involuzione

involuzione
Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

lunedì 9 aprile 2012

Pandemrix collegato scientificamente a un aumento del 1700% di narcolessia nei bambini

per informazioni,approfondimenti,discussioni,COMILVA
I danni alla salute nel lungo termine causati dalla grande truffa dei vaccini anti influenza suina H1N1, “pandemia” bufala del 2009, e in particolare della campagna di vaccinazione di massa che venne organizzata, stanno già diventando evidenti sotto forma di una malattia autoimmune.
Una nuova revisione pubblicata sulla rivista Public Library of Science ONE conferma che il Pandemrix, uno dei tre vaccini contro l’influenza suina prodotto dalla GlaxoSmithKline [GSK], è responsabile di aver causato un aumento fino al 1700% della narcolessia tra i bambini e gli adolescenti di età inferiore ai 17 anni.
La notizia è stata riportata in varie salse dalle principali testate giornalistiche al mondo quali il The Guardian, The Telegraph, The Daily Mail; stampa italiana non pervenuta [a parte il Tg3 di luglio 2011] benchè il Dipartimento Clinico e Sperimentale di Medicina e Farmacologia avesse già diramato più di una nota [in tempi non sospetti] in merito alla delicata questione di sicurezza e farmacovigilanza.  
Un gruppo di scienziati finlandesi ha determinato che la narcolessia è aumentata significativamente dopo le campagne di vaccinazione di massa con Pandemrix. I dati compilati hanno rivelato che tra il 2002 e il 2009, il tasso di narcolessia tra bambini e adolescenti al di sotto dei 17 anni era 0,31 ogni 100.000. Ma nel 2010, il numero ha subìto un’impennata a 5.3 ogni 100.000, che rappresenta un aumento percentuale del 1700%.
Allo stesso modo, un’altra ricerca firmata da Markku Partinen [uno degli autori dello studio sopracitato] della Clinica per il Sonno di Helsinki [Centro di Ricerca Vitalmed, Helsinki, Finlandia] e Hanna Nohynek dell’Istituto Nazionale per la Salute e il Benessere in Finlandia, ha determinato un collegamento tra Pandemrix e la narcolessia [raccogliendo dati in bambini nati tra gennaio 1991 e dicembre 2005]. I bambini non vaccinati con Pandemrix sono stati considerati a  rischio minore [circa del 1300%] di sviluppare la narcolessia rispetto ai bambini che sono stati vaccinati con Pandemrix.
Ma siccome l’oggetto di polemica è un vaccino, i ricercatori si sono affrettati a inserire diversi avvertimenti alle loro evidenze che deviano qualche responsabilità ad altre cause potenziali. Nelle loro morbide conclusioni, politicamente corrette, i ricercatori hanno affermato che “considerano probabile che la vaccinazione Pandemrix contribuisca, forse insieme ad altri fattori ambientali, a questo aumento nei bambini geneticamente suscettibili.” Questa frase è riportata migliaia di volte al riguardo della sindrome autistica per la quale non esiste ad oggi una codifica genetica.
Eppure i risultati sono abbastanza forti e hanno spinto i funzionari alla salute preposti in Gran Bretagna ad iniziare una propria indagine in merito al Pandemrix come causa di narcolessia nei bambini.
Anche se la Health Protection Agency [HPA] della Gran Bretagna ha dichiarato che il vaccino contro l’influenza stagionale non è legato alla narcolessia, l’agenzia è fortemente preoccupata perchè il Pandemrix è di formulazione differente e potrebbe non essere necessariamente sicuro per i bambini. Anche questo caso ricorda tutta la storia legata al vaccino MMR.
E’ stato già confermato scientificamente nel 2009 che la narcolessia è una malattia autoimmune caratterizzata dalla mancanza di cellule del cervello che sono responsabili nella produzione di ipocretina, un ormone che promuove la veglia.
Il fatto che il sistema immunitario possa essere responsabile della distruzione delle cellule che producono l’ipocretina era già stato indicato da una sostanziosa letteratura scientifica che sottolineava il legame tra la narcolessia e una variante di un gene appartenente all’antigene leucocitario umano, o HLA, un “superlocus” di geni localizzati sul cromosoma 6, cruciale per il funzionamento del sistema immunitario.
