involuzione

involuzione
Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

venerdì 7 dicembre 2012

Diritti Umani come arma di guerra imperialista


Dan Kovalik, difensore dei diritti umani, educatore e avvocato giuslavorista, ha avuto l'audacia di sfidare il gruppo di pressione per i diritti umani più conosciuto e stimato del mondo. Con i suoi tre milioni di membri da quando è nata nel 1961, Amnesty International è la più prestigiosa nella galassia delle moderne "organizzazioni non governative" (NGO), tra le centinaia di migliaia di nebulose che giocano un ruolo sempre più ampio e influente negli affari internazionali.
 
Nonostante la fulgida reputazione di cui gode tra i "progressisti" borghesi nel mondo anglofono, Kovalik era turbato dalla posizione di AI sulla guerra in Libia e del ruolo giocato nell'incoraggiare un coinvolgimento degli Stati Uniti e della NATO. Dopo un suo articolo dal titolo "Libia e l'ipocrisia occidentale sui diritti umani" apparso sulla rivista Counterpunch del 23 ottobre, AI ha lanciato un contrattacco scritto dal suo dirigente Sunjeev Bery. La risposta di Bery ha trovato ampia diffusione tra i sostenitori di AI nella comunità internet quale esempio di "mancata comprensione" dei principi e degli obiettivi di AI.
 
Nella sua replica, apparsa su Counterpunch dell'8 novembre, Kovalik controbatte le argomentazioni di Bery e dimostra con chiarezza ancora maggiore come AI abbia aiutato a sfondare la porta dell'ingerenza straniera in Libia e come, consapevole o meno che fosse (è difficile immaginare qualcuno inconsapevole), abbia fornito una giustificazione dubbia ma influente per un tale intervento.
 
AI, insieme ad altri fautori di un'interpretazione altrettanto ristretta e miope dei diritti umani, ha una lunga e disonorevole storia a sostengo di quelli che si trovano dalla parte sbagliata nella lotta per la giustizia, ignorando le disuguaglianze materiali, gli squilibri di potere e le oppressioni di classe ed etnia, e riducendo la questione della giustizia a una faccenda di coscienza individuale e a una serie conservatrice di diritti negativi. Certo non vuol dire che queste preoccupazioni siano sbagliate, ma riguardano solo una piccola parte delle preoccupazioni della stragrande maggioranza dell'umanità. In realtà, riguardano coloro che sono meno toccati dalle devastazioni del capitalismo predatorio e dai suoi esecutori militari: riguardano quelli che vivono nei paesi più sviluppati, e tra questi i più privilegiati dei ceti medi e alti.
 
Quando AI è stata fondata nel 1961, gran parte del mondo era impegnata in un'intensa lotta per l'indipendenza dall'imperialismo e dal neo-colonialismo. Dall'Algeria al Vietnam, dalla Repubblica del Congo a Cuba, dal profondo sud razzista degli Stati Uniti al Sudafrica e alle colonie portoghesi africane: milioni di persone erano impegnate a lottare risolutamente per l'autodeterminazione. Sotto il giogo dei ricchi e dei potenti, i popoli dell'Asia, dell'Africa, del Medio Oriente, dei ghetti e delle periferie del Primo Mondo, erano in rivolta contro i loro oppressori. L'ONU ha riconosciuto questo movimento potente, ne ha certificato l'autenticità e ne ha attestato la legittimità adottando nel 1960 la Dichiarazione sulla Concessione dell'Indipendenza ai Paesi ed ai Popoli Coloniali che dichiara quanto segue:
 
1. L'assoggettamento dei popoli alla sottomissione, al dominio e allo sfruttamento straniero costituisce una negazione dei diritti umani fondamentali, è contraria alla Carta delle Nazioni Unite ed è un impedimento alla promozione della pace e della cooperazione nel mondo.
 
2. Tutti i popoli hanno il diritto all'autodeterminazione, in virtù di tale diritto essi determinano liberamente il proprio status politico e perseguono liberamente il proprio sviluppo economico, sociale e culturale.
 
3. L'inadeguatezza della preparazione politica, economica, sociale o educativa non dovrebbe mai servire da pretesto per ritardare l'indipendenza.
 
4. Tutte le azioni armate o misure repressive di ogni genere nei confronti dei popoli dipendenti cesseranno al fine di consentire loro di esercitare pacificamente e liberamente il loro diritto alla piena indipendenza, e l'integrità del loro territorio nazionale verrà rispettata.
 
Forse è stata una coincidenza, ma proprio nel momento in cui queste lotte erano al centro dell'attenzione del mondo, AI ha scelto di deviare la discussione sulla questione dei diritti umani su altri binari, lontano dai diritti dei popoli sottomessi, per concentrarsi sui diritti di individui che la dirigenza dell'AI aveva vagliato e patentato come "prigionieri di coscienza" . Entro la metà degli anni Sessanta, i leader riconosciuti a livello internazionale di movimenti anti-coloniali per l'indipendenza come Nelson Mandela, allora in carcere, sono stati esclusi dalla categoria "prigionieri di coscienza", perché proponevano la resistenza armata contro i loro oppressori. Allo stesso tempo, artisti, scrittori e altri intellettuali dissidenti nei paesi socialisti e paesi meno sviluppati assurgevano a candidati idonei all'attenzione di AI, in particolare da parte dei sui membri negli Stati Uniti e nell'Europa occidentale.
 
