involuzione

involuzione
Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

martedì 15 marzo 2016

SUBUMANI !!

Non solo massacrano popoli e distruggono Stati ma se ne vantano pure ed in perfetto stile mafioso si rimpallano  pubblicamente a vicenda sicuri di impunità"errori" e "malfunzionamenti" della  loro strategia omicida senza uno straccio di pentimento anzi queste esternazioni servono solo per il rilancio di un ennesimo più incisivo ed efficace massacro.                                           
                                                                                               
                                             Da vomitare !! 







Il continuo deteriorarsi della situazione in Libia sta facendo emergere insolite recriminazioni e scambi di accuse tra i governi occidentali che hanno pianificato e partecipato alla distruzione del paese nord-africano dopo il rovesciamento pilotato del regime di Gheddafi nel 2011. Ad intervenire sulla questione è stato recentemente lo stesso presidente americano, Barack Obama, che in un’intervista rilasciata al mensile The Atlantic ha respinto ogni responsabilità per il disastro causato in Libia, attribuendone invece l’intera colpa ai suoi colleghi europei, rei di non avere rivolto sufficiente attenzione alla crisi sulle sponde del Mediterraneo.

L’intervista è stata ampiamente riportata soprattutto dalla stampa britannica visti i riferimenti al presunto atteggiamento del primo ministro, David Cameron, accusato da Obama di essersi lasciato distrarre da altre questioni dopo la campagna di bombardamenti NATO sulla Libia.

Se la posizione di presidente degli Stati Uniti comporta per colui che la ricopre una sostanziosa dose di doppiezza e ipocrisia, quella mostrata da Obama nell’intervista sulla Libia è apparsa comunque fuori dall’ordinario. La responsabilità per avere ridotto deliberatamente il paese più stabile, socialmente avanzato e ricco dell’interno continente africano in un inferno settario, dove regnano la violenza, il caos e l’anarchia, è da assegnare infatti principalmente proprio all’amministrazione Obama e ai suoi piani strategici difficilmente definibili se non criminali.

Ciò non toglie, ovviamente, che i governi di Londra e Parigi abbiano assistito e manovrato essi stessi senza scrupoli per mettere in atto un piano che prevedeva fin dall’inizio il cambio di regime a Tripoli, possibilmente eliminando fisicamente il sempre più scomodo leader libico, con cui peraltro avevano fatto affari nel recente passato.

Tuttavia, la pianificazione della “rivolta”, così come la manipolazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU, che nel marzo del 2011 diede il via libera alle operazioni militari, e queste ultime, patrocinate dalla NATO, hanno visto nel ruolo di protagonisti assoluti proprio gli Stati Uniti di Obama, rendendo la sua amministrazione responsabile di quanto accaduto in seguito.

Obama ha ammesso genericamente che, riguardo alla gestione USA della crisi libica, vi è “spazio per qualche critica”, ma essa va riferita esclusivamente al fatto che egli ha avuto fin troppa fiducia negli europei per la gestione del dopo-guerra. La direzione dell’attacco di Obama ai suoi alleati va letta anche come una sorta di invito ad adoperarsi in maniera concreta per far fronte al dilagare del caos nel paese nord-africano e, soprattutto, contribuisce ad alimentare il mito di un approccio troppo cauto delle potenze europee come causa della crisi in atto.

Nel ripercorrere le tappe obbligate del manuale del cambio di regime forzato tramite intervento militare “umanitario”, Obama ha poi assicurato che Washington aveva “messo in atto il piano nel migliore dei modi” in Libia, ottenendo il necessario mandato dell’ONU e mettendo assieme una coalizione internazionale disposta a seguire le indicazioni di Washington.

L’intervento militare NATO, al costo di 1 miliardo di dollari (definito “molto economico” da Obama se confrontato con altre avvenute belliche USA) per il presidente “ha evitato l’uccisione di civili su larga scala” e quella che sarebbe stata “quasi sicuramente una prolungata e sanguinosa guerra civile”.

