involuzione

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Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio
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venerdì 1 aprile 2011

SIAMO TUTTI TERRORISTI,se il potere si fa vittima

L’11 Marzo l’Unione Europea e gli Stati membri hanno organizzato una giornata di commemorazione delle vittime del terrorismo. Il «giorno della vittima» si inscrive nel contesto della lotta antiterrorista, ma anche, più in generale, nei cambiamenti del diritto registrati da una dozzina d’anni a questa parte.
L’ideologia vittimista è servita come riferimento a tante riforme della giustizia. In Francia i giudici, nell’applicare le pene, devono obbligatoriamente avvisare le vittime della ammissione alla liberazione condizionale. Instaurare una preminenza della vittima sulla legge opera un sconvolgimento del sistema penale. Oggigiorno, un numero sempre maggiore di pene vuole rispondere all’eventuale ansia di vendetta della vittima. Il ruolo della legge è mutato. La sua funzione primaria era fermare la violenza. Attualmente questo freno è rimesso in discussione. Siamo trascinati in un processo infinito di punizione e vittimizzazione. La vittima non può nemmeno rinunciarvi. Essa diviene uno stato permanente, un’essenza che capovolge il ruolo pacificatore del diritto.
La lotta antiterrorista apporta una dimensione supplementare. Oltre ogni analisi della realtà, è la voce della vittima che rivelerebbe la vera natura dei terroristi: dei criminali che  «ammazzano e causano enormi sofferenze». Così, il grido, l’invocazione del dolore crea un’immagine. Essa pone l’atto al di fuori di ogni contesto politico o sociale. Un insieme di attentati non aventi alcun rapporto fra loro: il crollo delle torri del World Trade Center, gli attacchi contro le truppe di occupazione statunitensi in Irak o in Afghanistan, gli attentati di Madrid dell’11 Marzo 2004, sono considerati come fossero identici.
Tutti questi atti risulterebbero da una violenza senza oggetto, da una violenza pura. La lotta antiterrorista costruisce un’immagine che fa pensare alla nozione di violenza originaria sviluppata da René Girard nella sua teoria della vittima emissaria, una violenza inesplicabile, ma fondatrice dell’organizzazione sociale.
Allo stesso modo, la violenza terrorista sarebbe fine a sé stessa, non avrebbe senso. In mancanza di senso, il linguaggio regredisce. Ciò che è detto dà semplicemente a vedere, ad intendere. Il linguaggio diventa rumore, grido, puro significante. E’ costruzione di un’immagine unificatrice ed inglobante: la voce della vittima. Essa opera una fusione fra lo spettatore e l’orrore mostrato. La rappresentazione diviene impossibile. L’emotività si sostituisce all’analisi e alla ragione. Le incriminazioni che puniscono il terrorismo operano un doppio spostamento. Non è più soltanto nel nome d’una qualsiasi vittima che si organizza la lotta contro il terrorismo. Il potere è non solo il rappresentante della vittima, ma ne assume il ruolo. In effetti, ciò che rende tale un atto terroristico, non è tanto l’azione stessa, quanto il fatto che sia accompagnata dall’intento di fare pressione su un governo.
L’incriminazione del terrorismo permette al potere di porsi lui stesso come vittima.
La giornata di commemorazione dell’11 Marzo si inscrive in questo schema. L’iniziativa dell’Unione Europea risulterebbe da una responsabilità particolare degli Stati membri nei riguardi delle vittime, giacché «i terroristi attaccherebbero la società nel suo insieme». Noi saremmo tutti potenzialmente delle vittime. La feticizzazione della vittima reale realizza una fusione tra la stessa, le popolazioni, il potere.
La lotta antiterrorista organizzerebbe la difesa di tutti contro questa violenza cieca. Per far ciò, essa fonde stato di guerra e lotta contro la criminalità. Essa sopprime ogni distinzione fra esteriore ed interiore, guerra e pace. Lo Stato rimette in discussione l’Habeas Corpus dei suoi cittadini e applica loro misure di sorveglianza una volta riservate ai nemici del paese. Lo stato di guerra diviene permanente, illimitato, contro un nemico indefinito dai molteplici volti, che può assumere quello di chiunque, giacché gli USA possono perseguire chiunque sia semplicemente additato come terrorista, cioé identificato come «nemico combattente illegale» dal potere esecutivo. Da vittime, possiamo diventare terroristi. La fusione è dunque completa fra vittima, terrorista e potere.
Un ordine politico psicotico, fondato sull’amore della vittima, ci intima di abbandonare e rinunciare alle nostre libertà costituzionali, al fine di essere protetti dall’altro e da noi stessi. Questa struttura politica maternalista sopprime ogni separazione fra Stato e cittadino. La legge francese LOPPSI 2 (Legge di Orientamento e di Programmazione per la Sicurezza Interna, ndt), trasformando la videosorveglianza in videoprotezione, opera una mutazione semantica caratteristica dell’attenzione che ha per noi la Big Mother.
Parlando a nome della vittima e ponendosi come tale, il potere entra nel sacro. Esso fonde ordine politico ed ordine simbolico. Come già espresso da George Bush, nella sua guerra del Bene contro il Male, il potere occupa direttamente il posto dell’ordine simbolico. Fondando la sua legittimità sull’icona della vittima, ci pone in una violenza senza fine, invece di fermare la stessa. La lotta antiterrorista ci inscrive così nel tragico, come era messo in scena dalla tragedia greca. Ci immette in una violenza infinita, sempre rinnovata, giacché non vi è più un principio protettore della vita, d’ordine simbolico, articolato al potere politico. I lavori di Jacques Lacan ci hanno insegnato che è proprio questo fantasma dell’unificazione alla madre immaginaria, qui allo Stato come madre simbolica, che è alla base di questa violenza senza limiti, autodefinitasi senza oggetto, che la lotta antiterrorista pretende di combattere.
* Jean-Claude Paye, sociologo, collabora con Eurasia; Tülay Umay, sociologo.
Traduzione a cura di Giacomo Guarini

sabato 19 marzo 2011

Le lezioni di economia del “Fatto quotidiano”

