involuzione

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Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

mercoledì 29 febbraio 2012

L'Aquila? Non esiste !!


Situazione ospedaliera in Grecia

Messaggio da un membro dell’Assemblea Generale dei Lavoratori, dall’ospedale cittadino occupato di Kilkis

 

 Un saluto a tutti,

Grazie molto per il vostro interesse e supporto.
L’occupazione del nostro ospedale in Kilkis da parte dei lavoratori è cominciato Martedi, 20 Febbraio, alle ore 08.30 locali. Questa occupazione non riguarda solo noi, i medici ed i lavoratori dell’ospedale di Kilkis. Nè si tratta solo del Sistema Sanitario Nazionale Greco (ESY), che sta crollando, anzi. Ci troviamo in questa lotta perchè ciò che realmente è in pericolo ora sono i diritti umani. E questa minaccia non è solo contro una nazione, o contro alcuni paesi, o alcuni gruppi sociali, ma contro le classi a basso e medio livello in Europa, America Asia, Africa, e in tutto il mondo. Ciò che è oggi in Grecia, è l’immagine del domani in Portogallo, Spagna, Italia  ed il resto dei paesi nel mondo.
I lavoratori all’ospedale di Kilkis e nella maggior parte degli ospedali e dei centri sanitari in Grecia non vengono pagati in tempo ed alcuni di loro vedono i loro stipendi tagliati fino praticamente  a zero. Un mio collega lavoratore e compagno è stato trasferito nella nostra clinica cardiologica in stato di shock, quando si è reso conto che invece di ricevere il solito assegno di 800 euro ( sì, quello è il suo stipendio mensile) da parte dello stato, ha ricevuto una nota che diceva che non solo non gli sarebbe stato pagato nulla per quel mese, ma deve anche restituire 170 euro. Altri lavoratori sono stati pagati solo 9 (nove) euro per questo mese. Quelli di noi che continuano a ricevere un qualche stipendio li sosterranno in ogni modo possibile.
I lavoratori all’ospedale di Kilkis e nella maggior parte degli ospedali e dei centri sanitari in Grecia non vengono pagati in tempo ed alcuni di loro vedono i loro stipendi tagliati fino praticamente  a zero. Un mio collega lavoratore e compagno è stato trasferito nella nostra clinica cardiologica in stato di shock, quando si è reso conto che invece di ricevere il solito assegno di 800 euro ( sì, quello è il suo stipendio mensile) da parte dello stato, ha ricevuto una nota che diceva che non solo non gli sarebbe stato pagato nulla per quel mese, ma deve anche restituire 170 euro. Altri lavoratori sono stati pagati solo 9 (nove) euro per questo mese. Quelli di noi che continuano a ricevere un qualche stipendio li sosterranno in ogni modo possibile.
Questa è una guerra contro il popolo, contro tutta la comunità. Coloro che dicono che il debito pubblico della Grecia è il debito del popolo greco mentono. Non è il debito della gente. E’ stato creato dai governi in collaborazione con i banchieri, al fine di rendere la gente schiava. I prestiti alla Grecia non vengono utilizzati per gli stipendi, le pensioni e l’assistenza pubblica. E’ esattamente il contrario: i salari, le pensioni a l’assistenza sono usati per pagare i banchieri. Stanno mentendo. Contrariamente a quanto dichiarano, non vogliono una società libera dal debito. Creano i debiti loro stessi (con l’aiuto di governi e politici corrotti) per un loro beneficio. Hanno dato alla Grecia un primo ministro banchiere per garantire che il “lavoro” venga fatto correttamente. Il nostro Primo Ministro Lucas Papademos non è sato eletto affatto. E’ stato nominato dalla BCE e dai banchieri, con l’aiuto di politici corrotti Europei e Greci. Questa è la loro interpretazione del termine “democrazia”.
I debiti sono creati dalle banche che creano denaro dal nulla e riscuotono gli interessi, solo perchè i nostri governi hanno dato loro il diritto di farlo. E continuano a dire che quei debiti simo io e tu e i nostri figli e nipoti che dobbiamo pagarli con le nostre risorse personali e nazionali, con le nostre vite. Noi non gli dobbiamo nulla. Al contrario, loro devono al popolo gran parte delle fortune che hanno fatto grazie alla corruzione politica.
Se non apriamo gli occhi su questa verità, diventeremo presto tutti schiavi, lavorando per 200 euro al mese o meno. Questo per quelli di noi che saranno in grado di trovare un lavoro. Nessuna assistenza medica, senza pensioni, senza casa ed affamati, come è il caso oggi per i miei concittadini in Grecia. Migliaia di loro vivono all’aperto e affamati.
Non abbiamo alcuna intenzione di dipingere la realtà con tinte fosche, ma questa è la verità. Questa situazione non è dovuta per causa di un’incidente finanziario o monetario o per un’errore. E’ l’inizio della brutta fase di un lungo processo che segue con cura un piano progettato, un processo che si è avviato decenni fa.
Dobbiamo combattere insieme contro questo piano neo liberista. E questo è ciò che, a Kilkis ed in tante città in tutto il mondo, facciamo ora.
Per il momento, non stiamo considerando l’apertura di un conto per le donazioni. Potremmo, tuttavia aver bisogno di farlo in pochi mesi o settimane, se la situazione peggiora. Ciò di cui abbiamo bisogno oggi più di tutto è il sostegno morale e pubblicità. Le lotte locali di tutto il mondo vanno fatte conoscere e sostenute massicciamente se vogliamo vincere la guerra contro il sistema corrotto. Se potete pensare ad eventuali altri modi per diffondere le nostre notizie ed idee, sarebbe grandioso.
Potete contattarci a enosi.kilkis@yahoo.gr
Ancora una volta, non possiamo ringraziarvi abbastanza per i vostri pensieri e le vostre gentili parole.
Vostra,
Leta Zotaki, direttore del dipartimento di radiologia, Ospedale di Kilkis
presidente dell’Unione dei Dottori Ospedalieri di Kilkis (ENIK).