Sia stata collaborazione oppure casualità, gli abusi denunciati dalla leadership di AI venivano prontamente abbracciati dai grandi media capitalisti, in piena sincronia con le posizioni in politica estera degli Stati Uniti e dei suoi alleati europei nella Guerra Fredda. Le poche denunce di presunte violazioni dei diritti umani nei paesi occidentali non attiravano l'attenzione del pubblico, mentre le accuse mosse nei confronti dei governi dell'Est e del Sud del mondo venivano a svolgere un ruolo sempre maggiore nel campo della diplomazia e degli interventi dei paesi occidentali. Persino Peter Benenson, fondatore di AI, espresse a metà degli anni sessanta preoccupazioni che l'organizzazione fosse eccessivamente influenzata dai servizi segreti britannici.
 
Nella battaglia delle idee durante la Guerra Fredda, AI si è dimostrata una grande risorsa per gli Stati Uniti e i suoi alleati, abilmente plasmando questioni che diventavono pilastri della politica e delle leve di negoziazione. L'interpretazione restrittiva dell'Atto Finale della Conferenza di Helsinki del 1975, una interpretazione che dava maggiore importanza all'Articolo 7 rispetto agli altri nove articoli e a tutte le altre disposizioni, segnò la vittoria più importante della collaborazione durante la Guerra Fredda tra le organizzazioni occidentali per i diritti umani e i governi occidentali. La maggior parte degli attivisti per i diritti umani e la giustizia sociale nella sfera di influenza di Amnesty International difficilmente identificano nelle disposizioni dell'Atto, altro che l'approvazione di una non ben definita libertà di coscienza.
 
In particolare l'Articolo 6, il principio di non-ingerenza negli affari di altri governi, non è stato né riconosciuto né rispettato dai gruppi per i diritti e dai governi in occidente. Costruendo le loro azioni sulla base dell'Articolo 7, i governi capitalisti hanno montato un'offensiva massiccia sulla questione dei diritti umani contro i paesi socialisti e antimperialisti, a scapito dei movimenti di liberazione nazionale, contro il nucleare e la guerra, i quali esprimevano le pressanti preoccupazione della maggior parte delle persone meno abbienti in quel momento. Gran parte del merito per aver impostato la questione in tali termini era delle organizzazioni per i diritti umani. Il loro limitato e superficiale approccio alla giustizia sociale, le ha attratte in una campagna calcolata contro l'ondata del socialismo così impetuosa a metà degli anni settanta.
 
Naturalmente anche i diritti positivi inerenti l'uguaglianza, l'istruzione, il tempo libero, l'abitazione, la pace, ecc., sono stati spazzati via nella celebrazione dell'individualità e della libertà di espressione individuale, che Marx ha definito "... i diritti dell'uomo egoistico, dell'uomo separato dagli altri uomini e dalla comunità".
 
Dopo la Guerra Fredda
 
Con la scomparsa della comunità socialista europea e la creazione di un nuovo equilibrio di potere favorevole alle potenze capitaliste occidentali, l'imperialismo ha ulteriormente cooptato la causa dei diritti umani, riducendola a pretesto per le guerre di aggressione. Con nessuno a difendere e far valere i diritti delle nazioni all'autodeterminazione, gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO hanno cinicamente creato una politica estera predatrice intorno all'idea di tutelare e promuovere i diritti umani e la democrazia, una politica usata per giustificare gli interventi armati intrapresi in modo aperto nei Balcani e in Medio Oriente e in modo occulto in decine di altri paesi. Mentre i sostenitori dei diritti umani in occidente restavano in silenzio.
 
Incoraggiati dall'efficacia della copertura, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno sponsorizzato centinaia di ONG per "i diritti umani" e "la democrazia" sostenendo di promuovere dei valori più alti, mentre sovvertivano governi ostili agli obiettivi degli Stati Uniti e della NATO. Finanziate da USAID e da altre agenzie governative dai nomi innocui, come istituto del partito Repubblicano o del partito Democratico, influenzano elezioni, fomentano colpi di stato e manipolano le opposizioni in paesi come Ucraina, Libano, Venezuela, e molti altri. Introducendosi di nascosto nella tenda dei diritti umani, queste organizzazioni sfruttano la preoccupazione occidentale per i diritti umani individuali a scapito dei diritti garantiti dalla Dichiarazione delle Nazioni Unite del 1960 e altre dichiarazioni che affermano il diritto all'autodeterminazione. Mentre i sostenitori dei diritti umani in occidente continuano a restare in silenzio.
 
Se i luminari in materia di diritti umani - organizzazioni come AI e Human Rights Watch - vogliono rivendicare almeno un po' di legittimità morale, devono risolutamente dissociare le loro campagne da coloro che cercano di utilizzarli per depredare e aggredire. Ma non lo fanno.
 
