involuzione

involuzione
Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

domenica 17 luglio 2011

I nostri alleati in Libia

Vedendo ciò che stanno facendo i ribelli in Libia vien da chiedersi chi siano veramente i terroristi,non credo che Gheddafi pur con tutte le colpe cui possiamo attribuirigli si sia mai macchiato di tali atrocità e allora diciamolo che parlamento,compreso il presidente della repubblica, è mai il nostro che appoggia simili personaggi,in nome di chi o cosa?E in nome di chi o cosa noi dovremmo subire l'ennesimo strozzinaggio economico,solo per finanziare una guerra atroce ed ingiusta,l'ennesimo atto barbarico colonialista di noi "italiani brava gente"?
Sto pensando a quella povera gente che sta vivendo giorni a dir poco drammatici ed in loro nome faccio un richiamo ad una disobbienza civile,non paghiamo più nulla,non alimentiamo coi nostri soldi un simile scempio,non diventiamo complici di un simile massacro.

ATTENZIONE  immagini forti



altri 8 videotestimonianze di atrocità da parte dei ribelli libici

sabato 16 luglio 2011

L'Islanda innova redigendo la sua costituzione via Twitter e Facebook

Par RFI
I dibattiti sulla pagina Facebook del Consiglio costituzionale islandese (cattura di schermo).
I dibattiti sulla pagina Facebook del Consiglio costituzionale islandese.

Gli islandesi devono pronunciarsi nel corso dell'autunno 2011 su un progetto di nuova costituzione. Piccola rivoluzione in materia di partecipazione politica: da aprile, il testo è scritto in collaborazione con gli internauti, che siano cittadini islandesi o stranieri, nuovi o specialisti del diritto costituzionale. Si parla già “di Wiki-constitution„ o “di e„.
È la prima volta che uno Stato fa appello agli internauti ed alle reti sociali per elaborare un testo costituzionale. Dall'aprile 2011, tutti gli argomenti sono discussi , dei diritti dell'uomo all'organizzazione del governo e dei pubblici poteri, del sistema sanitario alla giustizia.
Obiettivo: sostituire la costituzione islandese attuale, copiata sul modello danese in occasione dell'indipendenza del 1944, con un testo che tiene conto delle aspirazioni politiche nuove degli islandesi. Questi, dopo avere subito in pieno la crisi finanziaria del 2008, si sono pronunciati tramite referendum e rifiutano per due volte, nel 2010 e 2011, di assumere i debiti della banca IceSave responsabile del fallimento del paese. Manifestazioni di protesta hanno imposto cambiamenti profondi istituzionali. Nel 2010, solo il 10,5% degli islandesi, percentuale storicamente bassa, dichiarava di avere “ grande fiducia„ nello Althing, il Parlamento islandese.
Verso un referendum nell'autunno
Le autorità di Reykjavík hanno ricevuto il messaggio ed hanno deciso di attualizzare la legge fondamentale del paese. Nel novembre 2010, il progetto cominciava con l'elezione a suffragio universale del Consiglio costituzionale, 25 cittadini ordinari incaricati di partecipare alla riscrittura completa della costituzione. Le sole condizioni per essere candidato erano di avere oltre 18 anni e presentare almeno 30 sostegni.
Avvocati, giornalisti, economisti, giuristi o anche studenti, i membri di questo Consiglio hanno sorvegliato l'insieme del processo, che comincia per lavorare su una relazione di 700 pagine preparata da un comitato. Quest'ultimo aveva sintetizzato le conclusioni della tribuna nazionale composta da 950 islandesi scelti a caso e raccolti per un giorno di dibattiti. In seguito, nell'aprile 2011, il Consiglio costituzionale ha aperto la consultazione su Internet.
Internauti islandesi o partecipanti del mondo intero, esperti o anonimi, presentano al Consiglio costituzionale le loro proposte, proposte e reclami su questo o quel tema. L'interattività ha libero corso da settimane, via Twitter, Flickr e Facebook, per commentare e discutere gli articoli del futuro testo messo in linea nel sito del governo. Migliaia di messaggi sono stati già inviati, di numerosi video inviati e visti su Youtube, segno di un reale entusiasmo per questa nuova forma di democrazia partecipativa.
Il progetto, consultabile in linea in modo permanente, resta tuttavia inquadrato da costituzionalisti tenuto conto della sua tecnicità. Dovrà essere completato durante questo mese di luglio 2011. In seguito, il testo sarà presentato a suffragio degli islandesi in occasione di un referendum, probabilmente nell'autunno. Infine, dovrebbe essere il Parlamento ad approvare la nuova costituzione, frutto di una forma nuova di democrazia partecipativa.