FONTE 

martedì 28 febbraio 2012

Il Sonno della Ragione genera conflitti e morti

Domenica 26 febbraio.
Di Siria non parleremo più. Di Iran nemmeno. E neanche di Libano. Neanche della svolta di real-politik di Hamas. Del ruolo del Qatar e dell’Arabia Saudita nella regione, tanto meno. Delle Primavere Arabe, neanche in sogno. La Turchia, meglio lasciarla da parte.
Il ruolo, sempre più palese, degli Usa nelle dinamiche in corso nel Vicino e Medio Oriente, meglio lasciarlo perdere… Dalle analisi sul conflitto ormai in atto tra mondo sunnita e mondo sciita è bene tenersi lontani.
Parleremo solo di Palestina, come se questa regione del Vicino Oriente fosse una realtà a sé, scollegata dal contesto generale.
Torneremo ad occuparci solo di bombardamenti, di attacchi di coloni, di minacce ai luoghi santi islamici e cristiani, come se Israele, l’oppressore, non fosse parte di un progetto più ampio; come se i cambiamenti politici, le svolte e i conflitti striscianti (per il momento) fossero situazioni che con la Palestina non hanno nulla a che vedere, o sulla quale non producono da sessant’anni effetti disastrosi…
Non tenteremo di capire e analizzare le scelte geo-poltiche di Hamas, né perché abbia accettato come premier del futuro governo di coalizione nazionale un collaboratore di Stati Uniti e Israele.
Non cercheremo di comprendere, avvalendoci di colleghi giornalisti e docenti universitari, di studiosi nazionali e internazionali, di attivisti, perché nel Mediterraneo e Medio Oriente sunniti e sciiti stanno per affrontarsi, prestandosi al gioco del “divide et impera”, di cui beneficeranno soltanto l’Occidente con Israele e le petro-monarchie del Golfo. Né qual è, appunto, il ruolo di queste ultime, e della Russia, della Cina, dell’America Latina negli scenari che si stanno delineando.
Il Mediterraneo e il Medio Oriente sono in fermento, sono una pericolosa pentola a pressione, ma a noi non deve interessare. Non può interessare alimentare dibattiti e dubbi, ragionamenti, analisi.
Non è compito di un’agenzia di informazione che si occupa del cosiddetto conflitto “palestino-israeliano” riflettere su cause ed effetti di eventi e scelte politiche.
Perché analizzare dati e fatti è un atto intellettuale rivoluzionario. Pensare è rivoluzionario. E’ il sovvertimento dello status quo imposto da altri. E’ il risveglio dal Sonno della Ragione che sta ghermendo l’Occidente e questa parte di mondo.
Per aver fatto uso della dialettica, principio fondante della civiltà europea, la nostra agenzia, e la sottoscritta come suo direttore, sono sotto attacco da giorni. Ma non, come consueto, da parte dei “sionisti” o filo-sionisti, o dei tentacoli della Israeli Lobby. No. Sono vecchi amici, che ci attaccano: alcuni di quelli difesi per anni contro le menzogne mediatiche scatenate durante la “caccia alle streghe”, l’islamofobia che ha caratterizzato gli anni passati e che ha preparato il consenso alle “guerre di civiltà”, cioè di rapina. Le stesse di oggi, appoggiate da certi Paesi arabi…
Prendiamo atto, dunque, che siamo entrati pienamente nell’epoca orwelliana, o, come dicono gli induisti, in quella di Kali Yuga.
Angela Lano, direttore di InfoPal.it

http://www.infopal.it/il-sonno-della-ragione-genera-conflitti-e-morti/ 

domenica 26 febbraio 2012

appello ai cittadini europei


Cinque minuti di involontaria comicità,della serie Bruce Lee mi fa un baffo

Mamma ,gli Indiani !!!

