involuzione

involuzione
Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

sabato 4 marzo 2017

lettera aperta


 fonte:
http://oraprosiria.blogspot.it/2017/01/da-aleppo-lettera-aperta-di-pierre-le.html 

Signor Presidente,  
 sto mettendo in discussione i valori con cui sono cresciuto: i valori di un Paese che amo, il mio Paese, la Francia.
   Mi rivolgo a Lei come cittadino francese arrivato senza preconcetti in territorio siriano e vissuto in Aleppo ovest per quasi un anno, prima della riunificazione di questa città; operando come soccorritore umanitario politicamente neutrale. L'esercizio è difficile, sia perché essendo l’unico Francese residente sono nel mirino per la mia testimonianza contro corrente, sia per la difficoltà nel testimoniare le atrocità vissute insieme alla popolazione locale.
Sono infatti testimone di un massacro e di una situazione umanitaria catastrofica di cui il mio Paese è attore e sponsor, in quanto sostiene il terrorismo. Dedico, quindi, questo messaggio a Lei, Signor Presidente, e a chiunque possa considerare una priorità i provvedimenti in favore della pace e della popolazione civile.  
Come tutti gli abitanti di questa città, ho dovuto affrontare ogni giorno la morte e, per la missione che mi sono dato, ho visitato le famiglie che abitavano vicino a coloro che sono descritti come "oppositori" sin dall'inizio del conflitto. Personalmente, ho visto solo bandiere nere su tutta la linea del fronte, come dimostrano le fotografie: segno identificativo di gruppi contro cui noi in Francia combattiamo da molti anni.

  Oggi, la popolazione è unita non per combattere il governo, ma per combattere i gruppi terroristici, a prescindere dagli appellativi che gli si attribuiscono nel tentativo di fare apparire  "moderate" le loro azioni e la loro logica. Questi gruppi armati che si chiamano Al-Jaysh al-Hurr (Esercito libero siriano o ESL), Jabhat al-Nusra (detto anche Fatah al-Sham, un ramo di Al Qaeda) Jayish al-Islam, Harakat al-Nour Din al-Zenki, Brigata del sultano Mourad, etc. Certo, che esiste un'opposizione anti-governativa, come per qualsiasi governo, un'opposizione più o meno pacifica, che è in realtà una minoranza. Dall'inizio e fino ad oggi, quasi tutte le forze che continuano a bombardare Aleppo, sono formate da combattenti di gruppi armati pronti a tutto.  



  Uso il termine "terrorista" perché ad Aleppo non ci sono ribelli, o almeno non esiste alcun fondamento per considerarli tali, e si gioca irresponsabilmente con le parole continuando a definire ‘’ ribelli moderati’’ in Siria quelli che in Francia sono inseriti nelle lista delle organizzazioni terroristiche. Di comune accordo con il governo, i combattenti sono stati evacuati con le armi personali nella regione di Idleb, quasi interamente occupata da diversi gruppi armati e dalle loro famiglie. Purtroppo, molti sono tornati in prossimità di Aleppo ed hanno ripreso i bombardamenti di civili e gli attacchi suicidi, qui come ovunque in Siria.
Tutto ciò che affermo sono in grado di documentarlo. Lavoro ogni giorno da mesi, guerra permettendo, per raccogliere testimonianze filmate e scritte di civili, indipendentemente dalla confessione religiosa e dall’opinione politica e in assenza di personale militare o governativo. Testimonianze che pubblico e trasmetto puntualmente ad una Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sugli attacchi e i crimini della "opposizione", cercando di mettere questa Commissione in contatto con i testimoni.

   L’attenzione dell’opinione pubblica è stata focalizzata sui bombardamenti di una piccola area con forte concentrazione jihadista, dove ‘’ogni giorno a morire erano civili’’, senza mai specificare che la maggior parte dei civili residenti nella parte orientale di Aleppo era in realtà prigioniera dei gruppi armati che ne impedivano l’allontanamento. È stato attraversando i recenti corridoi umanitari allestiti dai Russi e dai Siriani (fatti conoscere uno o due giorni prima, precisando gli orari di apertura, attraverso l’invio di messaggi telefonici sulle reti siriane MTN / SYRIATEL a tutti i possessori di telefoni mobili,  compreso il mio) che numerosi civili sono stati uccisi mentre tentavano di sfuggire ai gruppi armati che glielo impedivano. Per fortuna, molte migliaia di persone sono riuscite a fuggire al di fuori di tali corridoi, talvolta attraversando zone minate.
    Soltanto pochissimi media informavano che questi civili erano scudi umani, come poi confermato da testimoni. Spesso preferivano descriverli come intrappolati nel fuoco incrociato di una battaglia tra i combattenti rivoluzionari e il governo.  
   Mentre il governo difendeva il suo popolo da terroristi per lo più mercenari stranieri entrati in Siria e armati fino ai denti, fanatici per cui la vita umana ha ben poca importanza, che occuparono le periferie e il centro città bombardando quotidianamente la popolazione di Aleppo ovest e attribuendosi il diritto di assassinare per un sì o per un no i civili di Aleppo est.  
     I gruppi armati presenti sul terreno non hanno mai dato prove della loro «pretesa moderazione» verso la popolazione.  Ho potuto constatare direttamente che essi disponevano di armi e munizioni provenienti da diversi Paesi. Molte munizioni erano francesi, americane, inglesi, saudite etc. Armi impiegate quotidianamente contro la popolazione civile dell’est e dell’ovest sia da gruppi terroristici riconosciuti sia da gruppi schierati sotto la bandiera del cosiddetto Esercito Siriano Libero, in maggioranza costituito da jihadisti che i Francesi cercavano di far passare per combattenti della libertà.
    Sparavano verso ovest dalle zone più densamente popolate dell’est e talvolta dagli ospedali, per limitare gli spari di risposta. Naturalmente, avvenivano combattimenti tra l’Esercito siriano lealista ed i jihadisti. I miei testimoni sono civili dell’est sopravvissuti a questi combattimenti e di cui mi occupo come altre organizzazioni internazionali presenti qui in Aleppo-est. Centoventimila persone prese tra gli scontri (tra cui quindici-ventimila combattenti) corrispondenti anche in gran parte a numerose famiglie che si erano rifiutate di abbandonare le loro case per timore di una occupazione o del saccheggio.  In Siria ci sono pochi affittuari. Ci vuole tempo per diventare proprietario di una casa, ma è un fatto culturale: la casa è il simbolo della famiglia. Il punto essenziale è che abbiamo occultato una realtà: quella di un milione e trecentomila Siriani di ogni confessione abitanti di Aleppo-ovest che cercavano, malgrado la morte onnipresente, di far funzionare le istituzioni e di mandare i figli a scuola o all’Università, Noi li abbiamo cancellati per uno scopo politico, dato che vivevano nella zona controllata dal governo siriano, ma in questo modo abbiamo occultato dieci volte la popolazione di Aleppo-est e, in entrambi i casi, l’abbiamo fatto in nome di una minoranza che rappresenta solo se stessa.
  
 Siamo stati continuamente vittime di attacchi. Tiri di cecchini e attacchi di mortai, proiettili esplosivi, granate, bombole di gas e caldaie ad acqua montate su razzi etc. Non ne siamo stati risparmiati neppure per un giorno. Hanno continuato a cadere incessantemente su strade, edifici residenziali, ospedali, scuole. E neppure un giorno è trascorso senza l’uccisione e il ferimento grave di decine di civili inermi da trasportare in ospedali sovraffollati a causa degli attacchi incessanti, nonostante l’assenza dell’esercito all’interno della città, a parte qualche checkpoint. Esercito e miliziani proteggevano esclusivamente la linea del fronte. Ogni giorno, adulti, bambini, famiglie intere sono stati stritolati da ogni sorta di proiettili.  Mi sto esprimendo come un Siriano, perché anch’io ho vissuto come loro quotidianamente dentro questa guerra.  Sono fortunato ad essere ancora in vita, visto che in Aleppo, come nei veri e propri campi di battaglia, i razzi non prevenivano. Come soccorritore, ho cercato di salvare vite, ma non sempre ci sono riuscito. Persone con braccia, gambe, e altre parti dei corpi lacerate, disintegrate, bruciate. … Non riesco più a trovare le parole giuste per descrivere ciò che la popolazione ha vissuto qui. È stato molto duro da condividere. Ho visto troppa gente morire, e ci si chiedeva semplicemente ogni giorno se avremmo potuto sopravvivere.

    Ho costantemente incontrato profughi interni, e le loro testimonianze sono inoppugnabili. In Aleppo-est, le leggi della Chari ‘a erano applicate da sommari «tribunali islamici» costituiti da combattenti e da sheikh che si arrogavano il diritto, attraverso decreti religiosi ad hoc (fatwa), di imprigionare, torturare, sposare bambini e uccidere a volontà. Dopo la liberazione di Aleppo-est, si è scoperto che i jihadisti disponevano anche di enormi riserve di cibo.