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Ho già osservato che il Fatto quotidiano ha appaltato ai neoliberisti del sito NoiseFromAmerika la costruzione di una visione economica per l’area politica al quale la testata si rivolge. La nuova sinistra che così si va coagulando attorno alla testata può finalmente conoscere l’ardita e inedita teoria della mano invisibile del mercato che sistema tutti gli impicci e gli imbrogli dell’economia nazionale mentre ognuno di noi pensa felicemente ai casi suoi. Se Federico Caffè e Claudio Napoleoni fossero ancora tra noi chissà se Padellaro gli permetterebbe di scrivere un paio di colonne sul giornale che dirige…
Comunque ieri Michele Boldrin (membro del collettivo di NoiseFromAmerica ) ha scritto sul giornale un articolo di attacco a Giulio Tremonti e ancora più all’informazione economica del nostro paese. Concordo con la sostanza del pezzo, anche quando viene censurata la mania della sinistra di promettere che vivremo tutti nel paese dei balocchi quando avremo finalmente sconfitto l’evasione fiscale (come se l’evasione fiscale avesse qualcosa a che fare con l’anchilosi di tutte le strutture della nostra economia ).
Dati però gli intenti pedagogici del duo Padellaro/Boldrin verso la sinistra sovietizzante del nostro paese mi sento autorizzato a isolare un brano dell’articolo che, invece, non scorre via tanto pacificamente.
Ora, dovete sapere che negli ambienti neoliberisti esiste l’idea che la speculazione non esista, e che quando si parla di speculazione in realtà ci si riferisce a ordinari fenomeni di mercato. Voi potreste pensare che la speculazione sui mercati obbligazionari è quel fenomeno per cui uno stato vede aumentare gli interessi sul suo debito pubblico per ragioni che non hanno a che fare con la sua solvibilità reale, ma piuttosto con vulnerabilità del sistema che grandi operatori in grado di muovere enormi quantità di “hot money” possono sfruttare in modi preclusi a tutti gli altri. Ma no, vi sbagliate. Sui mercati obbligazionari, e su tutti gli altri, ognuno ha quello che si merita, e tanto meno le contrattazioni sono regolamentate tanto più la giustizia divina può fare il suo corso senza intralci.
Nell’articolo di Boldrin si insinua il dubbio che vi sia una relazione tra speculazione e aumento tendenziale dei prezzi. Riporto il suo pensiero
Poiché per ogni acquisto “speculativo” deve esserci una vendita, può spiegare, signor ministro [si rivolge a Tremonti], in che modo gli speculatori creano “carovità”, ovvero spingono tendenzialmente in alto i prezzi?
L’argomento è talmente formidabile che leggendo quasi mi dimenticavo che nell’universo in cui viviamo gli aumenti tendenziali dei prezzi esistono davvero, e che quando hanno luogo non vi è alcuna sospensione delle transazioni, ossia acquisti e vendite continuano a esserci e a corrispondersi di amorosi sensi. L’aumento del prezzo—sia quando vi è speculazione sia quando non vi è — non sembra affatto correlato all’esistenza o al numero delle transazioni ma solo al livello del prezzo in cui domanda e offerta si incotrano. Se non vi sono meccanismi di forte ponderazione nella formazione dei listini di borsa può ben accadere che un aumento delle quotazioni si accompagni a una contrazione del volume degli scambi; a Piazza Affari funziona proprio così. Di conseguenza la natura consustanziale di acquisti e vendite non prova affatto l’arbitrarietà del concetto di speculazione, che non ha alcun bisogno di essere messo tra virgolette come fa Boldrin.
Infine, la speculazione non si attua necessariamente attraverso la trasmissione di ordini di borsa. Si può speculare semplicemente assentandosi dal mercato, come accade ad esempio quando ci si astiene dal vendere una determinata merce proprio per farne aumentare il prezzo, magari dopo previa provvista a prezzi bassi (ciò che una volta si chiamava accaparramento). Sulle borse di commodity accade continuamente, e in passato oscillazioni del 10-15% sulle derrate alimentari contrattate a Chicago — con effetti disastrosi sui paesi del terzo mondo bisognosi di grano e riso — erano facilmente imputabili a logiche speculative di questo tipo.
articolo correlato 

sabato 12 marzo 2011

La rivoluzione Islandese

Di: Emmanuele Lupi
Per quanto incredibile possa sembrare, in questo momento in Islanda sta avendo luogo una vera rivoluzione democratica e anticapitalista e nessuno ne parla, nessun “Media” ne riporta l’informazione, non ne troverete quasi alcuna traccia su “Google”: in breve, il black-out totale.

Tuttavia, la natura degli avvenimenti in corso in Islanda è sconcertante: un popolo che scaccia la destra al potere assediando pacificamente il palazzo presidenziale, una “sinistra” liberale anch’essa allontanata dalle “responsabilità” poiché intendeva condurre la stessa politica della destra, un referendum imposto dal Popolo per determinare se bisognasse rimborsare o no le banche capitaliste che hanno affondato il paese nella crisi a causa della loro irresponsabilità, una vittoria del 93% che impone di non rimborsare le banche, una nazionalizzazione delle banche e, punto d’orgoglio di questo processo per molti aspetti “rivoluzionario”: elezione, il 27 novembre 2010, di un’assemblea costituente incaricata di scrivere le nuove leggi fondamentali che tradurranno, d’ora in poi, la collera popolare contro il capitalismo e le aspirazioni del popolo ad un’altra società.

Mentre sull’Europa intera incombe la collera dei Popoli presi alla gola dal rullo compressore capitalista, l’attualità ci rivela un altro aspetto, una storia in atto in grado di rompere delle certezze e soprattutto di dare una prospettiva alle lotte che infiammano l’Europa: la riconquista democratica e popolare del potere, al servizio della popolazione.

Dopo sabato 27 novembre, l’Islanda dispone di un’assemblea costituente composta da 25 semplici cittadini eletti dai loro pari. Il suo obiettivo: riscrivere interamente la costituzione del 1944 tenendo ben presente la lezione della crisi finanziaria che nel 2008 ha colpito in pieno il paese. Dopo questa crisi, dalla quale è ben lontana dal riprendersi, l’Islanda ha conosciuto un certo numero di cambiamenti assai spettacolari, a cominciare dalla nazionalizzazione delle tre principali banche, seguita dalle dimissioni del governo di destra sotto la pressione popolare.

