involuzione

involuzione
Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

sabato 5 marzo 2011

Come ti drogo il Draghi

di Giuliano Luongo


Come il cittadino medio italiano da tempo, l’elemento di appeal tragicomico nazionale ed internazionale del nostro governo non è identificabile solo nella figura dell’inossidabile Premier, ma anche nel brillante Ministro dalla voce bianca, Giulio Tremonti. Sorvoliamo sulle opinioni riguardanti le competenze strettamente tecniche di questo personaggio per concentrarci su di una serie di eventi recenti: il suo ruolo nell’affannosa ricerca per un successore al seggio della presidenza della Banca Centrale Europea, ancora per poco fortemente riscaldato dal b-side di Jean-Claude Trichet.
Ebbene, nonostante da tempo siano più che note le frizioni tra il Ministro ed il Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, di recente la scelta sul candidato da supportare alla nomina alla BCE è ricaduta proprio sul buon Draghi. Sono state ventilate numerose perplessità sulle ragioni questo “cambio di umore” così apparentemente repentino, perplessità divenute certezze - o quasi - dopo le ultime rivelazioni a firma dell’ormai onnipresente Wikileaks. Non rimane dunque che cercare di riportare i fatti per un almeno vago ordine cronologico onde riuscire a trovare il bandolo della matassa di questa vicenda.
E’ indubbio il fatto che gran parte dei politici vicini all’area berlusconiana abbiano problemi gravi di coabitazione con qualsivoglia altra carica pubblica e/o amministrativa: mantenendoci circoscritti alle vicende del buon Giulietto, ci basti ricordare di sfuggita (onde evitare l’autolesionismo) la convivenza assolutamente non pacifica tra Tremonti e l’allora Governatore Fazio, con i loro siparietti all’insegna del patetico al Fondo Monetario Internazionale. Seppur con i debiti e dovuti cambiamenti di situazione generale, la pace nel “territorio comune” economico condiviso dal Ministero dell’Economia e dalla banca centrale nostrana non è stata ottenuta nemmeno con il cambiamento al vertice di quest’ultima.
La convivenza Tremonti-Draghi non è mai stata né tranquilla né piacevole: le posizioni dei due economisti, seppur di stampo marcatamente liberale, hanno sempre avuto grosse differenze di interpretazione della politica economica e delle funzioni degli enti economici internazionali. Il crescente ruolo di Draghi nel G20 e la sua buona reputazione internazionale - non si dimentichino i complimenti ricevuti da Trichet in persona qualche anno fa - ne hanno fatto un “coinquilino” ingombrante per Tremonti nell’ambito del policy making italiota.
Spesso lo stesso governo che dava il lavoro a Tremonti ha dovuto riportare all’ordine il fiero Ministro, reo di aver attaccato in più occasioni il rivale della banca centrale riguardo questioni più o meno tecniche. Molti analisti, già a metà 2008, si interrogavano sul modo in cui un paese che volesse crescere - o almeno avere una situazione economica non ridicola - potesse permettersi di avere una tale situazione di conflitto: conflitto nel quale, si badi, la parte “offendente” era sempre quella del Ministro, opposto ad un Governatore dotato di un aplomb più che britannico. Alcuni ventilarono addirittura l’ipotesi di una sorta di timore da parte di Tremonti del “perdere la poltrona” in favore di Draghi.
