involuzione

involuzione
Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

giovedì 17 novembre 2011

Il colpo di coda della bestia ferita

La nuova fiaba ufficiale è che Berlusconi sia stato liquidato dalla finanza internazionale, dai banchieri, dai "mercati", dallo "spread". Così proclamano i giornalisti al soldo di Berlusconi, ed altrettanto confermano anche giornalisti che fanno professione di antiberlusconismo.[1]
La prova starebbe nel fatto che il suo successore, Mario Monti, è un consulente (advisor) di Goldman Sachs, la superbanca multinazionale, nota anche come la "Spectre". Se è per questo, Monti siede persino nel consiglio consultivo della Coca Cola; quindi è a tutti gli effetti un uomo di fiducia delle multinazionali, come testimonia la sua biografia ufficiale. [2]
Però c'è un problema: anche l'uomo di fiducia di Berlusconi (anzi, il tutore di Berlusconi, secondo il pubblico riconoscimento del presidente Napolitano), cioè il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta, era advisor di Goldman Sachs dal 2007. [3]
L'azienda familiare di Berlusconi era, a sua volta, in cordata con Goldman Sachs per acquisire i diritti della trasmissione "Il Grande Fratello".[4]
Chi è stato poi a nominare un altro uomo di Goldman Sachs, Mario Draghi, alla suprema carica della Banca d'Italia nel 2005?
Guarda la combinazione: è stato il governo Berlusconi. Si trattava inoltre della prima volta che la nomina del governatore della Banca d'Italia non avveniva per via interna, ma per decisione governativa.[5]
Presentare Berlusconi prima come avversario, ed ora come vittima, dei "poteri forti" della finanza internazionale rientra quindi in quella fasulla narrativa epica sul berlusconismo che ha imperversato in questi anni. Dal discorso pronunciato alla Camera dal capogruppo PDL Fabrizio Cicchitto, sembrava quasi che il governo Berlusconi avesse tentato di nazionalizzare le banche ed avesse minacciato i sedicenti "mercati" di non pagare i debiti passati in caso di aumento degli interessi sui futuri BTP; invece tutta la politica berlusconiana è consistita nell'ossequio servile alle direttive del Fondo Monetario Internazionale e della BCE. E, del resto, che differenza c'è tra le istruzioni della nota lettera di Trichet ed i propositi da sempre dichiarati dal governo Berlusconi? Se molte privatizzazioni non si sono riuscite a fare, è stato perché non c'erano proprio i soldi per farle, perché le privatizzazioni non rendono all'erario, ma costano, ed anche parecchio.
Che ci sia stata una cospirazione internazionale per far cadere Berlusconi appare quindi irrealistico, data l'inconsistenza umana e politica del personaggio e dato, soprattutto, il suo inossidabile servilismo nei confronti dei poteri internazionali che contano, dalla NATO al FMI. Semmai può esserci stata una cospirazione per mantenerlo lì tutto questo tempo. Ne sa qualcosa il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il quale ha salvato in quest'ultimo anno almeno due volte il governo Berlusconi in nome dell'emergenza finanziaria. La prima volta è stato nel novembre dello scorso anno, quando costrinse le opposizioni a rimandare di un mese il voto di sfiducia al governo con il pretesto dell'approvazione della legge di stabilità finanziaria. [6]
Quel mese di tempo concesso a Berlusconi consentì al coordinatore del PDL (e banchiere) Denis Verdini di completare la sua campagna acquisti nelle file degli schieramenti di opposizione, e quindi a Berlusconi di ottenere la fiducia nel voto alla Camera del 14 dicembre. Poi, nel giugno scorso, Berlusconi era boccheggiante dopo le batoste elettorali delle elezioni amministrative e dei referendum, in cui aveva dimostrato di non aver solo perso genericamente "consensi", ma soprattutto le sue clientele. Ma Berlusconi fu nuovamente salvato da Napolitano, il quale costrinse ancora una volta le opposizioni ad inchinarsi al governo allo scopo di far passare una manovra finanziaria che avrebbe dovuto salvare l'Italia dalle speculazioni, e che ha costituito invece il segnale di debolezza atteso da chi voleva iniziare l'attacco finanziario nei confronti dei BTP. [7]
