involuzione

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Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio
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lunedì 31 gennaio 2011

Parma - Oltre il bunga bunga e il moralismo antiberlusconiano

30 / 1 / 2011
L’Orgoglio Puttana (*)
Parlare di prostituzione oggi è difficile e a volte perfino contraddittorio, dal momento che sono le stesse donne, di ogni schieramento politico, intra ed extra parlamentare, a definirla come una prestazione sessista, maschilista, indegna. Per le donne politically correct prostituirsi equivale a dire vendere il proprio corpo, mercificarlo, sottomerlo al potere maschile, e quindi renderlo oggetto, privato di piacere e dignità.
Se però provassimo a correggere questa miopia, ci renderemmo conto di quanto invece sia pericoloso per noi donne etichettare in questi termini la prostituzione. Le sex workers non sono sempre donne vittime di tratta e di sfruttamento, costrette a prostituirsi per vivere o per scappare dal proprio paese. Sex workers sono anche donne che scelgono consapevolmente e liberamente di praticare un lavoro utilizzando il proprio corpo, la propria sessualità e le proprie capacità relazionali. Prostituirsi non vuol dire vendere se stesse e  la propria vagina ma vuol dire monetizzare una prestazione sessuale, decidendone il come, il dove e il quando. Una prostituta consapevole e libera di scegliere ha il pieno dominio del proprio corpo che non viene venduto con il rapporto sessuale. Parlare di mercificazione dei corpi delle prostitute vuol dire renderle direttamente oggetto di possibili violenze, legittimate dal fatto che una merce non possa rivendicare diritti né dignità.
Attraverso “L’orgoglio puttana” le prostitute hanno iniziato in forma organizzata a pretendere di essere ascoltate e non solo giudicate. Il problema che vivono oggi non è legato alla prestazione in sé, se questa è frutto di scelte libere, ma dipende dalle condizioni lavorative a cui sono costrette dalle leggi anti prostituzione: zero diritti, persecuzioni, stupri, zero assistenza, mancanza di luoghi sicuri per esercitare la professione.
Inoltre anche il linguaggio comune contribuisce ogni giorno a stigmatizzare il lavoro sessuale per parlare di tutte le donne: l’affermazione indegna “sei una puttana” la si adopera quando si vuole dire che una donna è una cosa senza valore, è un corpo senza vita, è una venduta.
Noi donne dovremmo provare a ridare dignità a noi stesse partendo dal fatto che essere donna oggi vuol dire combattere contro la precarietà generalizzata, le violenze sessiste, e la mancanza della possibilità di scegliere in base ai propri desideri.
Ma Ruby è una Puttana? E questo permetterebbe di condannare tutte le donne contemporanee al grido “vendute”?
 E’ cosa ancor più ostica provare a leggere il quadro complessivo, sistemico e culturale, nel quale noi donne siamo nate e cresciute. Dai media e dalla politica istituzionale siamo state abituate a pensare che i modelli positivi a cui ispirarsi fossero quelli legati al potere, alla ricchezza e all’emancipazione, data dalla possibilità di apparire piuttosto che essere, dalla visibilità a tutti i costi piuttosto che dalla possibilità di avere delle pretese. Oggi più che mai, in un contesto di crisi e di tagli, la formazione è un percorso faticoso e lungo, tutto in salita, e il lavoro è un diritto per pochi.
In questo contesto non facciamo fatica ad immaginare la giovane Ruby alla ribalta così come le tante sue, nostre, coetanee. Definirla come una povera vittima sacrificale, in balia del caso, lo considero un insulto all’intelligenza femminile. Più che una giovane inconsapevole, Ruby appare come  “imprenditrice di se stessa”. E’ una donna che ha deciso di investire sulla propria persona per farsi strada nel mondo, utilizzando il potere maschile per raggiungere degli obiettivi materiali: notorietà, soldi, la possibilità di fuggire da una condizione familiare non appagante e il raggiungimento di un’indipendenza economica tale da consentirle una vita al di sopra delle possibilità di ogni sua coetanea.
Ciò che fa arrabbiare non è Ruby, ma è sicuramente l’atteggiamento machista e sessista della nostra classe dirigente, che pensa di aver costruito attorno a sé, in questi lunghi anni di monopolio culturale, un’aurea di potere inviolabile, in cui le donne appaiono come pedine da spostare nello scacchiere politico o come tappezzeria nella villa di Arcore, così come nei salotti tv, nei reality show o sulle copertine di Vanity Fair.
