involuzione

involuzione
Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

venerdì 24 gennaio 2014

NOTAV;COLPEVOLI DI DIFENDERE LA NOSTRA TERRA E I BENI COMUNI.



(Eng version) Il tribunale ordinario di Torino, sezione distaccata di Susa, in data 7/1/2014 depositata in data 14/1/14 ha sentenziato: “dichiara tenuti e condanna Alberto Perino, Loredana Bellone e Giorgio Vair, in solido tra di loro, al pagamento a parte attrice [LTF] di euro 191.966,29 a titolo di risarcimento del danno;” oltre al pagamento sempre a LTF di euro 22.214,11 per spese legali, per un importo totale di euro 214.180,40. La causa civile era stata intentata da LTF perché a suo dire gli era stato impedito di fare in zona autoporto di Susa il sondaggio S68 la notte tra l’11 e il 12 gennaio del 2010. I sondaggi S68 e S69 erano inutili e infatti non sono mai stati fatti né riproposti sia nel progetto preliminare sia nel progetto definitivo presentato per la tratta internazionale del TAV Torino – Lyon.
Quella notte, all’autoporto centinaia di manifestanti erano sulla strada di accesso all’area per impedire l’avvio del sondaggio. La DIGOS aveva detto che non sarebbero arrivate le forze di polizia per sgomberare il terreno dai manifestanti ma che sarebbero venuti gentilmente a chiedere di poter fare il sondaggio, se avessimo rifiutato se ne sarebbero andati. E così avvenne.
Poi si scoprì che era una trappola per tagliare le gambe ai NO TAV con una nuova tecnica: richiesta di danni immaginari per centinaia di migliaia di euro a carico di qualche personaggio del movimento.
LTF aveva nascostamente stipulato un contratto di utilizzo di due aree di circa 150 mq cadauna, mai registrato, con la CONSEPI spa, che vantava un diritto di superficie sull’area di proprietà del comune di Susa per una cifra completamente folle: 40.000 euro per i primi quattro giorni e 13.500 euro al dì per i giorni successivi per un totale dichiarato di 161.400 euro IVA compresa. Questo contratto serviva solo per gonfiare i costi e quindi la richiesta di danno. In merito la CONSEPI SPA nella relazione di bilancio 2010 scriveva testualmente:
“Si tratta di una vicenda a tutti ormai ben nota e che risale ad un periodo nel quale l’attività dei corsi di guida sicura di Consepi, rivolti soprattutto ai ragazzi neopatentati erano al amassimo del loro svolgimento.”  ….“La Società interpellata dalla stessa Prefettura oltre che da LTF, fece chiaramente presente tali considerazioni chiedendo un rinvio di qualche settimana dei sondaggi, rimarcando il fatto che se questi fossero stati procrastinati l’onere per LTF sarebbe stato di gran lunga inferiore a quelli che contrattualmente si assumevano.”  …. “L’onere sopportato da LTF deriva pertanto dal fatto che quest’ultima e la Prefettura, nonostante le esplicite richieste di rinvio di Consepi, sono state irremovibili sulle date dei sondaggi.”