Nonostante la falsificazione che ne fa Obama, l’esecuzione del piano fu tutt’altro che perfetta, dal momento che l’intervento  NATO fece decine di migliaia di morti per prevenire una strage di civili che nessuna prova concreta ha mai dimostrato fosse sul punto di essere messa in atto dal regime. Secondo il presidente americano, però, la situazione della Libia appare oggi disastrosa per ragioni che non hanno a che fare con questa impresa criminale, bensì con il mancato impegno dei propri alleati per stabilizzare la situazione.

Da parte britannica, la risposta alle accuse di Obama è sembrata essere quella molto prudente di un sottoposto con il proprio padrone. Un portavoce del governo di Londra ha servilmente affermato che la Gran Bretagna “condivide il giudizio del presidente USA circa le sfide che pone la Libia” e confida nello sforzo con i partner internazionali per sostenere un processo che porti a un governo stabile in questo paese.

L’atteggiamento di Londra è rimasto fin troppo misurato nonostante Obama abbia ricordato un ulteriore motivo di critica  al governo Cameron. L’inquilino della Casa Bianca ha addirittura rivelato come la “relazione speciale” tra i due paesi è stata a rischio dopo che il governo Conservatore si era mostrato poco disponibile ad aumentare tempestivamente le spese militari fino al 2% del PIL, come richiesto da Washington a tutti i membri NATO per far fronte alle necessità dell’imperialismo USA.

Durante il summit dei G-7 nel giugno 2015, Obama aveva chiesto a Cameron di mantenere gli impegni in questo senso, apostrofandolo con parole non troppo garbate. L’invito aveva comunque ottenuto gli effetti sperati, visto che il Cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, responsabile di devastanti tagli alla spesa sociale in questi anni, un mese dopo avrebbe incluso l’aumento delle spese militari nella sua nuova proposta di bilancio.

Il rammarico per il sostanziale fallimento o le complicazioni in cui si risolvono le politiche basate sul rovesciamento di regimi sgraditi attraverso interventi militari diretti o la creazione a tavolino di movimenti di protesta o “rivoluzionari”, ha spinto Obama nella medesima intervista a The Atlantic ad assegnare allo stesso Cameron parte della responsabilità anche per la mancata aggressione contro la Siria nell’agosto del 2013.

In quell’occasione, gli Stati Uniti e i loro alleati in Europa e in Medio Oriente erano riusciti a fabbricare un casus belli per rimuovere Assad con la forza, ovvero orchestrando un attacco con armi chimiche in Siria, condotto con ogni probabilità dai “ribelli” armati, e attribuendone la responsabilità al regime di Damasco.

L’episodio doveva rappresentare lo scavalcamento da parte di Assad di una “linea rossa” fissata proprio da Obama e che avrebbe giustificato una nuova operazione militare contro un regime nemico. I piani di Washington andarono però in frantumi principalmente a causa della fortissima ostilità popolare, negli USA e non solo, per un’altra guerra di aggressione in Medio Oriente.

Obama sostiene che uno dei fattori decisivi nella clamorosa marcia indietro che dovettero fare gli Stati Uniti, quando i piani militari erano già pronti, fu l’incapacità di Cameron di assicurarsi una maggioranza in Parlamento a favore dell’intervento militare. In realtà anche negli Stati Uniti il Congresso non fu in grado di garantire all’amministrazione Obama un voto per dare il via libera alla guerra in Siria, avviata comunque in seguito con il pretesto di combattere lo Stato Islamico (ISIS).

In merito nuovamente alla Libia, non solo gli Stati Uniti furono assieme alla Francia e alla Gran Bretagna i primi responsabili della guerra di aggressione, fondamentalmente per ragioni legate al controllo delle risorse energetiche del paese e per neutralizzare gli sforzi di unificazione pan-africana di Gheddafi in chiave anti-imperialista, ma su di loro pesa principalmente anche la colpa per il disastro che ne è seguito.

Per cominciare, gli Stati Uniti, così come i loro alleati, non disponevano di un piano efficace per stabilizzare il paese - e di riflesso l’intero Nordafrica - pur sapendo, o dovendo sapere, quale era il groviglio tribale dal potenziale esplosivo che caratterizzava la realtà libica.