Kovalik e gli altri critici degli "interventi umanitari" e della doppiezza delle organizzazioni per i diritti umani hanno ragione a percepire un odore di ipocrisia. Come Kovalik sottolinea, "l'imparzialità" verso i belligeranti caldeggiata da AI ignora completamente le disuguaglianze di potere che continuano a esistere.
 
All'interno del gretto calcolo della morale basata sui diritti, le asimmetrie di potere, ricchezza e sviluppo non vengono prese in considerazione. La guerriglia rurale in sandali e fucile, deve rispettare le stesse regole di guerra dell'intruso straniero che guida un carro armato di 70 tonnellate. Nello strano universo del settore dell'industria dei diritti umani, non importa se gli oppositori di un regime sono pagati dalla CIA o se sono patriotticamente motivati, il loro diritto al dissenso ha uguale legittimità.
 
E lo stesso rispetto per i diritti umani è atteso da un regime popolare (per esempio, Cuba o Venezuela) che si trovi sotto la minaccia palese e occulta di nemici potenti e da un paese (come gli Stati Uniti) privo di qualsiasi serio pericolo esterno o interno. Ci si aspetterebbe che una organizzazione per i "diritti umani" seria, acclamasse l'orientamento dei diritti civili in paesi come Cuba e Venezuela, i quali hanno migliorato la salute e il benessere delle persone svantaggiate per consentire loro di godere pienamente dei diritti, e condannasse invece un paese come gli Stati Uniti che si sta spostando in modo drammatico verso uno stato di polizia. Ma questo non è il caso.
 
Né la storia modifica gli standard dei diritti umani così come concepiti dalle organizzazioni per i diritti umani in occidente. I paesi che emergono dall'occupazione coloniale con distorsioni civili, tartassati dall'eredità di relazioni sociali ed economiche feudali o che abbracciano tradizioni non occidentali, sono tenuti da AI agli stessi livelli di rispetto dei diritti umani delle nazioni euro-americane che hanno forgiato le loro norme più di due secoli fa. Questa mancanza di comprensione e di tolleranza troppo spesso rivela uno sciovinismo culturale ed etnico grossolano.
 
Con gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO che deviano i loro principi, le organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International e Human Rights Watch hanno molto di cui rispondere. I loro numerosissimi membri che onestamente vogliono aiutare chi è meritevole di sostegno, non possono più ignorare il danno che deriva dall'adesione al programma di chi ha istituzionalizzato i diritti umani e la politica estera maligna degli Stati Uniti e dei loro alleati. L'idea ingenua che i peccati della vittima non siano meno gravi di quelli del carnefice è insostenibile e moralmente cinica.
 
Zoltan Zigedy
 
19/11/2012
 

martedì 27 novembre 2012

Origini dell’attuale crisi finanziaria globale: Keiser Report Intervista Ian Fraser

