAV di Toffolutti non cera più
nemmeno una T. Peccato. Era un mucchio di professori, se fossi stati
cercati da Interpol, non sono certa che sarebbero trovati. Se io vado
a vendere questi prodotti di cultura creati allo IUAV, non mi
sorprenderei se i spettatori mi chiedono i soldi per guardare questi
spettacoli. 2012 io non ero più studentessa, avevo dato il mio.
Sottolineo che avevo imparato molto poco. Le video riprese ed editing
non cerano nel mio programma. Tra l'altro nel programma dello IUAV-
Scienze e tecniche del teatro era scritto che i studenti si preparano
per essere Direttori, Registi, Scenografi, Costumografi. Cera una
figlia di uno che ha trovato lavoro, altre dovevano fare le cortesie
per poter essere prese come comparse, cerano anche le studentesse che
finivano al reparto di psichiatria del Ospedale Civile di Venezia,
per varie proposte di sesso. Resto non lavora in senso
Costituzionale. Prof. Le Moli dal suo piedistallo soltanto gira la
testa e dice: “Cosa cercavano, questo trovavano.” Io avevo chiesto soldi
per il lavoro che avevo fatto. Non è un crimine chiedere di essere
pagati per il lavoro. Crimine è non pagare il lavoratore, anche se
si tratta di un Ente morale come la Comunità ebraica di Venezia,
anche se si tratta dei onorevoli professori come prof. Le Moli o
prof. Corrado Calimani, btw. Anche mio zio è morto nel Auschwitz e
non rompo i coglioni a nessuno, per non raccontare la storia di mio
Babbo, anche adesso ho i problemi con il fascismo croato, e non ti
rompo i coglioni con questo, pensa che sarei a Venezia, se a Zagabria
fossi El Dorado? Perciò cari morali Le Moli, Calimani, Willson
smettete di giocare con me a ping pong e pagate mi il mio lavoro.
Visto che nel spettacolo
fatte le lodi aI Rothschild's, i soldi per voi sono importanti, però
dietro la video camera ero io no Rothscihld, e visto che la Comunità
ebraica e lo IUAV per questo e simili eventi prende i finanziamenti
europei, regionali e comunali, la scusa di non avere i soldi è poco
credibile. Tra l'altro siete tutti occupati alle varie posizioni, a
differenza di me e simili a me – tropi simili, potete pagarmi anche
dalla tasca vostra. Prego che il mio lavoro sia pagato, come Dio
comanda. Anche Dio ebraico.
Willson
mi aveva chiamato per il lavoro. Mi aveva promesso il pagamento. Io
avevo chiesto soldi per il lavoro che avevo fatto. Non è un crimine
chiedere di essere pagati per il lavoro. Crimine è non pagare il
lavoratore, anche se si tratta di un Ente morale come la Comunità
ebraica di Venezia, anche se si tratta dei onorevoli professori come
prof. Le Moli o prof. Corrado Calimani, btw. Anche mio zio è morto nel
Auschwitz e non rompo i coglioni a nessuno, per non raccontare la storia
di mio Babbo, anche adesso ho i problemi con il fascismo croato, e non
ti rompo i coglioni con questo, pensa che sarei a Venezia, se a Zagabria
fossi El Dorado? Perciò cari morali Le Moli, Calimani, Willson smettete
di giocare con me a ping pong e pagate mi il mio lavoro.
Cronaca di una realtà
evitata dalla stampa egemonica
I neonazisti pattugliano Kiev
di Unai Aranzadi
(*)
E’
mezzanotte e la
colonna di incappucciati esce da una delle strade che sboccano in
piazza dell’Indipendenza, oggi meglio conosciuta come “Euromaidan”. Sono
circa sessanta, con uniformi militari, giubbetti
antiproiettile, sbarre d’acciaio, caschi e anche cartuccere che
potrebbero contenere pistole.