Ed invece, nonostante queste basi alquanto discutibili, circa dieci giorni fa c’è stata la dichiarazione bomba: il Ministro Tremonti esprime pubblicamente il suo appoggio alla corsa di Mario Draghi alla poltrona di dirigente della Banca Centrale Europea. Stupore generale…per circa un quarto d’ora. Già senza conoscere particolari altarini nascosti nelle carte segrete della diplomazia ancor più segreta, salta all’occhio un particolare: far andare Draghi in Europa non significa solo dare prestigio all’Italia nel continente eccetera eccetera, ma significa soprattutto non avere Draghi medesimo tra i piedi nel giro di poltrone dell’Italia economica che conta, lasciando libero un posticino per un qualche nuovo personaggio vicino alle amicizie del professore pavese.
Volendo esser maligni fino e in fondo, si può notare questo schema: Giuseppe Vegas, divenuto di recente il numero uno della Consob, è un uomo vicino a Tremonti - anche di poltrona - in quanto Vice Ministro dell’Economia; la nomina di Giuseppe Mussari al vertice dell’ABI nasconde la manina del professore dai tondi occhiali; a voler essere proprio puntigliosi, anche un grande nome del gruppo S. Paolo, come Corrado Passera si dice che abbia buoni rapporti con Tremonti.
Non è dunque difficile accorgersi di come l’attuale Ministro dell’Economia oggettivamente…“amministri” l’economia del paese, con una fitta rete di contatti ormai con i vertici di operatori pubblici e privati. L’unica sedia ancora “nemica” - o quantomeno “avversaria” - è proprio quella di Draghi, e pertanto farlo decollare per Francoforte non sarebbe una cattiva idea, facendo cogliere i tipici due piccioni con l’arcinota fava: Tremonti fa bella figura come Ministro europeista e attento all’immagine dell’Italia (mentre il Premier si divide tra galere e proroghe), e in più si spiana la strada all’occupazione del ruolo istituzionale economico più importante accanto a quello dello stesso Ministro dell’Economia.
E a dirla tutta, anche gli stessi rapporti Tremonti - Berlusconi entrano in gioco di prepotenza in questo schema, grazie ormai anche alle sempre provvidenziali rivelazioni di Wikileaks. Di base, sappiamo che in più di un’occasione il Ministro si è mostrato molto vicino alle posizioni della Lega, che ha ricambiato la cortesia elogiando più volte Tremonti per le posizioni prese: questa situazione ha portato molti a pensare che, in un ipotetico prossimo governo a “trazione leghista”, Tremonti possa essere il sostituto di sua maestà Silvio I.
E qui, come anticipato prima, arriva la scoperta di Wikileaks: dai cablo americani risulta che, visto il giro di “amicizie” scomode di Berlusconi (si pensi alle discutibili liaisons con tutti i dittatori africani e post-sovietici, più che alle bagasce), un potenziale nuovo leader italiano sarebbe più gradito a Washington. E questo nuovo leader potrebbe essere Tremonti o…Draghi. Dunque, meglio mandare il calmo Mario alla BCE, così in Padania si sta più tranquilli.
Riassumendo, come prevedibile, siamo di fronte all’ennesimo tentativo di colonizzazione delle cariche da parte di un centrodestra pigliatutto e accaparratore, che si caratterizza in base alla sua sotto-fazione più estremista e populista. Dalla “casta” al governo degliriformatori, è solo questione di tempo: l’ex Bel Paese è sempre più sulla via di diventare una “provincia” dell’inesistente Padania, e l’attuale gioco delle sedie con il Ministero dell’Economia come fulcro è solo l’ennesimo passo avanti verso la mortificazione della politica nazionale.