Se si seguono i dati di cronaca, e non i commenti degli opinionisti, allora ci si rende conto che sono stati proprio il pretesto dell'emergenza finanziaria incombente e l'ombrello del Napolitano/presidente a consentire a Berlusconi un ulteriore anno di sopravvivenza. La cronaca dice anche che Napolitano non si è limitato al sostegno materiale nei confronti di Berlusconi, ma gli ha offerto un ampio sostegno morale, accusando di protagonismo e di sconfinamento dai propri poteri quei pochissimi magistrati che credono all'uguaglianza davanti alla legge. L'ultima sortita di Napolitano a riguardo c'è stata proprio nel luglio scorso, appena dopo il successo parlamentare del governo in occasione della manovra finanziaria imposta alle opposizioni. [8]
Agli inizi di questo novembre un'altra sommessa notizia di cronaca, di quelle non riprese dalle prime pagine, informava che il cosiddetto "Terzo Polo" avvisava Napolitano che non avrebbe votato altre manovre se prima non fosse stato dato lo sfratto a Berlusconi. [9] Si è detto che non è stata la "sinistra" a far cadere Berlusconi, ma la "globalizzazione dei mercati". Quando non si sa, o non si vuole, fare cronaca, allora ci si improvvisa storici da strapazzo. In effetti la "sinistra" è troppo infiltrata e non può far nulla, ma a far cadere Berlusconi ci ha pensato il centrodestra di opposizione, e per la precisione l'UDC. Ad ottobre, al seminario di Todi, le organizzazioni del laicato cattolico, compresa la CISL, hanno riconfermato la loro presa di distanza dal governo, facendo intendere che il loro sostegno elettorale ormai era finito. L'UDC non è mai stata nominata al seminario, ma era chiaro dove i voti delle organizzazioni cattoliche avrebbero trasmigrato. A giudicare dal numero di ministri di area cattolica nel governo Monti, non si può dubitare che l'UDC ed il Vaticano siano stati i manovratori di tutta l'operazione; tanto che ora Casini lancia ufficialmente il progetto di una restaurazione democristiana. [10]
Ma il vero esecutore dell'affossamento della maggioranza berlusconiana è stato l'ex andreottiano Paolo Cirino Pomicino, da gennaio dirigente dell'UDC, il quale ha assunto il ruolo dell'anti-Verdini. [11]
Verdini è un mestierante della corruzione, Cirino Pomicino uno scienziato, quindi fra i due non c'era gara. Prima ancora che la caduta di Berlusconi si consumasse per la fuga dei parlamentari, l'avviso della probabile fine per il tiranno ed il nome del tirannicida circolavano già in cronaca; e l'incognita consisteva semmai, ed ancora una volta, nell'atteggiamento di Napolitano.
La fine di Berlusconi è dovuta ad intrighi parlamentari di stampo democristiano e non a congiure finanziarie internazionali, che sembravano semmai interessate a tenere in piedi un fantoccio come lui. Il berlusconismo è stato un fenomeno politicamente irrilevante in sé, ma ha costituito uno strumento formidabile di guerra psicologica coloniale della NATO e del Fondo Monetario Internazionale contro l'Italia.
La guerra psicologica coloniale oggi prosegue cercando di persuadere l'opinione pubblica che la liberazione dal tiranno/buffone sia avvenuta ad opera di truppe straniere, invece che per via interna. Si cerca quindi di stimolare quell'auto-razzismo che mitizza gli altri Paesi e vede una benedizione nell'essere colonizzati. Il berlusconismo, come strumento di psywar coloniale, è tutt'altro che defunto, perciò gli Italiani devono prepararsi ad espiare come una propria colpa gli anni del berlusconismo, ma anche le intemperanze dell'antiberlusconismo.
Il governo Monti non è in Italia il primo governo Goldman Sachs, ma è l'ennesimo governo Goldman Sachs. La differenza è che stavolta il governo esibisce una sorta di insegna al neon "Goldman Sachs"; e bisognerà capire quanto questa sovra-esposizione mediatica effettivamente converrà alla stessa Goldman Sachs.[12]
Monti all'inizio avrà vita facilissima, perché al confronto di Berlusconi chiunque potrebbe apparire un genio; ma non ci vorrà molto perché ci si accorga della sua disonestà intellettuale, già ampiamente esibita nei suoi passati commenti sul "Corriere della Sera"; o che ci si ricordi dei suoi sperticati elogi a Marchionne ed alla Gelmini.[13]