  Ho visto cumuli di pacchi umanitari sufficienti per un anno di assedio, mentre le famiglie testimoniano sull’impossibilità di accedervi e sulla inedia sofferta a causa dell’assedio dell’esercito, ma soprattutto per il monopolio dei prezzi esosi imposti dai gruppi armati, anche cinquanta volte un costo normale. Mentre chi accettava di combattere con loro beneficiava di un trattamento speciale. Alcuni loro simpatizzanti rimasti nella zona est mi hanno raccontato recentemente: «Non amiamo questo governo, ma se qualcuno critica i combattenti dell’ASL o di altri gruppi, lo uccidono. Dov’è dunque la libertà?».
    Infrastrutture, ospedali, scuole erano in parte utilizzati da questi gruppi come quartier generale, prigioni e depositi di armi. Ho potuto constatare che in una di queste scuole si fabbricavano armi chimiche con prodotti importati da diversi Paesi e, durante gli ultimi mesi, dopo gli scontri più duri ho assistito all’arrivo di persone con la pelle completamente bruciata dal cloro. Ad est, si curavano negli ospedali i combattenti ed i loro familiari o coloro che potevano pagare.  Anche in questo caso, dopo la liberazione di Aleppo, ho potuto verificare personalmente sulle tonnellate di medicinali e sui due ospedali funzionanti nonostante i danneggiamenti alle facciate e ad altre parti: gli stessi ospedali che erano stati dichiarati più volte ‘interamente distrutti’.
   I «Caschi bianchi», che il governo francese, con altri governi, ha finanziato e che sono stati ricevuti all’Eliseo, fanno in gran parte i soccorritori di giorno e i terroristi la notte o viceversa. Essi hanno giurato fedeltà a Jabhat al-Nusra (Al-Qaïda), come provano i documenti ritrovati dopo il loro allontanamento e le testimonianze degli abitanti.
   La maggioranza dei loro gruppi prestavano soccorso prima ai combattenti, poi, eventualmente, ai civili e, poiché ogni gruppo aveva un cameraman, aiutavano i civili soltanto a telecamere accese. Molti civili mi hanno detto che sono stati in tanti a restare sotto le macerie mentre i Caschi Bianchi rifiutavano di andare a soccorrerli. Altri mi hanno assicurato che sceneggiavano attacchi di falsi bombardamenti con feriti finti e finti interventi. Il nostro governo finanzia anche associazioni quali «Syria Charity», portante la bandiera a tre stelle e inizialmente detta «lega per una Siria libera», appellativo che figura ancora nei resoconti. Una associazione che offre aiuto umanitario, ma ha oltrepassato la linea rossa partecipando ad una vera e propria guerra di opinione per giustificare il rovesciamento del governo, nascondendo la realtà sul terreno, la loro vicinanza ai gruppi armati (ed anche la loro presenza, accuratamente cancellata da tutti i video) e offrendo un aiuto medico costante alle forze jihadiste.  

  Numerose associazioni e organizzazioni umanitarie francesi ed internazionali in zone controllate dai « ribelli » hanno causato più danni che benefici, strumentalizzando la sofferenza delle popolazioni, manipolando l’opinione pubblica nel nome di una causa e di donazioni dirette ed  hanno preso in ostaggio la popolazione civile, permettendo che questa guerra proseguisse, « legittimandola » in maniera disonesta, consentendo il protrarsi dei combattimenti e alla morte di divenire una ineluttabilità quotidiana.  
  D’altronde, abbiamo anche esposto all’Eliseo per qualche ora la bandiera a tre stelle, il tempo necessario per ricevere con tutti gli onori il (falso) sindaco di Aleppo, mai eletto dal popolo siriano, che non è di Aleppo ma è stato scelto dai leaders di gruppi jihadisti, da alcuni sostenitori e da stranieri. In Siria, questa bandiera non rappresenta la libertà. È un simbolo di morte quotidiana perché lo si associa ormai all’ ESL: un accozzaglia di gruppi jihadisti vicini ad Al-Qaïda, che proclamano la democrazia soltanto nei media e che noi sosteniamo. Non possiamo assolutamente confondere il movimento di base del 2011 con coloro che se ne sono serviti, qui ed ovunque nel mondo, per promuovere questa guerra.

   Si, molti sono morti. Nessuna guerra è giusta. Non nego né difendo la violenza estrema dei bombardamenti su Aleppo-est per permettere la sua liberazione non la caduta.  É un dato di fatto.
    Un altro dato di fatto è che, a parte alcuni bambini feriti, bombe o grida, abbiamo cancellato la presenza dei civili, la vita. Li abbiamo privati della voce permettendo che l’opinione pubblica si facesse un’idea del contesto seguendo le proprie emozioni in base ad una narrazione rappresentata incessantemente in modo catastrofico con l’utilizzo reiterato e strumentale dell’infanzia. Come mettere in dubbio ciò che accade qui, nonostante le prove e gli argomenti proposti, se vi rappresentano l’immagine di una Siria completamente messa a ferro e fuoco unilateralmente dal suo stesso governo? Che tutto quel che accade qui e che non corrisponde a quella immagine è propaganda mendace? Che la priorità era imporre delle «no-fly zone», grazie al cielo mai arrivate, che avrebbero radicalizzato il conflitto, aumentato il numero dei morti e consentito ai terroristi di prendere Aleppo e non di liberarla dalla guerra e dalla morte.  La maggior parte delle persone che sono fuggite dalla zona est, dove hanno conosciuto l’inferno, hanno vissuto il loro arrivo qui come una liberazione e non come una deportazione. Ora molti sono tornati nei loro quartieri.  Nessuno ha sottolineato che quasi l’85% dei civili si sono rifugiati liberamente ad ovest, nella zona governativa, mentre bus a noleggio conducevano a Idleb combattenti e volontari civili.
    La «legittimità» accordata dai media ai jihadisti ed alla loro causa e i sostegni esterni hanno permesso avanzate decisive intorno alla città, costringendo centinaia di migliaia di persone ad abbandonare le loro abitazioni. Ricordo che durante intere settimane dormivamo con gli abiti indosso, le borse pronte accanto al letto. I combattimenti erano tanto vicini che talvolta i proiettili attraversavano le strade. E più si avvicinavano più forte li sentivo urlare «Allah Akbar» prima e dopo il lancio di ogni colpo di mortaio sulla città.

  Quali che siano i Paesi in cui sono stati utilizzati, i video creati da jihadisti e loro sostenitori, talvolta  completamente falsi, sono stati diffusi dai nostri media nelle ore di maggior ascolto, strumentalizzando la morte e la sofferenza di chi viveva in mezzo ai combattimenti, ma anche l’amore e la compassione di chi guardava quelle immagini. Come i terroristi, anche noi abbiamo venduto così tanta paura che nessuno ha potuto rendersi conto di come i contenuti di quei video fossero stati realizzati per uno scopo ben preciso, senza mai dare voce a civili interessati che non fossero combattenti o loro fiancheggiatori. Preciso che i civili potevano difficilmente offrirsi del pane, figuriamoci una telecamera e soprattutto una rete internet 3G!  
   Non avendo combattenti per distruggere il governo, abbiamo integrato la nostra incidenza sul conflitto utilizzando le emozioni per influenzare l’opinione pubblica e ottenere il suo tacito consenso.
    Nella zona ovest, documentare in tempo reale la situazione non è mai stata una reazione istintiva per nessuno. Troppo pericoloso. Inoltre, le informazioni non uscivano dalla Siria.  Fare un «libro Facebook» o pubblicare un reportage con i luoghi degli attacchi gli permetteva di precisare, correggere il tiro e mirare alle aree densamente popolate. In un discorso duplice e sul loro canale televisivo, qui in Siria, la «Free Syrian Army ***», da una parte dicevano di liberare la popolazione e dall’altra presentavano questi attacchi come castigo per noi «infedeli abitanti nel lato di Bashar Al Assad». Questa emittente televisiva è accessibile a tutti in Siria.  Alla liberazione, i reportages dei Russi e le testimonianze dei Siriani sotto l’occupazione dei gruppi armati sono stati immediatamente qualificati come propaganda, per screditare tutto ciò che sarebbe potuto emergere dalla Siria, dai suoi abitanti o da chi si trovava sul terreno.

 L’anno scorso è stato quello della disinformazione.
   Una lotta per la «libertà» del popolo siriano. Utilizziamo questa parola che ingloba tutto senza mai averla argomentata o giustificata. Quale libertà? Quale popolo siriano? Distruggere il governo, soffocare il Paese sotto le sanzioni per ottenere cosa? Il nostro savoir-faire democratico? I Francesi hanno forse chiesto quale sarebbe stato il programma del «dopo»? No! Libertà e basta. Facile. I programmi politici e sociali di questi gruppi terroristici sono in contrasto con la libertà, la democrazia, i nostri valori o quelli della maggior parte dei Paesi del mondo. È in nome dei nostri interessi e non in nome della libertà che strumentalizziamo questi gruppi che invocano la creazione di uno Stato-islamico in Siria. Non chiedete dunque che cosa pensano di offrire al popolo siriano. Chiedetevi piuttosto di cosa vogliono privarlo e cosa vogliono imporgli. Tutti i civili che ho incontrato nella vita quotidiana rifiutano di immaginare anche per un solo istante questa opzione e chi l’ha vissuta cerca di dimenticarla.

