involuzione

involuzione
Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

mercoledì 6 novembre 2013

Jeepers Creepers !!


Los muchachos de “Ocupar Wall Street” tendrán que revisar consignas: ya no es el 1 sino el 0,7 por ciento de los acaudalados quienes controlan el 41 por ciento de la riqueza mundial. Así lo afirma Jason Bellini en el Wall Street Journal precisamente (2013 Wealth Report//line.wsj.com, 15/10/13). El periodista se basa en un informe reciente del poderoso Credit Suisse según el cual ese 0,7 por ciento está formado por personas cuyos “bienes tienen un valor neto de más de un millón de dólares” (www.credit suisse.com, 10/9/13). Son unos 32 millones de los 7000 millones de habitantes del planeta y su riqueza reunida asciende 99 billones de dólares.
El informe del Credit Suisse divide al 0,7 por ciento en dos grupos: a) el que tiene de 1 millón a 50 millones; b) los de 50 millones para arriba, que en EE.UU. son 45.000. La vasta mayoría de millonarios en el mundo, 28 millones de personas, posee entre 1 y 5 millones, otros 2,2 millones de 5 a 10 millones de dólares y más de otro millón de 10 a 50 millones de billetes verdes. “Dos millones de nuevo millonarios aparecieron en todo el mundo el año pasado.” El 91,6 por ciento de la humanidad se reparte un 17 por ciento de lo que queda.
Se asiste a una crisis económica muy particular. La recuperación estadounidense fue muy, pero muy, benéfica para los multimillonarios por quinto año consecutivo, es decir desde la recesión del 2008. Pero lejos están los tiempos en que los estadounidenses del rubro constituían el 40 por ciento del total mundial y casi todo el resto era de Europa occidental y Japón. Una investigación compartida por Forbes (www.forbes.com/billio naires, 4/3/13) y el Instituto de Estudios Políticos de Washington mostró que la multimillonariez se desplazó de manera notable hacia la región Asia/Pacífico.
Ahora EE.UU. (442 multimillonarios) viene escoltado por China (122, cero en 1995) y Rusia (110). En cuarto lugar se encuentra Alemania (58), seguida de India (55), Brasil (46), Turquía (43), Hong Kong (39) y el Reino Unido (38). Resulta que hay más en Turquía que en cualquier otro país europeo, salvo Alemania.
Claro que no hay winners sin losers. “El desempleo mundial ha subido tras registrar una disminución durante dos años consecutivos y podría aumentar aún más en 2013”, advierte un informe de la Organización Internacional del Trabajo (OIT) (www.ilo.org, 22/1/13). El número de sin trabajo aumentó 4,2 millones en 2012 y el organismo de la ONU estima que llegará a 202 millones este año, superando el record de 199 millones del año 2009 registrado en el momento más brutal de la crisis. En el 2014 habría 3 millones más. Un cuarto del incremento en el 2012 se produjo en las economías desarrolladas y repercutió en otras regiones, en especial en Asia Oriental y Meridional y el Africa Subsahariana.
Todo periodista sabe que la acumulación de cifras aburre a cualquier lector y quien esto escribe pide las disculpas del caso. Pero la que asoma detrás de la frialdad de los números redondos es un espectáculo nada primoroso. La presentación cuantitativa de la OIT es alarmante y más aún lo es el desacoplamiento de sus partes. Unos 73,4 millones de jóvenes serán desocupados en el 2013, según estimaciones de la OIT, un incremento de 3,5 millones respecto del período 2007-2013: se da “una proliferación de los empleos temporales y un creciente desaliento entre los jóvenes de las economías avanzadas: y empleos de baja calidad, informales y de subsistencia en los países en desarrollo”. Cuando se consiguen.
No es todo, claro. A más edad, más posibilidades de perder el empleo. La alternativa es mantenerlo con salarios a la baja y padecer la inestabilidad de los contratos, la no jubilación, el trabajo en negro, la pregunta de si será posible mantener a la familia en adelante, una sensación de inseguridad que afecta a millones de hogares en todo el mundo, sin duda más que el terrorismo de Al Qaida. Tal vez por eso hay que vigilarlos a todos. Saber qué indignación cultivan y cómo pudiera estallar algún día.
El informe mundial sobre salarios 2012/13 de la OIT subraya que “las diferencias entre el aumento salarial y la productividad laboral, y entre las personas con más ingresos y las que menos perciben, son cada vez mayores”. En su informe 2010/11, que analiza datos de 115 países o el equivalente al 94 por ciento de los 1400 millones de asalariados en el mundo, la OIT revela que “el crecimiento promedio de los salarios mensuales cayó del 2,8 por ciento en 2007 (antes el estallido de la crisis) a 1,5 por ciento en 2008 y 1,6 por ciento en 2009. Si se excluye a China, el crecimiento de los salarios bajó a 0,8 por ciento en 2008 y 0,7 en 2009”. La torta es grande para algunos, chiquita para casi todos los demás.

