involuzione

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Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

martedì 8 marzo 2011

L’ultraviolenza è in libreria, quack!








Illustrazione di Carlo Odorici, 2001
«- Salve, Anatrino. Finalmente si può parlare da persone civili.
- Io non sono una persona civile. Almeno non secondo i vostri canoni borghesi di civiltà. Io sono il prodotto di decenni di sfruttamento e abbrutimento a cui voi mi avete condannato. Sono incazzato nero e non ho intenzione di farmi leccare il culo. Sappiatelo.»
In alcune librerie arriva oggi, in tutte le altre domani. Anatra all’arancia meccanica (Einaudi Stile libero big), quattrocento pagine di “Cura Ludovico” per l’Italia († 1861-2011) e per i vostri cari. Dal testo introduttivo di Tommaso De Lorenzis:
[...] Anatra all’arancia meccanica è una selezione di racconti redatti dal collettivo Wu Ming durante il primo decennio del secolo. Testo babelico che mischia surreali cronistorie dell’anno Duemila e visioni negative, ruvidità degli slang e reminiscenze dialettali, derive oniriche e quadri d’un realismo secchissimo, quest’antologia garantisce un’immersione negli abissi di un’epoca ineffabile. Troppo controversa per essere passata. Troppo fulminea per dirsi pienamente contemporanea. Troppo incerta per valere da anticipazione d’un qualche futuro.
Con la Nona del “Ludovico Van” in sottofondo, il libro va gustato freddo come la peggiore vendetta, così da esaltare i sapori di una comicità grassa, a tratti greve, sovente manesca e facinorosa. C’è molto da ridere al principio di queste storie. E tuttavia, mentre ci si avventura verso il fondo del Doppio Zero, emerge l’acido retrogusto della tragedia. Si consiglia di accompagnare il tutto con una buona bottiglia di “Latte Più”. Annata 1962. Cantine Burgess, ovviamente.
Ludwig van Beethoven, Nona sinfonia in re minore, op. 125
(II movimento, Molto vivace, 9’55″)
Dettagli sull’esecuzione qui
.
Grottesca e amatissima, la violenza iperbolica dei primi racconti trasmuta in una brutalità pervasiva. Introdotta come ludico attributo di protagonisti d’eccezione, lo scorrere delle pagine la rovescia nell’apposizione di una realtà opprimente e nella quintessenza d’una «società marcia e malata», per dirla con il “Compagno Sir” di A Clockwork Orange. Tanto è cara al Mickey Mouse depravato, razzista e misogino di Pantegane e sangue, l’apocrifo disneyano in chiave hardboiled-splatter che apre il volume, quanto è estranea al protagonista di Gap99, il buttafuori d’una balera che – in una città del centro-nord – deve fronteggiare un gruppo di turbolenti “spaccia” nordafricani.
Mutano gli stili. Si confondono i generi. Dove montava la caustica giovialità della caricatura o si praticava la più spudorata contraffazione, non tarderanno a scorrere i frammenti d’un decennio munito di licenza d’uccidere. Dalla tavolozza dei registri espressivi, dal carnet delle chiavi narrative non manca niente. E in linea con le attitudini dell’atelier Wu Ming, ritroviamo i principali filoni della letteratura popolare: le metafore della fiaba e le lugubri previsioni della distopia, l’azione del poliziesco sporco e la detection d’argomento storiografico. Con In like Flynn c’imbattiamo in un esempio di crook story, glorioso genere del pop dedicato a frodi e raggiri, all’artistica astuzia dei truffatori e alla tronfia stupidità del “Merlo”. E se di mezzo ci sono due oppiomani nazisti puttanieri come Hermann Erben e il suo amico australiano, il divertimento è assicurato. Le diverse soluzioni letterarie sono soggette a contaminazioni e riscritture lungo una gamma di toni in cui la farsa volge in tragedia prima di liberare le tetre, futuristiche proiezioni del finale. Proprio nella mutevolezza di schemi e linguaggi pulsa lo spirito dei tempi. E in questo senso la scelta di antologizzare i materiali secondo un criterio cronologico è la maniera più consona per restituire l’essenza di un decennio.