Innanzitutto una premessa: per “notizia” non è da intendersi un fatto importante, un avvenimento degno di attenzione, un evento che in base a parametri oggettivi risulti d’interesse per l’intera comunità. No, si tratta quasi sempre (e mi pongo seri dubbi sul “quasi”) di questioni estremamente marginali ma artificialmente sopravvalutate o stravolte, quando non sono addirittura inventate di sana pianta; di “uscite del giorno” per fini che sono regolarmente diversi da quelli che sembrano in apparenza, inimmaginabili dalla maggior parte dei lettori, ma a tutto beneficio di precisi ed inconfessabili interessi, anche se ogni volta si cerca di coinvolgere emotivamente i boccaloni che danno credito ai media.
Accade così che apri il sito dell’Ansa e scopri una “notizia” di questo tipo: India: Ministero interno contro gay. Premesso che tutta questa simpatia per i “gay” viene ostentata (da chi ha un ruolo di “responsabilità”, intendiamoci) solo nel cosiddetto “Occidente” per motivi che nulla hanno a che fare con il “rispetto”, la “tolleranza” eccetera, la cosa evidente, con una “notizia” del genere (cioè una non-notizia), è l’incoraggiamento presso il pubblico italiano di sentimenti ostili verso l’India, gli indiani e il loro governo. Questo, naturalmente, può avvenire solo presso un certo pubblico, quello per il quale non si è mai abbastanza “moderni”, “avanti”, e che si lamenta in continuazione di cose che stanno solo nelle sue fantasie (“la dittatura della Chiesa”, ad esempio) e che sogna di trasformare il mondo intero in una specie di “Amsterdam”, “senza tabù e restrizioni”.
Ma basta fare il classico due più due per mettere insieme la suddetta non-notizia con l’altra, sempre riguardante l’India, che sta mettendo in grave imbarazzo il “nostro” governo (il virgolettato è d’obbligo). Stiamo parlando dei due marò italiani messi in stato di fermo dalle autorità indiane: una vicenda che ancora ai tempi della vituperata “Prima Repubblica” – quella del “mostro” Craxi, per intenderci -  sarebbe stata impensabile… Ma oggi, questa colonia della Nato, della BCE e di qualsiasi altro predone camuffato da “salvatore della patria” chiamata Italia, per compiacere i padroni – pardon, i “Badroni” - s’è imbarcata in cose più grosse di lei, che non può controllare, rischiando di mettere in moto conseguenze inimmaginabili ed ingestibili. Siamo all’autolesionismo totale, eppure si va avanti su questa china, fino allo schianto finale, cioè l’estremo tentativo di questo “Occidente” di rimandare apparentemente il suo fallimento (morale e materiale) per mezzo di una guerra mondiale che cerca di aizzare in ogni modo.
Dunque il giochetto è chiaro: attraverso i media-pappagallo (e mi scuso con i pappagalli veri) si dipinge l’India come un covo di “intolleranti” perché va ringalluzzito il sentimento “nazionalistico” offeso (noto già da alcuni messaggi su internet che alcuni “patrioti di destra” sono già, da bravi cani di Pavlov, con le bave alla bocca)… E non mi sorprenderei se in questi giorni venissero commissionati, su tv e giornali, “approfondimenti” sulla “cultura indiana” mirati a far inorridire il pubblico: scommettiamo che il fermo dei due militari italiani si prolungherà ci stresseranno a non finire con la “crudeltà del sistema della caste”, le “vedove che si gettano nel fuoco” eccetera?
Ma il vero problema – per chi sa andare oltre queste pinzillacchere - è che l’India s’è messa dalla parte del “no” già espresso da Russia e Cina sull’ipotesi d’intervento in Siria, sulla quale quotidianamente vengono raccontati fiumi di menzogne (è fresca fresca la notizia di agenti francesi catturati dalle autorità di Damasco: che facevano in Siria, anche loro “manifestavano pacificamente”?).
Povera Italia! Prima ci siamo imbarcati nella scellerata campagna di aggressioni occidentali per “l’esportazione della democrazia”, per “combattere il terrorismo” ed altre favole (le “missioni di pace”); poi, un po’ per volta, ci siamo finiti sempre di più fino al collo, coi nostri militari che guarda un po’ muoiono in Afghanistan solo per “incidenti automobilistici”, ed ora addirittura vengono messi alla berlina in mondovisione, col sentimento anti-italiano che oramai va montando nel mondo né più né meno come quello anti-americano… E pensare che ancora negli anni Novanta potevi andare in giro, in tutto il mondo islamico e non solo, come “italiano” ed ottenere dimostrazioni di simpatia ovunque! Chi dobbiamo ringraziare per questa caduta a picco anche della nostra considerazione?
Sembra che ci siamo avvitati in una spirale senza via di ritorno, ammanettati mani e piedi alle “imprese dell’Occidente”, e hai voglia te a spiegare che “l’Islam è vario e complesso”, che “l’India ha una cultura millenaria”, che “la Cina è un deposito di saggezza” eccetera: no, c’è sempre questa insopportabile insolenza e perfidia dei media a rovinare completamente il lavoro di chi cerca, in mezzo a questo mare di menzogne, di far ragionare un po’, di far capire che il mondo non finisce dove arriva il proprio limitato ‘orizzonte occidentale’.
E così, quando invece un’Italia libera, indipendente e sovrana, “faro del Mediterraneo” (questa è la sua unica funzione sensata), potrebbe operare ben diversamente, ad ogni livello, se solo esistessero uomini degni di tal nome e non degli scendiletto, oggi siamo ridotti a questi mezzucci, a queste uscite patetiche come quella di dare dell’”intollerante”, del “nemico dei gay” al Ministro dell’Interno di una nazione così importante e dalla millenaria civiltà come l’India, con la sua storia e la sua spiritualità, nemmeno si trattasse di un’accozzaglia di “selvaggi”.
In questo scadimento, in questa volgarità che utilizza ogni meschino espediente per darsi l’illusione di essere sempre i “primi della classe”, “avanti” rispetto al resto del mondo che è rimasto “indietro”, quale differenza sostanziale c’è rispetto all’epoca del colonialismo ottocentesco, quello in cui le trombe del Progresso incitavano a sottomettere “popoli retrogradi”, rimasti “indietro”, sia materialmente che “moralmente”?

