involuzione

involuzione
Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

venerdì 1 aprile 2011

SIAMO TUTTI TERRORISTI,se il potere si fa vittima

L’11 Marzo l’Unione Europea e gli Stati membri hanno organizzato una giornata di commemorazione delle vittime del terrorismo. Il «giorno della vittima» si inscrive nel contesto della lotta antiterrorista, ma anche, più in generale, nei cambiamenti del diritto registrati da una dozzina d’anni a questa parte.
L’ideologia vittimista è servita come riferimento a tante riforme della giustizia. In Francia i giudici, nell’applicare le pene, devono obbligatoriamente avvisare le vittime della ammissione alla liberazione condizionale. Instaurare una preminenza della vittima sulla legge opera un sconvolgimento del sistema penale. Oggigiorno, un numero sempre maggiore di pene vuole rispondere all’eventuale ansia di vendetta della vittima. Il ruolo della legge è mutato. La sua funzione primaria era fermare la violenza. Attualmente questo freno è rimesso in discussione. Siamo trascinati in un processo infinito di punizione e vittimizzazione. La vittima non può nemmeno rinunciarvi. Essa diviene uno stato permanente, un’essenza che capovolge il ruolo pacificatore del diritto.
La lotta antiterrorista apporta una dimensione supplementare. Oltre ogni analisi della realtà, è la voce della vittima che rivelerebbe la vera natura dei terroristi: dei criminali che  «ammazzano e causano enormi sofferenze». Così, il grido, l’invocazione del dolore crea un’immagine. Essa pone l’atto al di fuori di ogni contesto politico o sociale. Un insieme di attentati non aventi alcun rapporto fra loro: il crollo delle torri del World Trade Center, gli attacchi contro le truppe di occupazione statunitensi in Irak o in Afghanistan, gli attentati di Madrid dell’11 Marzo 2004, sono considerati come fossero identici.
Tutti questi atti risulterebbero da una violenza senza oggetto, da una violenza pura. La lotta antiterrorista costruisce un’immagine che fa pensare alla nozione di violenza originaria sviluppata da René Girard nella sua teoria della vittima emissaria, una violenza inesplicabile, ma fondatrice dell’organizzazione sociale.
Allo stesso modo, la violenza terrorista sarebbe fine a sé stessa, non avrebbe senso. In mancanza di senso, il linguaggio regredisce. Ciò che è detto dà semplicemente a vedere, ad intendere. Il linguaggio diventa rumore, grido, puro significante. E’ costruzione di un’immagine unificatrice ed inglobante: la voce della vittima. Essa opera una fusione fra lo spettatore e l’orrore mostrato. La rappresentazione diviene impossibile. L’emotività si sostituisce all’analisi e alla ragione. Le incriminazioni che puniscono il terrorismo operano un doppio spostamento. Non è più soltanto nel nome d’una qualsiasi vittima che si organizza la lotta contro il terrorismo. Il potere è non solo il rappresentante della vittima, ma ne assume il ruolo. In effetti, ciò che rende tale un atto terroristico, non è tanto l’azione stessa, quanto il fatto che sia accompagnata dall’intento di fare pressione su un governo.
L’incriminazione del terrorismo permette al potere di porsi lui stesso come vittima.
La giornata di commemorazione dell’11 Marzo si inscrive in questo schema. L’iniziativa dell’Unione Europea risulterebbe da una responsabilità particolare degli Stati membri nei riguardi delle vittime, giacché «i terroristi attaccherebbero la società nel suo insieme». Noi saremmo tutti potenzialmente delle vittime. La feticizzazione della vittima reale realizza una fusione tra la stessa, le popolazioni, il potere.
La lotta antiterrorista organizzerebbe la difesa di tutti contro questa violenza cieca. Per far ciò, essa fonde stato di guerra e lotta contro la criminalità. Essa sopprime ogni distinzione fra esteriore ed interiore, guerra e pace. Lo Stato rimette in discussione l’Habeas Corpus dei suoi cittadini e applica loro misure di sorveglianza una volta riservate ai nemici del paese. Lo stato di guerra diviene permanente, illimitato, contro un nemico indefinito dai molteplici volti, che può assumere quello di chiunque, giacché gli USA possono perseguire chiunque sia semplicemente additato come terrorista, cioé identificato come «nemico combattente illegale» dal potere esecutivo. Da vittime, possiamo diventare terroristi. La fusione è dunque completa fra vittima, terrorista e potere.
Un ordine politico psicotico, fondato sull’amore della vittima, ci intima di abbandonare e rinunciare alle nostre libertà costituzionali, al fine di essere protetti dall’altro e da noi stessi. Questa struttura politica maternalista sopprime ogni separazione fra Stato e cittadino. La legge francese LOPPSI 2 (Legge di Orientamento e di Programmazione per la Sicurezza Interna, ndt), trasformando la videosorveglianza in videoprotezione, opera una mutazione semantica caratteristica dell’attenzione che ha per noi la Big Mother.
Parlando a nome della vittima e ponendosi come tale, il potere entra nel sacro. Esso fonde ordine politico ed ordine simbolico. Come già espresso da George Bush, nella sua guerra del Bene contro il Male, il potere occupa direttamente il posto dell’ordine simbolico. Fondando la sua legittimità sull’icona della vittima, ci pone in una violenza senza fine, invece di fermare la stessa. La lotta antiterrorista ci inscrive così nel tragico, come era messo in scena dalla tragedia greca. Ci immette in una violenza infinita, sempre rinnovata, giacché non vi è più un principio protettore della vita, d’ordine simbolico, articolato al potere politico. I lavori di Jacques Lacan ci hanno insegnato che è proprio questo fantasma dell’unificazione alla madre immaginaria, qui allo Stato come madre simbolica, che è alla base di questa violenza senza limiti, autodefinitasi senza oggetto, che la lotta antiterrorista pretende di combattere.
* Jean-Claude Paye, sociologo, collabora con Eurasia; Tülay Umay, sociologo.
Traduzione a cura di Giacomo Guarini

