involuzione
Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio
lunedì 23 maggio 2011
Liberi "nella rete",la DIASPORA consapevole
Nasce Diaspora, il social network libero
by Daniele Il mondo virtuale di Internet rispecchia in pieno ogni pregio e difetto del mondo reale.
Al giorno d’ oggi il Web permette di svolgere quasi ogni attività, dalla compravendita di prodotti alla condivisione di filmati e documenti, oppure può offrire luogo di incontro tra utenti di diverse realtà, permettendo scambio reciproco e diffusione di notizie.
Per questi ed altri motivi possiamo considerare il Web una vera innovazione sociale oltre che tecnologica, che se sfruttata al meglio può davvero diventare strumento utile per lo sviluppo sociale. Tuttavia, così come nel mondo fisico, dove vi è la possibilità di rivolgersi ad un vasto e vario p
ubblico la macchina dell’ economia non perde l’ occasione di scendere in piazza, rendendo così anche la rete soggetta alle dure leggi del capitalismo e del business.
Ed è così che sono venute a sorgere le prime discussioni in merito di diritti d’ autore, software proprietario, e tutte quelle pratiche giuridiche-economiche in ambito informatico nate per scopi lucrativi e che finiscono per danneggiare la macchina culturale che è Internet.
A dimostrazione di ciò basti pensare al recente acquisto di Skype da parte della Microsoft Corporation, che molti pensano potrebbe portare all’ estinzione della versione Linux del famoso software per la comunicazione VOIP.
Di soluzioni a questi problemi ne conosciamo tante, come appunto il sistema operativo Linux gratuito e open source o i nuovi progetti in termini di copyleft e libertà digitali; ma ciò che forse ancora sconosciute ai più e poco divulgate sono le problematiche recenti nate nel mondo dei Social Network.
Facebook è secondo le stime il secondo sito più visitato al mondo dopo Google e può vantare la bellezza di 500 milioni di utenti iscritti (se fosse un Paese sarebbe il terzo per popolazione dopo India e Cina).
Come ben sappiamo la famosa azienda fondata da Mark Zuckerberg offre un servizio di iscrizione gratuita e la possibilità di gestire un profilo con foto, video e fattorie di animali senza spendere neanche un soldo; la domanda quindi sorge spontanea: come fa Facebook a finanziare gli enormi costi dovuti innanzitutto alla manuntenzione dei galattici server contenenti quasi 3 miliardi di foto e a pagare tanti impiegati quanti la metà della popolazione italiana, considerando che il fatturato registrato l’ anno scorso è stato di ben 1.1 miliardi di dollari?
Secondo recenti ricerche la risposta sta in un accordo stipulato tra il colosso informatico e le aziende di marketing, alle quali vengono venduti i nostri dati personali e altre informazioni su di noi per utilizzarli nella creazione di campagne pubblicitarie a seconda del target.
Pochi sanno infatti, che secondo i termini del contratto di iscrizione al servizio, all’ accettarlo l’ utente da a Facebook l’ esclusiva proprietà di tutte le informazioni e le immagini che vengono pubblicate; inoltre Facebook viene autorizzato non solo all’ uso ma anche al trasferimento a terzi dei nostri dati sensibili; e dato che il 90% della popolazione al momento di un iscrizione online non legge il contratto, Facebook può vendere questi dati senza altro nostro consenso.
Oltre ai dati personali inoltre, più volte è stato riscontrato che alcune applicazioni quali sondaggi o simili sono create dalle stesse aziende allo scopo di ottenere l’ informazione da loro richiesta. Ovviamente la maggior parte delle volte Facebook ha ribadito che non era a conoscenza del fatto, scaricando la colpa sulle aziende.
Da notare è anche il fatto che una volta iscritti non abbiamo modo di re-impadronirci dei nostri dati, nemmeno con la cancellazione dell’ account, perchè questo non permette l’ eliminazione totale dei dati, che rimarranno immagazzinati per sempre sui server di Facebook fin quando essi lo riterranno necessario.