Infatti LTF aveva stipulato con la CONSEPI, in violazione di ogni principio di buon andamento della gestione dei fondi pubblici, una scrittura privata per accedere ai predetti terreni, sborsando ben 161.400 euro alla stessa CONSEPI per avere in concessione un terreno di pochi metri quadrati già oggetto di una autorizzazione amministrativa per occupazione temporanea a costo quasi zero, come prevede la legge italiana sugli espropri ed occupazioni temporanee.
Il fatto che sia del tutto ingiustificata la somma pagata da LTF a CONSEPI è sancita in modo inequivocabile anche dalla Commissione Europea che, come confermato dall’OLAF (Ufficio antifrode europreo) rispondendo ad una nostra segnalazione in merito, con la lettera Prot. N° OF/2010/0759 in data 29/10/2013 affermava che “La Commissione Europea non ha pagato le spese in quanto non ammissibili”
Il fatto che tutta l’inutile campagna di sondaggi di inizio 2010 fosse solo un colossale bluff per dire all’U.E. che i lavori erano iniziati, è testimoniato dal fatto che dei 34 sondaggi previsti ne furono effettuati soltanto 5 per una lunghezza complessiva di metri lineari 243 rispetto ai 4.418 metri lineari previsti.
Ora gli avvocati del movimento presenteranno appello, ma essendo una causa civile, se LTF pretende il pagamento immediato, occorrerà pagare al fine di evitare pignoramenti o ipoteche sui beni delle tre persone condannate al risarcimento.
Il MOVIMENTO NO TAV non ha le possibilità economiche per fare fronte a queste pretese. Tutto questo è stato concertato e messo in atto solo al fine di stroncare la nostra lotta.
Non a caso sul quotidiano “La Stampa” del 22 settembre 2010, poco prima dell’inizio della causa, si leggeva “Il ricorso alla causa civile contro i No Tav potrebbe così diventare uno strumento di dissuasione che i soggetti incaricati della progettazione o dell’esecuzione dei lavori potrebbero utilizzare per contenere la protesta”.
Il MOVIMENTO NO TAV sta già sostenendo un pesantissimo onere per le difese legali, a cui si aggiunge questa batosta tremenda, che da solo non può sopportare. Per questo, con molta umiltà, ma altrettanta dignità e fiducia,  chiedea tutti quelli che ci dicono: “Non mollate!”, “Siete l’unica speranza di questo Paese”, “Resistete anche per noi” di dare un concreto appoggio aiutandoci economicamente in modo che possiamo resistere ancora contro questo Stato e questi Poteri Forti e mafiosi che ci vogliono per sempre a cuccia e buoni.
Ci sono più di 400 persone indagate per questa resistenza contro un’opera imposta, inutile e devastante sia per l’ambiente sia per le finanze di questo Stato e che impedisce di fare tutte le altre piccole opere utili.
ANCHE UTILIZZANDO QUESTI SPORCHI MEZZI NON RIUSCIRANNO A FERMARE LA RESISTENZA DEL POPOLO NO TAV.
Aiutateci a resistere, grazie.
MOVIMENTO NO TAV

