involuzione

involuzione
Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

sabato 3 marzo 2012

Roma - Occupata la Sede di Repubblica - Togliamo il bavaglio alla Val Susa

Roma-03.03 - Blitz alla sede di Repubblica di studenti e Precari. 

 

 

A poche ore dal corteo No Tav di oggi pomeriggio, un gruppo di persone occupa la sede di Repubblica per chiedere al giornale di prendere una posizione sulla battaglia No Tav contro il bavaglio mediatico a cui è stata sottoposta.
Per chi come noi conosce e ama la Val Susa e la lotta dei suoi abitanti, non è possibile rimanere in silenzio di fronte al trattamento che il vostro giornale, al pari della stragrande maggioranza dei media mainstream, sta riservando ai fatti di questi giorni. Ci sembra che in nome della libertà di stampa si stiano in realtà perseguendo tutt'altri obiettivi: invece di fornire un'informazione il più possibile esauriente ed imparziale sui fatti, si sceglie di presentarne una piccola parte, isolati dal loro contesto, per formare un'opinione.
Quest'opinione è riassumibile così: TINA – There Is No Alternative, e chiunque voglia affermare una verità differente, con la forza e la ragione dei propri discorsi e dei propri corpi, viene bollato come un individuo pericoloso e violento, fuori da ogni regola di convivenza democratica e ostile all'ineluttabile progresso.
Dopo la manifestazione del 25 Febbraio, poco e niente si è riferito delle decine di migliaia di persone che hanno marciato da Bussoleno a Susa per ribadire le ragioni del movimento NO TAV e per protestare contro la maxi-operazione giudiziaria promossa dal procuratore Caselli, e molto invece della provocazione della polizia alla stazione di Torino: come sempre, sbatti il violento in prima pagina.
Mentre Luca Abbà lottava tra la vita e la morte, e mentre centinaia di persone venivano malmenate dalle forze dell'ordine, con cariche violentissime e indiscriminate e una caccia all'uomo fin dentro il centro del paese, voi ritenevate che la notizia principale da dare fosse quella sull'eroico carabiniere che stoicamente resisteva agli “insulti” di un ragazzo che avete bollato come “squadrista”, e che questo fotografasse perfettamente cosa stesse succedendo in quelle ore.
Non siamo giornalisti, ma crediamo che chi fa questo mestiere non possa prescindere dal riportare una pluralità di voci nel racconto di qualcosa di complesso come la realtà. Rimaniamo allibiti di fronte alla scelta che avete fatto in questi giorni: l'unica voce che fate ascoltare è quella di chi ha già tutti i mezzi per farsi sentire, quella del governo di unità nazionale. Ogni altra posizione è destinata al silenzio, o, peggio, ad essere mistificata, riducendola al ruolo costruito a tavolino dell'estremismo.
Guardiamo a ieri: il discorso del premier si fa le domande e si da le risposte: tutte vere, tutte giuste.
E basate, parole sue, su rapporti costi – benefici che sono ancora da completare.
Pensiamo che sia compito di un'informazione plurale porre altre domande. Quello sulla reale utilità di questo progetto, quelle sui rischi per la salute e sull'ambiente, quelle sui costi e su come diversamente potrebbero essere usati quei soldi pubblici.  A queste domande ci sono già molte risposte che vengono riprese anche dall' Economist e da Travaglio vostri alleati contro il governo Berlusconi e che ora  non appaiono neanche in un trafiletto del vostro giornale.
Vi manca un pezzo appunto. Quello che parla di una valle che ha il coraggio di difendere da quasi 20 anni il proprio territorio,  quello delle cariche della polizia che colpiscono a caso,  quello degli oltre 50 feriti seguiti allo sgombero di Chianocco, quello di un invasione militare che non si ferma neanche  davanti alla tragedia di Luca.
Voi che avete lottato contro la  legge bavaglio oggi state, di fatto, imbavagliando la voce di una valle intera.
Giovani, studenti e precari – che a differenza di Monti non vedono nella TAV la soluzione al loro futuro.
4 cm di Tav = 1 anno di pensione.
3 metri di Tav = 4 sezioni di scuola materna.
500 metri di Tav = 1 ospedale da 1200 posti letto,
226 ambulatori, 38 sale operatorie.
1 km di Tav = un anno di tasse universitarie per 250 mila studenti, oppure 55 nuovi treni pendolari.
TUTTA LA TAV= reddito sociale per tutti!
Sabato 3/3 h 15
P.le Tiburtino
Corteo