La maggior parte dei disturbi autoimmunitari è associata a varianti dell’HLA. E’ per questo motivo che questo esame [associato ad altri ben definiti] risulta particolarmente indigesto ai centri vaccinali quando viene richiesto come “esame preventivo” prima di una vaccinazione, benchè dovrebbe essere garantito a tutti i genitori che lo richiedono a tutela del proprio figlio o della propria figlia secondo le disposizioni legislative stabilite all’art 7 della Legge 210/92 [INDENNIZZO A FAVORE DEI SOGGETTI DANNEGGIATI DA COMPLICANZE DI TIPO IRREVERSIBILE A CAUSA DI VACCINAZIONI OBBLIGATORIE, TRASFUSIONI] che, tra l’altro, comporta una responsabilità professionale penalmente rilevante al medico vaccinatore che omette ai genitori l’informazione in merito alle reazioni avverse causate dai vaccini.
Sulla base di questi risultati, che furono pubblicati nel 2009 sulla rivista Nature Genetics, si può in realtà confermare che il Pandemrix è responsabile di una stimolazione del sistema immunitario che distrugge le cellule cerebrali deputate alla produzione di un ormone vitale per i bambini piccoli.
Il Pandemrix, vaccino influenzale pandemico anti-H1N1 prodotto dalla GlaxoSmithKline è ufficialmente vietato alla somministrazione in soggetti al di sotto dei 20 anni perchè colpevole di aver causato disabilità in decine di bambini [come da disposizione EMEA], era finito nuovamente sul banco degli imputati ad agosto 2011 quando un medico ricercatore svedese ha trovato in esso metalli tossici [Arsenico e Stagno] e veleni mortali in quantità signficativa.

martedì 3 aprile 2012

La Bosnia Erzegovina "emancipata" , Sarajevo vent'anni dopo

 FONTE: http://www.balcanicaucaso.org/

Sarajevo

2 aprile 2012
Nella Jugoslavia socialista far parte di un matrimonio misto, cioè tra persone di diversa religione o nazionalità, era motivo di orgoglio. Nell'odierna Bosnia Erzegovina la situazione è molto cambiata, e l'aggettivo"misto" ha assunto una connotazione prevalentemente negativa. L'amara riflessione di un sarajevese 20 anni dopo la guerra
L’articolo è stato originariamente pubblicato dal portale Peščanik il 16 marzo 2012 col titolo Miješani brakovi 
Sto pensando di andarmene dalla mia città. Già da un po’ di tempo, come forse anche molti altri che si trovano nella mia stessa situazione. Non sono messo male, non me andrei per andare in cercare di un tozzo di pane. Non c’è la guerra, almeno non quella armata. Nessuno ci sta cacciando. Ciononostante, la mia famiglia ed io non ci sentiamo più bene accetti nella città dove siamo nati. L’ambiente sociale, a causa  del terribile bisogno di metter ovunque il marchio nazionale, ci identifica come un matrimonio misto.
Io quell’“essere misto” posso accettarlo solo se si parla di due sessi diversi, ma è ovvio che non è riferito a quello. Questa costruzione linguistica - matrimonio misto - che per alcuni non ha alcun significato e per altri invece significa e descrive molto, nella storia recente della Bosnia Erzegovina viene abbondantemente sfruttata  in vario modo, solitamente negativo.  Ampiamente incoraggiati, come base della fraternità e dell’unione dei popoli e delle nazionalità, con lo scoppio della guerra i matrimoni misti sono presto diventati una delle categorie sociali meno accettate. In particolare i bambini nati da questi matrimoni. Sono persone che non hanno un “loro” di riferimento, e quindi tutti gli altri, che sono “loro”, li rifiutano. Per cui non sorprende il fatto che persone appartenenti a  questa categoria sociale siano andate via dalla ex Jugoslavia, forse in maggior numero dalla Bosnia Erzegovina, perché ce ne erano di più. E siccome anche tutti i governi della BiH dal 1992 fino ad ora sono stati generalmente nazionalisti, e anche loro si sono dati da fare per rendere la vita di queste persone ancora più disgustosa e di spiegare “in modo carino” che sarebbe meglio per loro se se ne andassero via. Perché con queste persone le cose non sono mai chiare. Non sanno per chi votare e non si può far conto su di loro.