Per far fronte a questi problemi è nato Diaspora, un nuovo social network ideato da studenti della New York University, il cui obiettivo è creare un sistema decentrato e sucuro, contribuendo a proteggere la privacy degli utenti e con un software libero e open source.
L’ innovazione di Diaspora sta proprio nel suo funzionamento, infatti ogni conputer su cui Diaspora sarà installato diventerà un “pod” indipendente, e il nostro profilo con le nostre informazioni personali rimarranno sulla nostra macchina senza venir divulgate ad altri senza il nostro consenso.
Inoltre se vogliamo o se non abbiamo la possibilità di creare un server nostro potremo fare affidamento a server terzi di nostra “fiducia” su cui installare i nostri profili.
Ora però Diaspora è ancora in fase di test, perciò non disponibile a tutti gli utenti; almeno fino a quando questa fase si condluderà e allora sarà disponibile a tutti.
In Italia alcuni ragazzi dell’ università di Pisa stanno contribuendo a questo progetto, per esempio nell’ implementazione di servizio VOIP sul social network (tra l’ altro non presente neanche su Facebook). Inoltre per chi volesse provare questa fase alfa di Diaspora può farlo registrandosi a http://diaspora.eigenlab.org/.
Contribuire a questi progetti (con la semplice iscrizione o partecipando attivamente) significa sostenere quello sviluppo sociale e tecnologico che è lontano dai riflettori della moda e del business, ma nel quale non essendo sottoposti alle politiche di mercato si può lavorare per il semplice scopo che è la ricerca di conoscenza dedita al progresso scientifico, morale ed umano.
fonte
Al giorno d’ oggi il Web permette di svolgere quasi ogni attività, dalla compravendita di prodotti alla condivisione di filmati e documenti, oppure può offrire luogo di incontro tra utenti di diverse realtà, permettendo scambio reciproco e diffusione di notizie.
Per questi ed altri motivi possiamo considerare il Web una vera innovazione sociale oltre che tecnologica, che se sfruttata al meglio può davvero diventare strumento utile per lo sviluppo sociale. Tuttavia, così come nel mondo fisico, dove vi è la possibilità di rivolgersi ad un vasto e vario p
Ed è così che sono venute a sorgere le prime discussioni in merito di diritti d’ autore, software proprietario, e tutte quelle pratiche giuridiche-economiche in ambito informatico nate per scopi lucrativi e che finiscono per danneggiare la macchina culturale che è Internet.
A dimostrazione di ciò basti pensare al recente acquisto di Skype da parte della Microsoft Corporation, che molti pensano potrebbe portare all’ estinzione della versione Linux del famoso software per la comunicazione VOIP.
Di soluzioni a questi problemi ne conosciamo tante, come appunto il sistema operativo Linux gratuito e open source o i nuovi progetti in termini di copyleft e libertà digitali; ma ciò che forse ancora sconosciute ai più e poco divulgate sono le problematiche recenti nate nel mondo dei Social Network.
Facebook è secondo le stime il secondo sito più visitato al mondo dopo Google e può vantare la bellezza di 500 milioni di utenti iscritti (se fosse un Paese sarebbe il terzo per popolazione dopo India e Cina).
Come ben sappiamo la famosa azienda fondata da Mark Zuckerberg offre un servizio di iscrizione gratuita e la possibilità di gestire un profilo con foto, video e fattorie di animali senza spendere neanche un soldo; la domanda quindi sorge spontanea: come fa Facebook a finanziare gli enormi costi dovuti innanzitutto alla manuntenzione dei galattici server contenenti quasi 3 miliardi di foto e a pagare tanti impiegati quanti la metà della popolazione italiana, considerando che il fatturato registrato l’ anno scorso è stato di ben 1.1 miliardi di dollari?
Secondo recenti ricerche la risposta sta in un accordo stipulato tra il colosso informatico e le aziende di marketing, alle quali vengono venduti i nostri dati personali e altre informazioni su di noi per utilizzarli nella creazione di campagne pubblicitarie a seconda del target.
