involuzione

involuzione
Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

giovedì 16 febbraio 2012

LOBBYING OCCULTO

Il termine “lobby” è usato di solito dai media come epiteto mistificatorio nei confronti di categorie deboli, del tipo dei pensionati o dei tassisti. In ambito accademico "bocconiano", non manca però chi cerca di far passare il lobbying dei potentati affaristici come una risorsa per la democrazia e per la crescita; ciò a dimostrazione del fatto che l’unica materia prima davvero inesauribile è la faccia tosta.[1]
Per fortuna esistono anche ricerche serie sul lobbying reale. Un ottimo articolo di qualche tempo fa sul giornale on-line "Linkiesta", ha illustrato la mappa europea del lobbying bancario a Bruxelles: la rete organizzativa, le agenzie e le sedi istituzionali soggette a pressione affaristica.[2]
Grazie a questo articolo si viene a sapere che esistono persino scuole di lobbying, come l'European Training Institute, in cui si imparano le tecniche per far vedere il mondo attraverso il filtro esclusivo degli interessi affaristici.[3]
La ricerca su Linkiesta si conclude illustrando l'iniziativa di un politico francese: una ONG che faccia da osservatorio del mercato finanziario, e che costituisca un contraltare alle agenzie di lobbying delle banche. Ma affidare le proprie sorti ad una Organizzazione Non Governativa risulta quantomeno illusorio. Le ONG sono da decenni uno strumento delle multinazionali, a cui serve ogni tanto un'organizzazione di copertura, cioè creare l'illusione di una faccia pulita dietro alla quale celare i propri affari più sordidi. Una denuncia a proposito della funzione mistificatoria delle ONG risale addirittura ad un film thriller del 1965, diretto da Edward Dmytryk, "Mirage".[4]
Il lobbying tende per sua natura ad invadere ed occupare tutti gli spazi che contano, ed ognuno che possa contare qualcosa viene prima o poi fatto oggetto di tentativo di reclutamento da parte del lobbying. Far parte di una rete di lobbying significa infatti avvantaggiarsi di una piattaforma di lancio per la carriera.
Il lobbying occulto ha ovviamente le sue ipocrisie, perciò l'appellativo ufficiale per indicare il lobbista mascherato è quello di "consulente" o di "advisor", e sono noti i casi di Romano Prodi, Gianni Letta e Mario Monti, tutti e tre "advisor" di Goldman Sachs; oppure di Giuliano Amato, "advisor" di Deutsche Bank. Un altro uomo di Deutsche Bank, Caio Koch-Weser, è addirittura co-presidente del Business and Economics Advisors Group del Consiglio Atlantico, l'organo dirigente della NATO. Si tratta dello stesso Business and Economics Advisors Group di cui fa parte anche Mario Monti, il quale riveste contemporaneamente incarichi di consulenza nel Consiglio Atlantico della NATO, in Goldman Sachs, nella Coca Cola e nell'agenzia di rating Moody's.[5]
L'alibi della "consulenza" è quindi una porta girevole che funziona a due sensi: consente agli uomini delle istituzioni di farsi agganciare dalle banche, ma permette anche ai banchieri di insediarsi direttamente nelle istituzioni in veste di consulenti. L'intreccio tra militarismo e finanza che si verifica all'interno della NATO, è certamente un matrimonio di convenienza, ma è soprattutto un'affinità elettiva.
L'arte del lobbying non consiste affatto nel modo di presentare un'offerta, bensì nella capacità di creare false domande, false esigenze, false emergenze; allo stesso modo in cui la pubblicità induce nei consumatori dei falsi bisogni. Il lobbying esprime perciò la sua massima efficacia quando è occulto, cioè intrecciato in modo inestricabile con le istituzioni, usando direttamente gli uomini delle istituzioni, e avvalendosi della copertura del segreto di Stato o del segreto militare.
Il militarismo diventa quindi lo strumento ideale del lobbying, e ciò non si limita al grande business delle armi e delle commesse militari. Una base militare può diventare infatti un’idrovora di denaro pubblico. Centotredici basi USA o NATO in Italia non hanno alcuna giustificazione di tipo strategico-militare, ma si spiegano come calamite di spesa pubblica, come modo di occupare un territorio e di assorbire le sue risorse.
L’aspetto interessante è che la spesa militare non figura ufficialmente come tale, ma come sviluppo del territorio, e va a carico degli enti locali. Proprio in queste settimane il governatore della Campania, Caldoro, sta reperendo altri fondi per completare le infrastrutture di supporto alla base NATO di Giugliano, la più grande del Sud d'Italia, e che svolgerà anche le funzioni di sede NATO per il Sud Europa.[6]
Sono anni che le risorse finanziarie della Regione Campania sono indirizzate allo scopo prioritario di foraggiare gli appalti per la base NATO di Giugliano, e si era cominciato già all'epoca del governatorato di Bassolino. [7]