I contributi devono essere versati esclusivamente sul conto corrente postale per le spese legali NO TAV
Conto BancoPosta
Numero: 1004906838
Intestato a: DAVY PIETRO CEBRARI MARIA CHIARA
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venerdì 20 dicembre 2013

SUL FILO DEL RASOIO

Si è tenuta la scorso 7 novembre a Bologna una conferenza di Luciano Vasapollo, professore di Metodi di Analisi dei Sistemi Economici alla Sapienza-Università di Roma e, inoltre, professore all’Università de La Habana (Cuba) e all’Università Hermanos Saìz Montes de Oca di Pinar del Rio (Cuba). La serata – organizzata dalla Rete dei Comunisti di Bologna e aperta dal poeta argentino Hector Celano - ha voluto proporre una riflessione sull’Alleanza bolivariana dei popoli di Nuestra America (ALBA).
Una realtà difficile quanto ricca di opportunità
Ha introdotto i relatori Francesco Olivo, membro del Coordinamento dei giovani della Rete dei Comunisti. Egli ha voluto sottolineare come i movimenti di trasformazione sociale – di fronte all’incisiva offensiva del capitale, sotto il profilo economico e politico – si inseriscono in un contesto alquanto negativo, in cui, sostanzialmente, si riscontra una stasi importante che mette in difficoltà la progettualità politica e la sua affermazione concreta. Tuttavia – parallelamente – le economie dell’occidente capitalista sono confrontate con una crisi economica di carattere sistemico che, evidenziando alcune contraddizioni dell’attuale modello di sviluppo, permette – potenzialmente – di ritornare con rinnovata carica sul terreno della proposta politica rivolta all’alternativa sociale. In questo stato di cose se, da una parte, si presenta il decadimento della posizione imperiale degli Stati Uniti, dall’altra si osserva l’emergere di formazioni regionali – i BRIICS – che stanno acquistando progressivamente rapporti di forza a livello internazionale in termini economici e politici. All’interno di questa cornice la questione latino-americana e, segnatamente, la galassia dei paesi aderenti all’AlBA, si presenta come una questione di centrale interesse.
La cultura come motore della trasformazione
Hector Celano
Hector Celano
Il poeta argentino Hector Celano – fondatore del Comitato internazionale per la liberazione dei 5 anti-terroristi cubani (arrestati nel 1998 a Miami dall’FBI e isolati in celle di punizione per 17 mesi prima che il loro caso fosse portato di fronte ad un tribunale: la loro missione negli Stati Uniti era il monitoraggio delle attività delle organizzazioni terroristiche contro Cuba) – ha voluto rimarcare la fondamentale importanza della dimensione culturale all’interno dell’alleanza bolivariana. La costruzione di un progetto come quello dell’ALBA richiede – per forza di cose – l’attivazione di un processo di mobilitazione della società che passi per il cuore e per le emozioni. Tale dinamica, infatti, fortifica e stimola la lotta per la giustizia sociale: parlare direttamente alle genti, coinvolgerle mettendo un bagaglio artistico-culturale si presenta in tal senso quale operazione di fondamentale importanza nel processo di trasformazione sociale. E, tutto ciò, nel contesto latino-americano, si concretizza attraverso la necessità di conferire rinnovata vitalità alla cultura pre-colombiana: si tratta – quest’ultima – di un patrimonio d’inestimabile valore in nessun modo eludibile anche e soprattutto per il fatto che conserva elementi di assoluta attualità: si pensi al ruolo svolto dai valori ruotanti attorno al concetto di Pachamama (in lingua quechuala Madre Terra, divinità venerata dagli Inca e da altri popoli abitanti l’altopiano andino che, nel processo d’integrazione bolivariano, ha trovato rinnovato vigore anche e soprattutto nel connotare il senso più profondo del cambiamento in atto) e anche, per fare un altro esempio, alla celebre promessa che, nel 1781, il capo ribello aymare Tùpak Katari, prima di essere torturato e squartato vivo dai colonizzatori spagnoli, volle fare: “tornerò e sarò milioni”. Ed è proprio con questi riferimenti storici capaci, a distanza di molto tempo, di creare un’efficace mobilitazione identitaria, che la cultura bolivariana vuole dialogare. Peraltro questa operazione di recupero si configura quale contro-tendenza al modello occidental-capitalista di intendere il funzionamento e lo sviluppo delle società umane: un’arma concreta e ad alto valore aggiunto per combattere la pervasività dei grandi mezzi d’informazione eterodiretti e, più in generale, lo sfacelo causato dai disvalori che caratterizzano i modelli di mercato.