All’inizio e durante la guerra, due politici di alto livello dichiararono pubblicamente che i bambini dei matrimoni misti sono un rifiuto genetico. Diedero anche una sconclusionata  spiegazione “scientifica” come prova, rendendo tutto quanto ancora più morboso. Dopo la guerra, i rappresentanti della comunità islamica in più occasioni hanno fatto riferimento a “coloro che sono stati educati nell’ateismo”, e nella maggior parte dei casi ci si riferisce proprio a quelli che provengono da ambienti familiari dove sono presenti più nazionalità/ religioni, oppure a quelli che non attribuivano a nazionalità e religione alcun particolare significato.
Recentemente il vice reis, in un’intervista rilasciata al quotidiano Avaz in occasione del Bajram, ha qualificato queste persone come i nemici più pericolosi.  Devo riconoscere che fa un certo effetto leggere sui quotidiani più diffusi di essere diventato in una notte  il nemico di qualcuno, nonostante sia nato, vissuto e sopravvissuto in questa città. Il titolo dell’intervista era (se ben ricordo) “I bosgnacchi sono di nuovo sotto il giogo della tirannia”, e questa parte sui nemici era evidenziata in un box a parte. Se si tiene in considerazione che la maggior parte dei lettori di Avaz legge soltanto i titoli, eventualmente i sottotitoli e i testi nei box, non è difficile concludere cosa si è voluto ottenere in questo modo, e quale conclusione si volesse imporre. Ma c’è dell’altro.
È ben noto che religione, istruzione e cultura si intrecciano continuamente e si superano a vicenda.  Questo magico triangolo è qualcosa con cui quasi ogni persona, almeno in una fase della vita, viene a contatto. Chi più chi meno. Forse dalle nostre parti i legami reciproci di queste tre categorie, e a volte anche gli scontri, sono più forti che altrove. Il periodo del nostro passato  indicato come “Jugoslavia titina” è stato in qualche modo il periodo in cui l’istruzione e la cultura avevano la priorità sulla religione. Oppure, possiamo dire che la religione aveva una minore influenza sull’istruzione e la cultura. Oggi, invece, è il contrario. La religione regna, e alle persone che non vi si ritrovano rimane molto poco, poiché l’istruzione e la cultura sono in caduta libera (detto in modo blando).
Un interessante e doloroso esempio della superiorità della religione sull’istruzione è quanto accaduto al (ex) ministro dell’Istruzione del Cantone di Sarajevo, Emir Suljagić. A differenza  di quasi tutti gli altri politici, egli è un raro esempio di chi ha cercato di fare qualcosa di concreto per i bambini che vengono da famiglie dove la fede e l’identità religiosa sono una questione di scelta e non una regola. Voleva renderli uguali a tutti gli altri. Perché non lo sono, nonostante il governo di Sarajevo si vanti apertamente del carattere multietnico della città e della tolleranza generale.  Il linciaggio mediatico innescato dopo che il ministro, ora ex, aveva introdotto la materia di religione come scelta facoltativa, perché la sostanza in effetti sta nella scelta, e l’aveva tolta dalla media dei voti  (per non danneggiare quelli che non frequentano quella materia), è stato senza precedenti. Gli ambienti religiosi, guidati dalla comunità islamica, anche se si sono aggiunti anche i rappresentanti di altre religioni “costitutive”, hanno minacciato tutto e tutti. Hanno parlato naturalmente anche di Srebrenica, perché lo devono fare quando sono a corto di argomenti. Questa spaventosa campagna, oltre a portare l’intera vicenda nel contesto del genocidio di Srebrenica, senza motivo alcuno, in realtà è basata su una pura menzogna.