venerdì 4 marzo 2011

Guerra: finzione e realtà

LA CIRENAICA FOTOCOPIA DEL KOSOVO

I media stanno inneggiando da settimane alle presunte "novità" provenienti dal Mondo Arabo, novità che consisterebbero in quelle inedite esperienze che sono i colpi di Stato militari. Ma, più di tutte, la situazione della Libia ha assunto i contorni del déjà vu, di una vicenda già vissuta nei minimi dettagli.
Vari commentatori hanno ipotizzato che, dietro l'ondata di rivolte nei Paesi arabi, vi sia un'unica strategia di destabilizzazione di marca statunitense. Vi sono certamente degli indizi che possono conferire qualche fondatezza a questa ipotesi, come, ad esempio, il ruolo di personaggi ambigui come El Baradei in Egitto. In effetti nel caso della Tunisia e dell'Egitto è anche possibile che gli USA stiano mettendo in atto operazioni di recupero riguardo ad una situazione che cominciava a sfuggire di mano per una serie di tensioni sociali ed istituzionali direttamente provocate dalle privatizzazioni selvagge imposte dal Fondo Monetario Internazionale e dall'Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO). Sta di fatto invece che il caso libico assume dei contorni davvero singolari rispetto a quelli della Tunisia e dell'Egitto, perciò per la Libia non si può più parlare di semplici indizi e sospetti, ma di una serie di marchiane evidenze.
Alcuni giorni fa, un articolo su Militant-Blog, a proposito degli eventi libici, parlava di "puzza di Kosovo", ma ora sembra addirittura di ripercorrere passo per passo lo schema della "emergenza umanitaria" in Kosovo del 1999, che costituì il pretesto per l'aggressione della NATO contro la Serbia, una serie di bombardamenti a tappeto spacciati dai media come "ingerenza umanitaria". Novello Milosevic, anche Gheddafi si trova colpito contemporaneamente dalla secessione unilaterale di una parte del Paese e da una campagna di criminalizzazione internazionale, che già si è concretizzata in sanzioni economiche dell'ONU e della Unione Europea con tanto di sequestro dei beni libici, fatti passare tout-court dai media come beni della "famiglia Gheddafi". Il "congelamento" dei suoi presunti beni si configura perciò come una rapina coloniale in grande stile ai danni dello Stato libico. Ma in queste ore pare che la NATO stia anche allestendo una "no fly zone" sulla Libia, utilizzando ovviamente le basi militari italiane, che Berlusconi sta concedendo esattamente come D'Alema nel 1999; cosa che, si spera, dovrebbe almeno liquidare le residue fiabe circa il Berlusconi in conflitto con i poteri forti internazionali.
La "no fly zone" della NATO implica un'aggressione in piena regola, poiché imporla significherà abbattere gli aerei libici, magari con il contorno di qualche bombardamento vero sulla popolazione civile, che dovrebbe supplire a quelli immaginari di Gheddafi. Nel 1999 le operazioni NATO furono ispirate e dirette dal presidente Clinton, adesso dal segretario di Stato Clinton, quindi ci siamo quasi.
A rafforzare la sensazione di già visto, c'è persino la onnipresenza mediatica di Emma Bonino, la quale, dopo essere stata eletta nel 1999 nemica ufficiale di Milosevic, ora è diventata anche colei che detta la linea ufficiale per ciò che concerne le operazioni anti-Gheddafi. La deputata radicale ha potuto ancora una volta esibirsi nelle sue mirabolanti capacità logiche in un intervento su Repubblica Radio-TV, allorché, auspicando le sanzioni ONU e UE contro Gheddafi, ha poi aggiunto che occorrerà poi trovare le prove dei suoi crimini contro l'umanità, con ciò implicitamente ammettendo, in un colpo solo, sia che tali prove adesso non esistono, sia che le sanzioni ONU e UE sono state imposte d'arbitrio, senza alcuna inchiesta preventiva.