mercoledì 2 febbraio 2011

UN CASO EDITORIALE: IL FATTO QUOTIDIANO

il Fatto Quotidiano, nato il 23 settembre 2009, rappresenta un fenomeno da studiare. In un contesto di pesante calo della diffusione dei quotidiani – legato alla crisi economica – questo giornale, nei suoi primi tre mesi di vita, ha avuto una media di vendite “tra edicole e abbonamenti (…) di oltre 108.000 copie”1.
Tale risultato è stato mantenuto “anche nei primi quattro mesi di quest’anno”. Un altro dato in controtendenza è la forte percentuale di lettori giovani: “ben il 14,2 per cento dei lettori hanno tra i 18 e i 24 anni e il 25,7 tra i 25 e i 34 anni”.
Alto è il livello di istruzione: “oltre il 90 per cento ha un diploma o una laurea”. In termini più generali, si può dire che “il lettore tipo è un uomo, risiede nel centro nord in un comune di oltre 250.000 abitanti e svolge una delle cosiddette professioni di concetto (studente/impiegato/quadro o dirigente)”. La maggior parte deii lettori è legata alle varie componenti del centrosinistra, “ma c’è una percentuale molto rilevante, cioè il 18,3 per cento” che non rivendica collocazioni precise.
Certo, sarebbero necessari ulteriori approfondimenti. Ad esempio, quante copie sono state sottratte a concorrenti più blasonati? La tipologia di lettori sopra descritta sembra coincidere con quel “ceto medio riflessivo” che ha fatto la fortuna di un quotidiano come la Repubblica. Un’altra questione si lega all’alta percentuale di lettori giovani, che induce a chiedersi per quanti il Fatto rappresenti il primo avvio al rapporto con un quotidiano.
Di sicuro, contribuiscono al successo giornalisti di prestigio come Furio Colombo o noti presso il  pubblico televisivo come Marco Travaglio, che garantisce un articolo al giorno, sempre collocato in prima pagina. Il legame con il piccolo schermo è stretto, poiché con la trasmissione politica di maggior successo degli ultimi anni (Annozero) si condividono sia alcune firme, che il modo di impostare certi problemi.
In più, il quotidiano è vicino ad un vasto movimento d’opinione, il “popolo viola”, impegnato soprattutto nella lotta contro l’impunità di Berlusconi e di altri potenti. Si può ritenere che la concezione della democrazia espressa da questo movimento sia riduttiva, poiché pone in secondo piano questioni come l’estensione dei diritti sociali e la creazione di nuove forme di partecipazione collettiva alla cosa pubblica. Ma il Fatto la condivide senza riserve.
In ogni caso, nel panorama della carta stampata italiana, questo giornale non emerge solo per il suo spiccato interesse verso le malversazioni dei politici. L’angolo visuale dei quotidiani nostrani è in genere così ristretto, che ci vuole poco per dare l’idea di affrontare la realtà nelle sue molteplici sfaccettature.
Solo per fare un esempio: il 6 maggio, su il Fatto una intera pagina è dedicata al congresso Cgil, con un resoconto puntuale di Giampiero Calapà (Epifani: non siamo come la Grecia ma quasi) ed un articolo più analitico di Enrico Fierro (La frontiera del nord). Nelle due pagine sulla crisi greca, poi, una cronaca degli avvenimenti di piazza del giorno precedente (Morti d’economia), dovuta a Salvatore Cannavò2, restituisce alcune differenze interne al campo della protesta.
Basta parlare del più grande sindacato italiano senza limitarsi a riferire dei battibecchi a distanza tra Epifani ed i segretari di Uil e Cisl, o affrontare la protesta greca dimostrando di conoscerne gli attori politici, per distinguersi positivamente rispetto a tanti giornali.
Questioni di share
Grande è l’importanza che il quotidiano attribuisce alla televisione, in quanto strumento di manipolazione delle masse e come campo di battaglia dove si scontrano forze diverse.
La convinzione da cui si muove è che il successo di Berlusconi sia dovuto esclusivamente al suo dominio televisivo, che gli consente sia di creare un preciso immaginario, sia di restituire ciò che vuole della realtà a milioni di italiani, contribuendo all’involuzione del paese. Su questo piano si  estremizza l’opinione prevalente nelle forze di opposizione.
I lettori – in osmosi con il quotidiano – sono del medesimo avviso. Lo testimonia, tra le altre, una lettera pubblicata il 28 febbraio 2010, a firma di Francesco Falco, un aspirante giornalista (Lettera di un ragazzo al Tg1”). Vi si protesta perché si è fatta passare la prescrizione nei confronti del corrotto Mills per un’assoluzione: “Quello che non mi è stato possibile accettare (…) la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la Menzogna (…) Quella che, in nome del potere, fa sì che venga raccontata e giunga nelle case di milioni di italiani, una versione delle cose altra, che si sottrae al pur deprecabile esercizio di modulazione di un fatto (…) e rovescia il fatto medesimo”.
Nello stesso giorno, la quotidiana rubrica sui Tg (Tgpapi) curata da Paolo Ojetti ha un titolo infelice: “C’è il Cile (il viola no)”, legato alla circostanza per cui il devastante terremoto in quel paese ha oscurato una manifestazione del “popolo viola”. Commentando il Tg1 si parla del processo Mills e di come viene affrontato da Ghedini, che in casa di Minzolini si trova a suo agio (“ci fosse un giornalista, uno solo che abbia la forza di stopparlo, di portarlo a una parvenza di riflessione, di discussione”). Riferendosi al Tg2 ci si riscatta, in parte, dalla gaffe insita nel titolo, parlando di un “obbligatorio sviluppo del terremoto cileno”, ma poi ci si lamenta della mancata informazione (“né un’immagine né una citazione”) sulla manifestazione viola di Piazza del Popolo.
Ora, c’è da chiedersi: a parte la legittima recriminazione rispetto all’omissione della notizia del “viola day”, sul terremoto in Cile non c’era proprio nulla da rilevare? Ad esempio, i telegiornali, evidenziato quanto il disastro sia stato dovuto, più che alla furia della natura, a condizioni socio-abitative di estremo disagio? Problemi simili sembrano estranei ad Ojetti, che nella sua rubrica si concentra prevalentemente sulla questione giudiziaria, quasi che l’indipendenza dell’informazione si misuri sul terreno esclusivo delle cronache processuali.
Fin qui abbiamo parlato della televisione come luogo dell’omissione di notizie, ma cosa ci dice il Fatto su questo potente media come terreno di scontro?
Vediamo un articolo dal titolo esplicito: “23 a 13 per Santoro” (26 settembre 2009, a firma di Wanda Marra). Giubilando, vi si parla di una vittoria nella battaglia dello Share, riportata nei confronti del programma Porta a Porta: “(…) ben uno spettatore su 3, come accade solo nelle fiction più seguite, è rimasto incollato dall’inizio alla fine a Annozero. Una bella lezione per Berlusconi., Il monologo del Premier sull’Abruzzo aveva ottenuto il 13,47%, ma partiva (…) dalle medie di Rai1”.
Siamo di fronte all’espressione tipica di una mentalità. Il riferimento alla “bella lezione per Berlusconi” rimanda all’illusione che una vittoria negli ascolti televisivi sposti i rapporti di forza  nel paese. L’idea di fondo, d’altronde, è quella, già accennata, secondo cui il motivo esclusivo della forza del Cavaliere sarebbe il suo monopolio televisivo. Ci si dimentica dell’essenziale. E’ vero, Berlusconi usa la tv per modificare la percezione della realtà e per creare un immaginario  attraverso forme di comunicazione che vanno attentamente analizzate; ma omettere dei fatti non è sufficiente a garantirsi il consenso sociale ed un immaginario, per imporsi, ha bisogno anzitutto di soggetti sociali che siano disposti a farlo proprio. Dietro le vittorie elettorali del Cavaliere c’è un preciso blocco sociale che vede i propri interessi difesi dal Pdl e di conseguenza si riconosce nei “valori” che questo partito propugna. Dunque, è pronto ad accogliere l’immaginario modellato dalla tv berlusconiana. Questa situazione non può certo essere modificata dalle vittorie, negli ascolti televisivi, di qualche “program-ma amico”.

