involuzione
Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio
mercoledì 20 aprile 2016
Attilio Folliero: "No tengo miedo al poder de empresas": Canción de ...
Attilio Folliero: "No tengo miedo al poder de empresas": Canción de ...: Fuente: Russia Today , 19/04/2016 Vedasi anche: Vile omicidio della pacifista Berta Cáceres in Honduras "Por eso yo defiendo...
venerdì 15 aprile 2016
SOLDI SPORCHI PER SPORCHE GUERRE
La crociata contro i paradisi fiscali nasconde, dietro un frasario
giacobino, ammantato di fanatismo moralizzatore, i prosaicissimi e molto
poco morali interessi degli Stati Uniti d’America. Non si capisce per
quale motivo una potenza, che da sempre sfrutta il mondo intero,
imponendo con la forza (specie da dopo la fine della Seconda Guerra
Mondiale) la sua valuta e i meccanismi usurari che stanno dietro alla
sua creazione e diffusione, improvvisamente dovrebbe sentire la
necessità di abolire, su scala planetaria, quelle agevolazioni,
franchigie ed elusioni che consentono ai capitali sia di muoversi
liberamente, senza pagar dazio, sia di stazionare in bardatissimi caveau
di esotiche isole. Evidentemente, sotto ci dev’essere dell’altro...E
infatti, come sempre accade quando si tratta degli yankees, a pensar
male si fa peccato, ma ci si indovina!
Negli Usa, e precisamente nella gaudente città di Reno (Nevada), sede di
un famosissimo casinò, denominato “Eldorado“, è nato… il più colossale
paradiso fiscale di tutti i tempi, con la benedizione e l’apporto attivo
dei Rothschild! La crociata in atto con i “Panama Papers“, dunque,
altro non è che l’ennesima operazione sporca della CIA e dei circoli
finanziari americani, i quali, mescolando verità a menzogne, intendono
azzerare ogni altro “paradiso fiscale“ che non sia nei confini
dell’Impero americano. Altro che campagne moralizzatrici! La Svizzera,
il Bahrein, Nauru e altri luoghi, che per lungo tempo hanno accolto e
accolgono capitali con obblighi fiscali assai ridotti o inesistenti,
sono nel mirino delle istituzioni finanziarie (FMI in testa), delle
magistrature d’assalto al servizio del capitale globale che conta, dei
giornali pagati dai tycoons, per il semplice motivo che fanno
concorrenza agli Usa e ai piani dei loro pescecani vestiti da Paperon de
Paperoni. Ecco l’origine delle legislazioni ufficialmente presentate
come volte ad impedire l’esistenza dei “paradisi fiscali”!
L’Ocse, insistentemente pressata dagli Usa, ha imposto alla Svizzera di
rinunciare ad ogni trattamento di favore per i capitali presenti sul suo
territorio : dal 1° gennaio 2017, non sarà possibile possedere conti
segreti negli Istituti bancari della Confederazione elvetica. Le società
off – shore, come le abbiamo conosciute fino ad ora, nella loro
distribuzione geografica, saranno un ricordo. Naturalmente, ciò che non
viene detto è che, a partire dalla stessa data, con ogni probabilità il
Nevada avrà sostituito del tutto la Svizzera, varie Isole dei Caraibi e
del Pacifico, diversi Paesi disseminati qua e là sul globo, nel ruolo di
“paradiso fiscale“ internazionale, con tutte le gradazioni possibili
dell’iride speculativa: “Pure Tax Haven” (segreto bancario assoluto ed
esenzione pressoché totale dalle imposte); “No Taxation of Foreign
Income” (nessuna tassa sui guadagni realizzati all’estero); “Low
Taxation” (tassazione poco più che simbolica); “Special Taxation“
(regime di massimo permissivismo per la costituzione di società). Il
tutto, all’insegna della doppia morale, con due pesi e quattro misure,
che è l’anima della politica interna ed estera statunitense, si parli di
interventi militari o di provvedimenti economico – finanziari. Dalle
Isole Vergini, dalle Bahamas, è già in atto un massiccio spostamento di
capitali verso i lidi a stelle e strisce, e non solo a Reno, ma anche
nel Wyoming, nel South Dakota, in Florida, nel New Jersey e altrove.