No Tav: resistenza e speranza

di Mariavittoria Orsolato
Per potersi chiamare No Tav non è necessario essere valsusini e il corteo che sabato ha sfilato da Bussoleno a Susa lo ha dimostrato a pieno. Una manifestazione imponente, forse la più grande mai vista tra quelle meravigliose montagne. Quasi centomila persone strette in un abbraccio simbolico e caldissimo ai 26 arrestati dal mese scorso, caduti sotto la scure del teorema Caselli che vuole dividere il movimento No Tav in buoni e cattivi.
Ci hanno provato anche sabato sera alla stazione di Torino Porta Nuova, dove un gruppo di manifestanti venuto da Milano ha trovato ad aspettarli al binario una delegazione del questore Spartaco Mortola - uno dei protagonisti della macelleria messicana Diaz - in tenuta antisommossa.
In chiaro atteggiamento intimidatorio, gli uomini della questura torinese volevano identificare uno ad uno i partecipanti alla manifestazione (pur non avendone alcun motivo) e, al costituzionale rifiuto dei ragazzi, sono partiti a caricare a freddo arrivando addirittura a lanciare fumogeni dentro i vagoni del treno.
Non è quindi possibile interpretare quanto successo sabato sera a Porta Nuova se non come l'ennesimo assist - gentilmente offerto dalla polizia - per deviare l'attenzione sulle ragioni e la partecipazione della resistenza che da oltre vent'anni contrappone la Val Susa al progetto dell'Alta Velocità e in generale alla negazione dei diritti di cittadinanza.
Perché, è sempre bene ricordarlo, il movimento No Tav è una lotta contro la devastazione del patrimonio naturale, contro lo svilimento della democrazia, contro lo sperpero di soldi pubblici e contro quelle stesse infiltrazioni mafiose che il procuratore Caselli si vanta di combattere da una vita. Ma evidentemente, per le forze dell'ordine e per certa stampa con la bava alla bocca, una manifestazione No Tav senza spargimento di sangue non ha ragione d'essere.
Perciò parliamo d'altro. Parliamo di come questo 25 febbraio abbia rappresentato per tutti soprattutto un momento di speranza, la riprova che, se uniti, esiste una chance contro il baratro incipiente in cui questo paese si sta ficcando. Percorrendo l'interminabile serpentone che ha attraversato il cuore della valle la prima parola che ti saltava alla mente era “solidarietà”. Quella per gli attivisti ingiustamente incarcerati ma anche quella umana, quella che in un presente di privazioni può rappresentare sia un appiglio che uno scudo. Nel partecipatissimo corteo di sabato l'orizzontalità era palpabile, a volte addirittura straniante, se si pensa che c'erano i comitati cattolici e subito dietro gli anarchici del FAI, che c'erano gli autonomi a sostenere gli amministratori delle comunità valligiane e montane.
Perché non è una questione di distinguo politici, fascismo escluso ovviamente. Chi si occupa della TAV sa perfettamente che la lotta valsusina è diventata un simbolo ed un esempio per molti territori e molte realtà antagoniste in giro per l'Italia, dalle mamme antidiscarica agli attivisti anticemento, dagli studenti alla disperata ricerca di un futuro ai moltissimi che vedono nel nuovo corso targato BCE un depauperamento generalizzato e privo di logica. Senza ombra di dubbio quella contro l'Alta Velocità è stata ed è la prima grande battaglia che ha messo a nudo l'assurdità della "crescita" ad ogni costo e i costi sociali ad essa legati.
Fino a qualche anno fa, si trattava di un "noi contro di voi", i montanari contro la Polizia, anzi contro chi la manda. In seguito è arrivato qualcuno "da fuori", ed è stato facile dipingerlo come il black block che va in valle a far casino. Oggi, è ormai impossibile far passare decine di migliaia di persone come un esodo di anarcoinsurrezionalisti in gita di piacere. E questo, se da un lato spaventa i nostri governanti, dall'altro ha l'incredibile forza evocativa necessaria a elaborare soluzioni diverse per l'uscita dalla crisi che ci sta stritolando.
Sabato il movimento No Tav ha deciso di contarsi e, dopo aver praticato nei mesi scorsi il conflitto e l’azione diretta, tastare il polso dei suoi sostenitori. E ha prodotto la più grande manifestazione che la valle ricordi, ma anche la più grande mobilitazione politica che questo paese abbia visto in questi anni recenti. Pablo Neruda, in uno dei suoi scritti, affermava: "La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose, il coraggio per cambiarle".
E i No Tav sono riusciti a fare di questo aforisma una splendida realtà, mobilitando un'intera comunità umana, non solo una comunità territoriale. Hanno saputo soprattutto difendere tutti gli arrestati, rivendicando ogni azione e non cedendo al binomio manicheo violenza/nonviolenza.
Perché è pacifico che nel nostro Paese - e la recente sentenza Mills lo dimostra a dovere - troppo spesso la legalità non coincide con la giustizia e i No Tav lo sanno benissimo. Tutti gli arrestati o inquisiti sono parte integrante di questa comunità allargata e tutta la comunità ha gridato che lo scorso 3 di luglio a tagliare le reti e difendersi dai lacrimogeni CS non c'erano solo quei 26 ora in carcere ma le mani di tutti. E sabato erano quasi centomila.
fonte 

venerdì 2 marzo 2012

Schiavitù. I fortini della vergogna



di Julio Hernandez *

Fino ad oggi le coste africane mostrano tracce del traffico degli schiavi che ha tolto a questo continente, durante tre secoli, le sue figlie ed i suoi figli più forti e capaci.