  Noi, Signor Presidente, come tanti altri Paesi, abbiamo una gravissima responsabilità in questa guerra che si è cercato di portare a termine rovesciando il governo siriano a qualunque costo, naturalmente. In questi ultimi anni, a fianco di numerosi Paesi abbiamo partecipato alla distruzione della Siria, un Paese in gran parte francofono e che ama la Francia. Per quanto il suo governo sia imperfetto e quali che siano i suoi errori, e i nostri nel corso del tempo, noi sosteniamo attualmente l’instaurazione di una vera dittatura in un Paese dove esiste una vera opposizione, mentre i gruppi armati sono spinti soltanto dal settarismo, dalla frustrazione, dal rancore e dall’odio. Servirci di questi gruppi per realizzare obiettivi geopolitici o economici non ha niente di democratico, serve solo a sacrificare i Siriani. Ho attraversato il Paese ed ho potuto constatare che, malgrado certe critiche e qualunque cosa se ne dica, la stragrande maggioranza dei Siriani sostiene onestamente e sinceramente il proprio governo e colui che essi chiamano il loro presidente e non dittatore, Bashar Al-Assad.

  Per me, questo messaggio è un dovere. Sono un operatore umanitario ed ho creato la mia associazione senza fini politici o confessionali e autogestita. Vivo in zona di guerra, ne pago il prezzo e assumo i rischi necessari per aiutare con i miei mezzi modesti i civili. Raccontare quel che accade realmente mi attira gli attacchi dei media mainstream e dei loro sostenitori, che cercano di farmi tacere anche fino a indicarmi come bersaglio. Rischio ancora di più assumendomi la responsabilità di scrivere questa lettera per denunciare una situazione osservata quotidianamente e con sempre maggiori approfondimenti. Non sono spinto da alcun interesse personale né ho niente da guadagnare. Rischio da molti mesi per combattere il terrorismo trasmettendo la verità, ciò che affrontano i Siriani, le loro testimonianze, denunciando gruppi terroristici e la manipolazione mediatica che strappano tutti i giorni alla gente la vita.

  Chiediamo al popolo siriano cosa desidera per il proprio Paese invece di parlare in suo nome, di rubargli la voce, la libertà, il presente e il futuro. Spetta al popolo siriano decidere il proprio futuro e non a noi di arrogarcene il diritto come abbiamo fatto finora con la nostra ingerenza illegittima, che si è tradotta in una forma di dittatura peggiore. Che la democrazia inizi da noi stessi. A prescindere dalla nostra responsabilità nei confronti dei Siria, sarebbe quindi tempo di consultare il popolo francese sulla sua volontà di essere coinvolto in questo conflitto, considerato il pericolo che esso rappresenta per la nostra sicurezza presente e futura.
   Io chiedo alla mia Francia, Paese che amo e in cui sono cresciuto, di cessare nel frattempo la condanna di una popolazione e cessare di incoraggiare gruppi terroristici che già colpiscono le nostre famiglie, i nostri figli e le nostre popolazioni, quali che siano gli interessi economici o geopolitici in campo. Non possiamo prendere le parti né sostenere gruppi armati che fanno una rivoluzione per riportarci all’età delle tenebre.  

  Signor Presidente,  faccio appello a Lei e scongiuro la Francia, per i valori con cui sono cresciuto e che mi spingono a perseverare nella mia azione quotidiana qui, di levare le sanzioni contro la Siria. Esse penalizzano soprattutto la popolazione non il governo, di trovare soluzioni diplomatiche alternative a questa guerra in favore della pace, sia per il popolo siriano sia per il popolo francese che rischia di subire le ripercussioni per il nostro impegno a favore di gruppi che seminano il terrore e le cui ambizioni sono chiaramente internazionali. 
   Augurando molto coraggio a Lei, Signor Presidente, ed a colui che Le succederà, colgo l’occasione per porgerLe i miei più distinti saluti.

Pierre le Corf,
Immigrato ad Aleppo, Siria / lecorfpierre@gmail.com
 We Are Superheroes
Traduzione Maria Antonietta Carta

mercoledì 1 febbraio 2017

L'industria che insaziabilmente utilizza le risorse umane e allontana i bambini dalle famiglie d'origine

 http://katehon.com/it/article/fatti-scioccanti-i-bambini-europei-pericolo

Un film documentario recentemente trasmesso dal canale televisivo federale russo REN TV ha mostrato l'esistenza di business sui bambini in Europa. L'industria che insaziabilmente utilizza le risorse umane e allontana i bambini dalle famiglie d'origine. I fatti venuti alla luce sono sconvolgenti, scioccanti ed evidenziavano le conseguenze dell'allontanamento dei bambini. I risultati ottenuti dal team di REN TV in Europa sono stati così sbalorditivi perché hanno sollevato dei seri interrogativi non solo sul business sui minori, ma anche hanno dimostrato tutte le prove che sono state raccolte.
Negli scorsi anni, la pubblica europea e il mondo sono venuti a conoscenza delle scioccanti pratiche barbariche attuate dai servizi sociali nei paesi europei. Certamente, abbiamo tutti espresso il nostro orrore di fronte agli attacchi dei servizi sociali verso le famiglie, che costituiscono una storia senza fine. Le situazioni biasimevoli relative agli allontanamenti facili dei bambini dalle famiglie e gli abusi costanti delle autorità portano alle denunce contro tale business. La popolazione europea si sente poco protetta dagli abusi dei servizi sociali ed effettivamente lo è, da un punto di vista oggettivo. Pertanto, i servizi sociali hanno usurpato le competenze del Dio di decidere chi è degno di essere un genitore. Le relazioni dei servizi europei è di dubbia utilità, se si riduce ad una serie di opinioni soggettive.
Secondo le statistiche l'allontanamento dei bambini è aumentato del 300 percento in questi ultimi 10 anni. La famiglia tradizionale viene distrutta e i suoi grandiosi valori sono sfocati. Di conseguenza, le famiglie adottive sono spesso davvero violente, i bambino in affidamento a queste famiglie diventano le sue vittime. Sono confermate le notizie dei bambini, affidati alle famiglie gay, torturati e abusati sessualmente durante la loro permanenza in queste famiglie. E si parla di un 30%. Attualmente, i dati ufficiali pubblicati da enti governativi forniscono informazioni scarse o nulle in merito alla violenza sui minori nell'ambito degli istituti chiusi o delle famiglie adottive.
Le famiglie adottive ricevono il doppio dei soldi per ogni bambino. Quanti ritengono che la famiglia adottiva in Olanda riceva sussidi eccessivi di 40 000- 50 000 euro all'anno per ogni bambino, i competenti dovrebbero prendere nota del continuo aumento delle famiglie occupate nel business e chiedersi i motivi di tale fenomeno. Ogni famiglia finlandese riceve 1800 euro al mese per un bambino adottato. La trattazione del tema però risulta difficile non solo perché le informazioni disponibili sono scioccanti, ma anche e soprattutto perché ci sono dei grossi interessi dei pubblici dipendenti. A fronte di un mercato quantificabile in miliardi di euro sussiste un grande interesse, e che quasi ogni ufficiale è pronto per accaparrarsi una fetta della torta. I minorenni sono diventati solo una merce da vendere, ma i servizi sono responsabili della distruzione della famiglia. Resta chiaramente prioritaria la lotta alla corruzione in questo settore.
Precedentemente i servizi sociali europei sono stati accusati di corruzione. A causa di tale situazione, le manifestazioni dei genitori contro il business sui bambini hanno continuato a ripetersi. Dobbiamo essere assolutamente chiari sul fatto che sono state le manifestazioni per la democrazia ed i diritti umani. L'attore tedesco Til Schweiger ha detto al Primo canale televisiva russa che evidentemente l'Italia e la Russia sono dei paesi più colpiti dalla corruzione.
La BBC ha recentemente trasmesso nel maggio 2016 le informazioni riguardanti alla diminuzione della popolazione in Italia. Gli esperti hanno nominato tale fenomeno "Apocalisse Romano". Tra gli immigrati si parla di "caccia ai bambini" quando si toglie un bambino dalla famiglia immigrata. Nel corso dei processi presso i tribunali per i minorenni, i genitori immigranti sono talvolta stati stigmatizzati, vilipesi, persino disumanizzati. Tali discriminazioni assumono forme inaccettabili per i popoli europei.
Gli esperti fanno notare che, in questi ultimi anni, grazie al business sui minori, si è aumentata la tecnologia del fascismo o del sciovinismo propagandata dai servizi stessi e dagli ufficiali. Il Progetto Lebensborn (Progetto Sorgente di Vita) fu uno dei diversi programmi avviati dal Terzo Reich. Questa è la stessa politica del terrore e del rapimento dei fanciulli dalle famiglie nei nostri tempi moderni.
Alcuni genitori sono pronti per tutto quello che sarebbe potuto salvare i figli dai servizi sociali. Il detective polacco ha aiutato a organizzare il "rapimento" di una bambina dalla casa-famiglia. La famiglia polacca è stata costretta di organizzare il rapimento della propria figlia dalla Norvegia. La famiglia felice e unita è tornata in patria.
Anni di persecuzioni da parte dei servizi causano danni considerati irreparabili per le famiglie. Le famiglie dovrebbero aver diritto a un risarcimento qualora si producessero eventi drammatici. Qualche tempo fa le persone che hanno subito un danno in conseguenza di un allontanamento illecito hanno ottenuto un risarcimento dallo stato responsabile del pregiudizio.
I governi dovrebbero riesaminare le politiche sui minori per proteggere questa categoria particolarmente vulnerabile. La lotta contro il business sui minori deve essere condotta su tutti i piani, sia dai singoli individui che dagli stati, e su scala internazionale. Il giorno in cui non inorridiremo più davanti ad immagini così scioccanti del rapimento i bambini dalle sue famiglie significa che avremo iniziato a perdere la nostra umanità.
Potete vedere il documentario, cliccando qui
https://www.youtube.com/

