Franco Berardi Bifo
http://www.looponline.info/index.php/component/content/article/644-mantra-del-sollevarsi-15-ottobre-e-dintorni
Il 15 febbraio del 2003 centomilioni di persone sfilarono nelle strade
del mondo per chiedere la pace, per chiedere che la guerra contro l’Iraq
non devastasse definitivamente la faccia del mondo. Il giorno dopo il
presidente Bush disse che nulla gli importava di tutta quella gente (I
don’t need a focus group) e la guerra coIl 15 febbraio del 2003 centomilioni di persone sfilarono nelle strade
del mondo per chiedere la pace, per chiedere che la guerra contro l’Iraq
non devastasse definitivamente la faccia del mondo. Il giorno dopo il
presidente Bush disse che nulla gli importava di tutta quella gente (I
don’t need a focus group) e la guerra cominciò. Con quali esiti
sappiamo.
Dopo quella data il movimento si dissolse, perché era un
movimento etico, il movimento delle persone per bene che nel mondo
rifiutavano la violenza della globalizzazione capitalistica e la
violenza della guerra.
Il 15 Ottobre in larga parte del mondo è sceso in piazza un movimento
similmente ampio. Coloro che dirigono gli organismi che stanno affamando
le popolazioni (come la BCE) sorridono nervosamente e dicono che sono
d’accordo con chi è arrabbiato con la crisi purché lo dica educatamente.
Hanno paura, perché sanno che questo movimento non smobiliterà, per la
semplice ragione che la sollevazione non ha soltanto motivazioni etiche o
ideologiche, ma si fonda sulla materialità di una condizione di
precarietà, di sfruttamento, di immiserimento crescente. E di rabbia.
La
rabbia talvolta alimenta l’intelligenza, talaltra si manifesta in forma
psicopatica. Ma non serve a nulla far la predica agli arrabbiati,
perché loro si arrabbiano di più. E non stanno comunque ad ascoltare le
ragioni della ragionevolezza, dato che la violenza finanziaria produce
anche rabbia psicopatica.
Il giorno prima della manifestazione del 16
in un’intervista pubblicata da un giornaletto che si chiama La Stampa
io dichiaravo che a mio parere era opportuno che alla manifestazione di
Roma non ci fossero scontri, per rendere possibile una continuità della
dimostrazione in forma di acampada. Le cose sono andate diversamente, ma
non penso affatto che la mobilitazione sia stata un fallimento solo
perché non è andata come io auspicavo.
Un numero
incalcolabile di persone hanno manifestato contro il capitalismo
finanziario che tenta di scaricare la sua crisi sulla società. Fino a un
mese fa la gente considerava la miseria e la devastazione prodotte
dalle politiche del neoliberismo alla stregua di un fenomeno naturale:
inevitabile come le piogge d’autunno. Nel breve volgere di qualche
settimana il rifiuto del liberismo e del finazismo è dilagato nella
consapevolezza di una parte decisiva della popolazione. Un numero
crescente di persone manifesterà in mille maniere diverse la sua rabbia,
talvolta in maniera autolesionista, dato che per molti il suicidio è
meglio che l’umiliazione e la miseria.
Leggo che alcuni si
lamentano perché gli arrabbiati hanno impedito al movimento di
raggiungere piazza San Giovanni con i suoi carri colorati. Ma il
movimento non è una rappresentazione teatrale in cui si deve seguire la
sceneggiatura. La sceneggiatura cambia continuamente, e il movimento non
è un prete né un giudice. Il movimento è un medico. Il medico non
giudica la malattia, la cura.
Chi è disposto a scendere in strada
solo se le cose sono ordinate e non c’è pericolo di marciare insieme a
dei violenti, nei prossimi dieci anni farà meglio a restarsene a casa.
Ma non speri di stare meglio, rimanendo a casa, perché lo verranno a
prendere. Non i poliziotti né i fascisti. Ma la miseria, la
disoccupazione e la depressione. E magari anche gli ufficiali
giudiziari.