Traduzione italiano 

sabato 2 novembre 2013

L'Alieno

Il capitalismo non può essere riformato

Mickey Z

Tradotto da  Roberta Papaleo

“L’essenza del capitalismo è trasformare la natura in merci e le merci in capitali”
- Michael Parenti
Mentre chiunque con un minimo di attenzione sarebbe in grado di capire che la “separazione della Chiesa di Stato” è un’eccezione piuttosto che una regola qui nella Patria dei Coraggiosi, direi che i buoni vecchi Stati Uniti d’America sono una teocrazia genuina – col mito del capitalismo ben trincerato al trono.
Persino la maggior parte degli attivisti si inginocchia, in maniera volontaria e controproducente, all’altare dei margini di profitto, proprio come la maggior parte della gente che loro deridono.
Secondo le omelie tramandate dai commissari aziendali, ci fanno credere che il capitalismo, nonostante a volte abbia bisogno di qualche modifica e revisione, è la cosa migliore che ci sia!
Definire “inefficienza”
Quanto detto sopra mi è venuto in mente rileggendo un pamphlet dal titolo “L’Inefficacia del Capitalismo: una Visione Anarchica”. L’autore (Brian Oliver Sheppard) ha scelto di respingere “la solita critica sinistroide e moralista del capitalismo”. Invece, l’ha affrontata “di petto, sul tuo terreno – l’economia”.

Mentre metto in discussione il grado di “anarchia” del suo pamphlet, Sheppard mette in evidenza dieci delle “più rilevanti inefficienze del capitalismo”: duplicazione del prodotto, disoccupazione sistematica, instabilità dei costi, spreco di beni invenduti, inefficienza delle gerarchie, obsolescenza pianificata, speculazione, creazione di falsi desideri, “lavori” parassitici e inefficienti standard di distribuzione. Tuttavia, non sono qui per discutere dell’utilità di questa lista. Piuttosto, vi sto chiedendo di guardare oltre il sotterfugio economico perché critiche così miopi implicano che il capitalismo può essere riformato. I prezzi potrebbero essere controllati, i salari aumentati, i prodotti fatti durare più a lungo, etc. etc. etc. – ma ciò che viene ignorato è che capitalismo = ecocidio.

Capire il capitalismo e spiegare il suo potere distruttivo non richiede una laurea specialistica o un maggiore intuizione. Non si tratta di concetti vaghi ed inapplicabili come “bene” o “male” e di certo non ha niente a che fare con le fantasie scambiate da delusi professori di economia.
Si tratta solo di progettazione.
Finché non resta più niente
Il capitalismo è un sistema economico basato sulla crescita continua e l’implacabile sfruttamento di quelle che abbiamo imparato a chiamare “risorse naturali”. Per definizione, un tale approccio è insostenibile, non può essere riformato ed è quindi anti-vitale.

Per ottenere l’accesso ed il controllo delle risorse, il capitalismo richiede interventi militari brutali e prolungati (o la loro minaccia). Il Dipartimento della Difesa americano, ad esempio, è la potenza militare più grande del mondo, oltre che la più inquinante, e consuma il 54% dei dollari dei contribuenti statunitensi.

Gli interventi militari (o la loro minaccia) portano alle guerre, ai crimini di guerra, al sostegno dei regimi autoritari, alla povertà e alla repressione, alla devastazione ambientale e alla fine … al dominio aziendale sulle risorse.
Il capitalismo – nella sua caccia rapace al profitto – richiede che gli umani dominino gli umani, che gli umani dominino i non-umani, che gli umani dominino il paesaggio … finché non resta più niente.