mercoledì 25 gennaio 2017

GRAMSCI

https://ecumenici.wordpress.com/gramsci/

 nasce ad Ales (Oristano) il 22 gennaio 1891, dove trascorre un’infanzia funestata dall’incarcerazione del padre (per un atto di ‘giustizia trafficata’ in seguito alle elezioni del marzo 1897), dalle conseguenti difficoltà economiche che non lo abbandoneranno per molto tempo e da una caduta che poco dopo sarà forse la causa di una malformazione irreversibile alla colonna vertebrale. Col procedere dell’indebolimento fisico tenderà a diventare ‘tutto cervello’. Dalla sua compagna, Julka Schucht, conosciuta a Mosca nel ’22, ebbe due figli. Le sue prime esperienze come giornalista le ebbe ancora giovane a Cagliari come corrispondente dell’ ‘Unione Sarda’. Dopo aver preso il diploma si trasferì Torino per frequentare l’Università, grazie a una borsa di studio per studenti poveri che vinse in regolare concorso (9° Gramsci, 2° Togliatti, vengono entrambi dalla Sardegna e da allora inizia la loro amicizia). Le privazioni, la denutrizione e il freddo gli procurano un esaurimento fisico, ma non gli spengono la curiosità intellettuale. Fa amicizia con Tasca, l’unico dell’ambiente studentesco ad avere interessi politici, e con Terracini. Nel 1919 fonderanno insieme il settimanale (e dal gennaio 1921 quotidiano) “Ordine Nuovo“. E’ attento a Croce, perché antipositivista e quindi antideterminista, e proverà per lui sempre grande ammirazione per l’importanza data alla sovrastruttura, alla cultura, nel rapporto dialettico con la struttura economica, che in Gramsci diventerà esaltazione del ruolo dell’Intellettuale. Lasciata l’Università nel ’15, segue con passione gli scioperi contro la guerra e si dedica al giornalismo da socialista, ma non firma gli articoli. Il suo idealismo giovanile si esprime col rifiuto del determinismo positivista proprio della “pseudo-scienza”, ma anche del riformismo e del massimalismo socialista della II Internazionale, e con l’esaltazione del volontarismo dei bolscevichi e della soggettività (La rivoluzione contro il capitale, 1918). Si nota già l’antidogmatismo nei confronti del marxismo, che rimarrà uno dei tratti tipici del suo pensiero fino alla morte. In occasione dell’occupazione delle fabbriche del ’20 il gruppo di ‘Ordine Nuovo‘ riesce ad orientare le lotte della classe operaia torinese: considera le Commissioni interne presenti nella fabbrica l’embrione della democrazia consiliare, dei soviet, come autogoverno dei produttori, e quindi del governo operaio. La sconfitta lo fa riflettere sulla necessità del Partito per dirigere i movimenti sociali; isolato nel partito, in contrasto con Bordiga, Tasca, Terracini e Togliatti sui Consigli di fabbrica, sul partito rivoluzionario, sull’atteggiamento dei Socialisti, è convinto che ‘la fase attuale della lotta di classe in Italia è la fase che precede: o la conquista del potere da parte del proletariato rivoluzionario […] o una tremenda reazione da parte della classe proprietaria assieme alla classe governativa e nessuna violenza sarà trascurata’. Al Congresso di Livorno del 1921 c’è la rottura coi Socialisti riformisti e la costituzione del P.C.d’I, anche dietro invito dell’Internazionale ad espellere dal partito socialista i riformisti. Intanto numerosi sono gli arresti nel P.C.d’I., tanto da disgregare il vecchio gruppo di ‘Ordine Nuovo‘ e lo stesso gruppo dirigente del partito, già lacerato da forti contrasti interni e, sotto la direzione di Bordiga, molto restio a seguire le direttive dell’Internazionale che arriva a sostituirlo d’autorità alla direzione del partito con Gramsci, l’uomo del ‘dialogo’. Gramsci attuerà quella politica centrista voluta dall’Internazionale ormai stalinizzata e volta non più a portare avanti gli interessi della rivoluzione proletaria internazionale, quanto piuttosto a difendere gli interessi interni dello stato russo. A febbraio del ’24 esce il primo numero de ‘L’Unità‘ e a maggio Gramsci viene eletto deputato in Veneto e gode pertanto dell’immunità parlamentare. Nonostante ciò viene comunque arrestato nel 1926. Il lungo periodo di prigionia a cui verrà sottoposto lo allontanò dalla politica attiva e lo costrinse ad occuparsi, dal carcere, di questioni per lo più storiche e filosofiche (incentrate per lo più sullo studio dell’importanza del ruolo dell’ “intellettuale”). Per questo motivo non si hanno elementi certi sul suo rapporto con lo stalinismo e con l’Opposizione di sinistra. Certo è che inizialmente si oppose a questa ed a Bordiga, ogni tanto però rispuntano documenti che comproverebbero un suo cambiamento di rotta nei rapporti con l’originario leader dei comunisti italiani.Grazie all’attività a Roma di Tatiana Schucht, sorella della moglie Giulia, viene organizzato dagli antifascisti un Comitato internazionale per la salvezza di Gramsci. Nonostante le forti pressioni, il governo fascista gli concede solo il trasferimento al carcere-ospedale di Formia e poi alla clinica Quisisana di Roma, dove Gramsci muore il 27 aprile 1937. Onorato Damen, suo compagno di partito ed in seguito fondatore del Partito Comunista Internazionalista, non manca (come altri marxisti) di ritrovare in egli una visione troppo idealista (quindi non materialista e non marxista) e, soprattutto, pur lodando i sui pregi morali e umani di Gramsci, Damen non manca di rilevare come ciò “non salva Gramsci dalle precise accuse di aver aggiogato il Partito alle esigenze non di una autentica Internazionale rivoluzionaria, ma a quelle di una politica contingente dello Stato russo, anche se operaio”.
L’insegnamento di Gramsci oggi.
Leggere e studiare Gramsci è un’avventura per molti versi difficile ed eccitante. Com’è noto i suoi scritti del carcere sono una serie quasi di appunti sparsi, in cui ci si può addentrare o seguendo l’ordine cronologico, oppure seguendo le chiavi di lettura delle edizioni critiche che propongono degli assemblaggi scelti dagli editori tra prime, seconde e a volte anche terze riscritture dell’Autore. La prima modalità è certamente la più avvincente: la sensazione è quella di essere presi per mano ed essere condotti in una foresta di pensieri di rara profondità, talvolta legati all’attualità che Gramsci viveva nel suo tempo, talvolta con spunti profondamente attinenti all’attualità odierna. La seconda modalità è certamente quella più agevole ed efficiente per il lettore che, come sempre più spesso accade, può dedicare un tempo limitato a questa lettura.
Su Gramsci è stato scritto molto, moltissimo, molto di più di quanto lui stesso abbia scritto. Questo è un bene, perché ha tenuto il suo pensiero al centro dell’attenzione del mondo politico e culturale italiano e, molto di più, non italiano. Ma purtroppo bisogna dire che le cose che sono state scritte sul suo pensiero e sulla sua vita sono state spesso motivate da disegni ideologici e politici che si sono sovrapposte al pensiero originario del grande rivoluzionario e dirigente politico. Pertanto il nostro parere è: se non avete mai letto qualcosa su Gramsci, non cominciate a farlo ora e iniziate a leggere direttamente le sue pagine: vi affascineranno e troverete da soli i vostri spunti di riflessione. Se invece siete già stati sommersi dalle tante polemiche che sono nate dalla prima pubblicazione delle sue opere a oggi, forse sarebbe il caso di ascoltare il nostro punto di vista. C’è tanto da confutare nelle cose che sono state scritte su Gramsci, sulla sua vita e sulle sue opere, e non si può fare che sommariamente nelle poche pagine che ci ritagliamo qui.
Sulla vita. Come mai Gramsci scrive febbrilmente nei primi anni del carcere e poi si dedica quasi esclusivamente a rivedere i testi da lui scritti, sostanzialmente non producendo nulla di nuovo? Come mai nei due anni di vita dopo l’uscita dal carcere non riprende la scrittura, sebbene sottoposto a libertà vigilata, ma certo in condizioni molto più libere di quelle carcerarie? Sono state imbastite delle vere e proprie spy- story su questi fatti, che coinvolgono il rapporto di Gramsci col Partito Comunista d’Italia e in particolare con Togliatti, col Partito Comunista dell’URSS, storie tutte centrate su un unico assunto: Gramsci durante la prigionia cominciò a dissentire dalla politica ufficiale dell’Internazionale Comunista, ma non poteva rivelarlo perché ricattato in Italia a causa della sua condizione e in URSS a causa della presenza in quel paese della moglie. La base documentaria di queste ipotesi sta sostanzialmente in una sola lettera, quella in cui Gramsci auspicava che nel partito bolscevico si ritrovasse l’unità in seguito ai violenti scontri ideologici e politici che coinvolsero la sua dirigenza. Chiunque avesse mai letto le pagine dei Quaderni potrà sempre e solo trovare critiche anche pesanti al pensiero di Trotskij (chiamato nel suo linguaggio crittografico col nome di Leone Davidovi) e apprezzamenti senza riserve per l’opera politica e ideologica di Giuseppe Bessarione (Josif Stalin), definito il più genuino interprete attuale della filosofia della prassi (il materialismo dialettico). Anche la polemica che si è sollevata riguardante la scomparsa dell’ultimo dei suoi quaderni lascia molto perplessi: ammesso che i quaderni siano 30 e non 29, in questo quaderno mancante (o sottratto) cosa mai ci sarebbe stato? Qualcosa che contraddiceva a tal punto i primi da risultare così scomodo per i dirigenti comunisti sovietici e italiani? Insomma illazioni che non hanno alcuna base documentale.
Quanto alle condizioni di salute di Gramsci, negli ultimi anni di detenzione e durante il periodo di libertà vigilata in clinica, erano talmente precarie da giustificare ampiamente la sua impossibilità di dedicarsi a nuovi approfondimenti o anche solo a poter leggere o scrivere, almeno con la profondità dimostrata nei primi anni. Questo è documentato dalla semplice lettura della cronistoria dei suoi quaderni e anche dalla distribuzione temporale dei nuovi scritti e delle riletture. E questo dovrebbe mettere a tacere ogni illazione su dissidi, ricatti e altre assurdità che possono avere cittadinanza su romanzi di fantascienza politica ma non su seri studi di critica politica.
Sulla ideologia. È stato, ed è tutt’oggi, molto in voga classificare Gramsci come pensatore, come filosofo. E in particolare associarlo al filone idealista italiano, che vede in Benedetto Croce il suo massimo esponente. È vero che Gramsci non può che partire dalla lettura del massimo e più influente filosofo italiano vivente all’epoca, ma qual è il suo rapporto con lui? Questo rapporto è stato paragonato a quello che Marx ha avuto con Hegel, ossia – si dice – del più fedele discepolo che ha continuato la sua opera. Ora ciò si afferma in barba a tutti gli scritti che Marx e Engels, dal loro lato, e Gramsci, dal suo, hanno prodotto. Ma forse non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.
Come tutti i lettori di Marx ed Engels sanno, il materialismo dialettico è il ribaltamento della dialettica idealista, è la restituzione del meccanismo dialettico dal mondo delle idee a quello della materia, ma soprattutto è un ribaltamento che riporta il pensiero, la filosofia, dalla sterile speculazione alla prassi, all’azione: è benzina per l’azione politica del proletariato. Marx ed Engels non sono filosofi, sono dirigenti politici della classe operaia, non lo sono per loro espressa dichiarazione, ma soprattutto per la loro storia politica. Lo stesso va detto con forza di Gramsci, con le sue stesse parole: «Si potrebbe scrivere un nuovo Anti-Dühring che potrebbe essere un “Anti-Croce” da questo punto di vista, riassumendo non solo la polemica contro la filosofia speculativa, ma anche quella contro il positivismo e il meccanicismo e le forme deteriori della filosofia della prassi.» (Quaderno 8). Non bastano le ripetute affermazioni del Gramsci del carcere, in cui esplicitamente dice che la sua filosofia della prassi è il materialismo dialettico, quello fondato da Marx e che vedeva allora in Stalin il più fedele interprete? Non bastano le pagine di vere lezioni di materialismo storico che Gramsci ci impartisce sul Risorgimento italiano e la sua impareggiabile analisi di classe, sul rapporti tra intellettuali e classi, sul fordismo e le origini e le ricadute che esso ha sulla base materiale americana e sulla sua sovrastruttura? Purtroppo, una volta che si è andata affermando questa falsità, molti filosofi e politici italiani e non, che – invece di partire dalla lettura critica di Gramsci – si sono adagiati su questa lettura fatta da altri, hanno finito per regalare Gramsci all’idealismo, anziché difenderlo come grande dirigente del movimento comunista internazionale che ha nel materialismo storico e dialettico il suo strumento di lotta più affilato.
Sulla politica. Qui le cose si fanno ancora più complicate, perché si intersecano con tutta la storia del PCI dall’immediato dopoguerra, fino al suo scioglimento.
Gramsci è l’antesignano delle “vie nazionali al socialismo”? La sua concezione della conquista dell'”egemonia” e della guerra di posizione che conquista una “casamatta” dietro l’altra, sottraendola al nemico, è l’antesignana politica della “lunga marcia nelle istituzioni” che il PCI iniziò al momento della famosa “svolta di Salerno”? La sua concezione della “società civile”, dell'”Occidente” contrapposto all'”Oriente”, è una concezione interclassista che rigetta la dittatura del proletariato e prefigura una alleanza tra “produttori” che contrasta le forze reazionarie intese solo come quelle “parassitarie”? Noi crediamo fermamente di no. Questa lettura è profondamente sbagliata.
Basta leggere le pagine di Gramsci nell’originale per rendersi conto di quanto profondamente marxista-leninista fosse il suo pensiero, di quanto tutta la sua analisi fosse volta a scoprire le crepe di un sistema capitalistico-imperialista, che in Europa era riuscito a frenare l’impeto rivoluzionario e passava al contrattacco, di quanto la sua concezione del Partito e dello Stato fosse indirizzata sempre e solo alla conquista del potere politico da parte dell’avanguardia rivoluzionaria.
Chi aveva interesse a piegare, a torcere il suo pensiero per scopi legati all’attualità e per giustificare e trovare “padri nobili” alle proprie scelte politiche, fece un’operazione – prima di tutto culturale – che segnò pesantemente l’influenza che Gramsci ebbe in Italia e che invece avrebbe potuto avere tutt’altro segno. Anche la scelta di inserire Gramsci nell’empireo dei “pensatori” italiani, persino dei grandi “scrittori”, fu una scelta tesa ad accreditare il PCI come grande partito “nazionale” e i suoi dirigenti come fondatori della nuova società italiana che usciva dal fascismo. La scelta di quella politica imposta a tutto il Partito comunista italiano, l’idea che si potessero “spostare gli equilibri” su un terreno più “avanzato” fa parte della revisione politico-ideologica che abbiamo analizzato nelle pagine precedenti.
La lettura di Gramsci, del Gramsci vero, del grande dirigente del proletariato italiano e internazionale, del grande teorico del marxismo-leninismo, è quello che noi oggi sottoponiamo all’attenzione del proletariato internazionale, dei popoli antimperialisti e anticapitalisti, che vedono nel socialismo la prospettiva rivoluzionaria che può e deve cambiare il mondo.
Necessità di una politica ideologica di massa