Hector Celano – concludendo il suo intervento – ha voluto mettere in evidenza un elemento di centrale importanza al fine di comprendere nella loro essenza i processi di trasformazione sociale: le contraddizioni, la concretezza che sfugge ai modelli teorici. In tal senso – attraverso una formulazione certamente efficace, che risente della sua vena poetica – ha paragonato l’alleanza bolivariana ad un parto doloroso e difficile. Quest’ultimo appunto – che poi si ripresenterà anche nella relazione di Luciano Vasapollo – è apparso come un messaggio chiaro rivolto a tutte quelle realtà politiche-partitiche che si prodigano in una continua critica – che nella maggior parte delle volte è meramente distruttiva – ad una realtà in transizione come quella bolivariana, evidenziandone – all’interno di un discorso de-storicizzante e de-contestualizzante – pecche e limiti. Insomma, una tale alterazione dello stato di cose qual’è la costruzione del socialismo bolivariano – anche pensando al processo rivoluzionario cubano – non può in nessun modo essere pura e immacolata. In stretto collegamento a ciò, il poeta argentino ha infine sottolineato la fondamentale importanza dell’appoggio internazionale al processo che si cristallizza nell’ALBA.
L’ALBA come risultato di una paziente quanto attiva presenza all’interno delle contraddizioni nazionali
Luciano Vasapollo
Hugo Chavez – come figura politica di calibro continentale – non giunge affatto da un momento all’altro, ma, invece, si caratterizza proprio per un lavoro di lungo periodo nella realtà sociale e politica del Venezuela. Nel 1989, nel paese, vi fu una protesta popolare – detta caracazo – contro il caro-vita, nell’ambito della quale la popolazione prese di mira i supermercati: l’esercito uccise 3’000 persone e, in tale delicato frangente, Chavez – all’epoca ufficiale tra le file dell’esercito venezuelano – rifiutò, assieme ad altri colleghi che condividevano l’ottica bolivariana, di scendere in piazza e, di conseguenza, il loro operato venne sottoposto a controllo. Nel 1992 un gruppo di militari bolivariani tentò una ribellione: il sommovimento venne soffocato dall’esercito e Hugo Chavez recluso. Durante il soggiorno in prigione egli – tra gli altri, a testimonianza della rete di contatti di ampio respiro che gradualmente si andò a comporre – incontrerà periodicamente Jorge Giordani, ovvero l’attuale ministro dell’economia e della pianificazione del Venezuela (nonché studioso di Gramsci). Hugo Chavez – che dichiarerà molto più tardi la sua adesione al marxismo – poco dopo l’uscita dalla prigione, inizia l’attività politica con il movimento progressista e, parallelamente a questa esperienza, coglie immediatamente il valore strategico dell’unità continentale (la Nuestra America, appunto). Una visione geo-politica che è al contempo culturale: nell’ambito della narrazione collettiva di questa nuova realtà, per esempio, sarà infatti fondamentale integrare una figura come quella del Libertador Simon Bolivar.
Nel frattempo, in Bolivia, Evo Morales, dato che le miniere in cui lavorava chiusero i battenti, si trasferì in campagna, dove partecipò alla coltivazione delle foglie di coca (le quali – per gli andini – hanno prima di tutto un importante valore intrinseco: esse permettono di convivere con il problema dell’ossigenazione che si riscontra nelle alture e, inoltre, si caratterizzano per un valore proteico e sanitario-farmaceutico molto alto): ivi assumerà la direzione del sindacato dei cocaleros, con il quale porterà avanti numerose battaglie per il progresso. Nel 1998 si presenta alle elezioni, ma raccoglie pochi consensi (1,2%). Il processo di radicamento nelle contraddizioni della realtà boliviana tuttavia non s’interrompe. Importanti, in tal senso, gli sviluppi teorici e pratici che ruotano attorno al concetto del vivir bien (cioè la vita in armonia con la natura: un’altra volta ancora si osserva il recupero della parte più florida delle ancestrali culture continentali), che, oltre ad avere un legame armonico con il sopracitato concetto di Pachamama, si contrappone al vivir mejor di provenienza occidentale. Evo Morales, non a caso, una volta alla guida della Bolivia, dedicherà una parte della costituzione boliviana proprio ai diritti della Pachamama, di cui l’uomo è componente e non, invece, entità indipendente. Questo intenso lavoro creativo quanto concreto a contatto con le contraddizioni della realtà boliviana darà i suoi frutti: presentatosi alle elezioni del 2005, Evo Morales – sostenuto da una confederazione di movimenti e organizzazioni politiche – s’imporrà conseguendo il 54% dei voti.