I graffi di un ribelle.
Se le priorità sono ribadite di continuo, il giornale è comunque attento ad offrire un ventaglio di punti di vista, accogliendo diversi battitori liberi. E’ il caso di Massimo Fini, un intellettuale che si è formato su grandi pensatori reazionari: Ezra Pound, Heidegger, Junger.
Un simile orientamento culturale può sorprendere, in un giornale che ha molti lettori nel “popolo della sinistra”, ma va detto che gran parte dell’intellettualità che un tempo di questo popolo era riferimento si è convertita all’esaltazione del libero mercato. Di conseguenza, un Fini può acquistare credibilità nel presentarsi come fiero anticonformista.
Prendiamo ad esempio un suo scritto del 20 aprile (“Perché faccio il tifo per il vulcano”), in cui si riferisce alla nube di cenere, proveniente dall’Islanda, che ha bloccato il trasporto aereo. Per Fini, la natura, oltre a ricordare all’uomo che “non è il padrone del mondo”, mette a nudo la fragilità del sistema integrato in cui viviamo. L’autore segnala che “il vulcano islandese esplose già, con la stessa violenza, due secoli fa ma nessuno se ne accorse (,,,) mentre oggi sta mandando in tilt l’intero pianeta”.
L’Occidente ha uniformato il mondo al suo modello e ciò comporta che quando vi è un problema in una qualsiasi località (nell’articolo viene citata pure la crisi greca), i suoi effetti si riverberano in ogni dove.
Quando questo sistema imploderà, si salverà chi ne è fuori, come quegli indigeni delle Andamane, che sono sopravvissuti allo tsunami perché “invece di affidarsi a ottusi strumenti tecnologici sanno ancora guardare il mare con occhio umano, ascoltarlo con orecchie umane, sentirlo con cuore umano”.
L’articolo rivela la capacità di Fini di condensare in poche righe un pensiero articolato, segnato dal rifiuto della società tecnologica e dal rimpianto nei confronti di epoche lontane.
I lettori coinvolti in lotte territoriali contro uno “Sviluppo” che favorisce pochi, leggeranno con piacere una provocazione come questa. Rimane il problema che il giornalista in questione, sconfinando nella misantropìa, nega a monte le possibilità di un’azione di massa.Tanto che nell’articolo i greci attuali, colpiti dalla crisi, sono definiti “stupidi come tutti gli uomini di oggi”. Negli scritti di Fini affiora un’oscillazione. Da un lato sembra che la critica alla società occidentale sia anche autocritica, perché rivolta ad un mondo di cui si fa parte. Dall’altro, emerge la tendenza a rappresentarsi come un ribelle, in un senso vagamente jungeriano3, come persona  che, pur condannata alla sconfitta e ad una vita in minoranza, riesce a sottrarsi all’istupidimento ed ai processi di massificazione indotti dalla società tecnologica.
Fini gode di grande considerazione nel giornale: il 6 maggio una pagina intera era riservata all’uscita di una raccolta di suoi articoli4. Ma la visibilità e le qualità di scrittura dell’autore possono contribuire ad alimentare la confusione, ad esempio introducendo un elemento di idealizzazione del passato in discorsi – come quello ambientale – che invece dovrebbero rimandare alla critica della logica del profitto. E così, il quotidiano ci guadagna l’immagine di organo culturalmente plurale, senza che il suo impianto di fondo ne risulti smentito.

Il lavoratore nel “paese anormale”.
Su il Fatto le lotte dei lavoratori ricevono una certa attenzione. Tra le firme più quella di Beatrice Borromeo, giovane giornalista lanciata da Annozero, un programma che, rispetto agli standard televisivi, ha sempre dedicato un certo spazio al mondo del lavoro. Diverse puntate della trasmissione di Santoro sono partite da interviste ad operai impegnati nella difesa dell’occupazione, nel segno della critica ai datori di lavoro, rei di investire poco pur ricavando lauti profitti.
Bene, l’approccio de il Fatto è simile e gli articoli di Borromeo e di altri tendono a privilegiare quelle situazioni che più si prestano alla denuncia di un’imprenditoria che non si comporta come dovrebbe, presentando tratti anomali o addirittura banditeschi. In quest’ottica, è esemplificativo il brano seguente: “54 milioni di euro è la cifra cui ammontano i trattamenti di fine rapporto che Eutelia avrebbe dovuto pagare ai suoi lavoratori, se li avesse licenziati. Vendendo il ramo d’azienda Agile a Omega in cambio di un prezzo (…) simbolico, Eutelia ha evitato di pagare. La regia (…) è della banca Monte de’ Paschi di Siena: “Questo istituto- spiega Gianni Seccia della Fiom – è il principale creditore di Eutelia, che è esposta nei confronti di “Monte de’ Paschi, guarda che coincidenza, proprio per 54 milioni di euro” (Così Eutelia riesce a stanare Palazzo Chigi, 18 novembre 2009). Alla vicenda di Eutelia, che vede un complesso intreccio di interessi, con tanto di coinvolgimento dell’azienda di Berlusconi5, Borromeo ha dedicato una serie di articoli. Un buon lavoro, sul piano informativo, che però conferma la tendenza del quotidiano a vedere nell’operaio che si difende come può, magari occupando lo stabilimento, non un soggetto portatore di bisogni, bensì l’indicatore dei problemi di un paese dove regna il malaffare.
Che il Fatto non auspichi una ripresa del conflitto, lo chiarisce un editoriale del direttore Antonio Padellaro, uscito per la festa dei lavoratori (“A schiena dritta, 1 maggio 2010). In quel giorno, il titolo d’apertura del quotidiano ne conferma le ossessioni:Nel paese dei furbi Scajola la fa franca”. Ma la festa dei lavoratori è richiamata nell’articolo di Padellaro e in un riquadro con un disegno di Giacomo Manzù (Il nostro domani si chiama lavoro). All’interno, il discorso sul mondo del lavoro è sviluppato in due pagine: si parte dall’iniziativa a Rosarno dei sindacati confederali, con un articolo di Enrico Fierro sulla condizione di un Meridione che ha bisogno di legalità (Nuova fuga dal Sud, Un primo maggio da anni settanta”). Poi, ci sono due interviste: una ad un rosarnese illustre, il direttore della Scuola Normale, Salvatore Settis (“Basta genuflessioni. La sinistra offra un sogno”, realizzata da Giampiero Calapà), l’altra a Susanna Camusso della Cgil (“Mezzogiorno abbandonato, la Fiat rilanci Pomigliano, a cura di Salvatore Cannavò).
Il taglio meridionalista permette di associare i temi del lavoro ad altre emergenze tipiche della parte più disagiata del paese ed è ripreso da Padellaro nel suo editoriale, che ricorda due dirigenti comunisti. Uno, Valarioti6, vittima della ‘ndrangheta nel 1980, l’altro, Pio La Torre, assassinato dalla mafia due anni dopo: “Ci piacerebbe che questo 1 Maggio fosse celebrato nel nome degli uomini e delle donne con la schiena dritta. Di quelli morti. E di quelli vivi. Non gli eroi, ma le persone normali. Quelle che ogni mattina affrontano l’esistenza, accompagnano i bambini a scuola, si recano al lavoro. Ma se non ne hanno uno, la schiena devono averla ancora più robusta”. Il disoccupato, continua l’articolo, è oppresso dal senso di inutilità, “ma più di tutto, peggio di tutto” lo scoraggia “l’idea di un mondo che gira al contrario, che premia i furbi e gabba gli onesti”.
Per questa via, diviene naturale la citazione del caso del sontuoso appartamento di Scajola al Colosseo, condita da un demagogico richiamo “a chi si svena per l’affitto o viene strangolato dal mutuo”.
Dunque, i lavoratori non sono mai veramente protagonisti, nemmeno quando è la loro festa. La madre di tutte le battaglie rimane quella per la legalità, per un’Italia ed un Meridione che, non più strozzati dalle mafie e dall’illegalità endemica, possano creare nuovi posti di lavoro.
Proprio qui si delinea in modo nitido un’aspirazione che affiora in tante pagine del Fatto. Quella legata ad un paese normale, senza più strapotere mafioso, senza l’anomalia rappresentata da Berlusconi e dal connubio tra potere politico e mediatico che questi porta con sé.
Dunque il giornale e coloro che lo scelgono ogni mattina vogliono solo un capitalismo “migliore”, più vicino a quello di altri grandi paesi europei? Se, per quanto riguarda i lettori, è difficile esprimersi in maniera univoca, per quanto riguarda la redazione si è tentati di dare una risposta affermativa.