 di Enrico Galoppini

FONTE 

Il tradimento di Hamas

“Hamas ritira il sostegno ad al-Asad ed appoggia le rivolte siriane”:
così titola un editoriale dell’agenzia stampa italiana più attiva rispetto alla questione israelo/palestinese, InfoPal.it
La notizia ci era già giunta attraverso altri canali e non ci aveva sorpreso granchè, visto che oltretutto, pure recentemente, avevamo evidenziato e criticato il comportamento, ad esser gentili ambiguo e discutibile, di Hamas e Fatah sottobraccio con i filibustieri del Qatar.
Al peggio non c’è mai fine, si sa: ma qui si aggiunge la vergogna del tradimento di un alleato storico, proprio nel momento di maggior bisogno. Di Fatah, della sua corruzione interna e complicità con l’entità sionista sapevamo già da tempo. Di Hamas, dopo le recenti sortite in Qatar ed il ritiro della sede diplomatica internazionale da Damasco, sospettavamo stesse tramando qualcosa nell’ombra.
Chi tradisce gli amici, specie nei momenti difficili, non merita stima, non ha giustificazioni, è degno solo di disprezzo ed il suo nome deve essere cancellato dall’agenda. Il suo nome, non quello di tutto un popolo, a cui è stata carpita la fiducia ed usurpata la volontà decisionale.
Infatti, della decisione di voler pugnalare alle spalle l’amico e alleato siriano, non è stato chiesto consenso al popolo, che si dichiara di voler rappresentare: ed una scelta di questo tipo, così importante e deflagrante, in un momento così delicato, andava condivisa a suffragio popolare.
Di Bashar al Assad, al di là dei falsi della propaganda di AlJewZeera e media diretti dai servizi di intelligence Israelo-Nato-Americani, abbiamo testimonianza di ampio supporto popolare, nelle piazze e nelle sedi istituzionali, luoghi di lavoro, ospedali, ecc., dalla miriade di Video prodotti e che sono conasultabili on-line (vedi qui  e  qui). Non possiamo dire altrettanto, specie in questo momento, nè di Fatah, nè di Hamas, rispetto all’aggressione che sta subendo la Siria da parte di forze esterne al paese, militarmente e mediaticamente. Anzi, siamo matematicamente sicuri che se si fosse fatto un blebiscito, per chiedere al popolo palestinese se abbandonare l’amico siriano, sotto attacco sionista o continuare a sostenerlo, la gente di Gaza, come quella del West Bank, avrebbe risposto con un atto di fedeltà e d’amicizia.
Questo atto di alto tradimento, passerà alla storia come una delle pagine più vergognose della politica palestinese e resterà un’onta  indelebile che sporcherà la memoria gloriosa di tutta la Resistenza araba della Palestina occupata.
Possiamo solo considerare tale scelta come la logica ed inevitabile conclusione di uno scellerato accordo, preso con una delle più perfide e velenose petrol-monarchie dell’area, il Qatar, e con quell’altra potenza che mira all’egemonia mediorientale, che è la Turchia, la quale ha sfruttato mediaticamente e con cinico calcolo l’assassinio dei suoi concittadini coninvolti nella Freedom Flotilla 1, unicamente per scopi di potere politico. In molti ci erano cascati e pure noi avevano inizialmente creduto ad una possible svolta negli equilibri del Vicino Oriente. E’ stata una speranza ed illusione momentanea, perchè comunque regnava la consapevolezza che entrambe, Turchia e Qatar, sono alleate con la Nato e gli eserciti nazionali che la compongono, per imporre i progetti di dominio geopolitico sionista e yankee ai popoli afro-asiatici.
E’ stato così per la Libia, è così per la Siria, e così sarà per la Palestina. Chi ancora si sta illudendo, vedendo in questi governi-fantoccio, governati da impostori e servi della FED, del FMI e dell’usurocrazia internazionale, delle ipotetiche soluzioni, si svegli da quest’incantesimo, perchè costoro non sono la soluzione, ma il problema peggiore, perchè si presentano come “amici”.
Impossibile per i dirigenti, sia di Fatah che di Hamas, non comprendere la portata di tali alleanze e le tragiche conseguenze derivanti da esse.
L’alleanza islamista con i Fratelli Musulmani egiziani ha dato poi i suoi frutti avvelenati. Che poi tale organizzazione lavori per conto di coloro che, a parole, sarebbero i “nemici”, è cosa che agli addetti ai lavori è risaputa, ed a tal proposito invitiamo fortemente a leggere l’interessante resoconto di Dean Henderson, “Chi controlla i Fratelli Musulmani”, in versione italiana e inglese a questo link.
Al di là quindi di ogni possibile “interpretazione confessionale” e di “lotte intestine tra le diverse scuole islamiche”, che i più volonterosi si sforzano (pateticamente) di fare con analisi d’arrampicatori di specchi, per far quadrare i cerchi, è chiaro come la luce del sole, (specie dopo i Veti russo-cinesi sulla possibilità di un intervento armato in Siria da parte occidental-qatariota), che i dirigenti palestinesi abbiano fatto la loro scelta islamista alqaedista e, volenti o nolenti, filo-sionista e Nato-americanista.
Non si scappa: è in corso d’opera una conclamata guerra globale d’aggressione, che probabilmente sfocerà presto in un conflitto dalle proporzioni catastroficamente apocalittiche, per confermare l’incontrastato potere Sion-Yankee sul globo terracqueo e mettere nell’angolo le nazioni e potenze che potrebbero intralciare tale progetto. Un tassello importante di tale progetto mondialista per il NWO e il Governo Mondiale è la Siria di Bashar al-Assad ed il suo percorso verso l’Iran passa attraverso la porta di Damasco.
Abbandonare Damasco in tale momento è non solo un atto di alto tradimento, ma pure un’esplicita dichiarazione di complicità con l’asse del male USA-Israele-Nato-Qatar.
Ma se i dirigenti palestinesi sono corrotti, o badogliani voltagabbana, non possiamo dire con sicurezza altrettanto del popolo che rappresentano, il quale, dopo avere subito tante mattanze e sofferenze, tradimenti e delusioni, ci auguriamo sappia fronteggiare anche questa prova, senza farsi incantare dalle sirene islamiste alqaediste, travestite da autorevoli “amici giuresperti”, e sappia anzi respingere questa infamia commessa in suo nome, la quale potrebbe restare sulla pelle delle generazioni palestinesi, presenti e future, come un marchio troppo vergognoso da sopportare e che negherebbe loro quel diritto, sin’ora portato con orgoglio e fierezza, di poter andare a testa alta nel mondo.
Popolo palestinese, non cedere proprio ora, mentre i coloni attaccano Al Aqsa e l’entità sionista uccide i tuoi figli, bombarda e demolisce le tue case, ruba sempre più dei tuoi terreni e giardini. Non renderti complice del nemico occupante invasore.
Ma soprattutto, non perdere e non rinunciare all’unica cosa preziosa che ti è rimasta e che nessuno potrà mai toglierti: la dignità, come arabi e come popolo libero.
Prendete a calci nel fondo schiena Hamas, Fatah, i Fratelli Musulmani, Al Qaeda, e chiunque voglia infangarvi, dicendo loro: NON NEL MIO NOME!!!
Filippo Fortunato Pilato
FONTE 

martedì 21 febbraio 2012

Debtocracy/Debitocrazia, un documentario greco sulla crisi


 I cosiddetti "salvataggi" dei paesi non sono destinati, come ci si potrebbe aspettare, per soddisfare le esigenze di una popolazione in difficoltà, ma perché il Paese "salvato" affronti il pagamento d’interessi su un debito contratto con istituzioni finanziarie senza scrupoli. Questi "aiuti" sono condizionati da misure di adeguamento che soffocano ancora di più la popolazione, e anche, nel caso della Grecia, a compromessi, come l'acquisizione di armi, che non fanno altro che aumentare il deficit. Il denaro dei nuovi prestiti finisce così nelle mani di chi ha causato la crisi e dei fabbricanti di armi. Non sono salvataggi, sono truffe in piena regola.