Hanno affermato che il ministro vuole togliere l’ora di religione, ma di questo non si è mai parlato. Ancora oggi è possibile trovare tutti i testi di quel periodo e vedere che non  esiste alcun documento, dichiarazione o qualsiasi altra cosa giunta dal ministero della Istruzione  relativa all’abrogazione dell’ora di religione. Il desiderio era soltanto di mettere l’ora di religione là dove è il suo posto, come scelta di chiunque voglia studiarla, ma anche come diritto per tutti quelli che non la vogliono fare, di non essere discriminati per questo motivo. Nonostante inauditi e brutali attacchi, il ministro è rimasto fermo sulla sua decisione, e ha dato le dimissioni (la prima volta). In quel momento si poteva vedere quanto fosse solo in quello che stava facendo. Il suo partito a mala voglia lo ha appoggiato, il parlamento del Cantone ha preso una decisione che ha mitigato quello che il ministro aveva deciso all’inizio, e non ha accolto le sue dimissioni. 1:0 per la religione. Credo che Suljagić, nonostante i  concreti risultati che ha ottenuto, verrà ricordato solo per quella falsa “abrogazione dell’ora di religione”. Ma ovviamente ci sono state altre cose buone che il ministro ha fatto per l’istruzione, in un periodo molto breve, e lo dimostra bene l’aperto sostegno dei docenti che Suljagić ha ricevuto dopo aver dato le seconde, e questa volta irrevocabili, dimissioni. Ma non era di questo che volevo parlare.
Questo esempio fa vedere chiaramente quanto la religione sia più potente dell’istruzione nella Sarajevo odierna. Inoltre, questo dimostra anche cosa può succedere quando, nella Sarajevo multietnica, i “multi” cercano di chiedere qualcosa a loro favore, oppure qualcuno li appoggia o li rappresenta in qualcosa. Il proiettile destinato a Suljagić nella lettera non era indirizzato soltanto a lui, ma a tutti quelli che hanno creduto che lui avesse fatto qualcosa che porta veramente all’uguaglianza , almeno nel settore dell’istruzione dei minorenni. Anche se si volesse interpretare quel proiettile come il gesto individuale di qualche estremista, la campagna e il linciaggio a cui è stato sottoposto tramite i media nei mesi scorsi non lo sono di sicuro. Il proiettile è soltanto una conseguenza logica di tutto quanto è confermato coi numerosi esempi presenti nella ex Jugoslavia. Quando si arriva al punto in cui bisogna avere il “multi” nella prassi, allora vengono tirati in ballo gli inconfutabili argomenti della maggioranza. Oppure i sondaggi, cosa ancora più ipocrita. Come per esempio, un sondaggio fra i bambini e i genitori per vedere se sono per l’abrogazione della valutazione di una materia dove hanno di media un voto sopra il 9,5. E così fanno vedere che la maggioranza era per l’ora di religione. Ovvio che sì, perché è diventato il modo migliore per migliorare la media dei voti. Garantisco che, se si facesse lo stesso sondaggio sul tema “desiderate che il voto di matematica venisse tolto dalla media dei voti”, il numero di quelli che lo sosterebbe sarebbe ancora più alto del numero di quelli che sostengono la valutazione dell’ora di religione. Comunque, quel sondaggio sarebbe valutato come irragionevole (come difatti lo è).
Inoltre la predominanza della religione rispetto alla cultura è ben visibile. A Sarajevo le moschee si stanno costruendo su ogni pezzo di superficie libera e a gran velocità. Prima che qualcuno mi accusi a priori di essere contro le moschee, vi dico subito che non lo sono. Sono cresciuto in una città con le moschee del periodo ottomano e ne ammiro moltissime come monumenti storico culturali, ma anche come templi religiosi. Ma l’inondazione  di moschee costruite, che difficilmente possono essere paragonate a quelle vecchie è molto indicativa. Allo stesso tempo, vengono chiusi i musei, le gallerie d’arte, i teatri danno soltanto qualche spettacolo al mese, e la Filarmonica  di Sarajevo tiene solo un concerto al mese. In modo parallelo, le manifestazioni di carattere religioso senza nessun problema riempiono lo stadio Zetra, e come massimo del successo culturale e della promozione viene definito il film di Angelina Jolie.