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venerdì 15 luglio 2011

Bahrein e altre storie

Nei giorni in cui Hillary Clinton ha pubblicamente gettato benzina sul fuoco che da mesi incendia la società siriana e Sarkozy pare abbia innestato una brusca marcia indietro rispetto alla posizione oltranzista propugnata finora in relazione all’affaire libico, la rivolta del Bahrein continua ad essere oggetto del più totale oscuramento mediatico.
Definire angusto lo spazio dedicato dagli organi di informazione ai moti che hanno agitato il piccolo arcipelago del Golfo Persico risulta infatti a dir poco eufemistico.
Non a caso, mentre la Siria – che nonostante tutto vede ancora il Baath retto dal presidente Bashar Assad mantenere saldamente le redini del governo – e la Libia – con Gheddafi che continua a tenere in scacco tanto gli aggressori francesi, inglesi e statunitensi (e italiani) quanto i sedicenti “ribelli di Bengasi” loro assistiti – sono state oggetto della più assidua attenzione mediatica e di inaudite campagne mistificatorie atte a screditare i loro legittimi governi impegnati a fronteggiare la note turbolenze sociali che hanno scosso buona parte del complesso universo arabo, sul Bahrein è calata una coltre di silenzio letteralmente assordante.
Le ragioni che hanno dettato tale doppiopesismo hanno  effettivamente assunto, in particolare alla luce degli ultimi sviluppi internazionali, un peso assai consistente sul piatto della bilancia regolatrice dei rapporti di forza all’interno della regione del Vicino e Medio Oriente, i quali sono a loro volta storicamente suscettibili di sortire decisive ripercussioni sugli assetti geopolitici mondiali.
Il Bahrein è un piccolo paese situato a ridosso delle coste dell’Arabia Saudita che supera di poco il milione di abitanti, ma è sede della più grande raffineria della regione ed è dotato di consistenti risorse petrolifere, pur se in via di esaurimento.
I suoi porti ospitano inoltre la poderosa Quinta Flotta statunitense, stanziata in loco allo scopo di dominare l’area strategicamente cruciale del Golfo Persico.
Il fatto poi che circa due terzi della popolazione del Bahrein professi la versione sciita dell’Islam, cosa che favorirebbe la naturale gravitazione del paese attorno all’orbita dell’Iran, costituisce un fattore fortemente destabilizzante in grado di alterare i precari equilibri su cui si regge l’intera area del Golfo.
Nonostante la soverchiante preponderanza sciita il paese è governato col pugno di ferro dal monarca sunnita Salman Ali Khalifa, fedele alleato dell’Arabia Saudita.
Non stupisce quindi che la sollevazione di piazza delle Perle, prontamente emulata in svariate zone del paese, nell’ambito della quale svariate fazioni sciite hanno protestato congiuntamente contro l’ordine costituito, abbia destato forti preoccupazioni nei vicini sauditi che non hanno esitato a sostenere direttamente la repressione messa in atto dal re Khalifa.
L’intervento ordinato dal governo di Riad è stato dettato dal timore che le proteste del Bahrein si sarebbero espanse a macchia d’olio, raggiungendo l’Arabia Saudita.
Ciò avrebbe sortito ripercussioni pesantissime specialmente sul territorio costiero saudita contiguo al Bahrein, nel quale è situato l’immenso giacimento petrolifero di Ghawar e in cui si annida il nocciolo duro della forte minoranza sciita del paese.
Qualora l’onda d’urto provocata dalle proteste della maggioranza sciita del Bahrein si fosse rivelata incontenibile e avesse conseguentemente travolto il governo in carica di Manama le frange professanti il medesimo credo supportate da numerose altre fazioni subordinate della vicina Arabia Saudita si sarebbero presumibilmente spinte a fare altrettanto, nel tentativo di rovesciare l’establishment e detronizzare il dispotico re Saud.
L’Iran si sarebbe indubbiamente inserito nella contesa, brandendo la spada dello sciismo per estendere la propria egemonia sui paesi che si affacciano sul Golfo Persico e assestandosi quindi su chiare posizioni di forza.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, non possono tollerare che l’Iran acquisisca ulteriore peso sullo scenario internazionale e hanno quindi tutto l’interresse a che la solidità degli ordini costituiti in Bahrein e Arabia Saudita non venga intaccata, trattandosi dei due più fidi garanti dell’atlantismo nella regione.
Per questi motivi la repentina e brutale ingerenza dell’Arabia Saudita in soccorso dell’alleato Khalifa non è stata oggetto di alcunché, in termini di pressioni e condanne internazionali, lontanamente paragonabile a ciò che hanno dovuto subire regimi come quello di Gheddafi e di Assad.
Il che è assai eloquente sullo stato comatoso dell’informazione e sull’ipocrisia che domina il dibattito politico internazionale, incardinato sulla retorica di quegli stessi diritti umani il cui rispetto viene preteso dai regimi retti dai vari Gheddafi, Assad, Ahmadinejad (l’elenco sarebbe lunghissimo) e la cui violazione viene parallelamente tollerata, quando non sostenuta, se ascrivibile ai governi presieduti dai propri alleati che rispondono al nome di Saud, Khalifa, Netanyahu.

: Giacomo Gabellini :::: 15 luglio, 2011
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