Le short stories di Anatra toccano – senza eccezioni – i grandi temi che hanno segnato una stagione catastrofica durante la quale New Orleans è stata cancellata, dopo che le sirene della contraerea erano risuonate nelle strade di Kabul e Baghdad. Questo tempo ha chiamato a raccolta nuovi crociati sotto i vessilli del dio di guerra. Ha prima ignorato, poi braccato, le donne e gli uomini che marciavano contro il neoliberismo. Ha fomentato le passioni tristi dell’intolleranza, della paura, dell’odio, glorificando i vincoli di appartenenze esclusive. Inaugurato dalla caduta dei Signori del Nasdaq, ha covato una crisi gigantesca, annegato vite nella merda dei subprime, saldato il conto alle promesse d’uno sviluppo progressivo e illimitato.
Davanti a un simile catalogo di lutti e miserie, devastazioni e fallimenti, pare impossibile atteggiare il viso all’espressione della risata. Allora è bene non lasciarsi ingannare dal tono picaresco d’una certa scrittura. Le parole custodiscono significati molteplici. E così anche la bizzarra odissea in una Roma cinematografara e pecoreccia, perfino l’incredibile traversia negli ambienti editoriali d’una Milano più bevuta che da bere, hanno molto da dire. A zonzo con Wu Ming per la città eterna, all’ombra d’una Madonnina fatta e strafatta, innanzi alla cosmica cialtroneria dell’industria culturale di casa nostra, c’è da ghignarsela alla grande [...]
Ripensando al tempo compreso tra la “battaglia di Seattle” e le 08.46 dell’11 settembre 2001, a quei venti mesi che sconvolsero il mondo, è difficile non farsi prendere da un acuto senso di sospensione, come se – per un istante – il genere umano si fosse trovato a un bivio, incerto sulla via da prendere. E l’indecisione dell’attimo nutre l’esercizio del what if.
Cosa sarebbe accaduto se nelle strade genovesi non si fosse consumata la tonnara d’uomini? Come sarebbe andata a finire se, cinquanta giorni più tardi, due aerei di linea non avessero solcato il cielo newyorkese a una quota troppo bassa?
Quante volte abbiamo formulato queste domande, immaginando un diverso concatenarsi dei fatti e un differente scorrere delle vite.
Saremmo esattamente come siamo? Oppure sarebbe tutto diverso? Che cosa sarebbe cambiato davvero?
[...] Nelle pagine di questo libro [...] i tragici eventi che hanno tenuto a battesimo gli anni Zero non sono mai inquadrati in primo piano. E nemmeno restituiti in presa diretta. Al contrario, figurano sempre e solo di sfuggita. È una debole eco a risuonare tra le figure della fiction letteraria. Il movimento alterglobalista, con le sue scadenze di lotta e le sue assemblee organizzative, viene menzionato in una sola occasione: e per giunta in chiave comica. Nessun cenno alla sanguinaria conclusione della tregiorni ligure, alle cariche di via Tolemaide o al piombo di piazza Alimonda. Niente neppure sulle Twin Towers, ad eccezione d’un fugace richiamo in uno dei dialoghi di Gap99. E lo sceicco saudita, l’Arcimaestro del Terrore, compare esclusivamente nell’esilarante parodia di Canard à l’orange mécanique, sotto le mentite spoglie dell’alterego Osama Net Laden.