[1] http://www.youtube.com/watch?v=Nl_cOKotFPw
[2] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://ec.europa.eu/economy_finance/bef2009/speakers/mario-monti/index.html&ei=0Q7ATtixJY_Jswa9wPjvAg&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&sqi=2&ved=0CC4Q7gEwAQ&prev=/search%3Fq%3Dmario%2Bmonti%2Bcoca%2Bcola%26hl%3Dit%26rlz%3D1R2ACAW_it%26biw%3D960%26bih%3D507%26prmd%3Dimvnso
[3] http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2007/06/letta-goldman.shtml?uuid=909fc446-1d74-11dc-ab9f-00000e251029&DocRulesView=Libero
[4] http://archiviostorico.corriere.it/2007/aprile/18/Mediaset_intanto_pensa_Endemol_co_9_070418063.shtml
[5] http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2005/12_Dicembre/29/draghi.shtml
[6] http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/16/napolitano-dopo-lincontro-con-fini-e-schifani-priorita-alla-finanziaria/77199/
[7] http://tg24.sky.it/tg24/politica/2011/06/29/governo_manovra_consiglio_ministri_napolitano_responsabilita_decreto_rifiuti_napoli.html
[8] http://www.asca.it/news-NAPOLITANO__MAGISTRATI_RISPETTINO_LIMITI__INTOLLERABILE_SCONTRO_POLITICA-1036549-ORA-.html
[9] http://www.daw-blog.com/2011/11/02/briguglio-fli-napolitano-ha-chiesto-tanto-alle-opposizioni-ora-chieda-a-berlusconi-di-andarsene/
[10] http://www.famigliacristiana.it/informazione/news_2/articolo/berlusconi-il-governo-non-si-puo-criticare_181011172223.aspx
http://www.unita.it/italia/casini-esecutivo-ottimo-1.353240
[11] http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/politica/2011/15-gennaio-2011/pomicino-ufficio-politico-udc-181264072648.shtml
http://www.corriereinformazione.it/2011110815006/politica/politica/ludc-di-chi-si-mette-nei-casini-come-attirare-i-delusi-pdl.html
[12] http://www.repubblica.it/economia/finanza/2011/11/15/news/goldman_sachs-25058681/
[13] http://www.corriere.it/editoriali/11_gennaio_02/monti-meno-illusioni-per-dare-speranza-editoriale_07bad636-1648-11e0-9c76-00144f02aabc.shtml

FONTE 

mercoledì 16 novembre 2011

A chi servono le "rivoluzioni colorate"?