Le risorse sono limitate. Non saranno o non possono essere replicate in laboratorio. Lo sfruttamento, l’inquinamento e il consumo dell’ecosistema altera il delicato equilibro simbiotico del mondo naturale – il che porta solo ad un’ulteriore devastazione del nostro pianeta.

Il capitalismo richiede un consumo costante. Quindi, gli umani vengono riprogrammati come consumatori arrendevoli e malinformati. La propaganda intensa e le pubbliche relazioni fanno si che i consumatori continuino a consumare, i lavoratori a lavorare, i repressori reprimere (spiegando perché i poliziotti della classe media spruzzano gli attivisti con lo spray al pepe invece di unirsi a loro).
Tu da che parte stai ?
Anche se un altro sistema economico potrebbe affrontare alcune delle enormi ineguaglianze umane di una società capitalista, finché un sistema simile non verrà progettato in sincronia con il nostro ecosistema non farà nulla per prevenire l’imminente collasso economico, sociale e ambientale, quindi …

Essere anti-capitalista significa guardare oltre il prossimo trimestre fiscale, oltre i confini nazionali e oltre la propaganda aziendale.

Essere capitalista significa ignorare la realtà. Essere capitalista significa far finta che la tecnologia è neutra, che gli umani possono “controllare” la natura e che il campo da gioco è piatto.

Essere anti-capitalista significa andare oltre il colore della pelle, il sesso, l’etnia, la preferenza sessuale, l’abilità o l’inabilità, l’età, la “classe” o la specie.

Essere capitalista significa stimare gli azionisti più della condivisione, i beni più delle comunità.

Essere anti-capitalista significa capire che un sistema basato sulla crescita a tutti i costi è anti-vitale. Essere anti-capitalista significa schierarsi contro l’ecocidio.

Essere capitalista significa dare il proprio sostegno per un pianeta intossicato, avvelenato e devastato dalla guerra, dalla malattia, dall’ineguaglianza, dalla repressione, dall’incarcerazione e dalla discriminazione.

Essere anti-capitalista significa avere il coraggio di guardare oltre la facciata, di ammettere le proprie responsabilità per la miriade di crisi nel mondo e di avere una visione nuova e audace del futuro – un futuro che va ben oltre la campana di chiusura di Wall Street di oggi.

Essere anti-capitalista significa riconoscere il bisogno urgente di iniziare il processo di creazione di un nuovo sistema – un sistema che non si vende al migliore offerente; non basato sulla celebrità, sul consumo materiale, sulla bellezza fisica o sulla conquista militare; un sistema che promuove l’unità e l’azione collettiva, al tempo stesso mantenendo individualità e indipendenza; un sistema che ci sprona a pensare per noi stessi e per gli altri; un sistema che comprende il legame tra il comportamento umano e la vita non-umana.

Essere capitalista significa comportarsi come se fossimo l’ultima generazione del genere umano.
Essere anti-capitalista significa riconsiderare il nostro rapporto con il mondo naturale.
Voi da che parte state, compagni ?
Il futuro aspetta una vostra decisione.