[1] http://www.viasarfatti25.unibocconi.it/notizia.php?idArt=9380
[2] http://www.linkiesta.it/cosi-lobby-delle-banche-protegge-i-derivati-sporchi
[3] http://www.e-t-i.be/training_programmes.asp
[4] http://www.youtube.com/watch?v=to2xYmWnQAc
[5] http://www.acus.org/people/beag
[6] http://denaro.it/blog/2012/01/25/sede-nato-di-giugliano-via-alle-infrastrutture/
[7] http://archivio.denaro.it/VisArticolo.aspx/VisArticolo.aspx?IdArt=590839&KeyW

fonte 

lunedì 13 febbraio 2012

RePress, un plugin per bypassare l’oscuramento dei blog su WordPress



RePress è un plugin, sviluppato dal provider olandese Greenhost, che permette di bypassare la censura dei blog realizzati con WordPress. L’intenzione è quella di prevenire l’oscuramento dei siti in base alla posizione geografica, una strategia adottata di recente da Google su Blogger — dopo la firma europea del trattato per l’ACTA.
Il plugin non è compatibile con WordPress.com e richiede la presenza della funzione fopen(); di PHP sul dominio del blog. Per controllare che sia attiva, è sufficiente consultare l’output del comando phpinfo(); in una pagina con estensione .php sul dominio di proprietà. RePress richiede l’utilizzo di proxy per evitare l’oscuramento.
Questa soluzione potrebbe essere considerata illegale, se il sito è stato oggetto di condanne nel Paese dove l’accesso è inibito o per altre motivazioni affini. RePress è ancora in una fase sperimentale: il corretto funzionamento del plugin non è garantito. In futuro, RePress potrebbe supportare cURL per estendere la compatibilità.
 da Federico Moretti
Via | MakeUseOf

