involuzione

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Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

venerdì 22 luglio 2011

Intervista rilasciata da Seif El Islam Gheddafi a un giornale arabo

El Khabar (Algéria – 10/7/11)*

RAMDANE BELAMRI
RAMDANE BELAMRI: Seif El Islam, iniziamo con l’argomento che sta maggiormente a cuore all’opinione pubblica internazionale: a che punto sono i negoziati con l’opposizione di Bengasi?
SEIF EL ISLAM GHEDDAFI: «In realtà, i veri negoziati sono con la Francia, non con i ribelli. Tramite un mediatore speciale che ha incontrato il presidente francese, abbiamo ricevuto un chiaro messaggio da Parigi. Il presidente francese ha detto molto schiettamente al nostro inviato che “siamo noi ad avere creato questo Consiglio e senza il sostegno, i capitali e le armi francesi, esso non esisterebbe neppure”. I gruppi ribelli ci hanno contattato attraverso canali egiziani. Li abbiamo incontrati al Cairo, dove si è tenuto un round di negoziati, ma non appena i francesi hanno avuto notizia di questo incontro hanno detto al gruppo di Bengasi: “Noi vi appoggiamo, ma se vi saranno altri contatti con Tripoli senza che ce ne informiate o alle nostre spalle interromperemo immediatamente ogni sostegno…”. Tutti i negoziati devono dunque svolgersi passando attraverso la Francia. Hanno anche aggiunto: “Noi non facciamo questa guerra per disinteresse e senza contropartita alcuna. In Libia abbiamo interessi commerciali precisi e il governo di transizione dovrà approvare vari contratti”. Si riferiscono ai contratti relativi agli aerei Rafale, ma anche ai contratti della Total».

Perché non avete divulgato all’opinione pubblica i documenti che dimostrano i finanziamenti alla campagna di Sarkozy?
«Beh, non utilizziamo tutte le carte a nostro favore in un colpo solo! Abbiamo più di un asso nella manica e lo utilizzeremo al momento opportuno».
A che punto sono le mediazioni internazionali? Qual è la situazione al momento, soprattutto dopo la visita del mediatore russo che ha preso atto della realtà dei fatti e dopo l’incontro tra il presidente della Nato e il presidente russo Medvedev, e ancora l’incontro di quest’ultimo con il presidente sudafricano Jacob Zuma, il mediatore della controparte?
«Prima di tutto vorrei fare alcune precisazioni: tutto la comunità internazionale si è fatta beffe di loro sulla stampa. Hanno mentito al mondo intero dichiarando che lo stato libico aveva ucciso migliaia di manifestanti e bombardato la popolazione civile. Il mondo oggi sa che si trattava soltanto di menzogne. L’organizzazione Human Rights Watch ha confermato che si trattava di informazioni fasulle. Anche Amnesty International ha dichiarato che si trattava di menzogne, e dal canto suo il Pentagono ha condotto un’inchiesta interna, giungendo anch’esso alla conclusione che si trattava  soltanto di menzogne».
Ritorniamo alle mediazioni internazionali: a che punto sono?
C’è una road map africana sulla quale concordano tutti. Noi vogliamo organizzare le elezioni e arrivare a un governo di unità nazionale. Siamo disposti a svolgere le elezioni sotto il controllo delle organizzazioni internazionali, e a varare una nuova Costituzione, ma i ribelli si rifiutano di accettare tutto ciò. Perché? Perché noi non abbiamo ancora trovato un accordo con Parigi».
A Sebha il colonnello Gheddafi venerdì ha parlato ai suoi sostenitori e ha minacciato di vendicarsi e di inviare kamikaze in Europa. Non temete di essere assimilati ai terroristi?
«Prima di tutto è nostro diritto attaccare gli stati che ci attaccano e che uccidono i nostri bambini. Hanno ammazzato il figlio di Muammar Gheddafi, ne hanno distrutto la casa e ucciso i famigliari. Non c’è una sola famiglia in Libia che non sia stata vittima degli attacchi della Nato. É per questo motivo che siamo in guerra: è stata la Nato a iniziare. Che ora se ne assuma le conseguenze».
Seif El Islam, si candiderà alle elezioni della futura Libia?
«Nel 2008 sono ufficialmente uscito dalla politica libica. Da allora e fino all’inizio della crisi ho vissuto lontano dal paese, in Cambogia… Sono tornato in Libia all’inizio di questi avvenimenti. Ero fuori dalla politica, ma dopo quanto è accaduto in Libia, ormai,  è tutto cambiato. Ora le cose stanno diversamente: abbiamo assistito a tradimenti, giochi di interesse e tentativi di colonizzazione. Non vedo perché non dovrei candidarmi. A questo punto ogni opzione è aperta».
Alcuni ipotizzano una spartizione della Libia. Il primo ministro inglese David Cameron ha già dichiarato che è necessario dividere il Sahara libico. Che cosa ne pensa?
«Sì, esiste un piano inglese per procedere alla spartizione della Libia. Tale piano prevede che l’ovest e il sud vadano alla Francia, l’est alla Gran Bretagna, e infine che a Tobruk sorga una base militare britannica. Tutto ciò non è certo un segreto, ma si tratta soltanto di velleità colonizzatrici che non si concretizzeranno».
Che cosa rappresenta per lei l’Algeria?
«In tutta sincerità, se lo chiede a un libico qualsiasi le risponderà che gli algerini sono molto simili ai libici. Purtroppo, come avrà sicuramente avuto modo di constatare, l’unico paese arabo preso di mira dai fuorilegge è proprio l’Algeria. Con gli algerini abbiamo qualcosa di preciso in comune:  loro hanno lottato contro la Francia in passato; noi lo stiamo facendo adesso… La mediazione dell’Algeria è ben accetta, in quanto essa ha sempre rivestito un ruolo unificante. Vorrei precisare che le posizioni dei paesi arabi sono vergognose, mentre l’Algeria è tra i pochi paesi arabi ad avere assunto una posizione completamente diversa. Il popolo libico non lo dimenticherà, mai, ed è per questo che la mediazione algerina è gradita ai fini della riconciliazione tra i fratelli libici».
Vuole aggiungere ancora qualcosa? Esprimere un’ultima idea?
«Vorrei che la comunità internazionale prestasse molta attenzione a quello che sta accadendo in Libia, dove è in corso una delle più grandi campagne di disinformazione e distorsione dei fatti. Gli europei e gli stessi americani hanno riconosciuto questa verità. I media hanno creato molti scandali, mai esistiti. Vogliamo rivolgerci alla comunità internazionale e metterla in guardia dalle immagini trasmesse dai canali satellitari e da Internet: sono fotomontaggi, sono montature. Uno di questi giorni la verità salterà fuori!».
Traduzione di Anna Bissanti
* http://fr.elkhabar.com/?L-Algerie-n-est-pas-un-peuple-de


FONTE

Support for Muammar al Gaddafi from the people of Serbia

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