mercoledì 30 marzo 2011

Kosovo.Il traffico di organi e la grande ipocrisia dell'Occidente


Etleboro
"Sulla base dei nostri esami, a nostro parere, non esistono prove conclusive che delle persone siano state ferite come risultato di atti criminali nella casa del sud-ovest di Burrel in Albania". Queste le conclusioni del rapporto ufficiale della Missione UNMIK del 2004 sulla casa gialla, di cui l'Osservatorio Italiano dispone di una copia. Si tratta del report relativo alle indagini in Albania del team dell'Ufficio delle Persone scomparse e legale (OMPF), guidato da José-Pablo Barayabr, capo del OMPF, dietro l'assistenza del Tribunale Penale Internazionale dell'Aja (Report-Forensic Examination and Assassment in Albania) .
Il team ha condotto un sopralluogo a Burrel nel 3 Febbraio del 2004, esaminando i luoghi di un'abitazione segnalata come sospetto centro in cui avvenivano operazioni di espianto di organi da prigionieri non-albanesi dell'esercito di liberazione del Kosovo. Stando a quanto affermano gli stessi inquirenti de L'Aja, dopo una prima perlustrazione che non ha portato al rilevamento di tracce di sangue, sono state effettuate delle analisi al luminol che hanno evidenziato delle piccole tracce di sangue, soggette a loro volta ad inquinamento da elementi esterni che non permettevano l'individuazione come sangue umano. Il rapporto è di per sé molto eloquente e illustra la mappa della casa e la sua posizione geografica, nonchè le indagini della scientifica, che hanno portato ad escludere già nel 2004 l'esistenza di un traffico di organi in quella regione dell'Albania. Conclusioni che confermano la tesi descritta sin dall'inizio dall'Osservatorio Italiano, parlando di indagini strumentalizzate dai media per conseguire degli obiettivi politici (si veda Disinformazione e insabbiamento sulla pulizia etnica del Kosovo).