Origini dell’attuale crisi finanziaria globale: Keiser Report Intervista Ian Fraser:
Ian Fraser: abbiamo un regime di regolamento del mercato molto debole qui nel Regno Unito ma non e’ cosi’ solo da noi. C’era una connivenza tra l’FSA (Regolatore UK), la Banca d’Inghilterra e le banche. L’FSA non effettuo’ determinate indagini nemmeno di recente e persino dopo alcune dichiarazioni fornite da un ex dipendente di Barclays. 
Max Keiser: Anche nel Financial Times si leggeva qualcosa del genere cioè: beh, si hanno commesso dei crimini ma hanno salvato il sistema dal crollò. E’ una risposta legittima secondo lei?
Ian Fraser: No, secondo me non c’èalcuna scusa quando si commettono crimini. E persino se ci furono tempo fa delle sanzioni da parte di Paul Tucker ed altri, non si possono giustificare secondo me.   
Max Keiser: Ma, visti anche numerosi altri casi nella City di Londra, come mai l’FSA e l’ente Anti-Frode nel Regno Unito non hanno fatto nulla. Perche’ Londra ha un Regolatore tanto indegno?
Ian Fraser: Credo che il tutto inizio’ nel 1986, il Big Bang, quando il governo della Signora Thatcher ha deregolamentato il settore finanziario, demolendo la struttura corporativa preesistente. Prima era molto piu’ difficile che si verificassero corruzione e conflitti d’interesse. Ci sono stati alcuni eventi chiave da allora. Uno di questi ebbe luogo nel 1992, quando ci fu praticamente l’ultimo processo penale di un banchiere d’alto livello nella City di Londra; il famoso processo Blue Arrow. Tre banchieri esecutivi di un istituto di credito inglese allora ottennero una sospensione per aver manipolato un’operazione finanziaria di azionariato. Un quarto banchiere e nello stesso procedimento; ottenne anche lui una sentenza di sospensione per lo stesso motivo.  
Il problema pero’ fu che l’lestablishment non la prese bene e i condannati fecero appello. Nel luglio 1992 le sentenze furono soppresse. In quel giorno un mio amico ricevette una telefonata da un suo contatto che lavorava per l’ente Anti-Frodi (SFO = Serious Fraud Office) e che gli disse: il messaggio e’ arrivato da molto in alto; non ci sara mai piu’ un processo nei confronti di banchieri di alto livello o di istituti di credito di una certa rilevanza.
Pertanto, da quel momento e’ chiaro che fu resettato tutto. Come appunto se banchieri e istituti finanziari di certo livello avessero ottenuto carta bianca di fare praticamente quello che volevano.
Questo poteva includere: FALSIFICAZIONI CONTABILI, DEFRAUDARE I LORO CLIENTI, RECICLAGGIO. E sembra appunto che fu creato un pericoloso precedente in quel momento. Ma la situazione peggioro’ ancor piu’ con Tony Blair e Gordon Brown quando nell’anno 2000 vararono una legge, il Financial Services Markets Act 2000, il quale includeva una clausola che dettava, praticamente, che la concorrenza della City era piu’ importante della legge. Diceva che i Regolatori dovevano considerare la mobilita’ finanziaria internazionale degli affari prima di agire e dovevano evitare di danneggiare la concorrenzialita’ del Regno Unito. In pratica, stavano essenzialmente dicendo all’FSA (Regolatore), appena istituita, di valutare se gli istituti finanziari avrebbero potuto decidere di spostarsi all’estero prima che li perseguissero penalmente.
Credo che questo passaggio nel 2000 fu molto grave.
Poi, ancora, nel 2002, un altro evento porto’ ancora a deregolamentazioni del settore finanziario, sotto pressioni degli USA e con Gordon Brown e Tony Blair nel Regno Unito. Non sto dicendo che non ci fossero regolamentazioni; ce n’erano molte; ma la domanda e SE VENISSERO APPLICATE O MENO. La scelta fu in sostanza di NON APPLICARE ADEGUATAMENTE la REGOLAMENTAZIONE.
Max Keiser: secondo lei, e’ possibile che stiamo assistendo ad un momento per il settore finanziario come quello definito ‘Momento dell’Industria del Tabacco’ ossia, data la crisi dal 2008, le banche dovranno ammettere che il loro programma finanziario e’ tossico, che sono un cancro e che il settore deve cambiare?
Ian Fraser: lo spero sinceramente. Ho letto quell’articolo sull’Economist. Fui estasiato di leggere quell’articolo, soprattutto dopo l’altro articolo di gennaio intitolato ‘Salvate la City’ che non posso che descrivere abominevole. Fui disgustato da quel pezzo. Beh, spero davvero che accadra’, che cambieranno rotta ma non sarei tanto ottimista. Ci si chiede davvero; visti i precedenti; se siano davvero in grado di riformarsi. In termini della connivenza tra la Banca d’Inghilterra, il Ministero del Tesoro britannico ed altri, non e’ ancora molto chiaro. E’ difficile stabilire se effettivamente la Banca d’Inghilterra ordino’ alle banche, inclusa la Barclays, di mentire riguardo il Libor (manipolazioni fraudolente) oppure se gli abbiano fatto capire che sarebbe stato possibile tutto sommato se avessero mentito riguardo il Libor. Entrambe le ipotesi sono ovviamente, inaccettabili.
Ci sono altri casi molto gravi, in particolare riguardo l’RBS (Royal Bank of Scotland) sulla quale il Canada sta indagando. Anche Singapore sta indagando alcune frodi dell’RBS. In quest’ultimo caso c’e’ un trader (operatore) che probabilmente e’ stato additato quale capro espiatorio per aver manipolato il Libor per fare profitti illeciti, mentre invece sta emergendo che sia il contrario. Ossia che questi abbia ricevuto tale ordine dai piani alti dell’RBS di farlo
Max Keiser: in pratica sembra sempre che queste banche trovino il colpevole col solito ritornello della “mela marcia”, “operatori senza scrupoli” o simili mentre invece sembra che – in questi casi – sia la Banca d’Inghilterra che stia autorizzando tali azioni; perpetrando un sistema di sindacato del crimine che infetta l’intero sistema.
E riguardo quest’ultimo scandalo sugli Swaps, chi è coinvolto?
Ian Fraser: in pratica tutte le banche britanniche, le principali delle quali: RBS, HSBC, Lloyds, Barcalys, Crysdale; non è certo che Santander (spagnola) sia coinvolta. Praticamente cio’ che hanno fatto e’ vendere Interest Rate Swaps (derivato di scambio sui tassi d’interesse) alle PMI; molte delle quali non hanno capito nulla di cio’ che stavano acquistando e infatti pensavano che fosse qualcosa completamente diverso. Non hanno capito che se il tasso d’interesse fosse sceso avrebbero avuto perdite enormi e che avrebbero subito enormi costi se avessero voluto risolvere il contratto. In sostanza e’ uno degli scandali piu’ gravi che sta affliggendo il sistema bancario britannico da circa due anni e sta praticamente distruggendo le PMI in tutto il Paese, quotidianamente. Le persone e le famiglie stanno perdendo non solo le loro aziende ma anche le loro case. E’ assolutamente osceno. Questi prodotti non avrebbero mai dovuto essere venduti a queste imprese. Queste non avevano alcuna idea di cio’ che stavano sottoscrivendo. Molti stanno pensando al suicidio.
Max Keiser: ma, naturalmente, ci sono anche e soprattutto altri perdenti in questa partita CRIMINALE, in questa FRODE. Sono i pensionati, i risparmiatori che hanno sottoscritto contratti finanziari con la City di Londra.
Ma qualcuno ci va’ in galera in questo caos totale?
Ian Fraser: l’umore della politica in tal senso sta cambiando. Ci sono stati annunci di indagini e denunce; Cameron, Osborne, Ed Milliband ed altri ne ha annunciati. Personalmente, non ci spererei troppo. Il governo e l’ente anti-frode (SFO); un ente questo particolarmente incompetente, data la sua storia di fallimenti quando si tratta di perseguire istituti finanziari di un certo livello, dice che sta considerando la cosa. Mah, staremo a vedere. Certo, si DEVE condannare questi tipi di crimini finanziari e i colpevoli dovrebbero andare in galera. Ma sinceramente non ci credo.”