Il regime fiscale del Nevada non prevede né la corporate tax né
l’industria sul capital gain: in poche parole, non c’è tassazione né su
gran parte dell’imponibile delle società né sul guadagno in conto
capitale, ovvero sul realizzo conseguito sulla differenza tra il prezzo
di acquisto di uno strumento finanziario e il prezzo di vendita. Una
vera e propria pacchia, che, per misteriose ragioni, negli Usa sarebbe
legittima e anzi virtuosa, mentre in Svizzera e in altri Paesi
rappresenterebbe una colpa, un crimine da punire con isteria
cromwelliana. Nel frattempo, gli Usa sono saliti dal sesto al terzo
posto (dietro Svizzera e Hong Kong ) nella classifica del “Financial
Secrecy Index“ (“Indice di Segretezza Finanziaria“), redatta
dall’organizzazione “Tax Justice network“ . Andrew Penney, manager del
“Rothschild Trust“, ferrato su ogni aspetto legislativo dirimente, è lo
stratega, l’architetto di questa strategia complessa e accurata di
spostamento dei bastioni del segreto fiscale verso gli Usa, a partire
dal resto del mondo. Nel settembre dello scorso anno, a San Francisco,
egli ha tenuto una sorta di “lectio magistralis“ sulle modalità e i
percorsi per dirottare capitali nella “Nuova Svizzera“, ossia negli Usa.
Sfacciataggine, questa, che solo chi sa di avere le spalle
ultracoperte, foderate dall’armatura di poteri forti egemoni, può
permettersi
venerdì 8 aprile 2016
E CI OBBLIGANO PURE A PAGARE IL CANONE RAI !!!
di Giovanni Gnazzi
Le polemiche sulla trasmissione di Bruno Vespa, Porta a Porta, sono ormai ricorrenti come a conduttore conviene. L’occasione ultima è stata offerta dall’intervista di Vespa al figlio di Totò Riina, capo dei Corleonesi nella stagione tremenda dell’offensiva mafiosa, ovvero gli anni ’80 e ’90. Il giornalista abruzzese ha ritenuto di dover ospitare il figlio del boss mafioso che, bontà sua, ha risposto da figlio di mafioso alle domande (invero non particolarmente incisive) riguardo vita, opere e soprattutto omissioni del padre.
E, cosa non secondaria, ha presentato il suo libro prossimo all’uscita e, dunque, trova in Vespa un naturale interlocutore. Che è persino costretto a far vedere prima domande e risposte per ottenere la liberatoria. Glorioso esempio di schiena dritta, momento epico per il giornalismo italiano.
Il figlio di Riina ha il merito di non tentare di presentarsi per quello che non é. Mafioso il padre, da mafioso si atteggia il figlio. Nessun infingimento se non quello di non presentarsi con lupara e coppola. Non presenta un finto quanto inutile pentimento per le malefatte del padre, che invece assolve.
E sebbene tenti di dipingere il boss dei corleonesi come un uomo a metà strada tra il padre modello e un candidato alla beatificazione, per quanto provi maldestramente a vendere una presunta innocenza riguardo le stragi e l’assassinio di Falcone e Borsellino, non tenta di proporre niente di nuovo rispetto alla dinamica processuale. Non era questo lo scopo dell’intervista, anche perché non é questo lo scopo del libro a cui l’intervista è funzionale.
Ma certo le sue parole rimbombano nelle teste dei familiari delle vittime di mafia e vedere seduto nel salotto dei plastici dell’ammiraglia Rai un personaggio che, sia pure da figlio, difende le malefatte del padre, non può certo annoverare la trasmissione di mercoledì sera come una pietra miliare del servizio pubblico. "Le colpe dei padri - diceva Gramsci - non debbono ricadere sui figli". Ma quando i figli le riconoscono come tali e non come meriti.
Le critiche per aver dato udienza ad una interpretazione negazionista ed assolutoria delle gesta criminali di Totò Riina sono arrivate da ogni dove. Quelle più aspre sono arrivate dalla Presidente della Commissione parlamentare antimafia, Rosy Bindi, ma questo era prevedibile, sia per il ruolo istituzionale che per la sensibilità politica dell’ex ministro della salute.
Quello che invece non torna è la presunta correttezza dell’operazione che rivendica Vespa. Perché è lo stesso Vespa che, all’epoca dei cosiddetti “anni di piombo”, rivendicava con altrettanta baldanza il rifiuto da parte dei media di pubblicare i comunicati dei gruppi armati clandestini, Brigate Rosse in testa, perché non si voleva fungere da “cassa di risonanza” ai proclami di chi combatteva contro lo Stato.
Si può ritenere quella posizione giusta o sbagliata e, a distanza di anni, è persino possibile insistere a dispetto della storia politica e giudiziaria intervenuta. Ma non si capisce la ragione di una diversità di trattamento, sebbene è noto come gli editori di riferimento di Vespa non siano stati un esempio di equidistanza tra i due fenomeni.
Non
si tratta di porre distinguo tra mafia e terrorismo, che non avrebbero
senso, viste le diverse origini, ragioni, scopi e modalità con le quali
hanno attraversato la storia del nostro paese. D’altra parte, tentare di
associare un fenomeno di rottura dell’establishment (almeno nelle
intenzioni) ad uno che invece ne rappresenta da sempre il
consolidamento, sarebbe esercizio sperticato quanto sciocco.