Pochi sanno infatti, che secondo i termini del contratto di iscrizione al servizio, all’ accettarlo l’ utente da a Facebook l’ esclusiva proprietà di tutte le informazioni e le immagini che vengono pubblicate; inoltre Facebook viene autorizzato non solo all’ uso ma anche al trasferimento a terzi dei nostri dati sensibili; e dato che il 90% della popolazione al momento di un iscrizione online non legge il contratto, Facebook può vendere questi dati senza altro nostro consenso.
Oltre ai dati personali inoltre, più volte è stato riscontrato che alcune applicazioni quali sondaggi o simili sono create dalle stesse aziende allo scopo di ottenere l’ informazione da loro richiesta. Ovviamente la maggior parte delle volte Facebook ha ribadito che non era a conoscenza del fatto, scaricando la colpa sulle aziende.
Da notare è anche il fatto che una volta iscritti non abbiamo modo di re-impadronirci dei nostri dati, nemmeno con la cancellazione dell’ account, perchè questo non permette l’ eliminazione totale dei dati, che rimarranno immagazzinati per sempre sui server di Facebook fin quando essi lo riterranno necessario.
Per far fronte a questi problemi è nato Diaspora, un nuovo social network ideato da studenti della New York University, il cui obiettivo è creare un sistema decentrato e sucuro, contribuendo a proteggere la privacy degli utenti e con un software libero e open source.
L’ innovazione di Diaspora sta proprio nel suo funzionamento, infatti ogni conputer su cui Diaspora sarà installato diventerà un “pod” indipendente, e il nostro profilo con le nostre informazioni personali rimarranno sulla nostra macchina senza venir divulgate ad altri senza il nostro consenso.
Inoltre se vogliamo o se non abbiamo la possibilità di creare un server nostro potremo fare affidamento a server terzi di nostra “fiducia” su cui installare i nostri profili.
Ora però Diaspora è ancora in fase di test, perciò non disponibile a tutti gli utenti; almeno fino a quando questa fase si condluderà e allora sarà disponibile a tutti.
In Italia alcuni ragazzi dell’ università di Pisa stanno contribuendo a questo progetto, per esempio nell’ implementazione di servizio VOIP sul social network (tra l’ altro non presente neanche su Facebook). Inoltre per chi volesse provare questa fase alfa di Diaspora può farlo registrandosi a http://diaspora.eigenlab.org/.
Contribuire a questi progetti (con la semplice iscrizione o partecipando attivamente) significa sostenere quello sviluppo sociale e tecnologico che è lontano dai riflettori della moda e del business, ma nel quale non essendo sottoposti alle politiche di mercato si può lavorare per il semplice scopo che è la ricerca di conoscenza dedita al progresso scientifico, morale ed umano.
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venerdì 20 maggio 2011
Giovani spagnoli come i Grillini?No,sono più Islandesi
19 maggio 2011 El País Madrid
Venti islandesi sulla primavera spagnola
Il sabato seguente l'iniziativa di Torfason aveva già radunato decine di persone. I sabati dell'autunno 2008, legati al movimento Voci del popolo, portarono allo scioglimento del parlamento, il 23 gennaio 2009, e all'organizzazione di nuove elezioni. Le voci pacate dei cittadini islandesi hanno viaggiato fino ad arrivare tra le migliaia di dimostranti riunitisi in diverse città spagnole domenica 15 maggio: "La Spagna in piedi, una nuova Islanda" e "il nostro modello è quello islandese" sono stati alcuni degli slogan scanditi durante le manifestazioni.
Gli islandesi non si sono fermati lì. Hanno scosso le fondamenta del governo, hanno dato la caccia ai banchieri responsabili della bancarotta e hanno detto no al referendum sulla restituzione al Regno Unito e ai Paesi Bassi dei quattromila milioni di euro di debiti contratti dalla banca Icesave. Inoltre hanno formato un'assemblea di 25 cittadini eletti per mettere a punto una riforma costituzionale. Una rivoluzione silenziosa, nascosta dal protagonismo mediatico delle rivolte arabe che l'ingovernabile canale dei social network si è incaricato di trasmettere.