Qui
è dove lo scorso 21
novembre iniziarono le proteste a favore dell’associazione
dell’Ucraina alla Unione Europea, che finirono col colpo di Stato contro
Viktor Yanukovich, un presidente eletto ma
corrotto.
Secondo
Oleksander, un
vicino che applaude al passaggio di quella che lui chiama “brigata
dei lottatori”, l’attività di questi uomini che si sono ribellati con le
armi comincia alle dodici e finisce alle sei di
mattina, e come, questa “brigata”, ore prima si potevano vedere
facilmente altre colonne dei diversi gruppi di ultradestra che dominano
la zona per tutte le ventiquattro ore.
“Si
dividono tutto il
centro storico di Kiev per evitare la presenza di stranieri,
comunisti, omosessuali e russi”, afferma quest’uomo che dice di essere
“un semplice difensore di un’Ucraina unita e disciplinata che
ha bisogno di ordine e onore”.
Da
alcuni giorni si
possono già vedere in internet i video di violente “operazioni di
pulizia” portate a termine da questi gruppi contro semplici passanti,
personaggi pubblici e persino contro un blindato
dell’esercito, che girano il centro della città con la bandiera di
Svoboda, il partito neonazista che oggi è al governo con un vice primo
ministro, tre ministri, il procuratore generale dello
Stato e cinque governatori di provincie, oltre altre decine di
importanti incarichi pubblici con responsabilità nello Stato.
“Ma
loro non sono gli
unici che stanno lottando. Noi siamo altrettanto patrioti di loro o
di più. Di fatto molti militanti di Svoboda sono venuti nel nostro
movimento”. Mykola, che è incaricato di “evitare che vengano
spie straniere” in piazza dell’Indipendenza, veste un’uniforme
militare, dice di nascondere una Makarov 9mm e ha una radio trasmittente
sul petto. E’ membro del nuovo partito Pravy Sektor
(Settore Destro) e si avvicina a interrogare “chiunque possa essere
ritenuto una minaccia per la rivoluzione che abbiano cominciato”.
Sereno, nonostante un alito che distilla vodka, enumera le
alleanze che fino a questo momento li hanno aiutati. “L’Unione
Europea ci è stata favorevole e sarebbe bene entrarci più avanti, per
questo alcuni mettono le stellette intorno al nostro scudo
nazionale. Ma noi siamo una terza via, sì, all’interno della NATO. Se gli americani ci appoggiano, potremmo lottare persino contro la
Russia”.
Il
partito
nazionalsocialista Svoboda, anche se in questo momento vive il punto
più alto della sua storia, fin dal principio degli anni ’90 ha al suo
attivo la partecipazione nelle istituzioni (sotto le
sigle di partito “nazionale, sociale”), ma altri, come Pravy Sektor,
sono stati fondati nel fuoco delle prime proteste europeiste dello
scorso novembre, e si stima che oggi contino su 5.000
membri addestrati e ben equipaggiati con le loro caratteristiche
uniformi militari. Ciò nonostante, fin dalla fine dell’anno scorso,
hanno beneficiato di un’articolazione, di finanziamenti e di
una crescita difficili da spiegare e attribuiti dall’ex capo dei
servizi segreti, Alexander Yakimenko, “all’ovvio arrivo di donatori
stranieri che, attraverso alcune ambasciate, hanno distribuito
grandi quantità di denaro. Questo è stato dimostrato dalle loro
visite alle ambasciate come quella della Polonia e degli Stati Uniti, e
da come si cambiavano i dollari intorno a piazza
Maidan”.
Migliaia
di giubbetti
antiproiettili a 1.200 dollari l’uno, equipe di radio per
comunicare, rancio per sfamare tutte le loro “brigate” o i fucili con
mirino telescopico che hanno utilizzato durante lo “Euromaidan”
presuppongono una spesa considerevole, cosa in contraddizione con la
realtà di gruppetti sorti dalla marginalità e dalla disoccupazione.