Resta invece il doppio standard "giornalistico" che però con il giornalismo ha poco a che fare. E' piuttosto quasi una involontaria ammissione di sentieri del cuore inconfessabili, di verità indicibili. Per questo il contorto sentiero della professione s’inerpica sulla curva prima della quale c’è il mestiere da embedded e subito dopo la passione civile a un tanto al chilo. Per il terrorismo si usa quindi l’elmetto, per la mafia insorge invece un sobbalzo, chiamato affettuosamente diritto di cronaca.
http://www.altrenotizie.org/politica/6947-la-tv-con-lo-scacciapensieri.html
Le polemiche sulla trasmissione di Bruno Vespa, Porta a Porta, sono ormai ricorrenti come a conduttore conviene. L’occasione ultima è stata offerta dall’intervista di Vespa al figlio di Totò Riina, capo dei Corleonesi nella stagione tremenda dell’offensiva mafiosa, ovvero gli anni ’80 e ’90. Il giornalista abruzzese ha ritenuto di dover ospitare il figlio del boss mafioso che, bontà sua, ha risposto da figlio di mafioso alle domande (invero non particolarmente incisive) riguardo vita, opere e soprattutto omissioni del padre.
E, cosa non secondaria, ha presentato il suo libro prossimo all’uscita e, dunque, trova in Vespa un naturale interlocutore. Che è persino costretto a far vedere prima domande e risposte per ottenere la liberatoria. Glorioso esempio di schiena dritta, momento epico per il giornalismo italiano.
Il figlio di Riina ha il merito di non tentare di presentarsi per quello che non é. Mafioso il padre, da mafioso si atteggia il figlio. Nessun infingimento se non quello di non presentarsi con lupara e coppola. Non presenta un finto quanto inutile pentimento per le malefatte del padre, che invece assolve.
E sebbene tenti di dipingere il boss dei corleonesi come un uomo a metà strada tra il padre modello e un candidato alla beatificazione, per quanto provi maldestramente a vendere una presunta innocenza riguardo le stragi e l’assassinio di Falcone e Borsellino, non tenta di proporre niente di nuovo rispetto alla dinamica processuale. Non era questo lo scopo dell’intervista, anche perché non é questo lo scopo del libro a cui l’intervista è funzionale.
Ma certo le sue parole rimbombano nelle teste dei familiari delle vittime di mafia e vedere seduto nel salotto dei plastici dell’ammiraglia Rai un personaggio che, sia pure da figlio, difende le malefatte del padre, non può certo annoverare la trasmissione di mercoledì sera come una pietra miliare del servizio pubblico. "Le colpe dei padri - diceva Gramsci - non debbono ricadere sui figli". Ma quando i figli le riconoscono come tali e non come meriti.
Le critiche per aver dato udienza ad una interpretazione negazionista ed assolutoria delle gesta criminali di Totò Riina sono arrivate da ogni dove. Quelle più aspre sono arrivate dalla Presidente della Commissione parlamentare antimafia, Rosy Bindi, ma questo era prevedibile, sia per il ruolo istituzionale che per la sensibilità politica dell’ex ministro della salute.
Quello che invece non torna è la presunta correttezza dell’operazione che rivendica Vespa. Perché è lo stesso Vespa che, all’epoca dei cosiddetti “anni di piombo”, rivendicava con altrettanta baldanza il rifiuto da parte dei media di pubblicare i comunicati dei gruppi armati clandestini, Brigate Rosse in testa, perché non si voleva fungere da “cassa di risonanza” ai proclami di chi combatteva contro lo Stato.
Si può ritenere quella posizione giusta o sbagliata e, a distanza di anni, è persino possibile insistere a dispetto della storia politica e giudiziaria intervenuta. Ma non si capisce la ragione di una diversità di trattamento, sebbene è noto come gli editori di riferimento di Vespa non siano stati un esempio di equidistanza tra i due fenomeni.
Resta invece il doppio standard "giornalistico" che però con il giornalismo ha poco a che fare. E' piuttosto quasi una involontaria ammissione di sentieri del cuore inconfessabili, di verità indicibili. Per questo il contorto sentiero della professione s’inerpica sulla curva prima della quale c’è il mestiere da embedded e subito dopo la passione civile a un tanto al chilo. Per il terrorismo si usa quindi l’elmetto, per la mafia insorge invece un sobbalzo, chiamato affettuosamente diritto di cronaca.
http://www.altrenotizie.org/politica/6947-la-tv-con-lo-scacciapensieri.html
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