involuzione

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Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio
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lunedì 22 agosto 2011

Per sapere se uno racconta frottole,lascialo parlare,prima o poi si smaschera da solo

Quei ‘buchi grigi’ nella “mappa del debito”…
di Enrico Galoppini
A margine della “catastrofe” del declassamento del debito degli Stati Uniti, domenica 8 agosto il “Corriere della Sera” ha pubblicato una sorta di “mappa del debito”, ovvero una cartina del mondo che evidenziava, con vari colori, il grado di “affidabilità” dei diversi Stati indebitati, secondo quanto dichiarato dalle “agenzie di rating”.
In questa sede non c’interessa discutere sul perché o il per come questo o quello Stato stava al vertice o al fondo della delirante classifica, che attribuisce tre A o una D secondo criteri che onestamente ci sfuggono, considerato che Paesi maggiormente indebitati del nostro non sembrano tenuti a procedere con le fatidiche “riforme strutturali”, le “privatizzazioni” e i “tagli” allo Stato sociale (quello che oggi chiamano “welfare”)…
Non c’interessa neppure porre la fatidica domanda “con chi sono indebitati e perché?”, che nessun “economista” osa avanzare sulle pagine degli “autorevoli” quotidiani…
Non ce ne frega niente, inoltre, della valutazione AA+ affibbiata con gran pompa agli Usa (e già ritirata il 16 agosto), perché ci sta che si tratti dell’ennesima sceneggiata in combutta coi loro veri padroni della finanza allo scopo di pompare sangue da noialtri europei a loro sottomessi dal secondo dopoguerra.
Ci preme piuttosto rilevare una cosa che nessun “esperto” intervistato dallo stesso quotidiano ha avuto il buongusto di far notare.
In mezzo ad una minoranza di Paesi tinteggiati con varie sfumature di azzurro, altri di verde ed altri ancora di rosso e di giallo, sulla mappa risultavano alcuni strani ‘buchi grigi’… Stati che S&P, Moody’s e Fitch non possono collocare nella loro rassegna dei polli da spennare semplicemente perché non sono indebitati!
Per un caso del tutto fortuito… quei “buchi grigi” fuori classifica corrispondono esattamente ai cosiddetti “Stati canaglia”: Iran, Siria, Libia, Sudan, Cuba e Corea del Nord… Più altri Paesi africani che evidentemente non meritano nemmeno la lettera D perché di fatto non esistono, essendo dei simulacri di Stati tenuti in piedi giusto per dare una parvenza di legalità al metodico sfruttamento operato dalle cosiddette “multinazionali” ai danni delle risorse che invece apparterrebbero alle popolazioni locali, distolte dal loro problema essenziale tra miseria e conflitti tra bande attizzati ad arte. E poi, cosa mai possono mai “restituire” Paesi già depredati di tutto punto? Meglio battere cassa dove vi è ricchezza da mungere, come in Italia, ad esempio…
Ah, dimenticavo, sulla medesima “mappa del debito” e della relativa capacità di rifonderlo, Israele era colorato di grigio… quindi, deducete voi il perché. Affari di famiglia?
Sono invece indebitati ben bene coi soliti Banca Mondiale, FMI e altri succhiasangue i “Paesi arabi moderati”, come l’Egitto, la Tunisia e la Giordania, e anche le monarchie di cartapesta del Golfo, amiche per la pelle dell’Occidente.
C’è chi ha scritto che una delle motivazioni che hanno indotto l’Occidente all’assalto della Libia - nella quale non si soffriva affatto “la fame”, né aveva aggredito Stati limitrofi – sia stata la brama d’impossessarsi delle enormi riserve auree tesaurizzate nella banca centrale di Tripoli, per non parlare del fatto che la Libia, piena di “valuta pregiata”, stava ormai utilizzando i propri fondi sia per entrare nell’economia occidentale, sia per sostenere progetti di sviluppo continentale in tutto il continente africano, che invece dev’essere eternamente devastato dagli stessi dispensatori di “progresso” che c’impietosiscono di continuo con le immagini di bambini scheletrici con le mosche negli occhi.
Ma la Libia non è “democratica”, che diamine, quindi andava attaccata… Così, oltre a renderci un involontario servizio facendoci comprendere che gli “Stati canaglia” non sono indebitati con l’usura mondialista, il “Corriere della Sera” ha anche plasticamente raffigurato un’altra verità: che “democrazia” significa “indebitamento”.
Una nazione “democratica” è la riduzione di un popolo ad una massa di “indebitati”, che per pagare addirittura gli “interessi sul debito” (il debito non si deve restituire, altrimenti lo strozzino perde il controllo!) dovranno ipotecare la loro stessa terra, i loro figli e la loro anima. Ed i primi che se la sono venduta sono quei delinquenti della “classe dirigente”, quelli coi sorrisi smaglianti delle riunioni a Bruxelles eccetera. Logico che pretendano la stessa cosa dai loro sottoposti, col pretesto del “pareggio di bilancio”.
Le “nazioni democratiche” alla fine diventano tutte uguali: tutti gli stessi stili di vita, tutti le stesse idee in testa, tutti le medesime priorità e scale di valori. Dietro il miraggio infantile della “democrazia”, mai realizzabile, si nasconde il più concreto interesse dei padroni del danaro creato dal nulla, che succhiata dopo succhiata, riducono ad invertebrate intere popolazioni un tempo fiere e orgogliose del loro passato, della loro cultura e religione, del loro essere se stesse.
Quello è il prezzo da pagare per l’indebitamento coi signori del denari creato dal nulla. Il disastro di una nazione, come quello dell’Italia appena cominciato tra le solite grida sconclusionate di chi sa di recitare una parte di un film che non è certo a lieto fine.
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giovedì 21 aprile 2011