Le istituzioni che a Sarajevo sono al collasso oppure sono state già chiuse sono proprio quelle istituzioni che sostengono la cultura, il carattere multietnico della città, cioè la sua diversità storica.  Non si può dire che le comunità religiose siano direttamente responsabili del fallimento della cultura, né che abbiano dovuto sostenere finanziariamente le istituzioni culturali. Ma, senza dubbio, hanno attirato il “pubblico” dalla loro parte, il che col tempo porta al disgregamento dei contenuti culturali di altro genere. Se a questo viene aggiunto anche il pessimo sostegno dello stato alle istituzioni storico-culturali, è chiaro dove andiamo a finire. Per mantenere in vita la cultura che una volte esisteva a Sarajevo accanto alla religione urlata e onnipresente, c’è bisogno di uno stato molto forte. E la Bosnia, purtroppo, oggi non lo è.
Sui media le notizie e i fatti sul fallimento della cultura e dell’istruzione compaiono fugacemente, quando vengono menzionati. A questi fatti reagiscono pubblicamente  soltanto una manciata di persone che generalmente  non hanno alcuna influenza. A questi fatti non reagisce nessuna comunità religiosa, perché a loro non servono né musei, né gallerie, né concerti. Perché sanno molto bene che quelli che frequentano quei posti non sono materiale adatto per l’indottrinamento.
Dopo 36 anni vissuti a Sarajevo, considerando me stesso una persona di ampie vedute, già da tempo mi chiedo quanto tempo deve ancora passare prima che in quell’intreccio di religione, cultura e istruzione accada di nuovo un cambiamento nel rapporto di forze. E quanto tempo deve ancora passare prima che la mia Sarajevo capisca  di nuovo cosa significa veramente multietnicità, diversità, e accettazione degli altri. Una ventina di anni fa, sembrava che fosse chiaro a tutti. Forse lo era per quelli che non vivono più in questa città, non perché sono stati uccisi, ma perché sono morti oppure se ne sono andati via. Per i sarajevesi di oggi questa idea purtroppo è molto lontana dalla realtà, anche se credo siano quasi tutti pronti a giurare sul carattere multietnico della città, senza pensare a quello che Sarajevo come città può veramente offrire a chi non mette la religione al primo posto. La multi etnicità dichiarata è molto più ipocrita del semplice riconoscimento che Sarajevo è  una città a maggioranza musulmana, e che in quel verso si sta sviluppando, cioè funziona. A volte credo veramente che se ci fosse questo riconoscimento , per noi altri, sarebbe anche meglio. Perché in ogni società dove esiste una maggioranza definita, esistono anche minoranze definite coi rispettivi diritti. Così com’è, la multi etnicità sulla carta in realtà permette alla maggioranza di fare quello che vuole, mentre qualsiasi minoranza viene assolutamente marginalizzata.
L’altro problema sono i criteri del tutto distorti. Se oggi vi lamentate che Sarajevo quelli che non sono bosgnacchi non stanno poi tanto bene, ovunque potete ricevere la tipica risposta “cosa gli manca, nessuno li tocca”. È  vero, ma anche lontano dall’essere sufficiente per far sentire bene qualcuno. L’assedio che ha vissuto Sarajevo, tutto il sangue versato sulle strade di questa città, ha fatto sì che la gente reagisca soltanto quando è minacciata di morte. Tutto il resto non è così grave. Io ho passato tutta la guerra a Sarajevo, e ho vissuto molte cose brutte senza averne colpa, ma 17 anni dopo la guerra non riesco a consolarmi con la frase “va bene, basta che non si spara”. Desidero vedere anche che la mia città mi accetta e desidera come suo cittadino, e che ha qualcosa da offrirmi. E che in questa città posso sentirmi come cittadino d’Europa e del mondo, e non soltanto ed esclusivamente come “altro” (se appartengo ad uno dei popoli costituenti). Per far sentire chiunque in questo modo oggi a Sarajevo, c’è bisogno molto di più che della mera esistenza fisica.

Siria,gli amici/nemici

Il secondo summit dei cosiddetti “Amici della Siria” è andato in scena domenica scorsa a Istanbul, dove, sotto la guida degli Stati Uniti, si sono riuniti i rappresentanti di oltre 70 paesi per intensificare l’opera di destabilizzazione ai danni del regime di Bashar al-Assad. Il vertice, dopo quello organizzato a febbraio in Tunisia, è giunto a pochi giorni dall’accettazione anche da parte di Damasco del piano di pace dell’ex segretario generale dell’ONU, Kofi Annan, apparso proprio ieri di fronte al Consiglio di Sicurezza per fare il punto della situazione nel paese mediorientale.