Marilina Veca, “Cuore di lupo”, Kimerik, 2011




La nuova edizione di Cuore di lupo, meritoria opera della giornalista italiana Marilina Veca, forse troverà maggior fortuna della prima, grazie all’eco mediatico suscitato recentemente dai crimini commessi in Kosovo e Metohija dal “gruppo di Drenica” dell’UCK.
Il testo conta anche sulla traduzione in serbo, compiuta dall’attuale Ambasciatrice in Italia, Ana Markovic.
La luce su questa vergognosa pagina delle guerre balcaniche è stata accesa, finalmente, dal Rapporto sulla violazione dei diritti umani in Kosmet, presentato dal coraggioso senatore svizzero Dick Marty al Consiglio d’Europa nel 2011.
Come giustamente sottolinea nella prefazione l’ex Ambasciatrice serba a Roma, Sanda Raskovic-Ivic, “era noto che in Kosovo e Metohija sparirono, dalla primavera del 1998 (cioè ben prima che Slobodan Milosevic inviasse nella provincia serba la polizia per mettere fine alle violenze dell’UCK e ben prima che si riaccendesse il conflitto che servì da pretesto per i bombardamenti della NATO sulla Federazione Jugoslava n.d.r.) all’inverno 2001 (cioè quando le forze della coalizione internazionale avrebbero dovuto far rispettare l’ordine pubblico n.d.r.), 1.300 serbi e non albanesi”.
Dei rapimenti, testimoniati da diversi rapporti internazionali, scrivemmo parecchio tempo fa in pochissimi (tra questi proprio Marilina Veca) (1).
A distanza di 10 anni conosciamo la sorte di quelle povere persone: “Purtroppo, all’orrore del commercio degli organi umani non partecipano solamente terroristi e psicopatici appartenenti al cosiddetto Esercito di Liberazione del Kosovo. Sono coinvolti anche medici, infermieri, e altre persone rinomate, insomma gente perbene”, sottolinea giustamente la Raskovic (2).
Per questa ragione “lo stesso titolo Cuore di lupo è simbolico! Sappiamo da tante storie e leggende che uno dei principali animali totemici per i serbi è il lupo, Vuk! Ecco perché, anche ai propri figli, i serbi danno il nome di quest’animale. Perché sopravvivano”.
Lo straziante libro di Marilina Veca, utilizzando nomi di fantasia, ci narra le storie vere di quattro famiglie serbe e della loro disperazione: i loro uomini, Dragan, Dejan, Milan, Srdjan sono stati rapiti e usati come cavie da laboratorio, i loro organi sono stati espiantati e venduti al mercato nero.
Daniel, un ragazzino la cui famiglia appartiene alla più classica borghesia francese, attende, apatico, un nuovo cuore che gli permetta di avere una vita “normale”.
In mezzo, l’impotenza delle donne serbe che invano chiedono aiuto alla miriade di organizzazioni internazionali e ai militari che affollano ancora oggi il Kosovo e Metohija alla ricerca di un facile stipendio, l’imbarazzo e la vergogna dei tanti albanesi che vorrebbero aiutarle ma che si trovano anch’essi prigionieri a casa propria.
Migliaia di soldati della KFOR che non riescono a controllare una regione grande quanto l’Abruzzo, con l’evidente scopo di punire chi ha osato sfidare l’Alleanza Atlantica, gendarme del mondo a stelle e strisce.
Ma anche perché le complicità occidentali sono tante: nel 2002 la tv dell’Iraq occupato dagli atlantici ci ha mostrato “un certo sceicco Behramin che si vantava del suo nuovo cuore trapiantatogli in Turchia. Lo sceicco disse sorridendo che gli dispiaceva una cosa sola: il cuore che batteva nel suo petto era serbo… D’altro canto non era necessario avere a disposizione un grande centro chirurgico per l’espianto, per strappare il cuore ad un giovane serbo e metterlo nell’apposito trasportatore. Bastava una baracca dietro una certa casa gialla e bastava un elicottero con i motori accesi. Tutto il resto si svolgeva altrove …” (3).
Dopo il rapporto Marty nessuno può far finta di non sapere”, scrive Falco Accame, ma in quello che si autodefinisce il “migliore dei mondi possibili” non crediamo sia possibile avere giustizia e riteniamo che gli esponenti della “comunità internazionale” si apprestino a chiudere la vicenda con il minor clamore possibile.
Costoro farebbero però bene a tenere a mente le parole del grande San Sava, primo arcivescovo ortodosso e primo scrittore della letteratura serba, rappresentante di questo popolo presso il Signore nella tradizione: “Perdoniamo, ma non dimentichiamo!”.
I serbi perdonano ma non dimenticano”, ribadisce Dragan Mraovic nel libro; noi sicuramente non dimenticheremo, ma non essendo serbi, allo stesso tempo, non perdoneremo.
http://la1.rsi.ch/_dossiers/player.cfm?uuid=ed732637-a931-4e88-9f0e-f10e8c7d7243 

fonte:
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