Pubblichiamo qui questo eccellente documentario, realizzato con pochissime risorse, e che sta avendo una larga diffusione in Grecia.


http://www.tlaxcala-int.org/cine/debtocracy.asp?subt=it


   



giovedì 16 febbraio 2012

Google censura Attilio Folliero

Ottimistiche previsioni per il 2012

Il 2012, i Maya, Giuliano Canevacci, Rossi e Focardi ed un ottimistico futuro per l’umanità con energía pulita, illimitata e quasi gratuita.
E’ arrivato il 2012! Nella camera da letto, mia moglie ha approntato un angolo con pupazzi, peluche e cavalluccio di legno; sul cavalluccio ho messo un mio vecchio orsacchiotto di peluche che conservo dal 1979. Mia moglie ha la mania di mettere i nomi a tutte le bambole, pupazzi e peluche ed il mio orsacchiotto lo ha chiamato “Atilito”, in mio onore. In realtà quell’orsacchiotto io l’ho sempre chiamato “Giuliano Canevacci”. Probabilmente, a qualcuno questo nome non dice assolutamente niente però, a qualche altro, sicuramente ricorda nostalgiche trasmissioni televisive della RAI, condotte da Mike Bongiorno ed il supercampione della trasmissione a quiz “Scommettiamo?”.
Giuliano Canevacci, infatti, è stato l’unico partecipante a trasmissioni televisive a quiz che non ha mai sbagliato una sola domanda! Scommettiamo andò in onda per tre anni, dal 1976 al 1978 e Giuliano Canevacci, appunto, fu il supercampione di questa trasmissione. Era preparato e nessuno riuscì mai a metterlo in difficoltà. Solo un concorrente, tale Giuseppe Polistena che rispondeva a domande sulla Divina Commedia, che conosceva interamente a memoria ebbe qualche possibilità di batterlo. Giuseppe Polistena, oggi preside, se non avesse incontrato sulla sua sua strada il Canevacci, sicuramente sarebbe diventato un personaggio televisivo molto popolare; credo sia stato l’unico partecipante, che pur sconfitto fu ammesso ad una trasmissione successiva. In entrambe le puntate, alla fine vinse sempre Giuliano Canevacci.
Giuliano Canevacci e Mike Bongiorno (sinistra); Giuliano Canevacci e Giuseppe Polistena (centro); Giuliano Canevacci alla trasmissione “Scommettiamo” rispondeva a domande sui Maya (destra).
Che c’entra il mio orsacchiotto con Giuliano Canevacci e con il 2012? C’entra! Giuliano Canevacci dopo la popolarità raggiunta in TV, fu assunto da una casa editrice e girava le città italiane propagandando l’enciclopedia di questa casa editrice. Nel 1979 arrivò al mio paese, a Lucera.
A tutti gli studenti della mia città regalarono un biglietto d’ingresso per assistere ad un film, al cinema Politeama, allora ancora in funzione. Era permesso l’ingresso agli studenti solo se accompagnati dai genitori (e si comprende bene il motivo). Nell’intervallo del film, fra il primo ed il secondo tempo, venne pubblicizzata l’enciclopedia ed i genitori invogliati ad acquistarla.
Chi effettuava la pubblicità dell’enciclopedia era precisamente il famoso, all’epoca, Giuliano Canevacci, che iniziava il suo “spettacolino” facendo delle domande agli studenti.
La prima domanda fu di geografía: “Qual è la capitale dell’Australia?”. Io, all’epoca ero innamorato (e lo sono anche oggi) della geografía e conoscevo le capitali di tutti i paesi del mondo, per cui appena sentita la domanda corsi verso il palco per rispondere. Molti rispondevano, ma nessuno indovinava, perchè allora come oggi, molti pensavano e pensano che la capitale dell’Australia sia Sidney e invece la capitale è Canberra. Indovinai e Giuliano Canevacci mi fece scegliere il regalo. Scelsi precisamente l’orsacchiotto, che chiamai ovviamente “Giuliano Canevacci”.
Perchè ho raccontato tutto questo? Non solo perché, preso dalla nostalgia, ho voluto ricordare la mia infanzia, ma perchè Giuliano Canevacci era un profondo conoscitore dei Maya. C’è addirutturra chi lo considera un membro della setta dei Nuovi Maya, di cui l’emblema sarebbe il premio Nobel Bigoberta Mancu, setta che in Italia sarebbe guidata appunto da Giuliano Canevacci (Vedasi: “Rosa rossa” di Gabriella Pasquali Carlizzi). Personalmente, credo che Giuliano Canevacci sia semplicemente un grande studioso ed una persona molto preparata.
Parlando di Maya e di Giuliano Canevacci, si evoca inevitabilmente l’anno appena entrato ed esattamente il 21 dicembre 2012, data che secondo una profezia Maya segnerebbe la fine della nostra epoca. Cosa ci riserverà questo 2012? Alcuni interpretano la profezia Maya come la fine della nostra civiltà. Personalmente credo che i Maya non abbiano profetizzato alcuna fine. La colpa è di certe teorie New Age – come si usa dire oggi – fondate sul pessimismo.