Illustrazione di Carlo Odorici, 2001
«- [Sei] un papero che non ha ancora visto la luce. Ti offro la possibilità di salvarti, abbracciando la fede nell’unico Dio, prima che per te e per i tuoi amici sia troppo tardi. A me interessa colpire al cuore la Grande Puttana che chiamano America. Se tu e i tuoi accettate di passare dalla nostra parte, potremo avere ragione dei nostri nemici.
- Anche tu sei mio nemico, ruminante!»
L’obliquità della narrazione si riflette in una geografia di confine dove la provincia domina sulla città e le contraddizioni di quest’ultima prevalgono sui conflitti metropolitani. Perfino quando il racconto attraversa l’Atlantico, nelle pieghe investigative di American Parmigiano, veniamo catapultati in un paesino del New Jersey a sciogliere un mistero che rimanda al Settecento americano.
Anatra percorre free ways e strade blu. Si aggira in località sperdute, mantenendosi a rigorosa distanza dalle arterie principali. Allorché s’appropinqua ai bordi dell’Autostrada del Sole, nell’autogrill del Cantagallo, presso Bologna, scorrono le ore di un day after, ipotetico e post-idrocarburico, che ha provveduto – tra le altre cose – a cancellare il traffico veicolare. E al termine del vagabondaggio le ambientazioni sono ancora distanti e appartate. Prima, lo spazio separato d’una clinica nei versi liberi de L’istituzione-branco. E poi la piazzetta del borgo di Roccaserena dove si sperimentano le goffe tecniche della videosorveglianza.
I luoghi documentano la compiuta estinzione della differenza tra centro e periferia, interno ed esterno, immagine e riflesso. E i personaggi che li attraversano finiscono per assorbirne l’illusoria perifericità, componendo una sghemba geometria di punti di vista. In apparenza occupano posizioni liminari. Paiono relegati in territori secondari o in ambienti isolati. Si collocano ai bordi dei contesti, sulla linea sottile che separa “dentro” e “fuori”. Sembrano lontani dai disastrosi processi che segnano il loro tempo. Eppure ne subiscono gli effetti senza risparmiarsi nulla. A volte, neppure la morte.
[...] All’inizio si rimane spiazzati. Ancor di più se si pensa alle coordinate spazio-temporali di quei monumentali romanzi che hanno fatto la fortuna di Wu Ming. Che si tratti della Riforma protestante o del secondo dopoguerra, dell’indipendenza americana o del Mediterraneo cinquecentesco, non fa differenza. Ognuno di questi scenari coincide con un passaggio decisivo della modernità d’Occidente. E in quelle congiunture, nel plastico movimento della buona affabulazione, fuori dalla rigidità allegorica, rivivono miti e archetipi del narrare. Nel corso degli ultimi dieci anni, negli intrecci di Q e Altai, di 54 e Manituana, abbiamo incrociato il Guerrigliero multiforme che combatte la guerra di sempre, la Spia che custodisce gli arcana imperii, “Telemaco” impegnato nell’antica ricerca, il Meticcio che istituisce legami di nuove comunità. Sulla scala della short story questa tensione epica sembrerebbe sfatata, esorcizzata dalla comicità, intralciata da una topografia fuori mano, appannata da un tempo che non lascia scampo. E stavolta non ci sono le passioni eroiche delle grandi battaglie e la concitazione frenetica dello showdown.