Dunque è meglio prepararsi all’imprevedibile. E’
meglio sapere che la violenza infinita del capitalismo finanziario nella
sua fase agonica produce psicopatia, e anche razzismo, fascismo,
autolesionismo e suicidio. Non vi piace lo spettacolo? Peccato, perché
non si può cambiare canale.
Il presidente della Repubblica dice che è
inammissibile che qualcuno spacchi le vetrine delle banche e bruci una
camionetta lanciata a tutta velocità in un carosello assassino. Ma il
presidente della Repubblica giudica ammissibile che sia Ministro un uomo
che i giudici vogliono processare per mafia, tanto è vero che gli firma
la nomina, sia pure con aria imbronciata. Il Presidente della
Repubblica giudica ammissibile che un Parlamento comprato coi soldi di
un mascalzone continui a legiferare sulla pelle della società italiana
tanto è vero che non scioglie le Camere della corruzione. Il Presidente
della Repubblica giudica ammissibile che passino leggi che distruggono
la contrattazione collettiva, tanto è vero che le firma. Di conseguenza a
me non importa nulla di ciò che il Presidente giudica inammissibile.
Io
vado tra i violenti e gli psicopatici per la semplice ragione che là è
più acuta la malattia di cui soffriamo tutti. Vado tra loro e gli
chiedo, senza tante storie: voi pensate che bruciando le banche si
abbatterà la dittatura della finanza? La dittatura della finanza non sta
nelle banche ma nel ciberspazio, negli algoritmi e nei software. La
dittatura della finanza sta nella mente di tutti coloro che non sanno
immaginare una forma di vita libera dal consumismo e dalla televisione.
Vado
fra coloro cui la rabbia toglie ragionevolezza, e gli dico: credete che
il movimento possa vincere la sua battaglia entrando nella trappola
della violenza? Ci sono armate professionali pronte ad uccidere, e la
gara della violenza la vinceranno i professionisti della guerra.
Ma mentre dico queste parole so benissimo che non avranno un effetto superiore a quello che produce ogni predica ai passeri.
Lo
so, ma le dico lo stesso. Le dico e le ripeto, perché so che nei
prossimi anni vedremo ben altro che un paio di banche spaccate e
camionette bruciate. La violenza è destinata a dilagare dovunque. E ci
sarà anche la violenza senza capo né coda di chi perde il lavoro, di chi
non può mandare a scuola i propri figli, e anche la violenza di chi non
ha più niente da mangiare.
Perché dovrebbero starmi ad ascoltare, coloro che odiano un sistema così odioso che è soprattutto odioso non abbatterlo subito?
Il
mio dovere non è isolare i violenti, il mio dovere di intellettuale, di
attivista e di proletario della conoscenza è quello di trovare una via
d’uscita. Ma per cercare la via d’uscita occorre essere laddove la
sofferenza è massima, laddove massima è la violenza subita, tanto da
manifestarsi come rifiuto di ascoltare, come psicopatia e come
autolesionismo. Occorre accompagnare la follia nei suoi corridoi
suicidari mantenendo lo spirito limpido e la visione chiara del fatto
che qui non c’è nessun colpevole se non il sistema della rapina
sistematica.
Il nostro dovere è inventare una forma più efficace
della violenza, e inventarla subito, prima del prossimo G20 quando a
Nizza si riuniranno gli affamatori. In quella occasione non dovremo
inseguirli, non dovremo andare a Nizza a esprimere per l’ennesima volta
la nostra rabbia impotente. Andremo in mille posti d’Europa, nelle
stazioni, nelle piazze nelle scuole nei grandi magazzini e nelle banche e
là attiveremo dei megafoni umani. Una ragazza o un vecchio pensionato
urleranno le ragioni dell’umanità defraudata, e cento intorno
ripeteranno le sue parole, così che altri le ripeteranno in un mantra
collettivo, in un’onda di consapevolezza e di solidarietà che a cerchi
concentrici isolerà gli affamatori e toglierà loro il potere sulle
nostre vite (anche togliendo i nostri soldi dai conti correnti delle
loro banche come suggerisce Lucia).
Un mantra di milioni di persone fa crollare le mura di Gerico assai più efficacemente che un piccone o una molotov.