Il processo bolivariano: un’alternativa continentale
Il 14 dicembre 2004 nasce l’ALBA. Originariamente, tuttavia, questa sigla voleva significare Alternativa Bolivariana per le Americhe: un accordo tra il governo venezuelano e quello cubano nell’ambito del quale, tra le altre cose, il primo avrebbe fornito risorse petrolifere e il secondo personale medico e scolastico (il Venezuela, due anni dopo questo storico accordo, verrà dichiarato paese libero dall’analfabetismo). Nel 2005 – a testimonianza del procedere di questa sinergia – si pone la questione basilare della comunicazione, che è anche e soprattutto ideologico-culturale. La riflessione che fa approdare a questo punto è molto semplice: non ci si afferma concretamente se non si attua una partecipazione attiva nella definizione dei mezzi di comunicazione: Hugo Chavez, in tal senso, proporrà la geniale idea di Telesur, la televisione bolivariana, che si configurerà fin da subito come strumento fondamentale per la diffusione degli ideali e delle parole d’ordine di questa realtà in divenire.
Nel 2005 – come detto – Evo Morales vince le elezioni in Bolivia: nel 2006 porta il suo paese nell’ALBA; nel 2007 il Nicaragua e, nel 2009, l’Ecuador, si aggiungeranno a loro volta. Nel frattempo l’organizzazione assume il nominativo attuale: Alleanza Bolivariana per i popoli di Nuestra America. Tale processo d’integrazione dell’America Latina si configura sostanzialmente in contrapposizione e, di conseguenza, in alternativa all’imperialismo statunitense. Gli accordi economico-commerciali che caratterizzano tale alleanza s’inscrivono in un quadro complessivo i cui principi fondanti – in antitesi ai modelli del profitto e dell’economia di mercato – sono la solidarietà e la complementarietà (per la quale ogni paese membro s’impegna ad offrire quanto di meglio riesce a realizzare). A dettare legge non è certo il paese con il tasso maggiore di produttività.
ALBA e Unione Europea: due processi d’integrazione opposti
In base a quanto appena detto possiamo desumere come l’ALBA non possa in nessun modo essere paragonata all’Unione Europea: siamo confrontati con due processi d’integrazione (tra stati nazionali) completamente diversi e, perdipiù, opposti. L’Unione Europea, infatti, si caratterizza per un’integrazione fondata sui valori di mercato (liberoscambismo e concorrenza al ribasso sui fattori di produzione) in cui non ha rilevanza la spesa sociale: in tale contesto i rapporti interni all’euro-polo a guida germanica (che – fondandosi essenzialmente sull’irrorazione dei prodotti del modello esportatore germanico nel resto dell’Europa – crea squilibri a livelli di bilancia commerciale, sanati tramite il prestito dei paesi in attivo a quelli in passivo a cui consegue l’indebitamento e le conseguenti imposizioni della Troika) possono essere paragonati a quelli che sussistevano tra Stati Uniti e America Latina nel momento in cui il Fondo Monetario Internazionale (FMI) imponeva i cosiddetti piani di aggiustamento strutturale ai paesi indebitati. In teoria – peraltro – una moneta dovrebbe rappresentare la ricchezza creata da un paese: l’Euro, essendo basato sul potere del marco tedesco, è una moneta comune non ponderata sulla ricchezza creata dalle singole nazioni componenti (la capacità produttiva della Germania – infatti – è circa due volte quella italiana): non a caso in Italia – dopo l’introduzione della moneta europea – si è presentato un movimento inflativo (il potere d’acquisto si dimezzerà) determinato dalla rimozione delle differenze nazionali in termini di capacità produttiva. Dal canto suo il Sucre, ovvero una moneta di conto virtuale creata fra i paesi dell’Alba per equilibrare i commerci interni al gruppo e bypassare l’uso del dollaro, parte da premesse certo alternative. La sua virtualità è data sostanzialmente dalla volontà di evitare che la speculazione internazionale agisca in termini di svalutazione. I mercati internazionali sono attualmente dominati dal dollaro statunitense, che si presenta come moneta di riferimento internazionale