giovedì 22 novembre 2012

Malcolm X,la politica imperialista



Essere nero negli Stati Uniti d’America è abbastanza per essere considerato “non-USAmericano”, ma essere nero e musulmano equivale a “anti-USAmericano.
 
“Obama si era recato al Cairo come “inviato di un impero” che cercava di rendere universale la potenza usamericana, mentre Malcolm X era andato lì per “internazionalizzare le lotte per la libertà dei neri Afro-americani con le lotte dei neri del terzo mondo, tutti vittime dell’imperialismo”
Con Guantanamo ancora aperta, droni che continuano ad uccidere, e un sentimento anti-musulmano come brontolio di sottofondo dell’Impero, le elezioni presidenziali negli Stati Uniti hanno ancora una volta sollevato lo spettro dell’Islam e del terzo mondo musulmano come minaccia alla sicurezza nazionale degli USA e ai loro interessi. E con Obama, uno dei due candidati in corsa, la questione della “negritudine” entra in campo come l’elefante nella cristalleria.
Mentre molti pretendono ancora una volta di stigmatizzare Obama come “Musulmano segreto” e come il “Candidato arabo” del 21° secolo, altri imputano alla sua negritudine il tentativo di riplasmare l’immagine dell’America e di contribuire a promuovere gli interessi degli Stati Uniti nel terzo mondo musulmano attraverso una nuova e benevolente maschera di facciata “post –razziale”.
 
Ma, come di recente ho esposto dettagliatamente in un mio libro, queste relazioni e vicende tra negritudine, Islam e terzo mondo musulmano non sono una novità negli Stati Uniti.
In realtà, è Malcolm X che è arrivato a definire convergenti queste storie, ed è la sua eredità che per molti versi sta causando tanta inquietudine nazionale negli Stati Uniti post-11/settembre, con un presidente nero il cui secondo nome è Hussein. Essere nero negli Stati Uniti d’America è abbastanza per essere considerato “non-USAmericano”, ma essere nero e musulmano equivale a “anti-USAmericano”.
Mentre “la campagna diffamatoria” contro Obama come musulmano, nel clima post-11/settembre, veniva ispirata dalla minaccia rappresentata da quella entità chiamata “al-Qaeda”, la negritudine di Obama e una sua possibile “vicinanza” all’Islam generano davvero una più profonda preoccupazione, che si va a collocare sulla scia di quell’inquietudine generata da Malcolm X, che lanciava la sfida alle autorità statunitensi non solo per le vicende di un passato avverso ai neri, ma anche per un futuro “nero”, appellandosi alla gente di colore perché considerasse se stessa non come una minoranza nazionale, ma come una maggioranza globale.
 
Per Malcolm X, “l’Islam rappresenta la più grande forza unificante del Mondo Nero”, con la Mecca come centro spirituale; e il terzo mondo musulmano, con le sue lotte contro il colonialismo in Egitto, Algeria, Palestina, Iraq e altrove, aveva avuto un impatto determinante sulla sua vita e sulla sua visione politica.
Ma per Malcolm X, uno non aveva bisogno di essere un musulmano. Ciò che era importante era il riconoscimento di una propria realtà razziale a fronte di una sofferenza secolare provocata dalla supremazia bianca intesa come fenomeno globale, e di conseguenza era importante collegare le lotte nere con quelle del terzo mondo. Tuttavia, vi è stata una persistente richiesta di contenere e addirittura azzerare la possibilità di un internazionalismo nero negli Stati Uniti.
 
In adempimento alla tradizione per i diritti civili, la presidenza Obama ha simbolicamente asserito che non solo le persone di colore devono puntare su questo paese, ma che questo sentimento è reciproco – quindi Obama nel suo ruolo di “leader del mondo libero” cerca di coniugare l’identità nera con gli Stati Uniti, la sua potenza e il suo destino.
Nel 2009, al Cairo, Obama ha cercato di catturare entusiasmi per la sua elezione durante il suo intervento molto pubblicizzato, dal titolo “A New Beginning – Un nuovo inizio”, che avrebbe dovuto segnalare un deciso discostarsi dal militarismo polarizzante del regime di Bush II.
Ma anche Malcolm X aveva parlato al Cairo, e nel 1964 si era rivolto ad una assemblea di capi di Stato presso l’Organizzazione per l’Unità Africana.
 