Il 5 giugno scorso il Fondo monetario internazionale ha accordato all’Egitto un prestito di 3 miliardi di dollari su 12 mesi, a un tasso dell’1,5%. Pochi giorni prima era stata resa pubblica la decisione del G8 di Deauville relativa allo stanziamento di un fondo speciale di 40 miliardi di dollari, per finanziare la stabilizzazione delle nuove democrazie in Nord Africa e nel Vicino oriente.
Il prestito è stato in seguito cancellato in risposta “alla pressione dell’opinione pubblica” e dopo la presentazione di una nuova bozza finanziaria per il 2011-2012, che prevedeva la riduzione della spesa pubblica.
Il Cairo ha comunicato che due paesi del Golfo contribuiranno a rilanciare l’economia egiziana: l’Arabia Saudita con 4 miliardi di dollari sotto forma di prestiti a lunga scadenza e il Qatar, che investirà 10 miliardi.
La pressione dell’opinione pubblica, di cui si diceva, trova nella “Campagna popolare per l’estinzione del debito egiziano” la sua più completa realizzazione. Khaled Ali, uno dei suoi promotori, ne spiega le motivazioni di fondo: la campagna non mira alla cancellazione totale del debito, ma ad una sua rinegoziazione puntuale nei termini e nelle finalità.
Il prestito concesso a giugno, infatti, strideva non poco col rovesciamento del passato regime e con le aspettative di chi aveva appena vinto la rivoluzione, che, prima ancora della caduta di Mubarak, era in cerca di “giustizia sociale e dignità”.
Debito odioso”
Le istituzioni finanziarie internazionali, pur sapendo perfettamente che la dittatura di Mubarak non rappresentava la volontà popolare, hanno sempre continuato a finanziarla; i cittadini egiziani possono, quindi, ritenersi sollevati dal peso di un debito al quale non hanno mai acconsentito e dei cui frutti non hanno mai beneficiato; debito che costringe la nazione a indirizzare tutte le sue risorse verso il pagamento degli interessi, limitando così le sue capacità di sviluppo.
E’ questo, in sintesi, il contenuto del concetto legale coniato dal teorico Alexander Sack, Ministro delle Finanze russo nel 1927, noto come dottrina del “debito odioso”.
Questo genere di debiti doveva essere cancellato con la caduta delle dittature o dei regimi autocratici che li avevano contratti, come è successo in Iraq nel 2003 con la caduta di Saddam Hussein e in Sud Africa dopo la fine del regime di apartheid.
Nel 2009 l’Ecuador ha raggiunto un accordo che riduce il suo debito estero di più dei 2/3: per ogni dollaro dovuto, il governo ecuadoregno dovrà versare solo 35 centesimi.
Attualmente, sia in Grecia che in Irlanda esistono commissioni popolari per la revisione del debito che premono affinché si proceda all’istituzione di commissioni ufficiali. Anche la Tunisia ha istituito una commissione per verificare il debito di Ben Ali.
E’ tempo che i popoli reclamino il diritto fondamentale di partecipare alla determinazione delle priorità economiche del proprio paese, dal momento che essi sono i primi a risentire degli effetti delle politiche economiche e a pagare di tasca propria gli errori dei passati regimi.
Questa è la convinzione comune dei vari movimenti e ciò che chiedono i membri della “Campagna popolare per l’estinzione del debito egiziano” nello statuto dell’associazione.
In particolare, nel documento si richiede che ogni prestito futuro sia soggetto alla discussione e alla partecipazione popolare, in modo da garantire trasparenza e affidabilità.