BERLUSCONISMO, ALIBI DEL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE

Le leggi berlusconiane sulla prescrizione breve e sul processo lungo costituiscono qualcosa di più di semplici leggi ad personam, poiché configurano una depenalizzazione di fatto dei reati finanziari, che diverrebbero non più processabili a causa delle illimitate possibilità di ostruzionismo offerte ai collegi di difesa, a fronte dei tempi più stretti per giungere ad una sentenza definitiva. Sebbene la stragrande maggioranza della magistratura sia composta da giudici e pubblici ministeri conformisti o corrotti, basterebbero comunque pochi magistrati integerrimi per causare danni irreparabili, data la vastità e l'evidenza del fenomeno del crimine affaristico, perciò occorreva correre ai ripari.
Ciò spiega il consenso che il governo attuale continua a riscuotere da parte degli organi di stampa più rappresentativi della borghesia, come il "Corriere della Sera" e, ovviamente, da parte degli opinionisti ufficiali come Pierluigi Battista, che si affanna a spiegarci che a Berlusconi non ci sono alternative. Berlusconi infatti si assume la responsabilità assoluta ed esclusiva di un lavoro sporco che, peraltro, va a vantaggio dell'affarismo nel suo complesso. Anche "La Repubblica", concentrando il fuoco sul berlusconismo, si guarda bene però dal sottolinearne le ricadute positive per l'impunità dell'affarismo sia interno che multinazionale.
Ciò era accaduto già in passato con le tante leggi considerate esclusivamente ad personam, come, ad esempio, quella sulla depenalizzazione del falso in bilancio, che fu salutata con silenzioso entusiasmo da tutto il mondo degli affari, in quanto poter falsificare impunemente i bilanci facilita ancora di più l'evadere il fisco. L'esistenza di un Presidente del Consiglio pluri-imputato come Berlusconi conferisce così alla borghesia un alibi a prova di bomba, e le consente di fare comodamente i propri affari all'ombra delle "riforme della giustizia" concepite dall'avvocato Ghedini, conservando però il mito e l'alone dell'imprenditoria "sana", con tanto di sceneggiate antimafia da parte di Confindustria. I media internazionali, a loro volta, mettono Berlusconi alla berlina, ma le multinazionali che possiedono quei media possono agire in Italia sotto la copertura delle leggi "ghediniane", senza che nessun commentatore osi supporre che le stesse multinazionali abbiano qualche responsabilità nel sabotaggio del sistema della giustizia in Italia. Questa ostilità del tutto apparente della stampa internazionale, ha certamente contribuito al mito positivo del Berlusconi in conflitto con i poteri forti della finanza mondiale, così come pure al mito negativo del Berlusconi corpo estraneo all'Occidente democratico; anche se i pochi narratori ancora in buona fede di entrambe le fiabe sono costretti a forzare talmente l'evidenza ed il buon senso, che finiscono per pagare un prezzo davvero terribile in termini di perdita di lucidità.
L'Italia di questi anni è diventata quindi un laboratorio dell'impunità legale dell'affarismo criminale, ma di questo esperimento politico il berlusconismo rappresenta un'intensificazione ed un'accelerazione, senza detenerne l'esclusiva. Nel 2002, al momento di rinviare a giudizio i dirigenti della Philip Morris per un'evasione fiscale da ottomila miliardi di lire, ci si accorse che i reati erano stati depenalizzati dalla riforma fiscale varata dal governo Prodi nella legislatura appena trascorsa, perciò la Philip Morris fu prosciolta. (1)
Nel 2001 la Corte di Cassazione aveva quantificato l'evasione fiscale complessiva della Philip Morris in 120mila miliardi di vecchie lire, che lo Stato italiano non ha più visto grazie a quelle leggi salva-multinazionali del primo governo Prodi. Del resto risulta un'ovvietà osservare che l'attività legislativa e di governo tende sempre a favorire i potenti. Lo stesso istituto della prescrizione in corso di giudizio va a favorire gli imputati in grado di permettersi costosi collegi difensivi addetti alla ricerca di cavilli.