Il secondo documento in possesso dell'Osservatorio Italiano è un report del Tribunale Penale Internazionale de L'Aja soggetto a segreto istruttorio classificato nel novembre del 2003 come "Confidential" ma "Subject to journalistic confidentiality", firmato da Lopez Terres, capo del nucleo investigativo dell'ICTY. Questo riporta una ricostruzione delle testimonianze di 8 fonti, che descrivono uno pseudo traffico di essere umani dal Kosovo al Nord dell'Albania, aggiungendo alcune loro percezioni e conclusioni in relazioni ad un traffico di organi,  a cui non hanno assistito in prima persona, bensì lo hanno ipotizzato indotti da vari elementi a se stanti. Innanzitutto le fonti raccontano quasi la stessa versione dei fatti, ossia sull'esistenza di un traffico di esseri umani - che tra la fine del 1999 e i primi mesi del 2000 può essere anche stato un trasferimento di persone da un confine all'altro, ma non vi sono altri elementi per confermarlo - mentre alcune testimonianze aggiungendo dei dettagli che li hanno indotti a concludere che in una 'casa gialla, che sembrava un ospedale' avveniva un espianto di organi. Tali elementi sono aver sentito che avrebbero "fatto analisi delle urine e del sangue", l'offerta di una sorta di 'medicina',  "aver sentito da altri presenti che si parlava di organi", aver sentito da altri di "scortare un veicolo all'aeroporto di Rinas che trasportava organi umani", aver sentito che "sarebbe giunto un medico arabo". Oltre a tali elementi, le fonti non hanno assistito ad alcuna operazione o ferimento di persone, ma solo ipotizzato perchè 'sentito dire'.  Le testimonianze convengono tutte sul fatto che i gruppi trasportati erano misti etnicamente, vi erano giovani donne albanesi o provenienti dall'Est Europeo o ex URSS. Vengono descritte scene in cui dei corpi, di persone la cui origine dai territori del Kosovo è solo presunta, che vengono seppellite in uno spazio che "sembra l'Afghanistan". Si tratta quindi di racconti che, a ridosso della guerra in Kosovo e vista la grande presenza di media internazionali nelle regioni di confine dell'Albania, se ne potevano trovare a centinaia. Tanti erano infatti quelli disposti a raccontare una storia che fosse di interesse per giornalisti ed investigatori, pur di guadagnarsi qualche lira. D'altro canto, queste fonti non sono neanche riuscite ad identificare con precisione questa casa, indicando sempre vaamente in Nord dell'Albania, nei pressi di Burrel. A tutti viene chiesto di visionare dieci fotografie di case del Nord Albania, e tutti hanno indicato una casa bianca, dicendo che la ricordavano gialla. Descrivono questa casa dicendo che vi erano due piani, ambienti grandi, senza elementi caratterizzanti.
Sulla base di tale fare istruttoria è stata evidentemente poi condotta l'indagine nel 2004, quella di Barayabr, che ha effettuato un sopralluogo scortato da una equipe scientifica che non rilevato macchie di sangue evidenti, ma solo tracce rilevate al luminol. E' interessante notare che gli inquirenti hanno tracciato la mappa della casa, avendo avuto sicuramente il dubbio che la casa gialla descritta dalle testimonianze non fosse quella bianca trovata dagli inquirenti. Infine, teniamo a sottolineare che il rapporto di Dick Marty omette completamente questa indagine del 2004 e si limita ad affermare che "nel  febbraio del 2004, è stata organizzata   una visita esplorativa da un team formato congiuntamente da ICTY e UNMIK, con la partecipazione di un giornalista. Questa visita non può essere considerata come un adeguato esame forense, secondo tutte le norme tecniche". Tuttavia, il documento in nostro possesso parla di 'indagine forense' e specifica che il folto team di inquirenti, di cui solo due  ricercatori (non specifica la presenza di giornalisti), ha utilizzato tecniche e strumentazioni a tutti gli effetti professionali e a norma di legge.

Il team era così composto:
Jose Pablo Barajbar, capo OMPF
Alain Wittmann, Forensic Photographer
Tom Grange, Forensic Anthropologist
Tania Delabarde, Forensic Anthropologist
Hroar Frydelund, Forensic Crime Scene Examiner
2 guardie di sicurezza ICTY
Capo Procuratore di Burrel
Taduttore ICTY
Ricercatore Micheal Montgomery
Ricercatore Stephen Smith

Un esempio questo della ipocrisia  dei media e delle stessa comunità internazionale, che ha nascosto dei reati nel Kosovo, per poi strumentalizzarli e presentarli all'opinione pubblica come crimini di guerra per ricattare e controllare un Governo da essa stessa creato.  Dopo essere state complici dei traffici in Kosovo, le missioni internazionali decidono di occultare le indagini, per poi riproporle sotto diversa veste e immagine. Tali difformità e contraddizioni dovrebbero invece indurre le istituzioni ed i Governi a diffidare da tali tentativi di manipolazioni delle masse, dalle mensogne mercificate dall'ex Procuratore Carla del Ponte, nel tentativo di riconquistare una posizione di rilevanza sulla scena internazionale.

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