Ma non solo di Islanda, un paese di appena 320mila abitanti, vivono gli spagnoli che chiedono una democrazia reale. ¡Democracia Real Ya!, l'organizzazione che raggruppa i movimenti di protesta, propone infatti 40 punti per il cambiamento, che vanno dal controllo dell'assenteismo parlamentare alla riduzione della spesa militare, passando per l'abrogazione della legge Sinde. A Dry hanno già aderito circa 500 organizzazioni di ogni tipo, ma nessun partito e nemmeno i sindacati. I fronti della protesta si moltiplicano senza un filo conduttore, come fecero a loro tempo tutte le sigle che finirono sotto l''ombrello dell'antiglobalizzazione o antimondialismo (Attac appoggia la protesta spagnola), e che oggi, a dieci anni dal Social forum di Porto Alegre, agiscono in un contesto ancora più limitato di quello affrontato in occasione del Forum economico mondiale di Davos.
Oggi la protesta va avanti a velocità di crociera, attraverso una rete che ha moltiplicato l'eco del malessere e ha aperto il cammino al cyberattivismo di collettivi come Anonymous, già protagonista della campagna in difesa di Assange con attacchi a Paypal e Visa e attivo anche all'inizio delle rivoluzioni arabe aggirando la censura delle dittature di Egitto e Tunisia. La primavera araba è sbocciata e ha raggiunto il suo pieno vigore mentre i giovani francesi, italiani, britannici e greci scendevano in strada per protestare contro i tagli allo stato sociale. La Spagna invece aspettava ancora.
Prima è arrivata Nolesvotes (Non votarli), iniziativa che invita al boicottaggio di Pp, Psoe e Ciu, accusati di approfittare della legge elettorale per rimanere sempre in parlamento, con "livelli di corruzione allarmanti per la Spagna". In seguito si sono aggiunti gli appelli al parlamento di movimenti come Avaaz o Actuable per avere liste elettorali libere da politici imputati. Infine i circa duemila giovani che hanno partecipato alle manifestazioni di Juventud sin Futuro (gioventù senza futuro) dello scorso 7 aprile, una prova in scala ridotta di quella che il 15 maggio è diventata un'esplosione popolare in diverse città spagnole.
"Da grandi vogliamo essere islandesi!", gridavano i promotori della manifestazione di domenica scorsa, alla guida di una colonna di giovani e meno giovani, padri e figli, studenti e lavoratori, disoccupati e pensionati. In Islanda i sabati che hanno realizzato il cambiamento chiesto dai cittadini sono stati molti. In Spagna, per il momento, alla domenica è seguito un martedì. Ma la strada è ancora lunga.
"Errore di sistema". Manifestazione di ¡Democracia Real Ya! a Madrid, 17 maggio.
Dopo mesi di apatia, alla vigilia delle elezioni amministrative i giovani spagnoli hanno dato vita a un movimento di protesta che si ispira a quello che ha fatto cadere il governo di Reykjavik dopo la crisi del 2008.
La politica ha paura
“Fuorilegge!”, titola Abc. Il quotidiano conservatore ritiene che effettivamente “ci siano buoni motivi per essere scontenti a fronte della crisi”, ma che “obiettivamente” ne è responsabile “un governo di sinistra” e non il “sistema” messo in discussione dai manifestanti. Questi ultimi, “sociologicamente di sinistra”, non chiedono “alternanza ma rottura, ovvero un modo per limitare, deformandolo, il quadro democratico: o la sinistra o la riforma del sistema”.
“Il governo autorizza la manifestazione vietata e il Psoe appoggia le proteste”, denuncia El Mundo. Sull'altro quotidiano conservatore Victoria Prego sottolinea che “in modo alquanto sorprendente, i manifestanti non indirizzano le loro proteste contro il governo ma contro il sistema, senza identificare i colpevoli”, contrariamente all’opinione pubblica, che nei sondaggi considera il governo responsabile dell’attuale crisi. Ma, aggiunge Prego, i leader politici non si sono preoccupati dei cittadini comuni, “perché non sono scesi in strada, che è proprio ciò che spaventa a morte i nostri dirigenti”.
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