In compenso ci sono le inchieste e le prove contro gli USA sia per Guantanamo che per il massacro di civili in Iraq ed Afghanistan, ma ciò non impedisce ad Obama ed alla Clinton di ergersi a giudici, sbirri e boia in materia di difesa dei diritti umani, e di essere accettati in questo ruolo dalla sedicente "Comunità Internazionale" (pseudonimo degli stessi Stati Uniti). La Bonino dovrebbe essere a sua volta imputata per crimini contro il buon senso, da lei commessi in nome della provocazione/disinformazione occidentalista, dato che, allo stato attuale, non soltanto non esiste il supporto di prove alle notizie di atrocità commesse dal regime libico contro i rivoltosi, ma non ci sono neppure le fonti delle presunte notizie. Si tratta infatti di notizie orfane, di cui è stato possibile accertare il diffusore - le emittenti arabe come Al Jazeera, la stessa che aveva dato per certa la fuga di Gheddafi in Venezuela - ma non l'origine. Al contrario, le smentite a queste notizie provenivano da testimoni ben individuati, come il vescovo di Tripoli e gli Italiani sfollati dalla Libia, ma la comunicazione ufficiale non ha ritenuto di prenderle in considerazione. Dato che non confermavano la linea ufficiale, una giornalista di Repubblica Radio-TV ha infatti liquidato come "confuse" le affermazioni degli Italiani appena giunti da Tripoli.
Le analogie non finiscono qui, dato che anche nel 1999 gli Stati Uniti dettarono la linea al Consiglio di Sicurezza dell'ONU ottenendone, come oggi, un pronta obbedienza, che ha visto, come allora, la sottomissione anche di Russia e Cina. Putin è sembrato addirittura fra i più ansiosi di scaricare Gheddafi, come del resto fece con Milosevic, sebbene sia risaputo che si sta preparando una nuova operazione della NATO e che stavolta le Forze Armate russe difficilmente saranno disposte a passarci sopra. Chissà se la prossima vittima di un colpo di stato militare non sia proprio Putin, che si oppone all'aggressività militare USA non in chiave globale, ma solo quando pressa i suoi confini; una strategia strettamente difensiva che sta cominciando a logorare i suoi rapporti con i generali russi. Anche la Cina non dovrebbe essere troppo felice di questa penetrazione militare USA in Africa, che certamente va a disturbare la penetrazione affaristica cinese in quel continente; eppure la Cina non ha fatto opposizione, segno che forse, a dispetto di tutti i tentativi ideologici di rendere astratto ed impersonale il concetto di "Impero", il vero e solo imperialismo rimane quello americano.
Intanto la Cirenaica si configura già come un altro Kosovo, uno staterello etnico fantoccio della NATO, e probabilmente nel territorio strappato al tiranno di Tripoli già si sta dissodando il terreno per impiantare una base militare USA, una nuova Bondsteel, a guardia dei pozzi di petrolio e di gas sottratti manu militari alle cure amorevoli dell'ENI. Rispetto al Kosovo c'è infatti qualcosa in più, e riguarda la variabile delle imprese italiane che sono state non solo spiazzate dalla secessione, ma anche dalle sanzioni economiche alla Libia. Le quote azionarie libiche nell'ENI, in Finmeccanica ed in UniCredit si trovano adesso in una sorta di limbo giuridico che consegna il manico del coltello a chi controlla e ispira le sanzioni stesse, e cioè gli Stati Uniti. L'Eni e la sua cordata imprenditoriale si trovano quindi doppiamente sotto scacco, ma l'unica cosa che ha saputo dire a riguardo il presidente di Finmeccanica, Guadagnini, è stata che i nuovi padroni della Libia avranno pur sempre bisogno dei prodotti di Finmeccanica. Forse, ma non è detto che per allora il presidente sia ancora Guadagnini.
Le multinazionali anglo-americane hanno quindi allestito una duplice operazione coloniale, centrando in un colpo solo la Libia e l'Italia, tutto ciò nel gaudio dei media italiani, a riprova che gli attuali dirigenti dell'ENI non hanno seguito le orme di Enrico Mattei, il quale si premurava di avere a disposizione le proprie armi nella guerra dell'informazione/disinformazione. L'amministratore delegato dell'ENI, Scaroni, dovrebbe anche chiedersi a cosa siano servite tutte le mazzette che ha elargito per decenni ai servizi segreti italiani, dato che gli Stati Uniti hanno colto alla sprovvista sia lui che Gheddafi. In questi giorni l'ENI si sta giocando la sua sopravvivenza, poiché, se si lascia sottrarre senza reagire i giacimenti libici, perderà anche la faccia con ogni possibile interlocutore nei Paesi del terzo mondo.

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