Io preferisco pensare che l’uomo sia l’unico responsabile del suo destino; se l’umanità e la vita stessa sulla Terra dovessero scomparire, la colpa sarebbe da attribuire unicamente all’uomo ed all’egoismo di una parte minoritaria dell’umanità, che ha costruito un sistema economico, l’attuale, incentrato sullo sfruttamento incontrollato e scellerato delle risorse e l’asservimento di una parte della stessa umanità in nome di una individualistica accumulazione sfrenata delle ricchezze.
Se il 2012 rappresentasse il crollo o l’inizio del crollo di questo sistema, sarebbe il benvenuto! Probabilmente in questo 2012 assisteremo all’inizio del tramonto del dollaro e della civilità incentrata sul predominio degli Stati Uniti, dell’Europa occidentale, dei loro retaggi culturali basati su una religione superstiziosa, arrogante, violenta, qual è la religione cristiana imperniata su miti e favole a partire dalla figura di un Cristo mai esistito, che tanti danni ha provocato all’umanità. Se il 2012 rappresentasse il crollo di questo sistema sarebbe un grande passo avanti per l’umanità.
Io non credo che il 21 dicembre 2012 rappresenti la fine dell’umanità; ovviamente non posso neppure prevedere se il 2012 ci regalerà il crollo del dollaro, del sistema economico attuale e la sparizione della religione politeista cristiana e di tutte le religioni, cosa auspicabile per il bene dell’umanità, che si libererebbe una volta e per sempre di tutte le superstizioni inventate da una parte dell’umanità per dominare, però sono profondamente ottimista che qualcosa succederà. Credo che l’umanità sia alla viglia di una svolta epocale, che potrebbe materializzarsi proprio a partire da quest’anno.
Faccio un altro passo indietro, al 23 marzo del 1989, quando i ricercatori Martin Fleischmann e Stanley Pons annunciarono al mondo di aver realizzato la fusione nucleare fredda. Successivamente si insinuarono dubbi su quelle ricerche e la fusione fredda, annunciata con tanto clamore, praticamente venna accantonata, anzi è diventato un argomento tabù, un argomento sparito dai media ufficiali di tutto il mondo. Eppure la ricerca è andata avanti, anzi è andata così avanti che potremmo essere alla vigilia della soluzione finale e proprio quest’anno potrebbe avviarsi la risoluzione del problema energetico. Insomma, l’umanità a partire da quest’anno potrebbe finalmente disporre di energía pulita, illimitata e praticamente quasi gratis.
Nel mondo, ovvero nei media ufficiali, si sta parlando poco delle scoperte di due studiosi italiani, Andrea Rossi e Sergio Focardi, che avrebbero messo a punto (uso il condizionale, ma il fatto è certo) un sistema di fusione fredda, che con solamente 1,25 grammi di nickel genererebbe energia equivalente a cinque barili di petrolio.
Per ammissione dello stesso Andrea Rossi già verso la fine di quest’anno potrebbe essere commercializzato ad un prezzo accessibile a tutti (massimo 1.500 dollari) un sistema, denominato E-Cat, per produrre energia pulita a prezzi bassissimi, da installare in ogni appartamento o edificio (apparecchi da 10 o 20 KW). Sono in corso trattative con la Home Depot, seconda maggior catena di distribuzione commerciale del mondo. Rossi parla anche della possibilità di comemrcializzare apparati per la crezione di energía per l’industria (da 1MW), ma ha ritenuto opportuno non rivelare il non del partner per la commercializzazione di questo apprato industriale.
La conferma che potremmo essere alla vigilia di questa svolta epocale, ci arriva dalla NASA, che il 12 gennaio nel suo sito ha pubblicato un video con cui mostra che si sta lanciando ufficialmente nelle reazioni nucleari, a bassa energia, ossia la fusione fredda, nota anche per la sigla LENR. La Nasa in questo video mostra lo sviluppo di un dispositivo in tutto simile a quello di Rossi. Andrea Rossi nel commentare la notizia ha detto che la NASA lo sta copiando.
Dunque siamo al 2012 ed io preferisco pensare che quest’anno non sarà l’anno della fine, come pessimisticamente profetizzato da tanti maghi e imbonitori, ma l’anno in cui l’umanità si avvia verso una nuova civiltà ed un futuro molto lumuniso.