Antonio Gramsci ha sempre attribuito un’importanza rilevante alla preparazione ideologica non solo dei militanti comunisti ma delle stesse masse popolari, al fine di condurre una efficace lotta contro il capitalismo e per il socialismo.

In uno scritto del maggio 1925 pubblicato su ” Lo Stato operaio ” del marzo-aprile 1931 egli afferma infatti che: “Noi sappiamo che la lotta del proletariato contro il capitalismo si svolge su tre fronti: quello economico, quello politico e quello ideologico, ma la lotta economica non può essere disgiunta dalla lotta politica, e né l’una né l’altra possono essere disgiunte dalla lotta ideologica. Perché la lotta sindacale, diventi un fattore rivoluzionario, occorre che il proletariato l’accompagni con la lotta politica, cioè che il proletariato abbia coscienza di essere il protagonista di una lotta generale che investe tutte le questioni più vitali dell’organizzazione sociale, cioè abbia coscienza di lottare per il socialismo. I tre fronti della lotta proletaria si riducono ad uno solo, per il Partito della classe operaia, che è tale, appunto, perché riassume e rappresenta tutte le esigenze della lotta generale. Perciò il Partito deve assimilare il marxismo e deve assimilarlo nella sua forma attuale, come leninismo.
Aspra e sferzante è infatti, a questo proposito, la critica di Gramsci alle tradizioni del movimento operaio italiano: “L’attività teorica, la lotta cioè sul fronte ideologico, è sempre stata trascurata nel movimento operaio italiano. In Italia, il marxismo (all’infuori di Antonio Labriola) è stato studiato più dagli intellettuali borghesi, per snaturarlo e rivolgerlo ad uso della politica borghese, che dai rivoluzionari. Mai, le Direzioni del Partito immaginarono che per lottare contro la ideologia borghese, per liberare cioè le masse dalla influenza del capitalismo, occorresse prima diffondere nel Partito stesso la dottrina marxista ed occorresse difenderla da ogni contraffazione. Per lottare, quindi, contro la confusione che si è andata in tal modo creando, è necessario che il Partito intensifichi e renda sistematica la sua attività nel campo ideologico, che esso ponga come un dovere del militante la conoscenza della dottrina del marxismo-leninismo, almeno nei suoi termini più generali.
E ancora, sempre nello stesso scritto, in merito all’organizzazione del Partito: “Il nostro Partito non è un partito democratico, almeno nel senso volgare che comunemente si dà a questa parola. E’ un Partito centralizzato nazionalmente ed internazionalmente. Perché il Partito viva e sia a contatto con le masse occorre che ogni membro del Partito sia un elemento politico attivo, sia un dirigente. Appunto perché il Partito è fortemente centralizzato, si domanda una vasta opera di propaganda e di agitazione nelle sue file, è necessario che il Partito, in modo organizzato, educhi i suoi membri e ne elevi il livello ideologico per guidare, in qualunque condizione, la lotta della classe operaia e delle masse popolari. La preparazione ideologica di massa è quindi una necessità della lotta rivoluzionaria, è una delle condizioni indispensabili della vittoria.
Il Partito Comunista In diversi momenti della sua vicenda politica ed umana, Antonio Gramsci ha trattato il tema della funzione storica e dell’organizzazione del Partito Comunista. In un articolo pubblicato su ” L’Ordine Nuovo ” del 4 settembre e 9 ottobre del 1920 egli afferma : “Il Partito Comunista è lo strumento e la forma storica del processo di intima liberazione per cui l’operaio da esecutore diviene iniziatore, da massa diviene capo e guida, da braccio diviene cervello e volontà; nella formazione del Partito Comunista è dato cogliere il germe di libertà che avrà il suo sviluppo e la sua piena espansione dopo che lo Stato operaio avrà organizzato le condizioni materiali necessarie. Il Partito Comunista, anche come mera organizzazione si è rivelato forma particolare della rivoluzione proletaria, compiuta dagli uomini e dalle donne organizzati nel Partito Comunista, che nel Partito si sono plasmati una personalità nuova, hanno acquistato nuovi sentimenti, hanno realizzato una vita morale che tende a divenire coscienza universale e fine per tutta l’umanità.
E, ancora, in un articolo su “L’Ordine Nuovo” dell’11 giugno 1921: “Il Partito comunista è il partito politico, storicamente determinato, della classe operaia rivoluzionaria. La classe operaia è nata e s’è organizzata sul terreno della democrazia borghese, nel quadro del regime costituzionale e parlamentare. Ecco perché,nelle varie fasi del suo sviluppo, essa ha appoggiato i partiti politici più diversi. Con la creazione del Partito Comunista, la classe operaia rompe tutte le tradizioni ed afferma la sua maturità politica. Essa vuole lavorare positivamente per il proprio sviluppo autonomo di classe; essa pone la sua candidatura a classe dirigente ed afferma di poter esercitare questa funzione storica solo in un ambiente istituzionale diverso dall’attuale, in un nuovo sistema statale e non già nel quadro dello Stato parlamentare burocratico.
Sindacati e Consigli

Il ruolo dei consigli di fabbrica come cellula del futuro Stato operaio è stato uno dei temi su cui Antonio Gramsci ha più riflettuto e scritto. Così, nell’editoriale de “L’Ordine Nuovo” del 11 ottobre 1919 leggiamo: “L’organizzazione proletaria che si riassume, come espressione totale della massa operaia e contadina, negli uffici centrali della Confederazione del Lavoro, attraversa una crisi costituzionale. Gli operai sentono che il complesso della ” loro ” organizzazione è diventato tale enorme apparato, che ha finito per ubbidire a leggi proprie, intime alla sua struttura ed al suo complicato funzionamento, ma estranee alla massa che ha acquistato coscienza della sua missione storica di classe rivoluzionaria.

La dittatura proletaria può incarnarsi in un tipo di organizzazione che sia specifico della attività propria dei produttori e non dei salariati, schiavi del capitale. Il Consiglio di fabbrica è la cellula prima di questa organizzazione. Poiché nel Consiglio tutte le branche del lavoro sono rappresentate, proporzionalmente al contributo che ogni mestiere ed ogni branca di lavoro dà alla elaborazione dell’oggetto che la fabbrica produce per la collettività, l’istituzione è di classe e sociale. Perciò il Consiglio realizza l’unità della classe lavoratrice, da alle masse una coesione ed una forma della stessa natura di quella da esse assunte nella organizzazione generale della società. Il Consiglio di Fabbrica è il modello dello Stato proletario. L’esistenza del Consiglio dà agli operai la diretta responsabilità della produzione, li conduce a migliorare il loro lavoro, instaura una disciplina cosciente e volontaria, crea la psicologia del produttore, del creatore di storia.
Il Vaticano e l’Italia

Particolarmente netto ed inequivocabile è il giudizio di Antonio Gramsci sul Concordato fra Stato italiano ed il Vaticano compreso nei Patti Lateranensi siglati l’11 febbraio 1929 fra regime fascista e Chiesa Cattolica. Nei ” Quaderni del carcere”, infatti leggiamo: “La capitolazione dello Stato moderno che si verifica per il concordato viene mascherata identificando verbalmente concordato e trattati internazionali. Ma un concordato non è un comune trattato internazionale: nel concordato si realizza, di fatto, una interferenza di sovranità in un solo territorio statale, poiché tutti gli articoli di un concordato si riferiscono ai cittadini di uno solo degli stati contraenti, sui quali il potere sovrano di uno Stato estero giustifica e rivendica determinati diritti e poteri di giurisdizione. Il concordato intacca in modo essenziale il carattere di autonomia della sovranità dello Stato moderno. La Chiesa, in cambio, si impegna verso una determinata forma di governo di promuovere quel consenso di una parte dei governati che lo Stato esplicitamente riconosce di non poter ottenere con mezzi propri, mentre quest’ultimo riconosce pubblicamente ad una casta di suoi cittadini determinati privilegi politici.

La questione meridionale

A questo tema dedichiamo un ampio capitolo di questo documento, frutto delle riflessioni aggiornate e della ricerca dei nostri militanti. Qui ci limitiamo, quindi, a citare un brano de “L’Ordine Nuovo” del 3 gennaio 1920 che dimostra la concretezza programmatica del pensiero di Gramsci come base per la formazione di un blocco sociale di alleanza popolare. “La borghesia settentrionale ha soggiogato l’Italia meridionale e le isole e le ha ridotte a colonie di sfruttamento; il proletariato settentrionale, emancipando se stesso dalla schiavitù capitalistica,emanciperà le masse contadine meridionali asservite alla banca ed all’industrialismo parassitario del Settentrione. La rigenerazione economica e politica dei contadini non deve essere ricercata in una divisione delle terre incolte e mal coltivate, ma nella solidarietà del proletariato industriale, che ha bisogno, a sua volta, della solidarietà dei contadini, che ha interesse a che il capitalismo non rinasca economicamente dalla proprietà terriera e che l’Italia meridionale e le isole non diventino una base militare di controrivoluzione capitalistica. Imponendo il controllo operaio sull’industria, il proletariato rivolgerà l’industria alla produzione di macchine agricole per i contadini di stoffe e calzature per i contadini, di energia elettrica per i contadini; impedirà che , più oltre, l’industria e la banca sfruttino i contadini e li soggioghino come schiavi alle loro casseforti. Spezzando l’autocrazia nella fabbrica, spezzando l’apparato oppressivo dello Stato capitalistico, instaurando lo Stato operaio che soggioghi i capitalisti alla legge del lavoro utile, gli operai spezzeranno tutte le catene che tengono avvinghiato il contadino alla sua miseria, alla sua disperazione; instaurando la dittatura operaia, avendo in mano le industrie e le banche,il proletariato rivolgerà l’enorme potenza dell’organizzazione statale per sostenere i contadini nella loro lotta contro i proprietari, contro la natura, contro la miseria; darà il credito ai contadini, instituirà le cooperative, garantirà la sicurezza personale e dei beni contro i saccheggiatori, farà le spese pubbliche di risanamento e di irrigazione. Farà tutto questo perché è suo interesse dare incremento alla produzione agricola, avere e conservare la solidarietà delle masse contadine, rivolgere la produzione industriale a lavoro utile di pace e di fratellanza fra città e campagna, tra Settentrione e Mezzogiorno“.