Obama si era recato al Cairo come “inviato di un impero” che cercava di rendere universale la potenza usamericana, mentre Malcolm X era andato lì per “internazionalizzare le lotte per la libertà dei neri Afro-americani con le lotte dei neri del terzo mondo, tutti vittime dell’imperialismo”.
Al Cairo, Malcolm implorava i capi di Stato di non farsi ingannare dal “lupo imperialista” degli Stati Uniti o dai tentativi del Dipartimento di Stato di usare la propaganda per convincere le nazioni africane che gli Stati Uniti stavano facendo progressi seri verso l’uguaglianza razziale, attraverso la sentenza “Brown v. Board” e l’adozione di una legislazione di tutela dei diritti civili.
 
Come Malcolm ribadiva, queste misure erano una “manovra propagandistica”, e “non sono altro che trucchi della potenza alla guida del neo-colonialismo del secolo”. Malcolm implorava l’assemblea ad ascoltare il suo avvertimento: “Non fuggite dal colonialismo europeo, solo per ridurvi ancora più schiavizzati da un “dollarismo” statunitense ingannevolmente 'amichevole'.”
Nel sottolineare l’uso della propaganda e il sapere ben amministrare all’estero la propria immagine da parte degli Stati Uniti, Malcolm anticipava non solo come, dopo l’11/settembre, il Dipartimento di Stato avrebbe posto i Musulmani in posizioni di alto profilo nel campo delle arti e della politica per influenzare l’opinione pubblica musulmana all’estero, ma anche come l’elezione di Obama e la retorica della “diversità” sarebbero state sfruttate per ridefinire gli Stati Uniti come inclusivi, “post-razziali” e progressisti, al fine di mascherare l’entrata in trincea del potere bianco, in ambito domestico e globalmente.
 
E nel collegare la politica razziale interna usamericana al ruolo degli Stati Uniti come “potenza neo-coloniale” e all’emergere di un “dollarismo usamericano”, Malcolm metteva a nudo come la questione razziale fosse vincolata al colonialismo europeo e all’apparire degli Stati Uniti come superpotenza globale. Mentre Obama si era recato in Egitto, al Cairo, per cooptare questa città sacra e fornire un’immagine caritatevole del potere americano, Malcolm era stato lì per strappare la maschera di benevolenza e rivelare la verità nuda dell’ingiustizia razziale degli Stati Uniti e delle loro ambizioni imperiali. È per questo che l’eredità di Malcolm X è così importante, in quanto mette in luce le dinamiche razziali che modellano il panorama globale di oggi, sotto il potere degli Stati Uniti.
Terrore rosso, nero e verde
Nel periodo immediatamente successivo alla Seconda guerra mondiale, quando gli Stati Uniti hanno sostituito l’Europa come attore dominante sulla scena del mondo, il presidente Truman dichiarava il comunismo “nemico pubblico numero uno”, perfino vedendo nel comunismo una minaccia più grande del colonialismo nei confronti del terzo mondo in fase di decolonizzazione.
Per altro, gli Stati Uniti e i loro alleati in Europa consideravano che un terzo mondo liberato costituisse la più grande minaccia per l’ordine post-bellico che gli Stati Uniti volevano dominare, in quanto si sarebbe creato un vuoto di potere che avrebbe potuto essere riempito dal comunismo.
La paura reale, come avevano ben afferrato Malcolm e altri, come Lumumba, Fanon e Nkrumah, era che la liberazione e l’indipendenza della maggior parte del mondo avrebbero avuto il potenziale di radicalmente ridistribuire il potere e la ricchezza globale, lontano dal mondo dei bianchi.
 
Per contrasto, gli Stati Uniti espandevano la propria impronta imperiale sul terzo mondo e diffondevano la logica del razzismo coloniale, utilizzando l’“anti-comunismo” come mezzo per giustificare i loro interventi, il sostegno dei dittatori, il rovesciamento dei leader democraticamente eletti, gli omicidi e la destabilizzazione in tutto il terzo mondo (di testimonianza: Mossadeq, Arbenz, Lumumba e tanti altri).
Di conseguenza, la politica estera degli Stati Uniti utilizzava l’“anti-comunismo” come agente per procura nella corsa per insidiare la decolonizzazione del terzo mondo.
Malcolm balzava fuori da questo crogiolo della Guerra Fredda, in cui gli attivisti dei diritti civili abbracciavano un’identità americana e sostenevano che la “violenza di Jim Crow” era un tallone di Achille, che arrecava pregiudizio alle ambizioni globali degli Stati Uniti verso un terzo mondo già ostile alla supremazia bianca.
 