Google ha eliminato arbitrariamente tutti i miei i miei blog:
- Articoli e altri scritti di Attilio Folliero
- C.Es.E.I.V, Centro Studi dell’Emigrazione in Venezuela
- Movimento Atei de Venezuela
- Corso d’Italiano del prof. Attilio Folliero, docente della ECS della UCV
Inoltre ha eliminato anche il mio indirizzo in “Gmail”. E come se tutto questo non bastasse sta cancellando ogni riferimento alla mia persona dal suo motore di ricerca. Cercando in Google “Attilio Folliero”, al momento restituisce ancora 50.000 documenti; facendo la stessa riceca in Yahoo, si trovano oltre un milione. Sicuramente nei prossimi giorni tali numeri scenderanno ulteriormente.
Sto cercando di ricostruire i miei siti in questo spazio. Ringrazio quanti mi hanno espresso solidarietà e quanti hanno messo a mia disposizone i loro siti per permettermi di continuare ad esprimermi.
Nei prossimi giorni darò a conoscere magggiori dettagli e le azioni che intendo intraprendere contro questa grave violazione dei diritti umani.

FONTE

Il congresso di Benito.Racconto storico di Venerio Cattani

BENITO E RACHELE  


Benito si chiamava esattamente Benito, Andrea, Amilcare. Benito come Juarez, Andrea come Costa, Amilcare come Cipriani, il grande rivoluzionario  garibaldino, popolarissimo in Romagna. I nomi glieli aveva assegnati il padre, Alessandro, anarchico e fabbro, marito della signora maestra Rosa Malto- ni.
Dalla casa di Predappio aveva già fatto abbastanza strada, ma infine era ancora a Forlì, dove era ritornato dalla Svizzera e da Trento, e dove  si sentiva bene ma stretto.
“Benito”, sorrise Rachele alzandosi, “anche la mattina, adesso…”
“Vèh”, consentì Benito, “oggi parto per Reggio e starò via una settimana.”  
“Già, e intanto mi metti incinta un’altra volta. Abbiamo appena fatto l’Edda.”
“Uno o due non fa una gran differenza”.  
“Per te, che non sei mai a casa. Per me sì. Dobbiamo ancora mettere a posto l’appartamento; sei appena uscito di prigione, e tra un po’ ti ci metteranno ancora, se non la smetti con  le tue storie esagerate.  
“Dài, che forse a Reggio cambierà qualcosa, lo sento. Sto diventando importante.”
“Sé, i soliti congressi dei socialisti. Brava gente, interessante, ma mai niente di nuovo.”
“Stavolta vinciamo noi, cioè io. Con le mie “storie esagerate”, come dici tu.
Con le mie storie e le mie prigioni sono diventato l’uomo più popolare del partito. Stavolta mi daranno ragione.”
“Voglio proprio vedere, a voi  vdè. Capirai, col Turati e col Prampolini, che fa il Congresso in casa sua”.
“Già”, disse soprappensiero Benito. “Non ci sarà. Prampolini non ci sarà.  
Lui dice che va in Trentino perché ha l’esaurimento nervoso, ma secondo me ci va per paura. Un po’ perché ha paura di prenderle, hanno perduto troppo nei congressi provinciali, i riformisti; un po’ perché non vuole schierarsi: è troppo amico di Bissolati e di Bonomi, non vuole litigare con loro
Rachele: “Un po’ di soldi li hai presi? Avrai da pagare qualche cena agli amici. Due o tre libri: sì, quel libro di citazioni. Si’, Sorel. Gran chiacchierone, lui e lo sciopero generale. Si fa poca strada, col Sorel”.
Lui sorrise a mezza bocca: “Lascia fare a me. Lasciami dire. Glielo racconto io, il Sorel, glielo faccio capire a que- gl’ignoranti. Vedrai che applausi.  
“Già, mi piacerebbe esserci… Ma l’Edda, i soldi…
“Ci sarai  la prossima volta, magari a Milano o a Roma, te lo prometto”.
La Rachele Guidi era ancora una bella giovane. Non fatale, non affascinante, ma insomma una discreta  donna, formosa e soda; anche di carattere e di buonsenso.  
Lei diceva che il buonsenso lo aveva perso una sola volta, per Benito. Quando lui si era presentato a suo padre, nella trattoria a “conduzione familiare”, dove il padre era l’oste e lei serviva a tavola.
“Guidi”, aveva detto Benito, estraendo dalla tasca una pistola. “O mi fate sposare la Rachele, o mi faccio saltare le cervella qui all’istante. Il Guidi non lo prese molto sul serio, però sapeva che  Mussolini era piuttosto matto e non volle prenderlo di punta.  
“Ma siete diventato finalmente maestro di ruolo?, s’informò.
“Proprio quest’anno, rispose Benito. “Sono ritornato ap- posta.”
Aveva fatto un lungo giro, in Svizzera, a Trento con l’on. Cesare Battisti, deputato socialista al Parlamento austriaco. Non era ritornato esattamente per la Rachele, ma insomma c’entrava anche lei.
Lei ascoltava dietro la porta della cucina, con la sua povera mamma. 
Fu proprio contenta quando il padre concluse:
“E va bene, ne parleremo la prossima estate
Ora, Mussolini chissà perché rivide l’episodio come in un lampo: 
la baciò ed estrasse l’orologio dal taschino.  
“E’ tardi”, osservò. “Com’è che non viene il Nanni?”  
Il Nanni era Torquato Nanni, sindaco di Santa Sofia, suo grande amico. Era un avvocato, socialista ma soprattutto anticlericale, e in fama di massone. Aveva un suo giornaletto, “La Scopa”, molto seguito sulla montagna romagnola; seguito, relativamente ai tempi, sette-ottocento anche mille copie, intellettuali di provincia, artigiani e operai di buona volontà. La tipografia era sua, e non andava male; poi era una grande risorsa, per i manifesti,  i volantini, gli inviti. I tipografi erano i suoi attivisti. Insomma, era un bel centro elettorale.
Nanni aveva proposto a Benito di stamparci anche “La Lotta di Classe, il settimanale di Forlì. Ma Mussolini, amicizia o no, voleva essere indipendente, comandare a casa sua.
“Ci penserò”, aveva detto. 
Ma ecco che Nanni era arrivato al portone, fischiava. I due amici, la valigia in una mano, il bastone (la zanetta di bambù) nell’altra, il rispettivo giornale (La Scopa, La Lotta di Classe) in tasca bene in vista, il cappello a falde larghe in testa, la cravatta a farfalla nera al collo, si avviarono verso la Piazza di San Mercuriale, il centro di Forlì.  
Anche a distanza, sembravano il prototipo del socialista stile 1910–1920 .
Erano quasi come in divisa, tra il militare e il college. Allora i militanti dei partiti si distinguevano anche per la moda. Per esempio, i socialisti portavano il cappello e il foulard alla  Lavallière, gli anarchici il berretto e la cravatta nera a due palline; i liberali il cappello “rollè”, il paltò con il colletto di astrakan.   
I due non erano alti, semmai il baricentro tirava al basso. 
Nanni era decisamente il più bello dei due e anche il più elegante.
Portava una bella barba corta e riccioluta, aveva  begli occhi ridenti, piaceva alle donne. Mussolini  tendeva al bel tenebro so, con l’aria da cospiratore; gli occhi infossati, nevrotici, i baffi non folti, un po’ di calvizie incipiente, stempiato in- somma. 