In merito al confronto ideologico nel PCU(b)

Nella seconda metà degli anni ’20, nel PCU(b) (che diventerà PCUS nel 1952) divampa un duro scontro politico sulle modalità e le forme di costruzione del socialismo che vedono contrapposte la maggioranza guidata da Stalin e la minoranza guidata da Trockij, Zinov’ev e Kamenev. Antonio Gramsci il 14 ottobre 1926 scrive una lettera riservata, da lui firmata a nome dell’Ufficio Politico del PCdI ed inviata a Mosca. In essa, dopo aver espresso attenzione e preoccupazione si afferma: “L’Ufficio Politico del PCdI ha studiato, con la maggiore diligenza ed attenzione che le erano consentite, tutti i problemi che oggi sono in discussione nel Partito Comunista dell’ Unione. Noi, finora abbiamo espresso un’opinione di Partito solo sulla questione strettamente disciplinare delle frazioni. Dichiariamo ora che riteniamo fondamentalmente giusta la linea politica della maggioranza del CC del Partito Comunista dell’ Unione. Ci impressiona il fatto che l’atteggiamento delle opposizioni investa tutta la linea politica del CC toccando il cuore stesso della dottrina leninista e dell’azione politica del Partito dell’Unione. E’ il principio e la pratica della dittatura del proletariato che vengono posti in discussione, sono i rapporti fondamentali di alleanza tra operai e contadini che vengono turbati e messi in pericolo, cioè i pilastri dello Stato operaio e della Rivoluzione. E’ questo per noi l’elemento essenziale delle vostre discussioni, è in questo elemento la radice degli errori del blocco delle opposizioni e l’origine dei pericoli latenti che nella sua attività sono contenuti. Nella ideologia e nella pratica del blocco delle opposizioni rinasce in pieno tutta la tradizione della socialdemocrazia e del sindacalismo, che ha impedito finora al proletariato occidentale di organizzarsi in classe dirigente.“. Il pieno appoggio alla linea della maggioranza del CC del PCU(b), guidata da Stalin, smentisce il presunto antistalinismo, in mala fede attribuito a Gramsci dai suoi esegeti opportunisti e revisionisti, fuori e dentro il PCI.

Egemonia, guerra manovrata e guerra di posizione

Una delle più disoneste manipolazioni del pensiero gramsciano, forse la peggiore, viene attuata dai suoi esegeti revisionisti distorcendo il concetto di egemonia, centrale in tutta la sua elaborazione, contrapponendolo al concetto leninista di dittatura proletaria. Lo scopo dell’operazione consiste nel tentativo di attribuire a Gramsci la paternità ideale e teorica dell’accettazione revisionista e opportunista della democrazia borghese, del parlamentarismo e delle forme legali di lotta come valori universali. Partendo da una falsa contrapposizione del “Gramsci immaturo”, cioè del dirigente rivoluzionario dell’Ordine Nuovo e delle lotte del Biennio Rosso, al “Gramsci maturo” delle riflessioni carcerarie, ridotto al ruolo di filosofo speculativo, i revisionisti cercano di spacciare il naturale sviluppo, anche autocritico, del pensiero gramsciano in merito alla sconfitta delle insurrezioni operaie del 1919-1920 come un “salto” (Paolo Spriano), una presa di distanza dalla teoria rivoluzionaria di tipo leninista.