Malcolm era profondamente critico nei confronti di tutte le organizzazioni a favore dei diritti civili, che cercavano di addomesticare la lotta dei neri all’interno della struttura sociale degli Stati Uniti  e sostenevano la logica dell’“anti-comunismo”. Per Malcolm e gli altri, la struttura organizzativa in favore dei diritti civili in ambito nazionale, non comprendendo la natura globale della supremazia bianca, non mirava ad ottenere conquiste contro le discriminazioni razziali.
Invece di collegare i loro destini a quelli del terzo mondo in fase di decolonizzazione, annullando il sistema del potere bianco, i mandatari per i diritti civili mascheravano il potere bianco attraverso un atteggiamento riformista nazionale, facilitando al tempo stesso il radicamento aggressivo del potere bianco in tutto il mondo, assumendo la logica incrinata dell’“anti-comunismo”.
Nel 1964, Malcolm X nel suo tanto vituperato discorso “The Ballot or the Bullet - La scheda (di votazione) o la pallottola” contestava le istituzioni in favore dei diritti civili, affermando l’inutilità del voto nero come mezzo per conquistare la parità negli Stati Uniti.
 
Invece, sosteneva che il popolo nero aveva bisogno di internazionalizzare le sue lotte, collegandole alle lotte che si stavano svolgendo in tutto il terzo mondo dell’Africa, Asia e America Latina.
Così Malcolm affermava: “Non portate i vostri casi davanti alle corti criminali, portate i criminali davanti alle vostre corti!”.
Per Malcolm X, il passaggio da “diritti civili” a “diritti umani” avrebbe presentato la condizione dei popoli neri negli Stati Uniti ad un forum più ampio, che avrebbe costretto gli Stati Uniti a sottoporsi ad un esame critico e alla sfida del terzo mondo, e che avrebbe potuto far pendere la bilancia del potere in favore delle nazioni nere, in quanto avrebbe rivelato le ipocrisie degli Stati Uniti, compromesso gli obiettivi di politica estera di questo paese nei confronti del terzo mondo, e rivelato il diffondersi all’interno degli Stati Uniti del razzismo coloniale di stampo europeo.
 
Come parte del suo internazionalismo radicale, e in profondo contrasto con le istituzioni dei diritti civili, Malcolm sosteneva le lotte dei Palestinesi contro il sionismo, paragonava i ghetti di Harlem sottoposti a segregazione razzista alla Casbah di Algeri sotto il dominio coloniale francese, esaltava le prese di posizione di Nasser contro Inghilterra, Francia e Israele, celebrava la Conferenza di Bandung e la considerava come un modello per l’unificazione della politica culturale nera durante la Guerra Fredda, appoggiava la ribellione dei Mau Mau contro il colonialismo britannico e quella dei Vietnamiti contro la dominazione francese, incontrava Fidel Castro, lodava Lumumba come “il più grande Nero che abbia mai calpestato il continente africano”, e come Fanon, dava una giustificazione etica alla possibilità di lotta armata, fondamentalmente sfidando l’opinione generale all’epoca della Guerra Fredda. 
Il post 11/settembre, ora
Nell’epoca di iper-nazionalismo seguita all’11/settembre, che ha alimentato la guerra degli Stati Uniti contro il terzo mondo musulmano, l’eredità di resistenza lasciataci da Malcolm, con l’associazione dell’internazionalismo nero alle politiche del terzo mondo musulmano, ci fornisce un programma per sfidare il consenso all’ideologia imperiale che ha caratterizzato l’era post-11/settembre.
Proprio come l’“anti-comunismo” costituiva un pretesto per azioni razziali durante la Guerra Fredda, così l’“anti-terrorismo” è diventato il nuovo pretesto per azioni razziali e per il nuovo radicamento della supremazia bianca, a giustificazione dell’intervento degli Stati Uniti all’estero, mentre anche il dissenso interno viene represso, e la categoria…logica di “terrorismo” viene utilizzata per determinare chi è un cittadino e chi è un nemico, chi è umano e chi non lo è, e chi deve essere ucciso e chi ha il permesso di vivere.
 
Forgiatasi nell’era della Guerra Fredda, l’eredità di Malcolm può sfidare e contrastare l’accettazione da parte di organizzazioni sociali minoritarie (comprese le musulmane) della retorica del “terrorismo”, riconoscendone le sue radici da codificarsi razziali, e facendo assumere consapevolezza come l’“anti-terrorismo” venga utilizzato dagli organi di polizia contro il dissenso interno, ma anche per consentire la violenta espansione dell’impero degli Stati Uniti.
Non bisogna stare al gioco della logica dell’“anti-terrorismo” che tende a distinguere fra Musulmani “moderati” e “radicali”, altrimenti non si riesce a dare dignità alle sfide alla potenza degli Stati Uniti in tutto il mondo.
Mentre molti attivisti, artisti, studiosi e organizzazioni stanno infondendo le idee di Malcolm nel loro lavoro, è importante che le comunità nere e musulmane, così come le altre comunità di colore, continuino a sottolineare le profonde connessioni internazionaliste che Malcolm ha prodotto.
Il collegamento di queste lotte non corrisponde ad una visione romantica della solidarietà.
 