Proprio in una di queste mense, “la patriota Sofiya” –
come la chiamano i suoi compagni – serve zuppa, caffè e panini ai
militanti di guardia. Quando le si domanda chi finanzia queste mense che
forniscono cibo e bevande 24 ore al giorno a poche
migliaia di neonazi, risponde con un secco “molta gente ci vuol
bene, dentro e fuori”.
La
piazza dello
“Euromaidan” è un rosario di tende da campo color kaki,
rimorchi-caldaia dell’esercito che servono a scaldare i paramilitari,
barricate alte come case, fuochi dove si cucina 24 ore su 24 ed
edifici occupati in cui le sentinelle sono giovani e adulti con
elmetti militari, passamontagna e rosari all’avambraccio. All’entrata di
quello che prima era un edificio dell’amministrazione
pubblica, gli uomini di Pravy Sektor che lo occupano sono già
ubriachi, e hanno lasciato scudi e manganelli su sacchi di terra che,
come trincee, proteggono l’entrata. Sovreccitati, ognuno di
loro ha la sua versione di quanto è successo durante quella che
chiamano “rivoluzione”, e anche se quasi tutti sono favorevoli a
continuare l’alleanza con gli USA o con la Germania (paesi che
hanno avuto e tornano ad avere un legame diretto con questi gruppi
ultras); altri preferiscono mantenere relazioni internazionali di più
basso profilo, che chiamano “solidarietà delle nazioni
europee” alludendo alle alleanze che sono state costruite dopo aver
ricevuto la visita di gruppi emergenti neonazisti come i Nordisk Ungdom
di Svezia, il NOD della Germania e lo Jobbik d’Ungheria
tra altre dozzine di organizzazioni di estrema destra che hanno
fatto di Kiev la loro nuova Mecca.
A pochi metri da qui,
dietro il check point
paramilitare che, in mancanza di autorità legale, controlla uno degli
accessi alla piazza, Vasyl vende ricordi della
“rivoluzione ucraina”, come souvenirs di Svoboda, bandiere
dell’Ucraina mescolate a quelle dell’Unione Europea e gagliardetti di
Pravy Sektor. I compratori di questa simbologia ultranazionalista
non sono tanto gli skinheads venuti da tutto il mondo, o gente con
l’uniforme locale, ma famiglie con bambini, visitatori di provincia e
alcuni giovani che dicono di non essere d’accordo con
Pravy Sektor o Svoboda, “anche se sono patrioti e in un certo senso
li capiamo”, assicura Nataliya, studentessa di belle arti e acceso
difensore “dei valori rappresentati dall’Unione
Europea”.
Uno
dei prodotti che si
vende di più in questi posti è l’effige che, nella nuova Kiev, ha
spodestato lo scarso culto ancora reso alla figura di Lenin. Si tratta
di Stepan Bandera, eroe nazionale per gran parte del nuovo
Governo e fondatore dell’ “Esercito Insorto Ucraino”, il
raggruppamento armato che durante la 2° Guerra Mondiale collaborò con i
nazisti tedeschi nello sterminio dei polacchi, dei comunisti e
soprattutto degli ebrei, il collettivo minoritario più
contradditorio del nuovo Governo.
Giorni
dopo che un leader
di Pravy Sektor, Aleksandr Muzychko – morto settimana scorsa in uno
scontro a fuoco ancora da chiarire – facesse un discorso incendiario,
kalashnikov in mano, sugli ebrei, Reuven Din El,
l’ambasciatore di Israele, ha avuto una riunione con Dmytro Yprosh
(altra testa pubblica di Pravy Sektor), regolando con qualche tipo di
accordo non rivelato ogni possibile confronto tra la
comunità ebrea e gli ultra-destri che oggi governano il paese.