Inoltre, saranno necessarie norme sulla libertà d’informazione che garantiscano la pubblicità di tutti gli accordi e di ogni altra informazione relativa ai prestiti e ai debiti contratti.
Società civile
Lo scorso giugno, 67 organizzazioni della società civile araba, in rappresentanza di 12 paesi, hanno lanciato un appello congiunto in difesa degli obiettivi perseguiti attraverso le rivoluzioni, affinché questi non vengano distorti dall’intervento di Fondo monetario internazionale, Banca mondiale, Banca europea per gli investimenti e Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo.
Kinda Mohamadieh, direttrice della Rete delle Ong arabe per lo sviluppo, ha spiegato al britannico Guardian: “I cambiamenti democratici ricercati dalle popolazioni locali non saranno raggiunti con l’aumento degli aiuti legati a condizionalità politiche, ulteriori liberalizzazioni di commercio e investimenti, deregolamentazioni e ricette economiche molto ortodosse che hanno così tanto contribuito alle ingiustizie contro le quali si sono ribellati i popoli di Tunisia ed Egitto. Il percorso verso lo sviluppo passa necessariamente attraverso la volontà dei popoli di ogni singolo paese, con un processo costituzionale e un dialogo nazionale”.
Ancora nel settembre del 2010, l’FMI infatti lodava la “solida gestione macroeconomica della Tunisia e le sue riforme strutturali dell’ultimo decennio”, auspicando perfino una loro continuità attraverso “il contenimento della spesa pubblica sui sussidi ai salari, ai generi alimentari ed ai carburanti”, nonostante nello stesso documento si riconoscesse l’aumento dei prezzi degli alimenti nel paese a causa dell’aumento dei prezzi alimentari a livello globale. Il continuo perseguimento nel corso degli anni di politiche assolutamente inadeguate ed il disprezzo delle vere priorità delle popolazioni di questi paesi pongono delle questioni nodali sul ruolo dell’FMI nei processi di transizione. Tali questioni dovrebbero portare ad un riesame serio, aperto ed inclusivo delle politiche prescritte dalle organizzazioni internazionali negli scorsi decenni. L’operatività internazionale di istituzioni economiche e finanziarie potrà solo trarre vantaggio da questo dibattito, a condizione che esso preveda la partecipazione paritaria dei paesi in via di sviluppo.
Dal basso ai vertici
Se è facile comprendere la diffusione popolare e il consenso riscosso da questi movimenti nei paesi summenzionati, più complesso risulta individuare gli appoggi su cui essi potranno contare.
Le prime elezioni democratiche in Tunisia hanno dato al Congresso per la Repubblica, che supporta il programma di revisione del debito, 30 seggi.
In Egitto, secondo l’organizzatrice della Conferenza Salmaa Hussein il Tagammu, i Nasseristi e Karama appoggerebbero i loro sforzi.
Difficile fare previsioni vista la posta in gioco. Per ora sembra che la presa di posizione dell’Egitto tenga.
Il ministro delle Finanze Samir Radwan ha spiegato che la prima bozza del budget nazionale è stata discussa “con attivisti, scrittori, imprenditori, sindacati e Ong. Come risultato di questo dialogo e data la preoccupazione del Consiglio Militare di non riversare sul futuro governo ulteriori debiti, il deficit è stato ridotto dall’11% del Pil all’8,6%, coperto per la maggior parte grazie a risorse locali e supporto esterno”.
Il ruolo di Stati Uniti e Unione Europea