                 Stefano Macera

mercoledì 12 gennaio 2011

IL QUARTO ANNO DELLA BANCAROTTA CAPITALISTA

Dichiarazione del Segretariato del CRQI – 1 Ottobre 2010 
1
Lo sviluppo degli avvenimenti internazionali, specialmente quelli di carattere politico, continua a confermare
le prospettive della bancarotta capitalistica mondiale da noi segnalate molto prima della sua esplosione nel
luglio del 2007. Rivendichiamo, fondamentalmente, la portata rivoluzionaria che abbiamo dato a questo
processo, nel senso già segnalato da Marx: “lo sviluppo del sistema del credito” (e ancor più intenso
registrato dallo sviluppo del capitale fittizio negli ultimi decenni), “accelera la crisi (…) e gli elementi della
dissoluzione del vecchio modo di produzione.”
L’aggravamento violento della contraddizioni tra Stati Uniti, Giappone e Cina, da una parte, e la massiccia
svalutazione del dollaro e, quindi, del debito estero nordamericano, dall’altra, prospettano ora una
disarticolazione dell’economia mondiale e una crisi di tutto il sistema monetario. Ciò accade quando la crisi
entra nel suo quarto anno e dopo un intervento massiccio dei principali stati imperialisti per salvare dalla
bancarotta le banche e i principali polpi imperialisti. Si sbagliano quelli che assicurano che la nuova tappa
della crisi punti ad un “riequilibrio” dell’economia mondiale: la nuova emissione massiccia di moneta, da
parte degli Stati Uniti, equivale ad una gigantesca svalorizzazione del proprio debito pubblico, a danno di
Cina, Giappone, Germania e dei cosiddetti “emergenti” che hanno accumulato riserve nelle proprie banche
centrali. D’altra parte, una rivalutazione della moneta cinese, lo yuan, prospetta lo smantellamento del
regime di protezione instaurato dallo Stato cinese di fronte alla penetrazione tumultuosa del capitale
finanziario internazionale. Lo squilibrio monetario internazionale, non è la causa della crisi ma al contrario il
riflesso della bancarotta capitalista mondiale. La sola menzione di una dichiarazione di bancarotta di fatto,
da parte degli Stati Uniti, e di ultimatum alla Cina perché liberi il proprio sistema finanziario, da parte del
capitale internazionale e degli stati imperialisti, da una dimensione della fase esplosiva che inizia. La fine
della recessione nordamericana si è rivelata un mito: la ripresa della produzione dopo il collasso di fine
2008 non ha raggiunto il livelli precedenti alla crisi ne si è realizzata in condizioni di normalizzazione
dell’economia, ma al contrario in mezzo allo sprofondamento del sistema ipotecario e a massicci sfratti;
all’incremento della disoccupazione; a sussidi massicci attraverso l’incremento della spesa e della
emissione monetaria.
È una mezza verità quella degli economisti keynesiani che sostengono come via d’uscita un programma
massiccio d’investimenti statali in infrastrutture finanziato dall’emissione di moneta. Bisogna che, in tal caso
lo Stato, si faccia carico tanto dell’investimento quanto del credito; metta da parte il sistema bancario e
trasformi il capitale in un dipendente finanziario dello Stato; sarebbe un passaggio al capitalismo di Stato,
che accelererebbe il fallimento della maggior parte delle banche. Una tale soluzione suppone la
nazionalizzazione più o meno integrale del sistema bancario e anche di parte dell’industria. Se queste
misure venissero adottate, sempre in un quadro di capitalismo di stato, accentuerebbero la rivalità
capitalista internazionale ed un ritorno all’autarchia economica. (L’impasse delle misure di salvataggio del
capitale adottate dai differenti stati accentuerà “la dissoluzione del vecchio ordine” e svilupperà le
condizioni politiche di una crisi rivoluzionaria). A nessuno sfuggono, d’altra parte, gli squilibri interni in Cina,
dove il suo sistema immobiliare si trova ad essere indebitato per l’800% del PIL e dove la maggioranza
delle sue industrie hanno una capacità eccedente enorme, in mezzo ad una espropriazione massiccia dei
contadini; l’impasse enorme del Giappone, dove le tendenze deflazionistiche stanno nuovamente
paralizzando l’economia, e il debito pubblico, del 300% del PIL, non smette di crescere; la virtuale
bancarotta dell’Unione Europea ( Portogallo, Spagna, Grecia, Irlanda, a cui si avvicinano sempre più Italia
e Francia); e infine le cosiddette economie emergenti, che attraversano una bolla speculativa esplosiva,
come conseguenza dell’ingresso massiccio di capitali a breve termine che hanno gonfiato all’estremo la
loro economia. Non c’è ombra di dubbio che queste economie hanno un enorme potenziale di sviluppo,
però in nessun modo sulla base dell’attuale sistema di produzione, o in ogni caso senza passare prima
attraverso enormi crisi che, anzi lungi dal liberare il loro potenziale di sviluppo, potrebbero sottometterle ad
una maggiore schiavizzazione da parte del capitale finanziario. La contraddizione più esplosiva dell’attuale
situazione economica internazionale è che l’insieme dei paesi capitalisti dipendono dalla domanda che
generano gli Stati Uniti e pertanto dai loro piani di emissione e di “stimolo fiscale”; tuttavia è questa politica
che scatena una dichiarata guerra monetaria e la minaccia del collasso dei principali rivale degli Stati Uniti.
2
Le possibilità di un accordo internazionale che produca un “riequilibrio” monetario tra i principali paesi è
escluso; una bancarotta di queste dimensioni non si sistema con le discussioni; qualsiasi accordo sarà, per
definizione, fittizio e precario, preparatorio di nuovi choc, perché le contraddizioni presenti non hanno altra
via d’uscita che attraverso la forza relativa dei contendenti. I termini della controversia mostrano la fantasia
che anima coloro che presentano la Cina come il polo imperialista emergente che rimpiazzerà
l’imperialismo nordamericano, perché tutto va nella direzione, al contrario, di un’enorme pressione
internazionale per sottomettere la Cina al capitale finanziario mondiale. In ogni caso, la decadenza
dell’imperialismo yankee è evidente, però questa non esprime il destino di un determinato capitalismo
nazionale bensì di tutto il capitalismo. La possibilità teorica che la Cina possa in futuro convertirsi in un
nuovo referente imperialista, presuppone crisi, guerre e rivoluzioni che dovrebbero portare ad una vittoria
dell’umanità contro il capitalismo mondiale.
La bancarotta capitalista non ha solamente messo a nudo la miseria sociale delle grandi masse sotto le
condizioni capitalistiche, specialmente nei paesi sviluppati, ma le ha anche aggravate considerevolmente.
Ha completamente sbarrato il futuro alle giovani generazioni. Questo impoverimento radicale ha cominciato
