involuzione

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Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

domenica 14 ottobre 2012

NOBEL ALL'UE, 100MILA CAROTE AL RE DI BASTONI

NOBEL ALL'UE, 100MILA CAROTE AL RE DI BASTONI:  dal blog di Fulvio Grimaldi




“Per oltre sei decenni hanno contribuito al progresso della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in  Europa. (Motivazione del Premio Nobel per la Pace all’Unione Europea. Jugoslavi, somali, iracheni, afghani, libici, siriani, da sottoterra o sottovita, si spellano le mani)

Quando si avvicinerà la fine dei tempi, gli uomini saranno ammaliati dal demonio e passeranno le loro giornate davanti a delle immagini tremolanti. (S.Giovanni, Apocalisse)

Ciò che pensiamo, o che sappiamo, o che crediamo e, in fondo, di scarsa rilevanza. E’ rilevante ciò che facciamo. (John Ruskin)

Nessuno ha fatto un errore più grande di colui che non ha fatto niente perché poteva solo fare poco. (Edmund Burke)

Io so che quando il grande potere menerà il colpo per dividere l’umanità in appena due fazioni opposte, io sarò dal lato della gente comune. (Che Guevara)


Unione Europea, premio Nobel per la Pace. Ovvio, no? Come diceva Tacito: “Hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato pace”. E l’insegna dovrebbe abbagliarci, tanto da non farci accorgere che questa Unione di 27 cosche della criminalità organizzata in cravatta si va salutariamente disfacendo sotto la forza centrifuga di chi ha capito che la propria salvezza sta nella sovranità del suo Stato. Oggi. E forse, domani, in un’Europa liberata dalle élites e dai loro metodi. C’è chi con un Nobel ad assassini e bancarottieri fraudolenti si stupisce, si schernisce, nitrisce improperi. Perché mai? Qual è la sorpresa? Nobel l’Obama delle 7 guerre, degli elenchi degli assassinandi, dello stupro dei diritti civili e sociali a casa sua e fuori. Nobel Kissinger, che infilava dittatori necrofagi  nel corpo agonizzante dell’America Latina. Nobel Begin, che da terrorista stragista sotto mandato britannico è passato a killer seriale di arabi vicini e  lontani. Nobel Churchill, alla luce di quanto ha fatto con i gas nelle colonie dell’impero e col fosforo alle città tedesche. Nobel Aung San Suu Kyi, da vent’anni al servizio della Cia per vendere il suo paese alle multinazionali. Nobel retroattivi in vista a Gengis Khan, Hitler (che Oslo prese effettivamente in considerazione!), Goffredo di Buglione e a Landrù. Come potevano negare, in questo mondo da Lewis Carroll, un Nobel a chi ha mutilato il continente disintegrando la Jugoslavia, a chi si è impegnato nella decimazione degli afghani, libici, siriani, a chi, senza carote alcune, ma con la ricca varietà di bastoni del suo armamentario repressivo, sta conducendo una guerra all’ultimo sangue contro la propria società? Più Nobel della pace di così!


In dirittura d’arrivo per Oslo sono ora Draghi, Monti-Fornero-Saramas-Sarkozy-Hollande-Rajoy, tutti ex-equo. Se toccasse all’Italia, nessuno toglierebbe la precedenza a Napolitano Si vedrà chi, marciando sul tappeto di corpi serbi, afghani, iracheni, libici, siriani, palestinesi, affiancato dalle urne funebri del welfare e del diritto domestici, farà fuori più gente in eccedenza. Una bella gara. E’ già in vista il trampolino iraniano.


Quello del meno carote e più bastone, quelli delle carote dell’anima de li mortacci tuoi. E domani del bastone-boomerang


Io di parole d’ordine, dette anche slogan, così precise, di valenza tattica e strategica, con l’esatta individuazione di responsabilità e responsabili, quindi con un contenuto programmatico alternativo implicito, nelle varie manifestazioni di questi anni, sindacali, viola, partitiche, di categorie operaie, le avevo raramente sentite. Molte riprendevano i messaggi al potere e ai suoi scagnozzi e la volontà di innescare e condurre lo scontro fino in fondo, di anni lontani, infinitamente più freschi e luminosi di quelli attuali. Coloro che ancora tremano al ricordo del decennio nel quale al confortevole collaborazionismo colliso-colluso del PCI con il già allora feroce e corrotto clero-massonico-mafio-capitalismo, diranno che questo rifiuto radicale dell’esistente e questi obiettivi di una catarsi costi quel che costi (“Siamo pronti a tutto”, se interpretato bene, e non nel senso disperato delle autocombustioni, è la cosa migliore che una classe operaia logorata e addomesticata ha espresso da molto tempo), sa di sterile nostalgia, di polveroso reducismo, addirittura di conservatorismo. E delle manifestazioni degli studenti medi in decine di città italiane riferiranno al massimo quello che gli piace riferire anche dei pastori sardi, degli operai dell’Alcoa o e di quelli non irretiti da Riva dell’Ilva: un po’ di disperazione, una lacrima sul ciglio, un accenno di rabbia. Si sa che queste sofferenze sono indispensabili al bene di tutti, ci evitano il “baratro” (un altro, visto che in uno, vero, ci hanno già cacciato) e poi non si intravvede una lucetta in fondo al tunnel? Lo dice il “tecnico”. Peccato che quel tunnel sia lungo qualche generazione. Anzi, per lor signori è lungo quanto lo spazio e il tempo e la lucetta in fondo e solo un miraggio, come di un’oasi che non c’è.