Il piano di Annan era stato approvato da Russia e Cina dopo lo stralcio della richiesta esplicita delle dimissioni di Assad e l’inclusione di un appello rivolto anche ai “ribelli” armati a fermare le ostilità. Per Mosca e Pechino, l’appoggio alla missione sponsorizzata dall’ONU e dalla Lega Araba appare come il tentativo di risolvere la crisi in Siria con mezzi diplomatici, così da tenere in vita un alleato fondamentale per i loro interessi nella regione.
Come ha chiarito la stessa conferenza di Istanbul, tuttavia, gli Stati Uniti, i governi europei, la Turchia e le monarchie assolute del Golfo Persico intendono utilizzare il piano Annan come hanno già fatto con le precedenti iniziative diplomatiche, a cominciare dalla missione degli osservatori della Lega Araba fatta naufragare da Arabia Saudita e Qatar, cioè unicamente come arma per esercitare ulteriori pressioni sul regime fino alla sua caduta.
In quest’ottica, qualsiasi gesto o apertura da parte del presidente siriano non sarà comunque sufficiente, poiché l’obiettivo unico degli USA e dei loro alleati rimane il cambio di regime a Damasco, senza nessuno scrupolo per le possibili conseguenze di un intervento militare esterno, per l’appoggio dato ad un’opposizione dalla dubbia popolarità nel paese o per l’esplosione delle violenze settarie che si stanno pericolosamente alimentando nel paese.
A conferma di ciò, le dichiarazioni uscite dal vertice di Istanbul sono state puntualmente all’insegna delle minacce. Il premier turco, Recep Tayyp Erdogan, ha ad esempio affermato che “se il regime siriano non collaborerà con Annan, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU dovrà adempiere alle proprie responsabilità per mettere fine al massacro”. Per il padrone di casa della conferenza, inoltre, “se il Consiglio di Sicurezza dovesse nuovamente sfuggire a questa responsabilità storica, la comunità internazionale non avrà altra scelta che appoggiare il diritto all’auto-difesa del popolo siriano”.
Mentre tutte le delegazioni presenti domenica in Turchia non hanno esitato a puntare ancora una volta il dito contro Assad per non aver implementato il piano Annan, nessuno ha ritenuto opportuno ricordare come la stessa proposta di pace preveda lo stop alle violenze anche per l’opposizione armata. Per Damasco, la cessazione unilaterale delle operazioni militari nel paese senza una simile iniziativa dei “ribelli” rappresenterebbe infatti un vero e proprio suicidio.
Per il Segretario di Stato americano, Hillary Clinton, “dopo quasi una settimana, dobbiamo concludere che il regime ha fatto una nuova aggiunta alla sua lunga lista di promesse non mantenute”. Per questo, secondo la ex first lady, “il mondo deve giudicare Assad per le sue azioni e non per le sue parole”.
Quest’ultima frase di Hillary esprime alla perfezione tutta l’ipocrisia che avvolge la politica estera statunitense, dal momento che parole simili potrebbero essere applicate precisamente ai crimini commessi dall’imperialismo americano nel mondo e nascosti dietro la retorica della democrazia e dell’intervento “umanitario”.
Proprio per aprire la strada ad un intervento esterno era stato creato il gruppo degli “Amici della Siria”, in modo da scavalcare il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, dove nei mesi scorsi risoluzioni anti-Assad erano state bloccate dal veto di Russia e Cina per evitare il ripetersi della vicenda libica.
I governi di Mosca e Pechino, vale a dire i principali alleati di Damasco, erano entrambi assenti dal vertice di Istanbul. Nella metropoli turca erano invece presenti i rappresentanti del Consiglio Nazionale Siriano (CNS), il cui numero uno, Burhan Ghalioun, prima dell’apertura dei lavori ha invitato i governi presenti ad aumentare il loro impegno per armare il Libero Esercito della Siria e aprire al più presto corridoi “umanitari” nel paese, sostanzialmente una copertura per un intervento militare esterno.