In maniera ancora più grave, infine, gli Stati Uniti hanno utilizzato la Libia come un vero e proprio incubatore e fonte di approvvigionamento del fondamentalismo jihadista in Siria con l’identico scopo di rovesciare un regime la cui unica colpa è quella di intralciare le mire egemoniche americane.

Queste decisioni si sono talvolta trasformate in un boomerang, come aveva dimostrato l’assalto alla rappresentanza diplomatica degli Stati Uniti a Bengasi l’11 settembre 2012, operato da un gruppo di guerriglieri che, con ogni probabilità, aveva lavorato per Washington contro Gheddafi; durante l'attacco venne ucciso l’ambasciatore Christopher Stevens e altri tre cittadini americani del servizio di sicurezza.

Il livello di sconsideratezza di simili politiche, peraltro ben radicate nelle pratiche più o meno clandestine di Washington per fare i conti con i propri rivali, hanno finito per aggravare ancora di più la situazione in Libia, dove oggi, oltre allo scontro tra due governi contrapposti, in cui confluiscono una miriade di clan e fazioni, sono presenti migliaia di militanti dell’ISIS.

Se, dunque, personaggi come Cameron o, forse ancor più, l’ex presidente francese Sarkozy, meriterebbero senza dubbio un posto sul banco degli imputati in un ipotetico processo per crimini di guerra in Libia, è altrettanto indiscutibile che il ruolo di primo piano spetterebbe di gran lunga proprio a quell’Obama che cerca oggi di scaricare le responsabilità del disastro sui propri alleati.

 di Michele Paris
FONTE 

venerdì 11 marzo 2016

Un No forte alla guerra e alla NATO, domani 12 marzo in decine di città italiane

Questo movimento è il risveglio di una coscienza sociale
che va oltre il semplice pacifismo, che è consapevole dei rischi di
un’escalation bellica. Una coscienza antimperialista alimentata dalle
condizioni di precarietà e dalla nuova povertà diffusa perché da lì
provengono i protagonisti del movimento che gridano il loro no alla guerra e alla NATO, no all’austerity, no al governo Renzi, che riaffermano la solidarietà sociale e di classe, che non ha confini ma solo muri da abbattere.

Questo movimento domani 12 marzo sarà in piazza in decine di città italiane.

martedì 8 marzo 2016

perchè la LOTTA ALLA DROGA non sia LOTTA DI CLASSE

Drugs are dangerous, but current narcotics policies are an even bigger threat because punishment is given a greater priority than health and human rights. It's time for regulations that put lives and safety first, argues former UN Secretary-General Kofi Annan. 