Certamente, la manipolazione viene resa più facile dal linguaggio in codice che Gramsci è costretto ad usare per evitare le maglie della censura carceraria, per cui, in tutti i suoi scritti dalla prigionia, uno stesso termine viene utilizzato con significati diversi, a volte etimologici, altre volte come alias di concetti che, per ragioni di sicurezza, non potevano essere definiti col loro nome. Tuttavia, una lettura attenta e priva di malafede consente di desumere dal contesto il giusto significato.
E’ il caso del concetto di egemonia. In alcuni casi viene usato con il significato etimologico di “guida, capacità di direzione”, in altri è sinonimo criptato di dittatura proletaria. Su questa apparente ambiguità il revisionismo ha imbastito l’assurdo teorema della presunta opzione gramsciana per uno stato operaio, basato sulla sola creazione del consenso, che di fatto riconoscerebbe la democrazia borghese, i suoi istituti e i suoi principi come valori universali, cioè a prescindere dal loro contenuto di classe. Nulla di più falso! Lasciamo alle parole di Gramsci il compito di confutare questa menzogna: “... la supremazia di un gruppo sociale si manifesta in due modi, come «dominio» e come «direzione intellettuale e morale». Un gruppo sociale è dominante dei gruppi avversari che tende a «liquidare» o a sottomettere anche con la forza armata ed è dirigente dei gruppi affini o alleati. Un gruppo sociale può e anzi deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo (è questa una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere); dopo, quando esercita il potere e anche se lo tiene saldamente in pugno, diventa dominante, ma deve continuare ad essere anche «dirigente»” (A. Gramsci, Quaderni del Carcere, ed. Einaudi 1975, p. 2010-2011).
Nel concetto di egemonia, Gramsci sottolinea l’unità dialettica tra dominio e direzione, tra coercizione e consenso, tra forza e convinzione e, così facendo, ribadisce la concezione leniniana della dittatura proletaria come la più alta forma di creazione del consenso all’interno del blocco sociale coagulato intorno alla classe operaia, ma anche come la più implacabile forma di coercizione, anche violenta, del blocco avversario. E ancora: “Il proletariato può diventare classe dirigente e dominante nella misura in cui riesce a creare un sistema di alleanze di classe che gli permetta di mobilitare contro il capitalismo e lo Stato borghese la maggioranza della popolazione lavoratrice…” (A. Gramsci, La costruzione del Partito Comunista, ed. Einaudi, 1971, p. 140).
E’ la riproposizione della politica delle alleanze della classe operaia concepita da Lenin come condizione imprescindibile per il successo della rivoluzione e l’instaurazione della dittatura proletaria. Gramsci, giustamente, si sofferma spesso sulla componente consensuale dell’egemonia, in quanto cruciale per la creazione e la tenuta del blocco sociale rivoluzionario. L’esercizio dell’egemonia dipende dalla capacità di “dare soluzioni concrete ai problemi concreti” delle masse non proletarie, di far comprendere loro che l’attuazione degli interessi proletari coincide con la realizzazione dei loro stessi interessi, che la classe operaia, liberando sé stessa, libera l’intera società. L’egemonia è quindi anche capacità “… di conservare l’unità ideologica di tutto il blocco sociale che appunto da quella determinata ideologia è cementato e unificato.” (A. Gramsci, Il Materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce, Editori Riuniti, p. 7), allo scopo di mantenere unito un blocco sociale disomogeneo e con contraddizioni di classe interne (pensiamo, ad esempio, alla contraddizione tra l’elemento operaio e quello piccolo-borghese contadino). In qualsiasi blocco sociale, questa “universalità” della classe egemone è affermata dagli intellettuali a lei organici, la cui funzione è appunto quella di garantire la tenuta e la compattezza del blocco sociale sul piano ideologico. Nel caso del proletariato, questa funzione è svolta dal partito rivoluzionario, il “moderno principe”, intellettuale collettivo organicamente legato alla classe operaia, che non si limita alla semplice creazione del consenso, ma agisce sulla realtà trasformandola, in un’inscindibile legame tra teoria e prassi, tra idea e azione.
Nella sua radicale critica al meccanicismo del marxismo volgare, Gramsci ammonisce che il capitalismo è in grado di superare anche la più rivoluzionaria delle crisi; il capitalismo non cade da solo se manca l’azione del soggetto rivoluzionario, cioè del partito e in questo individua le cause della sconfitta del Biennio Rosso 1919- 1920: le condizioni oggettivamente rivoluzionarie, determinatesi dopo la guerra imperialista mondiale, hanno dato vita ad un forte movimento insurrezionale del proletariato, la cui sconfitta è dovuta al difetto di condizioni soggettive, cioè alla mancanza di un partito rivoluzionario. Con buona pace dei revisionisti, Gramsci non ha alcun ripensamento né sul merito, né sulle forme di lotta, ma constata semplicemente il dato di fatto dell’assenza, in quella fase, di un partito comunista, capace di organizzare la lotta insurrezionale e guidarla alla vittoria.
Come in Gramsci è chiarissimo il ruolo dei consigli di fabbrica come embrione e modello della futura statualità proletaria, che ci autorizza “…ad affermare che il soviet è una forma universale e non è un istituto russo e solamente russo…” (A. Gramsci, Ordine Nuovo, ed. Einaudi, 1954, p. 147), così è altrettanto esplicita in lui la funzione del partito in condizioni di dittatura proletaria: “… il partito comunista educa il proletariato ad organizzare la sua potenza di classe e a servirsi di questa potenza armata per dominare la classe borghese e determinare le condizioni in cui la classe sfruttatrice sia soppressa e non possa rinascere. Il compito del partito comunista nella dittatura è dunque questo: organizzare potentemente e definitivamente la classe degli operai e dei contadini in classe dominante; controllare che tutti gli organismi del nuovo Stato svolgano realmente opera rivoluzionaria; rompere i diritti e i rapporti antichi inerenti al principio della proprietà privata” (A. Gramsci, Ordine Nuovo, ed. Einaudi, 1954, p. 42).
Un partito, quindi, che è fulcro e direzione del potere operaio, che ne verifica l’attuazione pratica e che si pone fuori e al di sopra della legalità e del diritto finora vigenti. Nulla a che vedere con la via revisionista, imboccata successivamente dai gruppi dirigenti del partito fondato da Gramsci.
L’altra grande mistificazione revisionista trae lo spunto da diversi scritti, in cui Gramsci analizza la fine della fase rivoluzionaria immediatamente successiva alla guerra imperialista mondiale e alla Rivoluzione d’Ottobre, in Italia e in Europa, ragionando di “guerra manovrata e guerra di posizione”. Premesso che dobbiamo avere sempre ben presente che si tratta di riflessioni esposte in forma di appunti, quindi prive di organicità, in una situazione di costrizione fisica e psicologica, le quali, pertanto, non possono assumere il valore di un’opera compiuta, redatta in condizioni di libertà, né tanto meno essere erette a dogma indiscutibile, anche in questo caso ci sembra comunque forzata in estrema malafede l’interpretazione che di questi concetti hanno dato i revisionisti. In posizione di forte critica all’interpretazione trotzkista della concezione marxiana di “rivoluzione permanente”, Gramsci scrive: “E’ da vedere se la famosa teoria di Bronstein [Trotzki] sulla permanenza del movimento non sia il riflesso politico della teoria della guerra manovrata …, in ultima analisi il riflesso delle condizioni generali-economiche-culturali-sociali di un paese in cui i quadri della vita nazionale sono embrionali e non possono diventare «trincea o fortezza». In questo caso, si potrebbe dire che Bronstein, che appare come un «occidentalista» era invece un cosmopolita, cioè superficialmente nazionale e superficialmente occidentalista o europeo. Invece Ilici [Lenin] era profondamente nazionale e profondamente europeo. … Mi pare che Ilici aveva compreso che occorreva un mutamento dalla guerra manovrata, applicata vittoriosamente in Oriente nel 1917, alla guerra