Ma la speranza è forte: non tutte le donne si accontentano, a volte le donne che pretendono di più possono mettere in crisi il sistema.
La morale la lasciamo ai vetusti.
In Italia accadono però cose ancor più strane. Basta osservare le tattiche adoperate dall’opposizione antiberlusconiana, quella che pur non esistendo nella sostanza riesce a rimettersi in pista dopo ogni gossip di palazzo. In questo caso il Pd manda avanti le donne per sferrare colpi feroci da infliggere al Premier.
Più che una presa reale di coscienza da parte delle donne di uno schieramento politico, però sembrerebbe quasi una pura e semplice strumentalizzazione dell’essere donna per tentare la ribalta nei sondaggi. Nella conferenza regionale delle donne del Pd che si è tenuta a Parma, è stata indetta una campagna nazionale per chiedere le dimissioni di Berlusconi parlando allo stomaco dell’elettorato femminile. Le donne del partito hanno indossato cartelli con la scritta “NON SIAMO BAMBOLE”, hanno detto che”le donne sono una risorsa che va valorizzata”, che il Paese deve puntare sulla nostra laboriosità, da applicare nell’industria e nella politica estera. Alla politica chiedono “ di mettere le donne in lista e di farle eleggere, ricordando che valorizzare le donne significa essere pronti a dare loro ruoli apicali e di responsabilità”.
Mi chiedo però dove sia la coerenza in un partito che non è stato in grado neppure di appoggiare la vertenza che centinaia di lavoratrici e lavoratori hanno portato avanti prima del refendum di Mirafiori. Come si fa a parlare di incentivare la laboriosità delle donne, messe a lavoro, se già viviamo la precarizzazione e lo sfruttamento sulla nostra pelle? Non sarebbe più intelligente dire che le donne lavorano già troppo senza aver riconosciuti i propri diritti (reddito, salario e welfare)? Non sarebbe meglio ostacolare le ordinanze anti prostituzione invece di dire che le donne non sono bambole? Non sarebbe più efficace regolarizzare tutte le donne clandestine per impedire la tratta della prostituzione, sottraendole così al continuo ricatto dei loro sfruttatori? Non sarebbe più opportuno impedire l’ingresso delle associazioni pro life nei consultori pubblici invece di mandare messaggi elettorali spot in cui si reclamano “percorsi sociosanitari per la salute femminile e infantile”?
Prima di scendere in piazza per chiedere le dimissioni di Berlusconi in nome delle donne offese, sarebbe bello capire cosa ne pensa realmente il Pd, aldilà degli spot elettorali, in merito alla precarietà, alla prostituzione, alla fecondazione assistita, alla legge 194, ai consultori (la legge Tarzia nel Lazio è stata sottoscritta da tutti i rappresentanti regionali del Pd) e alle violenze che le donne migranti subiscono dentro i Cie.
Ma siamo davvero sicure che una volta finita l’epoca Berlusconi i problemi reali delle donne vengano risolti dai partiti oggi all’opposizione?
C’è chi può e chi non può.
Nonostante in Parlamento la morale cattolica detti linee di governo (e di opposizione)sempre più conservatrici e bigotte, Berlusconi e la sua cricca di amici/amiche sono diventati portatori di una cultura dell’uso del corpo e del sesso monetizzato che sembrerebbe quasi rivoluzionaria.
E’ un mondo fantastico per alcuni, è un mondo escludente e opprimente per altri.
Mentre la casta politica e televisiva fa sfoggio di cotanto liberismo sessuale, le connazionali del premier non possono beneficiare di alcuna garanzia, né in termini di diritti, né in merito alla libertà di scegliere e di autodeterminarsi. Le conquiste del Premier infatti restano Cosa Sua.
Per le altre donne italiane, quelle che non sono Ruby, non è possibile neppure esercitare il mestiere più antico del mondo perché le ordinanze comunali applicate prima e dopo il Ddl Carfagna vietano di fatto anche la prostituzione all’interno delle mura domestiche. Dal 2009, infatti,  a Parma le donne che esercitano la professione in casa possono essere multate da 25 a  500 euro se i condomini del palazzo denunciano schiamazzi o presenza di estranei nelle scale del palazzo. (Mi chiedo se la stessa sanzione possa essere applicata anche agli studi dentistici!)
Le “altre” donne in Italia muoiono di prostituzione, grazie alle politiche securitarie e alle ordinanze anti degrado che ghettizzano, isolano e marginalizzano le sex workers negli angoli più oscuri delle periferie urbane, costrette a nascondersi per evitare le multe salatissime che colpiscono anche i clienti. Le ordinanze anti prostituzione negano la possibilità di rivendicare i propri diritti di lavoratrice e di donna.