ad esprimersi nelle mobilitazioni popolari come già è stato rivelato e messo in evidenza in Grecia; negli
scioperi in Cina, Vietnam, Bangladesh, Cambogia e Sudafrica, in un quadro di carenza totale di diritti
democratici; nello sciopero del 29 settembre in Spagna; nell’aggravamento dello scontro tra la
Confindustria e la Fiat, in Italia, contro il sindacato FIOM; nelle manifestazioni e scioperi a ripetizione in
Francia, contro l’elevamento dell’età pensionabile; e nelle mobilitazioni operaie e contadine in Bolivia,
Ecuador, Venezuela, Uruguay e Argentina. Il mito dell’assenza del “fattore soggettivo”, come argomento
contro le tendenze reali della lotta delle masse, sta saltando in aria. Questo sviluppo inarrestabile mostra
che il “fattore soggettivo” che blocca la mobilitazione delle masse, sono le loro organizzazioni maggioritarie
e della sinistra ( precisamente le stesse che giustificano la propria passività e il propri compromessi con il
capitale con l’argomento che il “fattore soggettivo” è inesistente), che si sforzano di contenere questo
movimento entro certi limiti e tradirlo.
In Europa, tutte le burocrazie sindacali si sforzano di trovare una soluzione negoziata all’attacco ai diritti
sociali delle masse; in Italia, la maggior parte di queste si è alleata al grande padronato, compresa una
parte della CGIL, ma allo stesso tempo la resistenza del sindacato FIOM è frammentaria, tentennante (o
incerta), frenatrice, perché punta a far ritornare le relazioni sindacali allo stadio antecedente la crisi
scatenata dalle misure della Fiat contro i lavoratori. In Francia, di fronte alle tendenza allo sciopero
generale, le burocrazie della CGT e della CFDT, che in nessun momento hanno prospettato il ritiro del
progetto di Sarkozy, hanno cominciato a parlare di “un ritiro ordinato” – uno sforzo finale per salvare il
governo, che probabilmente non potrebbe sopravvivere a una sconfitta. In questa situazione,
un’organizzazione trotskista tradizionale (Lutte Ouvière), insiste che “i rapporti di forza” continuano ad
essere sfavorevoli; che la parola d’ordine dello sciopero generale non è all’ordine del giorno; esalta la
scelta dei sabati come giorni per manifestare, con il curioso argomento che ciò aiuterebbe a partecipare chi
non può scioperare (come se la possibilità di ciascuno operaio o luogo di lavoro dipendesse da se stessi e
non dal movimento collettivo della classe e anche del popolo).
L’insieme della sinistra continua a vedere la bancarotta capitalista come una disgrazia sociale (con tale
caratterizzazione giustifica anche l’appoggio ai piani del FMI, come è accaduto con il Bloco de Esquerda de
Portugal, che ha votato in Parlamento il programma della UE-FMI, che ha imposto misure draconiane
contro il popolo greco, o che si rifiuta di rivendicare il ripudio del debito estero), e non come l’accelerazione
della tendenza del capitale alla crisi e alla dissoluzione del vecchio ordine. E necessario sviluppare
un’avanguardia che stimoli la possibilità di rendere cosciente l’incosciente e di rivoluzionare le
organizzazioni e le forme di organizzazione delle masse. Però lo sviluppo di questa avanguardia pone la
questione dell’approccio rivoluzionario alla bancarotta capitalistica internazionale, ossia un programma di
transizione verso la rivoluzione socialista. “Il marxismo considera se stesso, sottolinea Trotsky (nelle sue
“Note filosofiche del 1933/35”), come l’espressione cosciente di un processo storico incosciente(…) un
processo che coincide con la sua espressione cosciente solamente nei suoi punti più alti, quando le masse
con la forza elementare sfondano le porte della ruotine sociale e danno un’espressione vigorosa alle
necessità più profonde del processo storico. L’espressione più alta del processo storico in questi momenti
si fonde con l’azione immediata degli strati più bassi delle masse oppresse, che sono quelli che sono più
distanti dalla teoria. L’unione creativa del cosciente con gli incoscienti è ciò che solitamente si chiama
ispirazione. La rivoluzione è l’irruzione violenta dell’ispirazione nella storia”. Portare il proletariato ad essere
cosciente della bancarotta capitalista, è il compito strategico preparatorio di un partito rivoluzionario.
3
La bancarotta capitalista ha avuto un impatto ancora limitato sui regimi politici esistenti, però la tendenza è
chiara – una divisione crescente all’apice. Due anni fa, l’elezione di Obama era vista come una soluzione
all’impasse politico e internazionale creato da Bush a partire dal 2001; oggi lo si da per spacciato, proprio
perché è stato incapace di far fronte alla disoccupazione e ai massicci licenziamenti. Riemerge, in cambio,
l’ala destra a cui s’imputò la responsabilità della sconfitta repubblicana nel 2008. Il cosiddetto Tea Party,
generosamente finanziato dalle corporation, è tuttavia, una frazione ultraminoritaria esaltata dalla grande
stampa, che sostiene un programma di aggiustamento che sprofonderebbe gli Stati Uniti in una
depressione. È un fattore, non di uscita dalla crisi, ma di accentuazione dell’impasse del regime politico e di
potenziale polarizzazione politica, che distruggerebbe il famoso “centro” degli Stati Uniti. In Italia,
l’imbattibile Berlusconi, è oggi una farsa, anche nelle inchieste: la Fiat, Confidustria e le grandi banche
internazionalizzate hanno rotto politicamente con il suo governo. Il direttore della Fiat, Marchionne, ha
spiegato lo scontro con poche parole: abbiamo bisogno, ha detto, della politica di salvataggio di Obama,
non dell’aggiustamento di Tremonti, il ministro dell’economia italiano. È che il tessuto industriale dell’Italia è
direttamente minacciato dalla crisi mondiale. Lo stesso accade con lo spagnolo Zapatero, che non è
passato a miglior vita grazie alla complicità della burocrazia sindacale e all’opposizione delle borghesie
basca e catalana ad un ritorno del Partido Popular; queste contraddizioni promettono il fallimento di una via
d’uscita elettorale. La posizione più precaria, al contrario di tutto ciò che ripete la stampa mondiale, è la
Germania, il cui sistema bancario è il più esposto ai debitori inesigibili degli altri paesi; l’industria tedesca
ha approfittato dei piani di “stimolo” degli Stati Uniti e della Cina per esportare la propria crisi – però è
proprio ciò che ora è entrato in crisi con la crisi monetaria internazionale. Queste crisi ancora contenute, ci
rivelano l’altro aspetto del “fattore soggettivo” : la crisi ai vertici della borghesia, l’incapacità di governare
come stava facendo prima. Il superamento rivoluzionario del confronto tra il proletariato (e le masse urbane
e agrarie espropriate) e la borghesia mondiali, porta con se il focolaio di tutte le contraddizioni in seno al