di posizione che era la sola possibile in Occidente … Questo mi pare significare la formula del «fronte unico» … In Oriente lo Stato era tutto, la società civile era primordiale e gelatinosa; nell’Occidente … lo Stato era solo una trincea avanzata dietro cui stava una robusta catena di fortezze e casematte; più o meno, da Stato a Stato, si capisce, ma questo appunto domandava un’accurata ricognizione di carattere nazionale.” (A. Gramsci, Quaderni del Carcere, ed. Einaudi 1975, p. 866- 865). E ancora: ” Questa mi pare la questione di teoria politica la più importante, posta dal periodo del dopo guerra e la più difficile ad essere risolta giustamente. Essa è legata alle questioni sollevate dal Bronstein, che in un modo o nell’altro, può ritenersi il teorico politico dell’attacco frontale in un periodo in cui esso è solo causa di disfatta. Solo indirettamente questo passaggio nella scienza politica è legato a quello avvenuto nel campo militare, sebbene certamente un legame esista ed essenziale. La guerra di posizione domanda enormi sacrifici a masse sterminate di popolazione; perciò è necessaria una concentrazione inaudita dell’egemonia e quindi una forma di governo più «intervenzionista», che più apertamente prenda l’offensiva contro gli oppositori e organizzi permanentemente «l’impossibilità» di disgregazione interna: controlli di ogni genere, politici, amministrativi ecc., rafforzamento delle «posizioni» egemoniche del gruppo dominante ecc. Tutto ciò indica che si è entrati in una fase culminante della situazione politico-storica, poiché nella politica la «guerra di posizione», una volta vinta, è decisiva definitivamente.” (A. Gramsci, Quaderni del Carcere, ed. Einaudi 1975, p. 801-802).
Anche di queste considerazioni di Gramsci si sono serviti, stravolgendole, i teorici revisionisti per affermare una sua presunta presa di distanza dall’esperienza dell’Ottobre sovietico e dell’insurrezione armata, attribuendogli, a sproposito, la paternità di una concezione gradualistica del processo rivoluzionario. Il tentativo manifesto della manipolazione è quello di dare nobili natali alle successive deviazioni revisioniste che hanno portato alla mutazione genetica e alla dissoluzione del PCI, dall’accettazione aprioristica della democrazia e della legalità borghesi, alla concezione di una via parlamentare al socialismo, alla partecipazione condivisa e convinta alle istituzioni dello Stato borghese, anche a quelle non elettive. Nulla di tutto ciò è presente nell’opera, teorica e pratica, di Gramsci.
Intanto, per capire la riflessione gramsciana, occorre tenere ancora una volta presente il momento storico in cui scrisse questi appunti, contenuti nei Quaderni N° 6 e N° 7, cioè dal 1930 al 1932 e, soprattutto, circoscriverla al reale oggetto di analisi. Sono passati più di dieci anni dalla sconfitta delle insurrezioni operaie del Biennio Rosso in Italia e dei tentativi rivoluzionari in Polonia, Ungheria e Germania. Il movimento operaio è uscito battuto da quelle esperienze, l’ondata rivoluzionaria si è arrestata, è iniziata una fase controrivoluzionaria, con l’ormai decennale affermazione del fascismo in Italia e l’ascesa del nazismo in Germania, il tentativo di fermare il fascismo sul piano militare, con l’esperienza degli Arditi del Popolo e delle Squadre d’Azione Comunista, è fallito. D’altro canto, l’Unione Sovietica non solo resiste, ma cresce. Su questi fatti, storicamente circoscritti, riflette Gramsci, valutando le tattiche che il movimento operaio aveva applicato nei dieci anni trascorsi dalla fine dei tentativi rivoluzionari, interrogandosi sulle ragioni della sconfitta. La riflessione avviene tenendo conto della lotta tra la linea della maggioranza del PCU(b), guidata da Stalin, contro le posizioni di Trotzki, ormai espulso dal partito e dall’Unione Sovietica.
Nel primo testo citato, Gramsci si riferisce al fallimento delle insurrezioni operaie in Europa – e solo a quelle -, non all’esperienza dell’Ottobre. Usa il passato, quindi non fa affermazioni a valenza generale, ma a valenza particolare, con precisa collocazione spazio-temporale; ragiona di tattica, non di strategia, cioè non mette in discussione né l’obiettivo (la dittatura proletaria), né il metodo in sé (l’insurrezione armata), ma acutamente rileva l’inadeguatezza dell’applicazione di una tattica in sé giusta nel momento sbagliato, cioè quando ormai era incominciata la fase controrivoluzionaria; giustamente fa notare l’assenza di una “ricognizione” preventiva, di un’analisi scientifica dei rapporti di forza reali all’interno di ciascun paese. E’ questa la lezione storica che Gramsci trae dalle vicende degli anni 1919-1920 in “Occidente”, cioè in Europa: la maggiore articolazione della società civile in questi paesi rispetto “all’Oriente”, alla Russia e il sostanziale equilibrio tra società civile e società politica, tra apparato di creazione del consenso e apparato di dominio, influiscono sui rapporti di forza tra le classi e rendono necessario un intenso ed efficace lavoro per la conquista dell’egemonia e la costruzione del blocco sociale rivoluzionario prima (prima, non invece!) dell’assalto frontale, per crearne le condizioni. In sostanza, una tattica non esclude l’altra, ma, a seconda della situazione reale, la guerra di posizione può servire a creare le condizioni soggettive per la guerra di movimento. Gramsci non dice che in Occidente l’unica tattica praticabile in qualsiasi tempo è quella della guerra di posizione, ma dice che nel 1919-1920, in quel preciso periodo storicamente determinato, questa sarebbe stata l’unica tattica applicabile in Europa.
Nel secondo brano riportato più sopra, Gramsci sviluppa ulteriormente ciò che Lenin aveva compreso già nel 1921, cioè che l’ondata rivoluzionaria si era arenata e che un assalto frontale al capitalismo in Europa sarebbe stato destinato al fallimento e avrebbe messo in pericolo la sopravvivenza stessa del primo stato proletario al mondo.
Lenin, Stalin e Gramsci, in forte sintonia e in contrapposizione all’avventurismo trotzkista, capiscono che è giunto il momento di passare alla guerra di posizione, cioè ad erigere quelle “trincee e casematte”, questa volta proletarie, che avrebbero consolidato la costruzione del socialismo “in un paese singolarmente preso”. Per Gramsci il passaggio a questa nuova, durissima, fase di guerra di posizione comporta “una concentrazione inaudita dell’egemonia“. Emerge in questo suo scritto il nesso dialettico tra direzione e dominio all’interno del termine “egemonia”, che viene a coincidere con quello di dittatura proletaria.
La guerra di posizione, quindi, è una tattica, determinata dalle concrete condizioni storiche, applicabile sia alla fase preparatoria dell’assalto rivoluzionario, sia alla fase successiva di costruzione del socialismo. Non è, per Gramsci, l’alternativa “all’abbattimento violento della società borghese” (K. Marx, F. Engels, Il Manifesto del Partito Comunista), né è sinonimo di via parlamentare, che non è guerra, ma compartecipazione, né comporta l’osservanza della legalità borghese, così come la “conquista delle trincee e delle casematte” non significa affatto l’insediamento, lautamente retribuito, nelle istituzioni borghesi. Neppure implica una visione gradualistica, per cui prima si dovrebbe conquistare l’egemonia e poi il potere. Anche a volere scindere i due concetti, intendendo l’egemonia come sola capacità di direzione e non anche come esercizio del dominio, è evidente che, se teniamo presente il nesso indissolubile tra teoria e prassi che caratterizza tutto il pensiero gramsciano, l’egemonia non può che costruirsi attraverso l’azione concreta per la conquista del potere, attraverso l’iniziativa rivoluzionaria.
Sono questi solo alcuni frammenti dell’articolato e profondo pensiero di Antonio Gramsci su alcuni dei principali temi della sua elaborazione e della sua battaglia politica “nel mondo grande e terribile“, come era solito chiamare il contesto in cui si trovò ad operare. Da essi i comunisti possono, ancor oggi, trarre spunto ed ispirazione per la loro lotta, in un mondo non meno “grande e terribile” di quello in cui visse e lottò il fondatore del Partito Comunista d’Italia.