Rendere la prostituzione un crimine da perseguire vuol dire rendere le sex workers passibili di ogni tipo di violenza sessuale, senza dar loro la possibilità di tutelarsi, di denunciare, di liberarsi. Chi è illegale infatti non ha diritti ed è solo un oggetto in balia dei desideri e del possesso altrui, legittimato dal fatto che la morale comune definisce le prostitute dei corpi mercificati. Se partiamo dal presupposto che chi lavora con il proprio corpo lo rende oggetto, quindi privato di dignità e diritti, non ci scandalizziamo neppure di fronte alle violenza e alle sopraffazione esercitata sulle sex workers.
Le “altre” donne italiane per adottare un bambino devono essere sposate da almeno 3 anni e devono dimostrare al Tribunale Minorile e ai Servizi Sociali la stabilità della propria coppia matrimoniale, proprio perché in Italia le donne e gli uomini single e le coppie omosessuali non sono idonee ad avere bambini…solo la Famiglia garantisce il marchio di perfezione.
Per le “altre” donne avere un bel corpo non è sufficiente per vivere visto che la disoccupazione femminile è la norma, infatti in Italia lavora solo una donna su due. (**)
Per le “altre” donne, disoccupate o sfrattate, vale la regola che se nate in Paesi extra europei, i Servizi Sociali consigliano di fare le valigie e di tornare a casa, nonostante vivano in Italia da anni e abbiano costruito qui famiglia e relazioni, perché quelle donne purtroppo non possono godere delle attenzioni di Nicole Minetti.
Io sono mia. Una via di fuga reale.
A Parma da un po’ di tempo abbiamo avviato un percorso di autocoscienza e autoformazione sulle tematiche di genere, in cui studentesse universitarie e lavoratrici precarie si confrontano sulla sessualità, la consapevolezza, il corpo, la prostituzione, l’omosessualità, la decostruzione delle categorie e degli stereotipi legati al genere, ma anche sulla precarietà lavorativa ed esistenziale che viviamo ogni giorno sulla nostra pelle, l’assenza di forme di welfare idonee ai tempi, le discriminazioni sul lavoro, la femminilizzazione del lavoro, la disoccupazione femminile.
Per noi fare autocoscienza vuol dire partire da noi stesse per creare una soggettività capace di prendere coscienza di ciò che siamo, aldilà del significato biologico, ma in quanto donne/precarie che reclamano diritti. Ci rendiamo conto che il percorso è lungo ma sappiamo che ogni volta che rientriamo a casa dopo i nostri incontri abbiamo il cervello che gira tra mille interrogativi aperti e mille suggestioni scambiate davanti ad un bicchiere di vino e una fetta di dolce al cioccolato, mentre ci consigliamo libri, articoli e film. Questa per noi è una ricchezza infinita.
(*) Per capire veramente cos’è il Pute Pride consigliamo la lettura di “Fiere di essere puttane” di Maîtresse Nikita & Thierry Schaffauser, pubblicato da Derive Approdi nella collana Fuorifuoco.
(* *) Rapporto Istat “Noi Italia”: la disoccupazione femminile italiana si attesta al 49,8% http://www.repubblica.it/cronaca/2011/01/19/news/istat_rapporto_italia-11397728/?ref=HREC1-9
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Ci puoi trovare tutti i mercoledì alle ore 21
nella Casa Cantoniera Autogestita in via Mantova 24 a Parma.

mercoledì 12 gennaio 2011

Il Papa: troppo Stato nella scuola

Non appena sembra che la Chiesa Cattolica affronti delle aperture culturali significative, la sua condotta pubblica torna ad essere avvizzita nelle formule della più ridicola Controriforma. Questo Papa ci ha abituati a meno spettacolo, a più rigore di forma e dottrina e ad abbandonare letture ingenue e frettolose interpretazioni della sua pastorale. Una figura decisamente più ricca di sfumature e potenzialità di quanto non avesse la più immediata missione anticomunista di Wojtyla.