capitale come anche agli sfruttati – in questo caso la loro percezione della situazione attuale, da un lato, e
della propria funzione storica, dall’altro.
Il capitalismo mondiale non si è avviato alla bancarotta sistemica venendo da un passato armonico o in un
contesto di equilibrio. La bancarotta attuale è stata preceduta e annunciata da veri terremoti finanziari –
specialmente dalle crisi asiatiche, russa e argentina. Ma soprattutto in un quadro di guerre di aggressione e
di occupazione militare, che hanno tre assi strategiche: il controllo delle risorse energetiche, da parte degli
Stati Uniti, per sottomettere i propri rivali capitalisti; l’occupazione economica, politica e anche militare
dell’ex spazio sovietico, che è caduto sotto la dipendenza del capitale finanziario internazionale dopo la
dissoluzione dell’URSS, e terzo, ma più importante, tutelare, attraverso l’espansione militare e politica la
restaurazione del capitalismo in Cina. Il fallimento dell’occupazione militare in Iraq; il completo
impantanamento in Afghanistan, il fiasco della NATO nel dominio del Caucaso attraverso l’aggressione
della Georgia contro l’Ossezia del sud e l’Abkazia; i fallimenti di Israele contro il Libano e, poi, del
bombardamento indiscriminato su Gaza; cosi come l’impasse del governo restaurazionista russo in
Cecenia e nel Caucaso, e in altri stati asiatici, questi fallimenti hanno messo a nudo i limiti “tecnologici” del
militarismo nordamericano; hanno scosso il medio oriente da cima a fondo; hanno provocato una rottura
nella NATO; e hanno aggravato la crisi di bilancio degli Stati Uniti e la capacità economica dello stato di
salvare il capitale. La destra nordamericana reclama un ritorno alla coscrizione obbligatoria.
L’establishment nordamericano si trova diviso tra l’organizzazione di un ritiro parziale dal medio oriente e
accettare un direttorio che controlli la regione insieme alle potenze imperialiste dell’Europa, gradito da
Russia e Cina – o lo scatenamento di un attacco contro l’Iran per imporre un nuovo ordine alla regione e
una nuova soluzione per lo stato sionista. La bancarotta capitalista e la crisi dei suoi regimi politici, così
come le mobilitazioni popolari crescenti, tanto in numerosi paesi colpiti dalla crisi, quanto nelle nazioni
musulmane colpite dalle aggressioni imperialiste e dai propri regimi reazionari, dicono che l’imperialismo
mondiale non ha soddisfatto le condizioni per uscire dall’impantanamento politico-militare nella regione
mediante un attacco, che potrebbe essere nucleare, contro l’Iran. Prima di questa istanza, l’imperialismo
mondiale cercherà un cambio di regime in Iran, con il concorso della burocrazia restaurazionista e dei
capitalisti di Cina e Russia. La soluzione alla crisi mondiale è ostacolata enormemente dal gigantesco peso
dell’apparato militare dell’imperialismo – una gigantesca risorsa che dovrebbe funzionare come
riattivazione della domanda aggregata che esige il keynesismo, ma che si contende in realtà i fondi statali
necessari per salvare il capitalismo, e che opera come un poderoso fattore aggravante della miseria
sociale dei popoli.
4
La prospettiva di coesistenza di sue stati nel territorio di Palestina, è stata completamente disdetta. Il
tentativo di ravvivarla attraverso i negoziati imposti all’AP, da parte di Obama, sono una farsa;
trasformerebbero i territori occupati dal sionismo in bantustan o in città dormitorio sotto il controllo sionista
(ne tanto meno si contempla una soluzione per l’asfissiata Gaza). Molto tempo prima di ciò, intellettuali
progressisti eminenti, tanto palestinesi come israeliani( rispettivamente uno, tra gli altri, Edward Said,
l’altro, molto dopo, Ilàn Pappé), misero in guardia sul fallimento dei due stati e prospettarono la lotta per
uno stato laico in seno ad Israele, che rispetti la cittadinanza degli arabi e degli israeliani. Il governo
sionista ha inventato, al contrario una formula nuova di lealtà allo stato, che rafforza l’infida discriminazione
che già esiste contro gli arabi che vivono dentro le frontiere di Israele, anche se questo non ha rinunciato in
alcun modo, ne pensa di farlo, alla propria formula programmatica di costruire il “grande Israele” – inclusa
eventualmente l’altra riva del Giordano. La rivendicazione dell’intellighenzia progressista poneva l’accento
sul fallimento della resistenza palestinese nel piegare la potente macchina militare del sionismo; in realtà,
la formula dei due stati fallisce per un'altra incompatibilità: il sionismo non ammette ne il diritto al ritorno
degli arabi palestinesi alle proprie case e terre espropriate (e anzi continuano ad espropriare case e terre),
ne uno stato al proprio fianco con un esercizio pieno della sovranità. In Sudafrica, dove la popolazione
bianca ha accettato il principio di una persona un voto per la popolazione nera, il grande capitale che
sfrutta le miniere, la risorsa per eccellenza del paese, ha bisogno della classe operaia nera, con le cui
direzioni piccolo borghesi e le direzioni sindacali negoziò il cambiamento di regime senza colpire il diritto di
proprietà. In Israele, la borghesia non ha bisogno dei palestinesi: anzi li ha rimpiazzati con lavoratori del
sudest dell’Asia oltre a sfruttare gli operai ebrei. La realizzazione delle rivendicazioni nazionali palestinesi, il
ritorno alle proprie case e terre, è incompatibile con il sionismo – implica un cambiamento del regime
politico e sociale. Nel corso della storia, la colonizzazione sionista adottò forme sociali variegate e allo
stesso modo fu variegata la relazione tra i lavoratori arabi e ebrei. Questa forma può cambiare nuovamente
e più volte. Tutto dipende dall’orientamento politico delle direzioni delle masse arabe palestinesi e anche
della sinistra ebraica. Le vecchie direzioni (OLP, Al Fatah, Fronte Popolare) hanno fallito miserabilmente e
sono finite tra le braccia del sionismo e in una corruzione ignominiosa; gettando le masse arabe palestinesi
nelle mani dell’integralismo. È necessaria una nuova direzione. L’inespugnabilità dello stato sionista non
risiede nelle sue forze armate ne nel suo arsenale atomico, ma nel dominio dell’imperialismo mondiale e
nel ruolo antipalestinese dei governi feudal-capitalisti e piccolo borghesi delle nazioni arabe. Però il
dominio dell’imperialismo e dei regimi di oppressione arabi è minato dalla bancarotta mondiale e dai
fallimenti delle occupazioni militari dell’imperialismo. Il futuro del popolo ebraico in Palestina non può
dipendere dal suo supposto alleato, l’imperialismo, in ciò consiste la sostanza dello Stato sionista, perché