da tutti utilizzata nell’ambito degli scambi: tale stato di cose soffoca gravemente – attraverso la speculazione su tassi di cambio – coloro i quali la debbono usare come intermediario commerciale. La moneta bolivariana virtuale, in tal senso, evita questo attacco speculativo di carattere monetario e predispone delle partite compensative tra i paesi aderenti. La prospettiva futura va ricercata nel rafforzamento del Sucre e, conseguentemente, nel suo diventare moneta effettiva tendenzialmente immune alla speculazione. Già attualmente con i paesi dell’ALBA commerciano nazioni che accettano il sistema delle partite di compensazione (cioè triangolazioni che sopperiscono alle mancanze interne e premiano le eccellenze). In tal senso la Cina – che in nessun modo è assimilabile a un partner imperialista – è uno dei maggiori partner dei paesi dell’ALBA (si pensi in particolare a Cuba, la quale accoglie molti studenti cinesi e in cambio ottiene strumentazioni tecnologiche e mezzi di trasporti). Nei paesi dell’ALBA – infine – la priorità politica determina le scelte economiche: succede cioè il contrario rispetto alle recenti vicende europee, dove l’economia (e, specificatamente, l’interesse economico delle classi dominanti) comanda sulla politica.
La reazione dei “vecchi padroni” e delle forze reazionarie interne
L’Impero, tuttavia, non sta con le mani in mano e agisce attraverso varie coordinate: si va dalla disinformazione e destabilizzazione interna alle varie realtà nazionali, ai tentativi di colpo di stato (in Honduras, nel 2009, il ribaltamento militare del legittimo governo del Presidente Zelaya – reo di essersi avvicinato all’ALBA – è alquanto emblematico). Si ricordino inoltre gli attacchi ai policlinici cubani in Venezuela e in generale i disordini squadristi che la destra (fortissima, spietata e dotata di contatti internazionali molto importanti) ha causato nel paese durante le elezioni del 2013. Sempre nel Venezuela attualmente governato da Nicolas Maduro si è presentato un fenomeno molto pericoloso che indica come l’asticella dello scontro sia stata alzata a livelli importanti da parte delle forze anti-governative: l’inflazione speculativa. Una quota considerevole dei prodotti alimentari venezuelani vengono illegalmente portati in Colombia: il Venezuela, a questo punto, è costretto a riacquistarli e a rimetterli sul mercato in dollari statunitensi, il cui cambio “in nero” – a causa di un processo speculativo che sfrutta le necessità materiali della popolazione – è in continuo aumento (1:40). Questa preoccupante dinamica rappresenta solo una delle tante operazioni messe in campo dalle forze reazionarie locali – che continuano pervicacemente la loro lotta di classe – in stretta connessione con i potentati economici statunitensi.
La ricerca dell’alternativa sociale: un percorso forzosamente intricato
Insomma, quella bolivariana è una difficile realtà di governo e di transizione. Di fronte alle oggettive limitazioni che caratterizzano l’attuale realtà, l’unico socialismo costruibile è – per così dire – quello possibile, quello concretamente sviluppabile in un ben preciso contesto regionale. Luciano Vasapollo non tergiversa sul significato di questo postulato: date ben precise relazioni di forza a a livello internazionale, continentale e nazionale, il processo bolivariano di transizione al socialismo potrebbe spegnersi anche a causa di un semplice “soffio”, di un nonnulla che inceppi un meccanismo che, per forza di cose, non è ancora dotato di anticorpi tali da essere immune ad elementi de-stabilizzanti.
In tal senso, la storia della rivoluzione cubana, è altamente istruttiva. Il processo rivoluzionario si confrontò con difficoltà oggettive soverchianti fin dall’inizio del tentativo di rovesciamento della dittatura di Batista: chi, infatti, avrebbe mai scommesso su una quindicina di disorientati e malridotti guerriglieri? Ma i problemi non si fermarono certo alla fase rivoluzionaria: Cuba è l’unica fiaccola accesa in America Latina che rischia di spegnersi dopo la caduta del muro di Berlino (l’85% del commercio cubano era con i paesi del COMECON), Cuba soffre atrocemente nel Periodo especial, con un PIL del – 355%. Cuba ancor oggi è un esempio da seguire: ci indica la possibilità di risolvere – mettendo in campo tutte le energie possibili – una situazione oggettivamente intricata, affollata di contraddizioni.