Eppure, mentre qualche giorno fa la stampa accoglieva la notizia delle norme antiriciclaggio imposte allo Ior, oggi deve ribadire, con una compassione di fondo, la condanna del Papa all’educazione sessuale e civile nelle scuole. Troppo laiche e con troppo Stato, secondo lui. Peccato che non si tratti di scuole private religiose e che il monopolio dello Stato non sia il frutto di un’intromissione carbonara, ma di un diritto costituzionale. E’ piuttosto, vale la pena ricordarlo, l’ora di catechismo a rappresentare un’indebita forzatura nel programma laico delle scuole pubbliche, che solo un Ministro come la Gelmini poteva rendere ancor più grave, consentendo che una materia di questo tipo potesse fare media e sommandoci l’imposizione del crocefisso in classe, con tanto di ricorso a Strasburgo.
Ratzinger accusa la presunta educazione laica di essere falsamente neutra e di ledere la tutela della religione e della comunità cristiana. L’atroce attentato nella chiesa d’Egitto aiuta a rendere lo scenario emotivo al punto giusto. Se la Chiesa perde anime, non è colpa dell’illuminismo di Stato, che mai come nel caso della nostra Repubblica, è pavido ed esangue, quanto forse per l’incapacità della Chiesa di essere vicina alla sensibilità e alla vita delle nuove generazioni. Quelle per le quali il Papa vede pericolosa l’educazione sessuale e civile.
Il rischio sarebbe quello di aiutare i giovani a crescere come persone responsabili, autocentrate e consapevoli della propria esistenza. Non è più allarmante pensare che i nostri adolescenti, come testimoniano i dati della Sigo (la Società italiana di Ginecologia), siano del tutto incapaci di tutelare la propria salute nei rapporti sessuali? L’ignoranza che porta le giovanissime a ricorrere in massa alla pillola del giorno dopo, i rimedi della Coca Cola o le gravidanze scoperte dopo mesi di gestazione, dovrebbero lanciare un allarme sull’urgenza di farla meglio e di più questa educazione, soprattutto in Italia.
Persino più grave il sospetto sull’educazione civile. Qui non è possibile riconoscere nemmeno l’attenuante della viscerale sessuofobia che affligge una Chiesa di uomini costretti, per dogma storico, ad una castrazione fisica. In questo caso c’è un disegno dai contorni molto inquietanti che pone ancora la Chiesa in conflitto con lo Stato. La cosiddetta educazione civile è quella che rende i nostri ragazzi edotti sui diritti e i doveri. Sullo spirito fondante degli Stati liberali moderni e sui peccati originali degli Stati religiosi da cui, almeno l’Occidente, si è affrancato. Eccezion fatta per lo Stato del Vaticano. L’idea sommersa che conoscere il diritto del divorzio o, dove esistono, i diritti delle coppie di fatto - solo per fare alcuni esempi - sia un incentivo o un’istigazione all’abbandono della fede, è tanto falso quanto ingenuo.
Nessuno impedisce alla Chiesa di fare la propria evangelizzazione o di testimoniare la propria visione del mondo. Possiamo certamente dire che la persecuzione dei cristiani non è planetaria e che dove questo grave problema è presente, la questione è più politica che religiosa, più legata al reale esercizio delle libertà individuali che non all’educazione sessuale o a quella civica. Per questa ragione non è onesto l’utilizzo strumentale di alcune tragedie terroristiche per pensare di poter prendere a prestito lo Stato e le sue istituzioni e perorare la causa di un banale catechismo di massa. Una campagna elettorale per le anime. Non si possono criticare le forme di alcuni Stati teocratici musulmani e poi svelare una nostalgia per quel perduto potere temporale. Non è così che torneremo ad essere più cristiani, nella fede o nella sensibilità morale.
L’ammonizione del Santo Padre è un pietoso inno alla regressione. E diventa ancora più difficile da comprendere a poco tempo dall’apertura sul profilattico come misura di emergenza per frenare l’HIV e responsabilizzare le relazioni sessuali. Un errore di traduzione, era stato detto subito, un passo falso, trattato e ritrattato mille volte. Come se non dovesse cambiare mai nulla dietro la porta di San Pietro, né fuori. Nonostante i secoli e la storia, siamo ancora a ragionare di quanto la fede sia nemica della conoscenza e di quanto la Chiesa mal sopporti il potere dello Stato. Come se Galileo Galilei o Cavour fossero passati invano.
Del resto è tutto possibile in un Paese che mette i pochi soldi che ha nelle scuole cattoliche e che usa quelle pubbliche come se fossero parimenti religiose. E’ così che è iniziato un nuovo gioco al rialzo per il Vaticano. Uno slittamento continuo e confuso tra laico e religioso che, mentre forma cittadini peggiori e meno preparati, non riempirà le Chiese di anime. Perché il Santo Padre sa bene che il lavoro di Dio non è mai stato quello di Cesare.