Cosa resterà di quegli Anni Zero?
Ciò nonostante, i protagonisti di queste pagine sono dentro le cose, immersi fino al collo nel disastro collettivo, concentrati per far bene quello che devono fare, testardamente indisponibili ad assecondare le inique, rovinose meccaniche dello status quo. Si guardano intorno per rimediare il granello di sabbia da inserire nel congegno distruttivo, il brandello di vita da opporre all’entropia, il percorso che li allontani da luoghi divenuti prigioni a cielo aperto. In fondo, malgrado tutto, rimangono nomadi e narratori. Più o meno consapevolmente, hanno fatto tesoro di lezioni pesanti e cocenti débâcles. Il deserto che gli è toccato in sorte è la landa degli anni Zero e riescono ad attraversarla fino in fondo. Dopo vicissitudini e traversie, trovano sempre la forza per continuare a calcare la strada e il fiato per raccontare un’altra storia. Sono ancora capaci di gesti inaspettati e scarti improvvisi. Risolvono problemi. Sciolgono enigmi. Si cavano dai guai. L’obliquità dei loro punti di vista diventa la risorsa d’un punto di fuga, mentre la capacità di guardare trasmuta nella possibilità di sottrarsi.
A considerarli con calma, soppesando le ambivalenze dei significati, cogliendo corrispondenze sottili e tenui metafore, ti scopri meno disilluso e fatalista di quando hai iniziato la lettura. E alla fine ti sorprendi a pensare che – con gente così – sarebbe potuta andare diversamente. O addirittura che potrebbe andare in un’altra maniera.
Le traiettorie controfattuali e le deviazioni ipotetiche sono ben presenti nell’ordito di questa miscellanea. Nella conclusione del volume, con l’apocalittico futuro anteriore di Arzèstula, si manifestano esplicitamente. I racconti dell’Anatra coltivano tutti – più o meno in segreto – la congettura, l’inclinazione condizionale, l’allusione a ciò che non è stato. In questo modo scacciano il senso d’inevitabilità imposto dal corso della Storia e dalla constatazione del reale, dal documento istantaneo e dalla mimesi più banale: o – ancora peggio – didascalica e “a tesi”. Anche quando sembrano prevalere i motivi della cupa predestinazione e della feroce ineluttabilità, come nel caso di Momodou, la tecnica narrativa d’un montaggio à rebours svela l’insieme delle variabili e il processo aperto che concorrono a produrre una data conseguenza. L’impressione è che, un giorno o l’altro, su quella regressiva dinamica si potrà intervenire. Del resto, in letteratura, come nella vita, la logica del sillogismo non serve a un bel niente.
Muovendo dal dubbio latente del what if, tutte le narrazioni sono – in una certa misura – utopiche, distopiche e perfino ucroniche. Parlano di luoghi e tempi altri. Se dicono dell’oggi, finiscono per tradire il desiderio della mutazione. Quando ricordano il passato, stimolano il sospetto che il concatenarsi dei fatti sia solo una delle tante versioni a disposizione: e nemmeno la migliore. Se anticipano il futuro, è per indicare che niente è già scritto. I conflitti drammatici alla base del raccontare non sono altro che promesse di cambiamento e presupposti di alternative. Le storie premono sulla linea retta del continuum per curvarla, deviarla, interromperla. Rifiutano le cesure cristallizzate del periodizzare e approfondiscono altri solchi. Evitano il gesto scontato e muovono in maniera anomala. Praticano la “mossa del cavallo” e sanno compiere un passo indietro per farne due avanti. Soprattutto: devono disorientare e non farsi trovare mai dove ci si aspetterebbe. Altrimenti non sono buone storie. Oppure sono il latrato dei cani da guardia del dominio esistente.
Insieme alla politica, la letteratura è una delle “arti del possibile”. Ed è bene ricordare che – nelle sue finzioni – “verità” e “realtà” non sono mai feticci assoluti, ma solo gradazioni primarie e relative dell’eventuale. All’infinito spettro delle possibilità corrisponde una gamma altrettanto articolata di percezioni e forme espressive. Ecco perché quest’antologia combina onirismo e realismo, visione e rappresentazione, ricordo e profezia, lucidità e alterazione, capacità intuitiva e raziocinio deduttivo. In questo modo riesce a raccontare un’epoca altrimenti irraccontabile. Se avesse formulato un solo gergo e incrociato lo sguardo del Doppio Zero, arrischiando il faccia a faccia con la coreografica tempestività dell’Orrore, non ci sarebbe stata partita. La soluzione formale in grado di collegare i vari punti di vista è la pluridiscorsività dialogica che combina schegge di mondo. Così nell’ambito della narrativa breve ritroviamo la migliore lezione del romanzo, capace di amministrare il plurale pirotecnico di tutti i carnevali. Una volta, questa polifonia si sollevò contro le tendenze monocordi, centripete, accentratrici, uniformanti del parterre letterario. Contro la lingua invariata del Signore e del Poeta, liberò il motteggio del popolo in festa, l’esibizione del Saltimbanco, lo sghignazzo del Buffone. Oggi fornisce le parole in grado di abbozzare nuove temporalità, sabotando la dittatura del tempo-reale, della diretta infinita e di un «eterno presente che capire non sai», come cantava Giovanni Lindo Ferretti quando c’erano ancora i CCCP.
Dunque, Anatra all’arancia meccanica non fa sconti. A distanza dalla rappresentazione più ovvia, ostentando un plurilinguismo scoppiettante, procedendo da osservatori inusuali, battendo percorsi indiretti, affronta le questioni cruciali del nostro tempo. Racconta il disordine ambientale, il transito dei migranti, l’eccedenza delle storie, l’isteria securitaria, l’intolleranza microfisica, la «micromegalomania» narcisistica, la condizione del lavoro intellettuale. Presenta il decesso di un’epoca marchiata a fuoco da guerre e disastri. Assume con elegante riserbo ciascuna delle sconfitte maturate nel corso di questo decennio e ha lo stile di non vendere la consolazione a buon mercato dell’“avevamo ragione”.
Lo diciamo chiaramente per evitare equivoci: questi racconti non sono redatti con l’inchiostro del pessimismo. E la risata non è un sogghigno disincantato, la cinica colonna sonora della disfatta. Magari non sarà sufficiente a seppellirli, come minacciava un epico slogan del movimento libertario. Eppure far ridere è un’insopprimibile necessità come sostiene Elio. La vita può diventare un noioso déjà-vu. E dalla noia alla morte il passo è breve.

«Qui, nel 1972, i dipendenti entrarono in sciopero improvviso e spontaneo, per non dover fare il pieno e servire il caffè a un politico di allora, Giorgio Almirante. Ne nacque una canzone popolare, forse una delle ultime, ancora la ricordo…»
E poi, anche tra le rovine del mondo, la protagonista di Arzèstula, la veggente del Cantagallo che vaga tra il delta del Po e la collina felsinea, non rinuncia a esercitare il potere taumaturgico delle parole e la forza rigeneratrice delle narrazioni. Sul confine tra passato e futuro, rimembra le parole di un idioma disperso e, attraverso il racconto, rinsalda i vincoli di libere comunità.
È poco? Ad alcuni continuerà a sembrare poco, ma è l’unica cosa che ha senso chiedere a dei narratori.
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