fonte  http://www.tlaxcala-int.org/default.asp

martedì 15 ottobre 2013

Le strane dimissioni di Papa Ratzinger

In poco meno di quattro anni il Vaticano ha operato una delle più grandi fughe di capitali mai realizzate dai conti italiani: così almeno ritiene il Nucleo di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza guidato dal generale Giuseppe Bottillo in relazione ai movimenti dello IOR relativi agli ultimi anni, la quale ha accertato che – da gennaio 2009 a settembre 2012 – almeno 500 milioni di euro sono spariti dai conti correnti che lo IOR, l’Istituto per le opere di Religione, la banca ufficiale del Vaticano, aveva aperto presso numerosi istituti di credito italiani. La Guardia di Finanza ha ricostruito i movimenti dei conti correnti intestati alla banca del Vaticano in Italia scoprendo che sui dieci conti IOR accesi in nove istituti (due dei quali sono filiali italiane di banche estere, JP Morgan e Deutsche Bank) in tre anni e 9 mesi sono entrati 3 miliardi e 377 milioni di euro ma ne sono usciti molti di più prendendo la strada del paese natale di Benedetto XVI, ovvero della Germania.
L’informativa della polizia tributaria è stata consegnata il 7 giugno scorso ai pubblici ministeri romani Nello Rossi, Stefano Pesci e Stefano Fava che già indagavano sulla violazione delle disposizioni antiriciclaggio previste dall’articolo 55 comma 2 e 3 del decreto 131 del 2007 da parte dell’allora direttore generale dello IOR Paolo Cipriani e dell’allora vicedirettore Massimo Tulli. I due alti funzionari poi, alcune settimane dopo la consegna dell’informativa, hanno dovuto lasciare l’istituto anche, sembra, su interessamento diretto del nuovo pontefice Francesco.
Nell’informativa i finanzieri mettono in evidenza che lo IOR, nel corso degli anni dal 2010 al 2012, ha progressivamente concentrato all’estero la propria operatività, trasferendo presso la Deutsche Bank AG in Germania le somme depositate presso le banche italiane e che la circostanza coincide temporalmente con le considerazioni della Banca d’Italia del 18 gennaio 2010 circa la posizione dell’istituto vaticano modificata ai fini antiriciclaggio. In parole povere, il Vaticano – quando ha capito che l’Italia ha cominciato a fare le cose sul serio – ha spostato in Germania i soldi ed è difficile immaginare che Benedetto XVI, pur mostrando cauti pronunciamenti in tema di trasparenza bancaria, non abbia avuto un ruolo nello spostamento di una tale ingente somma nel suo paese natale.
Nel periodo considerato, per fare solo alcuni esempi, il conto IOR acceso alla filiale della Banca del Fucino ha registrato entrate per 275 milioni ma uscite per 378 milioni, quello della ex Banca di Roma di via della Conciliazione (ora Unicredit) ha avuto 930 milioni di entrate in tre anni ma anche uscite per 948 milioni fino a quando il 30 settembre 2011 il conto si è azzerato ed è stato chiuso, il conto alla Bpm ha avuto solo 10 milioni di entrate e ben 133 milioni di uscite ed infine quello aperto alla Bnl ha registrato solo uscite per 10 milioni.
C’è poi il discorso relativo alle filiali delle due banche straniere (l’americana JP Morgan e la tedesca Deutsche Bank) che operano in Italia con società bancarie di diritto italiano, perché lo IOR a un certo punto ha pensato di evitare i controlli sia della Banca d’Italia sia della Procura della Repubblica: infatti ha spostato l’operatività presso l’unica filiale della banca Jp Morgan a Milano che ha registrato entrate per un miliardo e 361 milioni di euro, ma per non lasciare alcuna somma di denaro sotto la vigilanza della Banca d’Italia ogni sera il conto era riportato a zero fino a quando – a seguito delle ripetute e vane richieste di informazioni della banca americana allo IOR sui reali intestatari dei fondi – il conto è stato svuotato e chiuso il 30 marzo 2012; invece, anche dopo l’apertura dell’indagine, la filiale italiana della Deutsche Bank ha continuato ad operare (da giugno 2010) solo per l’incasso dei pos dei bancomat installati dentro la Città del Vaticano, e le somme incassate venivano sistematicamente prelevate dallo IOR attraverso operazioni di giroconto verso la Banca del Fucino in Italia e Deutsche Bank AG in Germania. Ecco spiegato il motivo per cui la Banca d’Italia decise di sospendere d’autorità il servizio bancomat fornito dalla Deutsche Bank, cosa che ha comportato l’interruzione contrattuale automatica dei rapporti dello IOR con Deutsche Bank Spa (la filiale italiana di Deutsche Bank) dove alla data del 31 agosto 2012 giacevano 97 milioni di euro.
Passando ai depositi bancari dello IOR che sono in attivo presso istituti di credito italiani, la Guardia di Finanza precisa che i due conti dello IOR aperti presso Banca Intesa hanno registrato 529 milioni di euro di entrate e 423 milioni di uscite, gli altri due aperti presso il Credito Artigiano hanno registrato 96 milioni di euro di entrate e 69 milioni di uscite oltre a posizioni bancarie minori, per cui a settembre 2012 i soldi dello IOR in Italia ammontavano a solo 169 milioni di euro disponibili, nulla rispetto a quelli nascosti in Svizzera, che è la storica cassaforte vaticana, e soprattutto nella Germania di Benedetto XVI il cui ruolo in questo gigantesco trasferimento di denaro dall’Italia è a questo punto sempre più evidente.