Una catena di fortini ed i resti di ciò che furono i punti di concentrazione degli schiavi prima di essere imbarcati verso l’America sono oggi migliaia di chilometri del litorale occidentale, da Senegal fino ad Angola.

Saint Loius e l’Isola di Goree in Senegal, il fortino di Elmina in Ghana, Bonny
in Nigeria e Benguela in Angola, sono alcuni degli scenari di questa indicibile tragedia.

Goree nella baia di Dakar, con meno di un chilometro quadrato di superficie, fu il punto di incarceramento e d’invio degli schiavi tramite una porta conosciuta come il Viaggio senza  Ritorno.

In  Cape Coast, in Ghana, l’antica Costa d’Oro, costruirono il fortino di Elmina, dove erano ammucchiati centinaia di esseri umani prima di  incatenarli con ceppi e di prepararli per il lungo viaggio.

Si calcola che qui ed in altri punti della zona si sia imbarcato più del 10% del totale dei prigionieri, mentre che a Bonny si sia trafficato quasi il 15%, provenienti dalla Nigeria Orientale, da Camerun, da Gabon e dalla Guinea.

Però la questione della tratta è stata più intensa nel Congo ed in Angola, da dove spostarono verso il Nuovo Continente quasi il 40% della cifra totale degli schiavi, soprattutto da Benguela, dove i portoghesi costruirono un fortino nel 1617.

Non esiste ancora un calcolo esatto di quanti africani hanno sofferto la tratta perché secondo diversi storici questa cifra varia tra 10 e 20 milioni, se vengono anche contati i morti nelle cacce umane, dalle malattie e nei viaggi.

Per aumentare i profitti, i commercianti riempivano le navi, mettevano tra 350 e 600 schiavi, perciò durante tre secoli  hanno avuto bisogno in modo permanente di una vera flotta per avviare questo traffico fino all’altro lato dell’oceano.

E questa flotta ha avuto bisogno di mezzi e di uomini per la sua esistenza, tali come arsenali, falegnami, timonieri, marinai e bussole, cioè tutto il necessario per il funzionamento di quel ponte marittimo attraverso l’Atlantico.

Nel 1999 il Consiglio Municipale della città portuaria britannica di Liverpool ha approvato una risoluzione nella quale ha chiesto scusa pubblicamente per il ruolo che giocò durante diversi secoli nei confronti della tratta degli schiavi.

Secondo i calcoli, una di ogni quattro navi che salpavano in questo porto era dedicata esclusivamente a questo tipo di commercio.

Nel 2007 l’allora sindaco di Londra, Ken Livingston, ha avuto un gesto simile e si è lamentato amaramente di che esistono ancora istituzioni nel mondo degli affari che ricevono benefici dalle ricchezze accumulate tramite il traffico degli esseri umani.

Questi piccoli gesti si allontanano dalle scuse formali reclamate agli Stati schiavisti dai paesi africani nella Conferenza Mondiale contro il Razzismo, realizzata a Durban nel 2001, giacché il Regno Unito, il Portogallo, la Spagna, l’Olanda e gli Stati Uniti si sono opposti.

Era molto poco in comparazione con l’irreparabile perdita sofferta, che per tanti autori è la causa principale degli arretrati economici di questo continente fino ai nostri tempi, nonostante le copiose ricchezze naturali che possiede.

Sembra che l’atteggiamento degli antichi colonizzatori risponda al timore di che se loro riconoscono come Stati la loro responsabilità in queste barbarie, potrebbero essere oggetto di domande giudiziali per compensare i paesi vittime di questo traffico.

Ė difficile stimare quanto potrebbe essere una compensazione di questo genere, visto solo dal punto di vista monetario, per coprire le perdite umane dell’Africa.
Gli schiavi venivano comprati a cambio di paccottiglie nelle coste africane e si vendevano dopo in Brasile, nei Carabi ed in America del Nord con uno
straordinario margine di profitto.

Secondo i documenti dell’epoca, uno schiavo era venduto nelle Antille con un profitto di fino al 150% e dopo del trattato d’abolizione del 1817, i profitti potevano essere superiori al 300%.

Ė per ciò che la costruzione di fortini sulle coste africane e di navi per trafficare i negri negli arsenali europei risultava a buon mercato facendo il paragone con le ricchezze ottenute.

Se a questo aggiungiamo i guadagni grazie allo sfruttamento del lavoro schiavo nell’agricoltura e nelle miniere del Nuovo Mondo, la compensazione dovrebbe essere gigantesca.

La mostra migliore del danno causato all’Africa sono i fortini delle potenze coloniali costruiti lungo la costiera che continuano essendo, fino ad oggi, testimoni muti di uno degli episodi più tragici e vergognosi della storia.

*giornalista della Redazione dei Servizi Speciali di Prensa Latina

Fonte