Gli “Amici della Siria” si sono ancora una volta dimostrati poco interessati alle profonde divisioni interne al Consiglio Nazionale Siriano o alle recenti accuse di crimini guerra rivolte da Amnesty International ai gruppi armati che da esso dovrebbero dipendere. Il CNS è infatti stato riconosciuto domenica come “legittimo rappresentante di tutti i siriani”, anche se per il momento non l’unico.
La promozione del CNS e del Libero Esercito della Siria è proseguita con la conferma da parte di Hillary Clinton dell’impegno americano a fornire equipaggiamenti “non letali” all’opposizione, come aveva anticipato settimana scorsa a Seoul il presidente Obama in un faccia a faccia con Erdogan a margine di un summit sul nucleare tenuto nella capitale sudcoreana.
Il materiale promesso consisterebbe soprattutto in sofisticati sistemi di comunicazione per permettere un più efficace coordinamento non solo nella progettazione di attacchi contro le forze e le installazioni del regime, ma anche in vista di un eventuale intervento militare esterno.
A Istanbul si è discussa poi la creazione di un fondo a favore del CNS, anche se non è stato raggiunto un accordo sull’impiego del denaro da raccogliere. Paesi come Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar, sebbene lo facciano già da tempo in maniera non ufficiale, spingono per fornire armi ai “ribelli”, mentre Washington, Ankara e l’Europa sembrano nutrire ancora qualche riserva.
Secondo le cifre fornite dai rappresentanti del CNS, starebbero per essere stanziati 176 milioni di dollari per assistenza “umanitaria” e 100 milioni per pagare direttamente i salari dei membri dell’opposizione armata. Questi ultimi diventeranno così a tutti gli effetti veri e propri mercenari al servizio delle potenze imperialiste occidentali per rovesciare un regime sgradito.
Nella dichiarazione finale degli “Amici” è stata inclusa la richiesta a Kofi Annan di stabilire una scadenza oltre la quale dovranno essere decisi i prossimi passi da fare per risolvere la crisi siriana. Lunedì al Consiglio di Sicurezza ONU, l’ex segretario generale ha così annunciato il prossimo 10 aprile come data concordata con Damasco per l’inizio dell’implementazione del piano. L’ambasciatore siriano al Palazzo di Vetro, Bashar Jafari, ha confermato l’impegno, vincolato però al rispetto del cessate il fuoco anche da parte dell’opposizione.
Sempre a Istanbul, i delegati dei governi hanno inoltre deciso di istituire un gruppo di lavoro per monitorare quei paesi che continuano a fornire armi o altro supporto al governo Assad. Questi movimenti, peraltro, sono ratificati da contratti legali stipulati con un governo legittimo, a differenza dei traffici illegali che dal Golfo vanno ad alimentare le violenze in Siria.
Infine, è stato raggiunto un accordo per facilitare la raccolta di prove che documentino la repressione del regime in vista di futuri processi per crimini di guerra contro Assad e la sua cerchia di potere. Questo sforzo, com’è ovvio, non comprende le prove di torture, rapimenti e uccisioni arbitrarie, anche a danno di civili, di cui si stanno macchiando i “ribelli”.
Il summit di Istanbul è stato duramente condannato dalla Russia che lo ha definito una distrazione dalla missione diplomatica di Annan e un nuovo tentativo di destabilizzare la Siria per aprire la strada ad un intervento militare. Il livello di impegno per la risoluzione pacifica della crisi da parte degli “Amici della Siria” è risultato d’altra parte evidente dall’esclusione dalla conferenza di quei gruppi dell’opposizione che hanno mostrato una certa disponibilità ad aprire un dialogo con il regime.
È il caso, questo, del Comitato di Coordinamento Nazionale Siriano, che, come ha scritto sabato Bloomberg News, dovrebbe incontrare il ministro degli Esteri russo Lavrov a Mosca tra un paio di settimane per discutere proprio quel piano Annan che, a differenza del CNS, i suoi vertici hanno approvato e che potrebbe però essere ben presto superato dai fatti.
 di Michele Paris 

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