È il radicamento di una comprensione più profonda di quanto nella realtà siano strettamente connesse queste forze impetuose. Ed è la presa di coscienza che la persistenza del razzismo qui negli Stati Uniti è dovuta al fatto che la supremazia bianca è profondamente intrecciata con le stesse strutture di governo degli Stati Uniti, e perpetuamente prende respiro dal quotidiano procedere degli Stati Uniti  nella conduzione dei loro affari, interni o esteri.
È il riconoscimento che la logica della carcerazione di massa negli Stati Uniti, che ha distrutto la possibilità politica dei neri e ha represso il dissenso e i movimenti di rivolta attraverso gli organi locali di polizia e di contro-insurrezione, è anche ciò che guida l’esercito americano e le sue carcerazioni imperialiste ad Abu Ghraib, Guantanamo, Bagram e in altri posti. È il riconoscimento che la condizione dei migranti attraverso il confine pesantemente militarizzato fra Stati Uniti e Messico è del tutto paragonabile alla condizione che vede represse e distrutte le vite dei Palestinesi.
 
Ed è il riconoscimento che le politiche economiche neoliberiste, che hanno distrutto il salario sociale e hanno assistito all’emergere di uno stato di guerra permanente negli Stati Uniti, sono profondamente radicate nello sfruttamento del terzo mondo attraverso il capitale finanziario globale e la guerra.
Manifestare l’anti-razzismo solo in sede nazionale, e non considerare la supremazia bianca come un problema globale, o muovere solo tiepide critiche alla politica estera degli Stati Uniti, alle loro tattiche e strategie, e non criticare le loro condizioni sociali fondamentalmente razziste, suona a vuoto falsamente e fa perdere di vista l’obiettivo. Perché non fa riconoscere che la supremazia bianca è radicata nella struttura stessa delle relazioni globali che gli Stati Uniti hanno contribuito a porre in essere - un insieme di relazioni in cui diplomazia, traffici, manovre politiche, guerra e questioni di sovranità entrano in gioco in un campo decisamente dissestato, in cui Stati Uniti ed Europa esercitano un’influenza diplomatica opprimente, un potere politico e militare brutale.
 
Ignorare tutto ciò comporta l’adesione alle peggiori forme di internazionalismo liberista, che presuppongono gli Stati Uniti essere una “forza del bene” nel mondo, e si reitera la medesima questione che Malcolm X eroicamente ha combattuto, e per cui alla fine è stato ucciso.
Anche se le pallottole alla fine lo hanno abbattuto, Malcolm ha lasciato un’impronta indelebile sulle generazioni di artisti e attivisti. Ma la sua eredità è sotto attacco, e si tenta di cancellarla del tutto quando la presidenza Obama, con la sua narrazione trionfalistica sui diritti civili, mira a rendere le spinte propulsive internazionaliste dei popoli di colore irrilevanti e obsolete.
 
Mentre ci sono coloro che sostengono che il voto per Obama è l’unica cosa pragmatica da fare, e che votare per una terza parte politica (non democratica, né repubblicana) o non votare è un’opzione del tutto “impraticabile” e “sbagliata”, Malcolm potrebbe rovesciare la questione e chiedere quanto “positivo” sia votare per uno dei due principali partiti, quando le forze violente che li determinano sono così intrattabili e resistenti ad ogni cambiamento, tanto meno ad una profonda trasformazione?
E quando ci si confronta con tali forze, tenendo ben presenti alla mente tutti coloro che in passato hanno tentato tanto valorosamente di contrastare queste forze, è praticabile continuare ad investire e ad impegnarsi in questo processo e aspettarsi qualcosa di diverso? A ben vedere, tutto ciò non risulta “impraticabile” e il percorso non pertinente?
 
Note del traduttore su personaggi ed eventi citati nel documento:
 
Malcolm X, pseudonimo di Malcolm Little, (Omaha, 1925 – New York, 1965), è stato un attivista statunitense a favore dei diritti degli Afro-americani e dei “diritti umani” in genere.
Figlio di un predicatore negro, dopo avere aderito al movimento dei “Musulmani neri” ne uscì nel 1964 in seguito ai contrasti sorti sulla linea separatista del movimento e formò l’Organizzazione per l’unità afro-americana, ispirata ad una linea di nazionalismo negro e di solidarietà con tutti i popoli oppressi non di razza bianca.
Malcolm X teorizzava il ricorso all’autodifesa armata in nome dei “diritti umani”, che si collocano al di sopra dei “diritti civili”.
Fu assassinato durante un comizio a New York il primo giorno della Settimana Nazionale della Fratellanza per mano di membri dell’organizzazione di cui era stato portavoce, la Nation of Islam.
È considerato uno dei più grandi, ma anche controversi, capifila afro-americani del XX secolo. Alla fine di una lunga evoluzione del suo pensiero, sostenne che la religione islamica fosse capace di abbattere ogni barriera razziale e ogni forma di discriminazione.


Sohail Daulatzai

Tradotto da  Curzio Bettio