Il cammino bolivariano: un percorso di lungo periodo
Luciano Vasapollo ha voluto inoltre sottolineare come, se da una parte, la dinamica della storia ha dimostrato di non essere caratterizzata dalla linearità (si sono infatti potute osservare – nel corso del tempo – una serie di rotture improvvise), dall’altra non è in nessun modo possibile pensare i processi di trasformazione sociale (ed in generale il corso storico) in termini di età biologica. Un’operazione di questo genere apre a conseguenze molto gravi poiché, sostanzialmente, trasforma la tattica in strategia. Ci vollero 500-600 anni di travaglio per sistematizzare in modo definito il capitalismo, i cui originari abbozzi si ebbero con le prime banche del XII° Secolo e con la parziale assunzione dello statuto di merce da parte dei beni prodotti (dalle prime imprese capitaliste). Nell’arco di questo lungo periodo si posero eventi determinanti: la scoperta dell’America (che permise – spillando una linfa preziosa dalle “vene aperte dell’America” – l’accumulazione primitiva), la rottura politica rappresentata dalla Rivoluzione francese (con cui la borghesia si presentò come classe politica dirigente) e, infine, la prima rivoluzione industriale (che affermò economicamente il modo di produzione capitalista). Furono necessarie numerose generazioni affinché il processo di affermazione del capitalismo potesse avere luogo. È, peraltro chiaro che, se il senso della rivoluzione va ricondotto all’operazione di cambiare tutto ciò che bisogna cambiare per soppiantare un modo di produzione con un altro, non è possibile pensare a questo processo in termini di immediatezza.
Le naturali contraddizioni interne al processo di trasformazione bolivariano vanno inserite – al fine di individuarne l’essenza – nel contesto da cui scaturiscono. Si tratta, in tal senso, di una cornice – quella latino-americana – non certo priva di elementi – a livello politico, economico e culturale – che collidono con l’affermazione di una tale ribaltamento dei canoni di organizzazione della società.
Il socialismo quale graduale erosione delle tracce del passato
L’ALBA non è un laboratorio per la transizione, ma, invece, un’alleanza che sta costruendo concretamente la transizione, cioè il passaggio ad un altro regime produttivo. Costruire il socialismo significa edificare la nuova società sulle “macerie” di quella precedente (che, appunto, proietta le sue “macerie”, quindi elementi – seppur disgregati, non più sistematizzati – che ancora permangono al decadere del sistema di riferimento). La transizione, dunque, si configura come percorso in divenire, che convivrà – per forza di cose – con forme di capitalismo, fino a quando esse saranno “naturalmente” dissolte in conseguenza allo svanire delle condizioni che determinano il loro emergere. Alla luce di tutto ciò è quindi più che normale che, nei paese aderenti all’ALBA, vi siano ancora imprese private: è passato in fondo solo un decennio e – come sappiamo – i processi storici – nel caso concreto quelli relativa all’edificazione di un’alternativa di società – si muovono su una dimensione di lungo periodo in cui gli scatti in avanti – non meditati, non rientranti in una strategia che consideri la transizione in ottica diacronica – sono certamente pericolosi. È inoltre di fondamentale importanza la questione dei rapporti di forza: riconoscere, innanzitutto, che il socialismo – per forza di cose – viene coltivato su di un terreno sfavorevole, costituisce il primo passo per la disposizione di una progettualità politica aderente alla realtà. Luciano Vasapollo ha voluto chiudere la sua relazione ricordando l’importante frase pronunciata da Fidel Castro: “rivoluzione è il senso del momento storico”. Insomma, oggi è più che mai necessario comprendere la necessità di vivere, pensare e lavorare all’interno del proprio periodo storico, evitando di rifugiarsi in una teoresi astratta e non in grado di comprendere che i processi rivoluzionari nascono nel seno di una società che cova profonde contraddizioni. È fondamentale partire dalle condizioni oggettive caratterizzanti il periodo storico in cui ci troviamo a vivere per individuarvi le premesse di una trasformazione sociale e conseguentemente, per strutturare l’agente che possa effettivamente abbozzare la transizione: il senso della trasformazione sociale va fatto emergere dalla realtà concreta con la quale i soggetti sociali si trovano confrontati.