 Secondo la mia esperienza, una buona politica pubblica è meglio modellarla secondo un'analisi spassionata di ciò che in pratica ha funzionato, o meno. Una Policy sulla base di ipotesi comuni e sentimenti popolari può diventare una ricetta per  prescrizioni sbagliate e interventi fuorvianti.
In nessun luogo questo divorzio tra retorica e realtà è più evidente che nella formulazione delle politiche sulle droghe a livello mondiale, in cui troppo spesso le emozioni e l'ideologia piuttosto che le prove hanno prevalso.
Prendiamo il caso dell'uso medico della cannabis. Osservando con attenzione le prove da parte degli Stati Uniti, ora sappiamo che legalizzare l'uso della cannabis per scopi medici non è, come gli avversari sostenevano,che ha portato ad un aumento del suo uso da parte degli adolescenti. Al contrario, vi è stato una quasi triplicazione delle morti americane per overdose di eroina tra il 2010 e il 2013, anche se la legge e le sue severe punizioni  rimangono invariate.
Quest'anno, tra il 19-21 aprile , l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite terrà una sessione speciale sulla droga e il mondo avrà la possibilità di cambiare rotta. Mentre ci avviciniamo all'evento, dobbiamo chiederci se siamo sulla giusta strada  politica. Più in particolare, cosa possiamo fare in merito a ciò che l'Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine ha chiamato le "conseguenze non intenzionali" delle politiche degli ultimi 50 anni, che hanno contribuito, tra le altre cose, a creare un vasto mercato criminale internazionale di farmaci che alimentano la violenza, la corruzione e l' instabilità? Basti pensare ai 16.000 omicidi in Messico nel 2013, molti dei quali sono direttamente collegati al traffico di droga.
Una guerra ai popoli
A livello globale, la "guerra alla droga"  è fallita. Alcuni stimano che far rispettare il divieto globale costa almeno $ 100 miliardi (€ 90,7 miliardi) all'anno, ma ben 300 milioni di persone  oggi fanno uso di droghe in tutto il mondo, contribuendo ad un mercato illegale globale con un fatturato di $ 330.000.000.000 all' anno, uno dei più grandi mercati di materie prime del mondo.
Il divieto ha avuto scarso impatto sia sull' offerta che sulla domanda di droga. Quando le forze dell'ordine colpiscono in una zona, la produzione di droga semplicemente si sposta in un'altra regione o paese,il traffico di droga si sposta verso un'altra strada e ai consumatori di passare ad un farmaco diverso. Né ha il divieto  ridotto notevolmente l'uso . Gli studi sono costantemente riusciti a dimostrare l'esistenza di un legame tra la durezza delle leggi sulla droga di un paese e suoi livelli di consumo di droga. La criminalizzazione e la punizione delle persone che fanno uso di droga , le carceri sovraffollate, significano che la guerra alla droga è, in misura significativa, una guerra contro i consumatori di droga - una guerra sulle persone.
L'Africa è purtroppo un esempio di questi problemi. La Commissione dell'Africa occidentale in materia di droga, che la mia fondazione convocato, ha riferito l'anno scorso che la regione è ormai diventata non solo un importante punto di transito tra i produttori dell'America Latina e dei consumatori in Europa, ma una zona in cui il consumo è in aumento. Il denaro derivante dalla droga, e la criminalità ad esso associati, sta favorendo la corruzione e la violenza. La stabilità dei paesi e le regione nel suo complesso sono in pericolo.
Credo che i farmaci hanno distrutto molte vite, ma le politiche  sbagliate dei governi ne hanno distrutte molte di più. Noi tutti vogliamo proteggere le nostre famiglie dal danno potenziale dei farmaci. Ma se i nostri figli sviluppano un problema di droga, sicuramente li vorremo  curati come pazienti che necessitano di trattamento e non bollati come criminali.
Kofi Annan
Kofi Annan
Smettere di stigmatizzare e cominciare ad aiutare 
La tendenza in molte parti del mondo di stigmatizzare e incarcerare i tossicodipendenti ha impedito a molti di cercare cure mediche. In quali altri settori della sanità pubblica possiamo criminalizzare i pazienti che hanno bisogno di aiuto? misure punitive hanno inviato molte persone in prigione, dove il loro uso di droga è peggiorata. Una fedina penale di un giovane per un reato di droga minore può essere una minaccia molto maggiore per il loro benessere che l'uso di droga occasionale.
L'intento originale della politica sulle droghe, secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sugli stupefacenti, è stato quello di proteggere la "salute e il benessere del genere umano." Abbiamo bisogno di riorientare la politica internazionale e nazionale su questo obiettivo fondamentale.
Questo ci impone di prendere quattro passaggi critici.