Allorché nel 1989, con la riforma del codice di procedura penale, in Italia si è passati dal processo inquisitorio all'attuale processo di tipo accusatorio, nessuno fece notare che la prescrizione in corso di giudizio non aveva più un senso giuridico, poiché questo istituto di garanzia era strettamente legato alla natura particolare del processo inquisitorio. La figura preminente del processo inquisitorio era infatti quella del giudice istruttore, il quale poteva anche tenere sulla corda per anni un imputato prima di rinviarlo a giudizio; da qui la necessità di porre un limite di tempo alla durata complessiva del processo inquisitorio, mentre porre questo limite per il processo accusatorio ha senso solo in una logica di tutela degli imputati eccellenti.
La novità attuale non sta quindi tanto nella qualità, ma nella quantità di provvedimenti legislativi a favore degli imputati potenti. Se al governo oggi ci fosse ancora un Prodi, o comunque un altro politico dall'aspetto "normale", non vi sarebbe poi alcun modo di spacciare una simile pioggia torrenziale di leggi salva-affaristi come un semplice problema personale del Presidente del Consiglio. Berlusconi quindi deve essere proprio quel clown squallido, laido ed abietto che è, altrimenti potrebbe sorgere il sospetto che il problema non sia solo lui, ma il sistema di potere affaristico multinazionale che lo esprime, e di cui, probabilmente, egli è sempre stato solo un prestanome.
Esperimenti di questa portata non possono avvenire se non sotto la tutela e la gestione dell'ente assistenziale per le multinazionali, il Fondo Monetario Internazionale, che quanto ad illegalità non ha nulla da imparare da nessuno. Ultimamente la propaganda ufficiale si sta dando da fare per convincerci che il FMI sia diventato "buono", che esso abbia messo da parte gli aspetti più feroci ed atroci della sua gestione dell'economia mondiale. (2)
Di fatto c'è invece da constatare la rapidità con cui lo stesso FMI ha formalizzato l'associazione del Kosovo, e della sua economia criminale, alla propria organizzazione. Generato dalla NATO nel 1999 con l'aggressione alla Serbia, il Kosovo è diventato indipendente nel 2008, ed il primo atto ufficiale del Kosovo indipendente è stato la richiesta di adesione al FMI, il quale lo ha accontentato in un tempo record, appena l'anno dopo. La circostanza non stupisce più di tanto, se si considera che il FMI e la NATO sono praticamente la stessa cosa, cioè due organizzazioni espresse dalla stessa cordata affaristico-criminale a guida anglosassone. (3)
Il FMI è un'istituzione che detiene un riconoscimento giuridico in ambito ONU, quindi è un'agenzia ONU, e doveva essere perciò a conoscenza dei risultati delle indagini della stessa ONU sul diretto coinvolgimento del governo kosovaro nel traffico di organi umani. Il FMI non ha avuto però nessuna remora a finanziare con i propri prestiti un business del genere, né la NATO si è fatta scrupolo di tutelarlo con la presenza delle sue truppe. Il Kosovo è stato inventato infatti per costituire un laboratorio dell'illegalità multinazionale, e l'Italia berlusconiana si sta rapidamente adeguando a quel modello. La NATO sta cercando ora di trasformare anche la Libia orientale, la Cirenaica, in un altro Kosovo, e l'Italia perciò si troverebbe a fare da anello di congiunzione geografico di questa grande Mafialand mediterranea.(4)
(1) http://archiviostorico.corriere.it/2002/giugno/27/Frode_fiscale_tutti_prosciolti_nell_co_0_02062710393.shtml
(2) http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:8drTvRqGxc8J:www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-04-12/protesta-volta-063922.shtml%3Fuuid%3DAapItDOD+%22fmi,+non+c'%C3%A8+pi%C3%B9+la+protesta+di+una+volta%22&cd=1&hl=it&ct=clnk&gl=it&source=www.google.it
(3) http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://online.wsj.com/article/SB124154560907188151.html&ei=Z3SsTdWLEsiUswbWltWeCA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=5&ved=0CEwQ7gEwBA&prev=/search%3Fq%3Dimf%2Bkosovo%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Divns
(4) http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:C1vTtg4GBAsJ:www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2011/02/12/visualizza_new.html_1588677658.html+16+febbraio+2011+kosovo+onu+organi+umani&cd=28&hl=it&ct=clnk&gl=it&source=www.google.it http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://www.france24.com/en/20110216-un-confidential-document-kosovo-organ-trafficking-investigation-unmik-eulex
http://rossoallosso-lammazzacaff.blogspot.com/2011/03/kosovoil-traffico-di-organi-e-la-grande.html