giovedì 12 dicembre 2013

LA SALUTE NON E' IDEOLOGICA

Il 23 dicembre la legge 833 compie 35 anni: è la legge che ha istituito il servizio sanitario nazionale, pubblico e universalistico, una conquista di civiltà che ci stiamo perdendo. Una legge bellissima, che tutto il mondo ci invidia, figlia dell’articolo 32 della Costituzione e sorella della legge 180 sulla salute mentale e della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. Tutte del 1978.
Annata speciale, segnata dalle lotte del mondo del lavoro, dei movimenti ambientalisti e dal movimento delle donne, da una cultura critica che ha costruito soggettività individuali e collettive, che ha cambiato il modo di vivere e di pensare di ognuno di noi.

Ma quella legge è stata tradita, da decenni di rimozioni, errori, ritardi. Era la legge del cambiamento, quello vero, non quello della cosiddetta modernizzazione che accetta le disuguaglianze e la devastazione sociale delle politiche di austerità. Quel cambiamento non è mai avvenuto. La salute doveva essere al centro di tutte le politiche, misura per l’equità e l’efficacia delle scelte, perché il diritto alla salute era considerato il diritto “forte” capace di riconoscere e promuovere tutti gli altri diritti: del lavoro, sociali, civili, politici. La salute come bene comune, capace di opporsi alle logiche del profitto e della speculazione

La sicurezza sul lavoro, la tutela dell’ambiente erano compiti precisi dell’istituzione sanitaria pubblica, che doveva controllare, che aveva il primato  della responsabilità di fronte ai cittadini. Oggi? Il rischio è stato monetizzato, è vincente il ricatto “o la salute o il lavoro”, i territori - come la Terra dei fuochi - sono avvelenati.

Oggi il diritto alla salute declina le vecchie e nuove disuguaglianze, quelle del censo e della vulnerabilità sociale, quelle del paese di origine. Sono ormai milioni che rinunciano alle cure perché non possono permettersi di pagare il costo dei ticket. E troppi non accedono alla qualità delle cure, perché non conoscono i servizi, o perché sono stranieri senza permesso di soggiorno, o perchè sono costretti ad aspettare i tempi lunghissimi delle liste di attesa.
Altro che qualità e appropriatezza, parole abusate perché mai realizzate.  La tempestività delle cure (che di queste dovrebbe essere un indicatore) segue ormai il ritmo di in una sanità diventata a due velocità:  intramoenia subito per chi può pagare, tempi biblici per chi non può. 

Il nostro sistema sanitario nazionale è devastato dalla scure dei tagli, dallo sperpero delle risorse pubbliche, dall’illegalità. L’ultimo dato: ogni anno la corruzione assorbe alla sanità oltre 1,5 miliardi all’anno, quanto basta per costruire 5 nuovi grandi ospedali modello.
Invece anche Zingaretti decide di tagliare dal prossimo anno 900 posti letto nella città di Roma, mentre i malati al Pronto Soccorso restano anche 10 giorni  sdraiati su una barella, in condizioni indegne di un paese civile, in attesa di essere ricoverati perché i posti letto non ci sono.
Mentre la programmazione resta una parola vuota e l’integrazione socio sanitaria resta solo un capitolo di relazioni ai convegni, saltano tutti i percorsi di cura, lasciando i malati soli a rincorrere gli sportelli delle ASL.

Allora, basta chiacchiere. Chi doveva agire è rimasto fermo e chi invece doveva restare fermo, si è mosso fin troppo. I tecnici cosiddetti “neutrali” oggi dettano il verbo: la sanità pubblica non è sostenibile, serve il soccorso dei fondi privati. E ormai il refrain è canticchiato da tutti: “Non si può più dare tutto a tutti, bisogna cambiare”. A 35 ani di distanza dalla legge 833, la speranza del cambiamento è stata manipolata da questo furore. Chi parla ancora di 833 è ideologico, chi sceglie i sistemi assicurativi è riformatore.

Per questo non bisogna dimenticare, bisogna far ricordare a chi c’era e far conoscere a chi non c’era; bisogna riprendere un pensiero, valori, principi, le ragioni di quella conquista che restano più che mai attuali, ma più che mai inascoltate.
Per il 14 dicembre, proprio per ricordare questa legge, per difendere la sanità pubblica “Se non ora quando? Sanità” ha lanciato on line una petizione e ha organizzato un flash mob davanti all’ospedale San Camillo (circonvallazione Gianicolense 87, ore 12 ndr). Tutte e tutti in movimento! Questo è il nostro slogan. Donne e uomini, giovani, associazioni, operatori, artisti, pazienti si ritroveranno, ognuno con le proprie storie, ognuno con i propri linguaggi, perché per la sanità pubblica il tempo è scaduto. Se non ora, quando? 

FONTE