In primo luogo, dobbiamo depenalizzare l'uso personale di droga. L'uso di droghe è nocivo e di riduzione di tali danni è un compito per il sistema sanitario pubblico, non i tribunali. Questo deve essere accoppiato con il rafforzamento dei servizi di trattamento, soprattutto nei paesi a medio e basso reddito.
In secondo luogo, dobbiamo accettare il fatto che un mondo libero dalla droga è un'illusione. Dobbiamo concentrarci invece sulla necessità di garantire che le droghe causino il danno minore possibile. misure di riduzione del danno, come i programmi di scambio di aghi, possono fare la differenza. La Germania ha adottato tali misure nella fase iniziale e il livello di infezioni da HIV tra i consumatori di stupefacenti per via parenterale è vicino al 5 per cento, rispetto a oltre il 40 per cento in alcuni paesi che respingono questo approccio pragmatico.
In terzo luogo, dobbiamo guardare alla regolamentazione e all'istruzione pubblica, piuttosto che la soppressione totale dei farmaci, che sappiamo non funzionerà. Le misure adottate con successo per ridurre il consumo di tabacco (una dipendenza molto potente e dannosa) mostra ciò che può essere raggiunto. Si tratta di regolazione e di educazione, senza la minaccia del carcere, che ha tagliato il numero dei fumatori in molti paesi. tasse più alte,  restrizioni alla vendita e  campagne anti-fumo efficaci hanno dato i risultati giusti.
La vendita legale di cannabis è una realtà che è iniziato con la California legalizzando la vendita di cannabis per uso medico nel 1996. Da allora, 22 stati degli Stati Uniti e alcuni paesi europei hanno seguito l'esempio. Altri sono andati ancora più in là. Un'iniziativa elettore che ha ottenuto la maggioranza alle urne ha consentito in Colorado di legalizzare la vendita di cannabis per uso ricreativo. L'anno scorso, il Colorado ha raccolto circa 135 milioni di $ in tasse e diritti di licenza relativi alle vendite di cannabis legale. Altri hanno preso strade meno commerciali. Gli utenti di Cannabis Social Club della Spagna possono crescere e acquistare cannabis attraverso organizzazioni non commerciali di piccole dimensioni. E il Canada dal prossimo anno sembra destinato a diventare il primo paese del G7 per regolare la vendita di cannabis.
Regolamento legale tutela la salute
iniziali tendenze  ci mostrano che dove la cannabis è stata legalizzata, non c'è stata alcuna esplosione nell' uso di droga o di criminalità ad essa connessa. La dimensione del mercato nero è stato ridotto e migliaia di giovani sono stati risparmiati da dannosi precedenti penali. Ma un mercato regolamentato non è un mercato libero. Dobbiamo riflettere attentamente attraverso ciò che occorre regolamentare, e cosa no. Mentre la maggior parte l'uso di cannabis è occasionale, moderata e non associata a notevoli problemi, è comunque proprio a causa dei suoi potenziali rischi che ha bisogno di essere regolato.
E quindi, il quarto e ultimo passo è quello di riconoscere che i farmaci devono essere regolati proprio perché sono rischiosi. E 'tempo di riconoscere che i farmaci sono infinitamente più pericolosi se sono lasciati esclusivamente nelle mani di criminali che non hanno preoccupazioni circa la salute e la sicurezza. la regolamentazione giuridica tutela la salute. I consumatori devono essere consapevoli di ciò che stanno prendendo ed avere informazioni chiare sui rischi per la salute . I governi devono essere in grado di regolare i fornitori e le prese in base a quanto danno un farmaco può causare. I farmaci più rischiosi non devono mai essere disponibile "over the counter", ma solo tramite prescrizione medica per le persone registrate come utenti dipendenti, come già sta succedendo in Svizzera.
Le prove scientifiche e la nostra preoccupazione per la salute e i diritti umani devono plasmare la politica sulle droghe. Questo significa fare in modo che un minor numero di persone muoiano per overdose  e che i consumatori occasionali non finiscano in prigione dove i loro problemi di droga peggiorano. E 'tempo per un approccio più intelligente mettendo la salute a base della politica sulle droghe.
E 'tempo per i paesi, come la Germania, che hanno adottato politiche migliori a casa loro, a sostenere con forza per il cambiamento della politica all'estero. La sessione speciale dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite sul problema mondiale della droga sarebbe un buon punto di partenza.
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Kofi Annan, 77, ha servito come segretario generale delle Nazioni Unite dal 1997 al 2006. Nel 2001, è stato insignito del premio Nobel per la pace. Oggi, Annan vive a Ginevra, dove dirige la Fondazione Annan Kofi, lavorare per un mondo più pacifico e sicuro.

http://www.spiegel.de/international/world/kofi-annan-on-why-drug-bans-are-ineffective-a-1078402.html