l’imperialismo programma nuove guerre che minacciano la sopravvivenza di tutti i popoli del medio oriente.
Tutta la tendenza della crisi mondiale costituisce una minaccia per le masse del medio oriente, a cui
potranno sfuggire solamente mediante l’unione. Questa prospettiva è incarnata dalla formula della
sostituzione, attraverso la mobilitazione internazionale delle masse, dello Stato sionista con una
Repubblica palestinese unica, laica e socialista, e con gli Stati socialisti del medio oriente.
Nel quadro di questa gigantesca crisi capitalista, Cuba ha annunciato in maniera formale il passaggio ad un
processo di restaurazione del capitalismo, nel segno della ex URSS, della Cina e di altre nazioni, con
l’annuncio del licenziamento da 500 mila a un milione di lavoratori. Questa caratterizzazione non è dovuta
a quelle che si annunciano come riforme economiche correlate al marasma in cui si trova Cuba da
moltissimo tempo, e nemmeno al fatto che molte di esse comportano la sostituzione del regime di
amministrazione statale dell’economia con forme d’interscambio mercantile. Così come lo Stato non
scompare immediatamente dopo una rivoluzione sociale vittoriosa, tantomeno succede ciò con il mercato.
Il punto centrale è che le riforme economiche sono lanciate ed eseguite dalla burocrazia statale e non dai
lavoratori; che esse rispondono agli interessi di quella, non a quelli delle masse, e che perciò mirano ad
una restaurazione del capitale. La prova più completa di ciò è che le libertà che si concedono ai direttori
delle imprese, al capitale straniero o a chiunque soddisfi le condizioni di sfruttamento del lavoro salariato,
non sono ammesse per gli operai che saranno oggetto dello sfruttamento di gestori delle imprese,
capitalisti e borghesi in corso – in primo luogo la libertà sindacale, di organizzazione autonoma nelle
imprese, di libertà politica e, ultimo e fondamentale, di diritto a supervisionare e porre il veto sulle
cosiddette misure riformiste, in primo luogo i licenziamenti massicci. L’esperienza recente e la teoria
marxista insegnano che la libertà di mercato per il burocrate politico o economico costituisce una
transizione verso la conversione del patrimonio statale in capitalista. Una restaurazione capitalista a Cuba,
è chiaro, non sarà una ripetizione meccanica di ciò che è successo in Cina e nella ex URSS, laddove
questa restaurazione capitalista deve affrontare l’impatto dissolvente della bancarotta mondiale. Scatenerà
una lotta sociale più intensa che nei suoi predecessori; Cuba non potrà godere delle possibilità di un
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mercato mondiale in espansione, ma della rivalità commerciale dei paesi centroamericani e della Cina, in
primo luogo, per un posto nel mercato nordamericano che si contrae di giorno in giorno. Perciò l’ambizione
del capitale straniero, a Cuba, punta al petrolio e alle miniere, il che significherebbe una riconversione
verso la mono-produzione. La Spagna di Zapatero e il Brasile di Lula-Roussef sono l’avanguardia della
pressione internazionale restaurazionista. La borghesia brasiliana e il capitale internazionale accarezzano il
sogno di convertire Cuba nel paradiso dei biocombustibili che si ottengono a partire dallo zucchero. Lo
smantellamento della protezione economica rafforzerà la pressione dell’imperialismo, in primo luogo della
borghesia della Florida, che già si serve dei meccanismi esistenti per trasferire capitale a Cuba. Nemmeno
il contesto politico mondiale e dell’America Latina è quello che prevalse due decenni fa; l’annuncio formale
di un processo di restaurazione capitalista pone in crisi il socialismo del XXI secolo del movimento
bolivariano – che, oltre a preservare le relazioni capitalistiche nei propri territori e combattere con ferocia
qualsiasi tendenza all’autonomia della classe operaia, ha riconfermato la propria vocazione capitalista con
l’integrazione nel Mercosur e nell’Unasur.
Noi rivoluzionari socialisti dobbiamo denunciare con energia il marasma economico e opporci a che sia
trasformato in un pretesto per la restaurazione capitalista. Le concessioni mercantili per animare la piccola
produzione e i servizi, o anche le convenzioni con questo o quell’investimento straniero, devono essere al
servizio di una transizione al socialismo. Le cooperative e il piccolo commercio, sull’esempio della
restaurazione capitalista nell’ex URSS, sono state cinghia di trasmissione per lo smantellamento delle
imprese statali da parte della burocrazia dirigente.
Riaffermiamo la necessità di combattere la privatizzazione mediante il controllo operaio della produzione e
la sostituzione della burocrazia con una gestione operaia collettiva, nel quadro dello sviluppo di un sistema
politico di consigli operai eletti e revocabili.
Riaffermiamo, ugualmente, la difesa del monopolio statale del commercio estero. Un riforma monetaria
integrale, che ponga fine alla diseguaglianza sociale che è approfondita dall’esistenza di un doppio sistema
monetario, deve essere accompagnata da un aumento corrispondente dei salari. Cuba ha necessità di
elevare in maniera profonda la produttività del lavoro, però il punto di partenza deve essere,
necessariamente, restituire al salario il suo potere d’acquisto reale, e far ricadere il peso della riforma
economica sopra gli speculatori e la burocrazia, responsabili di un gigantesco sperpero di risorse. Il
rafforzamento della cosiddetta disciplina del lavoro da parte della burocrazia, è un appello al
supersfruttamento e allo smantellamento dei servizi sociali offerti dalle imprese statali, che saranno
terziarizzate per il loro sfruttamento mercantile. Una separazione di questo tipo, che avrebbe la sua
giustificazione in una razionalizzazione del processo industriale, pone la necessità del controllo operaio
collettivo e della gestione operaia delle riforme. I lavoratori e la gioventù di Cuba hanno dimostrato, in
differenti manifestazioni di critica e protesta, che hanno una coscienza allarmata circa la fase che si va
inaugurando. Facciamo appello ad una campagna di difesa delle conquiste della rivoluzione cubana e
ripetiamo che la difesa della rivoluzione cubana presuppone la rivendicazione globale degli Stati Uniti
Socialisti di America Latina.
Una fase rivoluzionaria, i cui elementi vanno configurandosi di giorno in giorno, è la più complessa di tutte
le fasi politiche. Chiamiamo coloro che lottano a osservarla con gli occhi ben aperti e a lasciar perdere gli
indovini che dicono che semplicemente tutto ciò l’abbiamo già visto prima. La nostra opportunità è che
l’abbiamo ancora una volta e lo stesso vale per la coscienza che si va formando l’umanità di essa.