Di una luce vera sono arrivati i riverberi da Grecia, Spagna e Portogallo, ma anche da mille altri posti della resistenza e del contrattacco, Damasco, Caracas, Kabul, Quito, La Paz, la Wall Street degli Occupy, e hanno percosso le pareti di un tunnel in cui tante migliaia di ragazzi si sono infilati da prospettarne la disintegrazione. Io il 12 ottobre degli studenti ero con quelli di Roma, diecimila, quasi tutti delle medie, con una coda CGIL. Appropriatamente in coda. Altro che le processioni delle buone maniere, o quelle delle geremiadi. Qui c’era energia, di mente e di corpo, c’era fiducia in se stessi e determinazione, c’era l’allegria dell’ottimismo della volontà, ma, per Giove, anche della ragione. E, dunque, della visione. “Son ragazzi!” si sente auspicare da destra a “sinistra”, dalle marmotte inbernate nei loro anfratti, dai predatori che mimetizzano con carote le trappole per prede da finire con i bastoni, come assicurato da uno scherano che i boss hanno fatto ministro dell’istruzione. “Son ragazzi” salmodiano preti, irridono clown, si rassicurano domatori. Ma sono quelli che, da sempre, fuoco di paglia qui, fuoco di paglia là, finiscono con l’innescare un incendio che incenerisce i cavernicoli di un perenne “nuovo” che risale a quando Caino fregò l’eredità ad Abele. Il 27 ottobre a Roma, “anti Monti day” (tanto per farsi capire anche fuori di qui), si vedrà se questo “fuoco di paglia” rischiarerà la vista ai giocatori per quei tackle agli avversari, bari del compra-vendita di partite, che porti a un gol. La partita è lunga, ma un primo gol rincuora. E poi, dopo la Grecia, la Spagna, gli Usa, che hanno saputo alzare l’asticella dello scontro, arrivano pian piano anche gli altri. Ultima , dopo il Cile dei tre anni di battaglie per l’istruzione, gli studenti e indigeni honduregni anti-golpe che non si fanno ingabbiare nella scelta istituzionale di sindacalisti e politicanti, la Colombia della Marcha Patriotica,  delle Farc che hanno costretto al negoziato il regime oligarchico, dei 300mila dell’altro giorno contro la distruzione di scuole e università. Forse, anziché “maledetta primavera”, potremo cantare benedetto autunno caldo.

 Colombia

Hanno svuotato, grazie a un rappresentante dei cittadini fattosi sovrano di sudditi e che ha messo in campo un’armata di mutanti da sterminio, la già scarsa bombola d’ossigeno che, aperto il rubinetto dalla Costituzione, ci faceva respirare qualche alito di democrazia. Gli apparati di regime addetti alle investigazioni hanno soffiato alla magistratura rivelazioni di scandali e ruberie, saputi da sempre (come i covi dei Riina e dei Provenzano), per il duplice scopo di consentirsi tagli di autonomie e di soldi, onde azzerare ogni istanza intermedia autonoma tra cittadini e cupola criminale (circoscrizioni, comuni, comunità, provincie, regioni), e per mimetizzare dietro alla crapula dei ladri di polli le proprie carneficine dei diritti e dei beni di tutti coloro che o schiavi, o nessuno. Ha inteso bene quell’ispettrice di polizia che, durante lo stupro dell’anima del bambino da portare via a madre, zia e nonna (troppe donne e so bene, per esperienza e conoscenza quali manipolazioni infliggono ai figli certe madri, pur sempre sacre alle femministe), alla madre che contribuiva a pagarne il soldo mercenario, intimava: “Io sono ispettrice di polizia e lei non è nessuno”. Perfettamente in linea con il noto “Io so’ io e voi nun siete un cazzo”, motto di marchesi, papi e banche.

Sistemati pensionati che tardano a sparire, mandati lavoratori maturi a rifocillarsi, dopo quattro quinti di vita trasformati in sudore, grasso per i cingoli del padrone, nell’inedia o su ulteriore lavoro, metamorfizzati ospedali, asili nido, carrozzelle ed esenzioni per disabili, in cacciabombardieri, portaerei, spedizioni di guerra, bonus e stipendi miliardari per manager, salvaguardato il territorio sostituendo al primitivismo delle piante e delle arene la modernità del cemento di cosca, trovato aperto e asfaltato dai vari centrosinistra il passaggio dalla scuola al mercato (e al bastone), restava da far piazza pulita dei giovani (e di chi li accompagna). E della conoscenza, in troppi di loro non ancora intossicata e pericolosamente capace di critica. Dunque di quella scuola (e università) che, Gentile o non Gentile, per un secolo è stata una delle migliori del mondo. Non per nulla il ’68 da noi è stato il più lucido, forte e longevo.   