In
questo senso, la
“Agenzia di Notizie Ebrea” arriva ancor più in là, pubblicando
informazioni (che quotidiani come Haaretz hanno anche diffuso) secondo
le quali vari membri legati all’esercito israeliano sono
stati agli ordini di Svoboda durante i combattimenti
nell’Euromaidan, segnalando una piccola unità israeliana chiamata “i
caschi azzurri” di origine ucraina (come tanti israeliani), il che ha
faclitato la loro perfetta mimetizzazione nella società.
Il
loro leader, un ex
militare che parlando in lingua ebraica non ha voluto dire se è
andato a Kiev come contrattista del governo sionista o come volontario,
ha dichiarato “Non appartengo a Svoboda anche se ho operato
ai suoi ordini. Per me sono come fratelli, e non dimentichiamo che
nelle proteste c’erano molti ebrei”: contraddizione estrema, confermata
fin da dicembre dal quotidiano conservatore Jerusalem
Post, che ha pubblicato un reportage in cui affermava che “giovani
ebrei di organizzazioni internazionali hanno fornito appoggio logistico,
e organizzativo, alle barricate”.
L’incontro
tra
l’ambasciatore israeliano a Kiev con Dymitro Yprosh (che è avvenuto
poco prima di quello di Netanyahu con Obama alla Casa Bianca), è
possibile sia servito non solo a contenere qualsiasi eventuale
attacco senza controllo contro membri della comunità ebraica, ma
anche a trattare il tema della “sicurezza” come una strategia locale di
partecipazione internazionale, visto che oggi Dymitro
Yarosh è non solo un alto dirigente di Pravy Sektor, ma anche
segretario alla Sicurezza Nazionale, in fondo responsabilità di grande
interesse per Stati Uniti ed Europa
Occidentale.
Già
di prima mattina, in
vari angoli della “Euromaidan”, dove le scritte delle SS (una chiara
allusione alle Waffen-SS di Hitler) sono meno frequenti, alcune strade
oscure sono controllate da “piccole unità patriottiche”
di quattro o cinque uomini in stato di ubriachezza, come quella
comandata questo sabato mattina dal giovane Bodan. “A volte abbiamo
discussioni con loro, ma quasi tutta la polizia confida in noi.
Dove ci siamo noi non si ruba, non ci sono crimini ma ordine e
rispetto per la vera Legge”. Alla domanda su qual è la vera legge,
risponde: “Noi siamo la legge. Abbiamo la procura dello Stato con
Svoboda, la direzione della sicurezza nazionale con Pravy Sektor e
Ihor Tenyukh, anche lui di Svoboda, come Ministro della Difesa. Che vuoi
di più?”.
La
banda paramilitare
continua la sua erratica strada, in cerca di qualcosa da fare. Nella
zona non si vede polizia, solo un’auto di pattuglia vuota, che loro
trattano come se fosse loro. Neppure si trova neanche un
decimo di tutta quella stampa straniera che, da questa piazza e da
queste strade, ha legittimato “la rivoluzione” contro il governo
precedente.
Così il fascismo si
accampa a suo piacimento a Kiev, senza polizia che lo fermi o stampa che lo denunci.
(*) Videoreporter indipendente basco, specializzato in
diritti umani e conflitti armati;da: rebelion.org; 31.3.2014.
(traduzione di Daniela TrollioCentro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni)
Dnepropetrovsk (Ucraina orientale). Un gruppo di
neonazisti di Pravy Sektor marcia incolonnato inneggiando al comandante
delle Ss Galizien Stepan Bandera. Una coppia che passa da quelle parti
li contesta. I due vengono inseguiti e il ragazzo accerchiato e
picchiato
Lviv (Ucraina occidentale). Bande di neonazisti
spadroneggiano per le strade terrorizzando i passanti. A un ragazzo
viene fatto togliere il cappotto rosso e gli vengono chiesti i
documenti. Una volta a terra il cappotto gli viene sporcato di nero con
bombolette spray.