Non solo istituzioni finanziarie, ma anche Stati quali gli Usa guardano con interesse a quanto succede in Nord Africa. Il presidente Obama ha infatti aveva già annunciato a maggio che “l’amministrazione americana è pronta a cancellare fino a 1 miliardo di dollari di debito egiziano per aiutare la crescita economica del paese”.
Piano Marshall per il Nord Africa?
Il nocciolo di quel che ha detto Obama è che gli Stati Uniti devono essere partecipi dei massicci cambiamenti avvenuti nel Vicino Oriente e in Nord Africa, modernizzando le loro economie e fornendo occupazione ai giovani cosicché la democrazia possa radicarsi, raggiungendo una stabilità regionale essenziale per l’America.
L’Egitto è il secondo destinatario di aiuti Usa nella regione, dopo Israele: il paese risulta beneficiario di 2 miliardi di aiuti netti, di cui 1,3 miliardi sarebbero indirizzati al rafforzamento delle forze armate. Vi sono 250 milioni di aiuti economici e quasi altri 2 miliardi destinati alla cooperazione economica di lungo periodo fra i due paesi.
A fronte di questo ingente impegno finanziario, gli USA avrebbero ottenuto molto nell’era Mubarak: con le garanzie sulla sicurezza dei confini con Israele, la chiusura del valico di Rafah con Gaza, la lotta al terrorismo islamico e l’effetto stabilizzatore dell’Egitto sull’intera area. Resta da vedere se il nuovo Egitto riuscirà a fornire rassicurazioni sul rispetto degli stessi impegni. Da qui deriva la fondamentale importanza strategica del paese Nord-africano per la politica estera statunitense e di conseguenza il tentativo di mantenerlo sotto la propria influenza.
L’Alto Comando Militare (SCAF) egiziano si trova quindi dinanzi ad un bivio: da un lato non intende rinunciare agli aiuti statunitensi, dall’altro non può esonerarsi dal recepire almeno alcune delle richieste che giungono dalla società civile in chiave anti-israeliana (in particolare, c’è la richiesta a Israele di compensare le vittime egiziane della recente incursione dell’IDF oltre confine).
Politiche Euromediterranee
La Commissione Europea in agosto ha approvato due pacchetti di aiuti, rispettivamente di 100 e 110 miliardi di dollari a favore di Egitto e Tunisia. Sin dalla sua origine, ma con maggiore impegno dal 1995, con il lancio del Processo di Barcellona, l’UE ha sviluppato una complessa politica volta a incentivare le riforme politiche nei paesi arabi del Mediterraneo e a porre le basi, nel quadro di una cooperazione multiforme, per un loro sviluppo economico e sociale.
La scelta che è stata compiuta nei fatti dall’Unione e dagli Stati europei è stata quella di privilegiare la stabilità degli interlocutori politici nella sponda Sud del Mediterraneo, a discapito della richiesta della promozione di riforme politiche. A spingere in tale direzione vi sono state indubbie ragioni oggettive, come la necessità, per gli Stati europei, di garantire la sicurezza dei propri approvvigionamenti energetici. I problemi emersi o aggravatisi nel frattempo – soprattutto il terrorismo e l’incremento dell’immigrazione – hanno poi provocato una forte rinazionalizzazione delle prospettive di sicurezza degli stati membri dell’UE.
I governi europei hanno finito quindi per accantonare le riforme, passando a politiche di sostegno ai regimi autoritari mediterranei in cambio della cooperazione economica, di una loro collaborazione al contenimento dell’immigrazione e alla lotta al terrorismo.
Di fronte agli sviluppi recenti in Nord Africa e nel vicino Oriente la scelta di non attuare l’originaria politica mediterranea di promozione delle riforme a favore dell’appoggio alla stabilità dei regimi appare ora chiaramente fallimentare o quanto meno poco lungimirante.
Nel documento presentato l’11 marzo 2011 si raccomanda al Consiglio di approvare lo stanziamento di un miliardo di euro proposto recentemente dal Parlamento Europeo, onde consentire alla BEI di effettuare prestiti per sei
miliardi nei prossimi anni.
La Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS), finora attiva solo nei confronti dei paesi europei dell’Est, si appresta a modificare il suo statuto per concedere un miliardo di prestiti al settore privato del Marocco e dell’Egitto.
Difficile però credere che gli obiettivi originari, primo fra tutti la garanzia di approvvigionamenti energetici, verranno accantonati per far posto alle esigenze politico-economiche dei popoli del Mediterraneo.
Conclusioni
Rifiutare il prestito del Fondo monetario internazionale ha significato sfuggire, almeno per il momento, alla solita logica che vuole che siano governi stranieri a decidere dell’economia di un paese, prima che si possano svolgere regolari elezioni. Quei debiti sarebbero ricaduti sulle spalle degli egiziani che avrebbero dovuto ripagarli per decenni, nonostante non vi sia stata alcuna approvazione da parte di un governo democraticamente eletto.
Senza contare che le condizioni alle quali il prestito sarebbe stato concesso avrebbero compreso il solito pacchetto di privatizzazioni e deregolamentazioni neoliberiste, per aprire i nuovi arrivati all’economia di mercato.
Le conseguenze inevitabili di tali politiche sarebbero state la drastica riduzione del settore manifatturiero e quindi una massiccia perdita di posti di lavoro.
Non a caso la dichiarazione del G8 di Deauville si apre proprio sostenendo che la Primavera araba “può aprire la porta al tipo di trasformazione avvenuta nell’Europa dell’Est dopo la caduta del muro di Berlino”. Come evidenzia il Guardian, le economie dell’Europa centro – orientale si sono ridotte in media del 5 % ogni anno tra il 1991 e il 1995.
Dunque, quale futuro si prospetta per questi movimenti?
Indicativo è il fatto che alla conferenza non abbia partecipato alcun membro del Governo. In compenso alla riunione erano presenti molti ospiti latino-americani che hanno portato le loro esperienze di successo nella rinegoziazione del debito. Si spera che, una volta ultimato il passaggio di poteri dalle istituzioni militari a quelle civili, anche l’Egitto possa concretizzare questi progetti.
Solo così sarà possibile liberare le risorse da investire nella sanità pubblica, nell’istruzione e in programmi di welfare e quindi realizzare gli obiettivi di Piazza Tahrir.