A Mario Draghi (BCE), Christine Lagarde (FMI), Manuel Barroso (futuro monarca di un’Unione Europea denazionalizzata (cioè, da cui sono state rimosse tutte le conquiste e le trincee dello Stato Nazione, la sovranità individuale, collettiva, nazionale), non gliene potrebbe fregare di meno di quanto si debba trasmettere alle generazioni in arrivo, al di là della consapevolezza della propria subordinazione. Anzi, le “immagini tremolanti”, profetizzate nell’Apocalisse, devono assediarci e annientarci da tanti e tanti canali dell’illusione da rendere le armate di Von Paulus a Stalingrado circondate da nanetti di giardino. Occorre, per i progetti dell’élite criminale, che i giovani non sappiano, non capiscano, non facciano nulla, se non quanto conviene a Dolce e Gabbana, a Kinder, al call-center. Per  chi resta vispo ci sono corsi speciali onde incanalare a buon fine tale energia: corsi di istruttori di cielo, mare e terra, sia nella aule che nelle caserme. I più bravi – il merito, il merito! - arrivano a essere definitivamente normalizzati alla Bocconi (fornace di eccellenze robotiche), nei college anglosassoni, o da Erasmus. Sempre più frequenti sono le gite scolastiche in Israele, Eden della modernità, democrazia, pace (così ha definito la colonia conquistata in Medio Oriente l’ultrà razzista Netaniahu, in un discorso ONU da manicomio criminale, in cui “gli ebrei, superiori in scienza, arte, tecnologia, sono anche i massimi portatori di pace e amore”. Riconsacrato il “popolo eletto”).


Di questi gerontocrati della crapula postribolare, i giovani sono il terrore da neutralizzare, addomesticandoli, decerebrandoli. L’operazione inizia presto, inducendo genitori ruffiani (vedi la Fiona May di Kinder) a prostituire i propri figli facendoli recitare falsità negli spot tv per prodotti devastanti, o sollecitando adolescenti a vendersi, con tette gonfiate, a uno show-business che, con l’apparire, disintegra l’essere di chi fa e di chi guarda. Chi sopravvive viene colpito a scuola e università. Sul piano intellettuale con, per dirne una, la sciagurata abolizione della geografia (il centrosinistro De Mauro) e della storia dell’arte (il “tecnico” Profumo), strumenti per conoscere i moti del mondo e degli altri, gli habitat e il vivente e per orientarsi tra merce e anima. Momenti di valutazione della crescita e maturazione che misuravano l’intesa tra allievo e società, passato, presente, verità, libertà, sostituiti dall’imbecillità narcotizzante di metodologie statunitensi anti-complessità, che in quel paese hanno prodotto la popolazione più appecoronata del mondo. Sul piano materiale, negando i mezzi per raffinarsi ed essere all’altezza delle sfide, imponendo costi che fanno dell’Italia il primo paese europeo per abbandono scolastico e analfabetismo, cancellando altri 10 miliardi dalla sussistenza di base, cacciando nel vuoto 150mila insegnanti ancora con radici nell’insegnamento della critica, dell’uguaglianza, dell’autonomia mentale e ammonticchiando 40 ragazzi in gabbie per polli col becco tagliato. E ora, con l’efferato disegno di legge Aprea, cancellando, a favore di aziende che esigono di coltivare polli umani (iniziò Luigi Berlinguer, bella famiglia!), gli organi collegiali conquistati dal ’68 per equilibrare la dittatura della gerarchia scolastica fascista. Sul piano sociale eliminando gli ascensori di classe dalle scuole pubbliche (due terzi delle quali affidate allo sfacelo e all’inagibilità) e facendone d’oro e di sola salita nella scuole private: Io son io e voi nun siete un cazzo!

IL 5 ottobre, massacrati di botte da energumeni montiani armati da guerre stellari contro corpi nudi (per fortuna, non sempre “nudi” quel giorno), e il 12 ottobre dei centomila in 90 città, che ha sotterrato capofila e banda di pedofobi sotto una grandinata di carote. Ora il 27 ottobre, Giornata anti-Monti, anticoglioni, tanto incompetenti quanto belluinamente sadici. La premessa, ci auguriamo, per arrivare, nel 2013 delle elezioni-farsa (con premio di maggioranza, caro al golpista, che annienta il principio di uguaglianza), a quella che ci prospettano come la codificazione elettorale bipartisan di un potere definitivamente antidemocratico, tecno-iper-fascista, con il paese, giovani in testa, in piedi e con alle spalle parecchia terra inquinata già bruciata in un autunno-inverno di fiamme. Si scopre che la cifra dei non votanti, estrema trincea antitotalitaria, rischia di arrivare al 50%. Benissimo, con quella metà degli italiani “liberi e pensanti” si possono fare altre cose, piuttosto che l’onanismo del voto, 
per affermare  il giuramento degli studenti:

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