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sabato 5 marzo 2011

Come ti drogo il Draghi

di Giuliano Luongo


Come il cittadino medio italiano da tempo, l’elemento di appeal tragicomico nazionale ed internazionale del nostro governo non è identificabile solo nella figura dell’inossidabile Premier, ma anche nel brillante Ministro dalla voce bianca, Giulio Tremonti. Sorvoliamo sulle opinioni riguardanti le competenze strettamente tecniche di questo personaggio per concentrarci su di una serie di eventi recenti: il suo ruolo nell’affannosa ricerca per un successore al seggio della presidenza della Banca Centrale Europea, ancora per poco fortemente riscaldato dal b-side di Jean-Claude Trichet.
Ebbene, nonostante da tempo siano più che note le frizioni tra il Ministro ed il Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, di recente la scelta sul candidato da supportare alla nomina alla BCE è ricaduta proprio sul buon Draghi. Sono state ventilate numerose perplessità sulle ragioni questo “cambio di umore” così apparentemente repentino, perplessità divenute certezze - o quasi - dopo le ultime rivelazioni a firma dell’ormai onnipresente Wikileaks. Non rimane dunque che cercare di riportare i fatti per un almeno vago ordine cronologico onde riuscire a trovare il bandolo della matassa di questa vicenda.
E’ indubbio il fatto che gran parte dei politici vicini all’area berlusconiana abbiano problemi gravi di coabitazione con qualsivoglia altra carica pubblica e/o amministrativa: mantenendoci circoscritti alle vicende del buon Giulietto, ci basti ricordare di sfuggita (onde evitare l’autolesionismo) la convivenza assolutamente non pacifica tra Tremonti e l’allora Governatore Fazio, con i loro siparietti all’insegna del patetico al Fondo Monetario Internazionale. Seppur con i debiti e dovuti cambiamenti di situazione generale, la pace nel “territorio comune” economico condiviso dal Ministero dell’Economia e dalla banca centrale nostrana non è stata ottenuta nemmeno con il cambiamento al vertice di quest’ultima.
La convivenza Tremonti-Draghi non è mai stata né tranquilla né piacevole: le posizioni dei due economisti, seppur di stampo marcatamente liberale, hanno sempre avuto grosse differenze di interpretazione della politica economica e delle funzioni degli enti economici internazionali. Il crescente ruolo di Draghi nel G20 e la sua buona reputazione internazionale - non si dimentichino i complimenti ricevuti da Trichet in persona qualche anno fa - ne hanno fatto un “coinquilino” ingombrante per Tremonti nell’ambito del policy making italiota.
Spesso lo stesso governo che dava il lavoro a Tremonti ha dovuto riportare all’ordine il fiero Ministro, reo di aver attaccato in più occasioni il rivale della banca centrale riguardo questioni più o meno tecniche. Molti analisti, già a metà 2008, si interrogavano sul modo in cui un paese che volesse crescere - o almeno avere una situazione economica non ridicola - potesse permettersi di avere una tale situazione di conflitto: conflitto nel quale, si badi, la parte “offendente” era sempre quella del Ministro, opposto ad un Governatore dotato di un aplomb più che britannico. Alcuni ventilarono addirittura l’ipotesi di una sorta di timore da parte di Tremonti del “perdere la poltrona” in favore di Draghi.