* Nerina Schiavo è laureanda in Relazioni Internazionali presso l’Università La Sapienza di Roma
 FONTE
http://www.eurasia-rivista.org/%E2%80%9Crovescia-il-regime-ripudia-il-debito%E2%80%9D/12221/ 

martedì 15 novembre 2011

IL BA’ATH COME RINASCITA


TITOLO: La Resurrezione degli Arabi
AUTORE: Michel ‘Aflaq
EDITORE: Edizioni All’Insegna del Veltro
ANNO: 2011
PAGG.: 70
PREZZO: 7 €

Ancora una volta è la Collana Gladio&Martello delle Edizioni All’Insegna del Veltro a segnalarci un’uscita interessante. Dopo aver approfondito le tematiche storico-politiche del complesso e semi-sconosciuto anti-sionismo sovietico, ma soprattutto sulla scia delle precedenti uscite monografiche relative alle rispettive figure di Gamāl Abd al-Nāser e Mu’ammar  Gheddafi, la casa editrice parmense pubblica La Resurrezione degli Arabi, un testo che raccoglie le riflessioni di Michel ‘Aflaq, l’intellettuale siriano considerato unanimemente il padre del Panarabismo. L’introduzione è affidata ad un saggio di Alessandro Iacobellis che ripercorre con un’attenta ricostruzione storica la vicenda di ‘Aflaq e del Partito Socialista della Rinascita Araba, il famigerato Ba’th. Negli Anni Trenta, l’Impero Ottomano era ormai dissolto e i grandi movimenti politici di massa europei stavano influenzando i tanti fermenti sociali presenti nel mondo meno avanzato. I Paesi Arabi rappresentavano una sorta di terra di mezzo che, come ricorda lo stesso Albert Hourani, usciva paradossalmente rafforzata dall’esperienza coloniale dei decenni precedenti: l’incremento demografico nel trentennio 1910-1940 e l’introduzione delle prime forme di trasporto meccanizzato innescarono trasformazioni nel tessuto tradizionalmente agricolo e semi-nomade delle società arabe[1], provocando un notevole afflusso delle popolazioni nelle città più industrializzate, dove stava già nascendo una nuova borghesia nazionale[2]. Questo fermento così improvviso all’interno di Paesi per lungo tempo caratterizzati da sistemi feudali e dalle dominazioni coloniali, costituì terreno fertile per l’emergere di una coscienza nazionale capace di coinvolgere tutti gli strati sociali delle nazioni arabe. A differenza di quanto avvenne in Turchia con Atatürk, però, la forte spinta modernizzatrice che caratterizzava questi movimenti politici non intendeva abbandonare la tradizione, incorporandone molti elementi all’interno delle rivendicazioni popolari, a partire dalla riscoperta della lingua e persino delle tradizioni pre-islamiche, che riaffioravano grazie alle epocali scoperte archeologiche di inizio Novecento, soprattutto in Egitto e in Siria. Tuttavia “nel nazionalismo vi era inevitabilmente un elemento islamico[3], anche se questo tendeva a non prevalere sul resto, per cercare di privilegiare lo spirito di unità nazionale anziché la frammentazione inter-religiosa, piuttosto probabile all’interno di società come quella egiziana e quella siriana, dove musulmani e cristiani coabitavano da secoli. In questo quadro è chiaro come il socialismo nazionalista teorizzato da ‘Aflaq potesse soltanto in parte trarre ispirazione dal marxismo e dal leninismo, altresì dominanti negli ambienti operai dell’Europa e negli strati proletari e contadini della Russia zarista. Difatti, nonostante la modernizzazione, il quadro politico e sociale dei Paesi Arabi tra le due Guerre era quello di territori ancora pesantemente influenzati da un Islam tutt’altro che secolarizzato e a lungo sottoposti alla dominazione imperialista straniera. Come avrebbe meritoriamente indicato Stalin ne I Principi del Leninismo, partendo dal presupposto dell’ineguale sviluppo capitalistico all’interno del pianeta intero, la lotta per l’indipendenza nazionale e per l’eliminazione del dominio straniero è oggettivamente una lotta progressiva in direzione del socialismo, anche nel caso in cui questa sia innescata da forze politiche non-marxiste o perfino borghesi. La spiritualità, estromessa nel marxismo, può dunque diventare un elemento ideologico determinante ed indissolubile dalla lotta per l’emancipazione sociale delle classi lavoratrici, delle donne e degli strati sociali più bassi nel loro complesso, come fu evidenziato dallo stesso studioso siriano Constantin Zureiq, che tentò di introdurre una particolare sintesi tra spirito di modernizzazione e preservazione delle tradizioni islamiche. Nomi altisonanti come quelli di Nasser, di Gheddafi o dello stesso Saddam Hussein, devono molto al contributo teorico di ‘Aflaq. Questo non impedì certo ad Egitto o Siria alleanze strategiche con l’Unione Sovietica che, in modo meritoriamente pragmatico e immune da dogmatismi ideologici, seppe individuare, soprattutto a partire dal 1966, in quei movimenti di liberazione nazionale una forza anti-imperialista ed anti-sionista senza pari, proprio in uno scenario geopolitico ormai prioritario e costantemente instabile come quello del Medio Oriente nel secondo Novecento.
Strategos

[1] A. HOURANI, Storia dei Popoli Arabi – da Maometto ai nostri giorni, Cap. XX – Mutamenti nel modo di vivere e di pensare (1914-1939), Mondadori Editore, Milano, 1992, pp. 333-334
[2] A. HOURANI, Storia dei Popoli Arabi – da Maometto ai nostri giorni, Cap. XX – Mutamenti nel modo di vivere e di pensare (1914-1939), Mondadori Editore, Milano, 1992, p. 336
[3] A. HOURANI, Storia dei Popoli Arabi – da Maometto ai nostri giorni, Cap. XX – Mutamenti nel modo di vivere e di pensare (1914-1939), Mondadori Editore, Milano, 1992, p. 343