Ed invece, nonostante queste basi alquanto discutibili, circa dieci giorni fa c’è stata la dichiarazione bomba: il Ministro Tremonti esprime pubblicamente il suo appoggio alla corsa di Mario Draghi alla poltrona di dirigente della Banca Centrale Europea. Stupore generale…per circa un quarto d’ora. Già senza conoscere particolari altarini nascosti nelle carte segrete della diplomazia ancor più segreta, salta all’occhio un particolare: far andare Draghi in Europa non significa solo dare prestigio all’Italia nel continente eccetera eccetera, ma significa soprattutto non avere Draghi medesimo tra i piedi nel giro di poltrone dell’Italia economica che conta, lasciando libero un posticino per un qualche nuovo personaggio vicino alle amicizie del professore pavese.
Volendo esser maligni fino e in fondo, si può notare questo schema: Giuseppe Vegas, divenuto di recente il numero uno della Consob, è un uomo vicino a Tremonti - anche di poltrona - in quanto Vice Ministro dell’Economia; la nomina di Giuseppe Mussari al vertice dell’ABI nasconde la manina del professore dai tondi occhiali; a voler essere proprio puntigliosi, anche un grande nome del gruppo S. Paolo, come Corrado Passera si dice che abbia buoni rapporti con Tremonti.
Non è dunque difficile accorgersi di come l’attuale Ministro dell’Economia oggettivamente…“amministri” l’economia del paese, con una fitta rete di contatti ormai con i vertici di operatori pubblici e privati. L’unica sedia ancora “nemica” - o quantomeno “avversaria” - è proprio quella di Draghi, e pertanto farlo decollare per Francoforte non sarebbe una cattiva idea, facendo cogliere i tipici due piccioni con l’arcinota fava: Tremonti fa bella figura come Ministro europeista e attento all’immagine dell’Italia (mentre il Premier si divide tra galere e proroghe), e in più si spiana la strada all’occupazione del ruolo istituzionale economico più importante accanto a quello dello stesso Ministro dell’Economia.
E a dirla tutta, anche gli stessi rapporti Tremonti - Berlusconi entrano in gioco di prepotenza in questo schema, grazie ormai anche alle sempre provvidenziali rivelazioni di Wikileaks. Di base, sappiamo che in più di un’occasione il Ministro si è mostrato molto vicino alle posizioni della Lega, che ha ricambiato la cortesia elogiando più volte Tremonti per le posizioni prese: questa situazione ha portato molti a pensare che, in un ipotetico prossimo governo a “trazione leghista”, Tremonti possa essere il sostituto di sua maestà Silvio I.
E qui, come anticipato prima, arriva la scoperta di Wikileaks: dai cablo americani risulta che, visto il giro di “amicizie” scomode di Berlusconi (si pensi alle discutibili liaisons con tutti i dittatori africani e post-sovietici, più che alle bagasce), un potenziale nuovo leader italiano sarebbe più gradito a Washington. E questo nuovo leader potrebbe essere Tremonti o…Draghi. Dunque, meglio mandare il calmo Mario alla BCE, così in Padania si sta più tranquilli.
Riassumendo, come prevedibile, siamo di fronte all’ennesimo tentativo di colonizzazione delle cariche da parte di un centrodestra pigliatutto e accaparratore, che si caratterizza in base alla sua sotto-fazione più estremista e populista. Dalla “casta” al governo degliriformatori, è solo questione di tempo: l’ex Bel Paese è sempre più sulla via di diventare una “provincia” dell’inesistente Padania, e l’attuale gioco delle sedie con il Ministero dell’Economia come fulcro è solo l’ennesimo passo avanti verso la mortificazione della politica nazionale.