Anche lui piaceva alle donne, ma tirava via più velocemente. Era più interessato al potere, narcisista, egocentrico. 
Erano stati ambedue in prigione, Mussolini di più. In com- pagnia di un altro giovane amico, ma repubblicano, Pietro Nenni; anche lui giornalista e oratore. Tutti e tre erano contro la guerra libica e contro Giolitti. E contro il Re. 
Quando c’era stato l’attentato del D’Alba contro Vittorietto, non avevano esultato, ma neanche solidarizzato. Tutt’e tre, sui loro giornaletti, avevano scritto: “Un incidente del mestiere. Ch’era abbastanza vero, ma un po’ cinico.  
In piazza, passarono sotto la colonna con in cima la Madonna del Fuoco:
“Vè”, notò Nanni, “c’è ancora la Madonna. Non è ancora venuta giù.  
Ridevano, tutt’e due ricordavano il “contradditorio in piazza con Don Rimoldi; “l’argomento principe di Benito, che poi non era neanche suo perché da tempo usava, era roba alla francese .
“Se Dio c’è” aveva recitato Benito sul palco “che mi fulmini, lo sfido! 
Gli do tre minuti di tempo. E con l’orologio in mano,
“Uno… Due… Duemmezzo… Tre!”  
Il fulmine non era venuto e la folla aveva applaudito. Ma subito dopo, il cielo era imbronciato, era venuto un lungo tuono. E Don Rimoldi aveva gridato, dalla porta di San Mercuriale:
“Ecco, la voce di Dio! Non c’è  il fulmine perché il Signore è buono, anche con dei miscredenti come voi, ma la sua condanna c’è eccome, l’avete sentito!” 
I due compagni arrivarono alla sede della Lotta di classe ch’era anche la sede del partito a Forlì. Rilevarono Galeotti, un altro delegato; quelli di Rimini, di Cesena, di Ravenna, e poi di Faenza e di Imola, li avrebbero trovati sul treno. La saletta della redazione era piena di compagni. 
“Muslèn, ritorna vincitor!”, gridò l’unico redattore del gior- nale.
“Dategliele a quei riformisti!” 
“Risparmiate e chiavate poco!”, gridò un altro tra le risate generali.  
“Non c’è bisogno di dirglielo, “commentò uno scettico, scuotendo la testa. “Tanto le donne a Reggio sono più o meno come qua, un po’ meno more”.
“Salutateci Lazzari e fischiate Turati!”, dissero ancora.
“Non temete”, disse Mussolini. “Li sbaraglieremo. E se non basta li espelleremo anche!” Applausi.  
“Il partito”, continuò, “dev’essere come un maglio. Deve abbattersi sulla borghesia  pantofolaia e sulla reazione guerrafondaia.
A Tripoli ci manderemo Giolitti e i riformisti!” Grandi appla- usi. 
“Ci manderemo Podrecca, e non per nave ma sul suo “Asino!”, “a nuoto!” Risate. “E poi faremo qualche conto interno anche a noi massimalisti e intransigenti. Quel Lerda, per esempio, troppo debole: va bene nella sua libreria a Ge- nova, al sole della riviera ligure! Ma a dirigere il partito ci vogliono i rivoluzionari, e soprattutto i giovani!” Bene, bravo: avanti i giovani, largo ai giovani.
“L’gà rason”, disse il redattore al suo vicino. “Lui ha ventinove anni, neanche trenta, così va bene. Ma fino a quando deve aspettare, con quelle vecchie barbe: sono ven- t’anni che stanno alla Camera e non hanno combinato niente”. 
Era questo d’altronde l’ordine dei ragionamenti, le parole d’ordine che si erano udite per tutto il partito, nei congressi delle federazioni, nelle assem- blee delle sezioni, un po’ dappertutto. Specie al Sud, ma anche al Centro e anche al Nord, tranne Milano, Genova, per l’appunto Reggio e Modena e poco d’altro. 
I riformisti avevano tenuto le redini del partito nei primi vent’anni, dal 1892 al 1911, al Congresso di Modena. Adesso basta, era ora di cambiare.  
Forse potevano ancora andare per il Parlamento, dove ci voleva più misura, più stile; forse erano utili per le Cooperative, dove occorrevano soldi, lavoro e pazienza. Ma nel partito no e tantomeno nel sindacato. 
Lì ci voleva gente che parlasse al cuore delle masse: la disoccupazione, la guerra! Quelli erano i temi. E lì andavano bene Mussolini, Lazzari, Serrati, Vella, mica quei professori borghesi, quei giornalisti delicati alla Bissolati, Zibor di, Treves, quei medici alla Badaloni, che roba.
Gli amici si mossero, con robusto seguito, verso la stazione. Dal marcia- piede, i compagni allungarono le valige ai delegati.
Quando partirono, furono salutati al canto della marcia trionfale dell’Aida: “Tran tran, taratantantantan, taratanteero, taranteero, trallalà...”  
Alla stazione di Faenza, salirono i ravennati, con Baldini in testa. 
Ancora un anno prima sarebbero stati salutati come eroi; tra parentesi, lo erano. Con le cooperative avevano preso l’appalto delle Bonifiche Pontine, erano andati giù al Maccarese, a Ostia,  ad Anzio con le carriole, s’erano presi la malaria e un mucchio c’erano rimasti sottoterra, ma tanti. Adesso erano guardati male, come riformisti. 
“Che ci siete andati a fare”, dicevano con lo sguardo i massimalisti. “Dovevate lasciarci andare i borghesi, che s’ar- rangino.
V’hanno dato la terra? No. E allora?” Era vero relativamente, molti l’avevano avuta, grassi poderi. Ma molti non l’avevano voluta, erano braccianti e basta, la cooperativa s’era arricchita e ora prendeva altri ap- palti, altra bonifica in Romagna.
A Imola salirono Marabini e Graziadei, eredi di Andrea Costa. Costa ormai era vecchio, ai congressi socialisti non ci andava neanche più.
Anche perché s’era un po’ suonato anzitempo; e forse soprattutto perché non era più lui il Capo, faceva il Vicepre- sidente della Camera ma non contava più molto. Sembravano passati da un secolo i tempi della “Lettera agli amici di Romagna”, dell’addio agli anarchici, della rivoluzione di Borgo Pani gale, del Diavolo a Pontelungo, del Partito Socia- lista Rivoluzionario Romagnolo, il primo della serie. Era stato un  bel personaggio, e il primo amore di Anna Kulisci- of appena arriva ta dalla Russia; bellissima, i maligni dice- vano che lei gli aveva attaccato la mania della droga  e con quella e l’amore lo aveva cotto. 
Ora c’erano i Marabini e il professor Graziadei; sapevano tutto di economia. E cominciavano a chiamarsi col curioso nome di “comunisti”, per dire che loro erano integralisti rivoluzionari, non dei mezzi e mezzi come i massimalisti. Con loro cominciava la teoria, che non c’era una sinistra ab- bastanza a sinistra che non avesse un’altra sinistra più a sinistra.  
A Bologna salì invece una piccola ondata di riformisti. C’era il Sindaco Zanardi, c’era l’avvocato Genuzio Bentini, in gran forma da deputato rieletto, e c’era il Massarenti Giuseppe, l’Apostolo di Molinella.
Massarenti era il farmacista di Molinella. Era il prototipo dell’apostolo socialista dell’epoca. Era riformista, ma a modo suo. Più che altro era un concreto, un realizzatore: una specie di Prampolini, a dimensione comunale. Aveva coope- rativizzato tutto, la terra, la scuola, l’asilo, la  farmacia, il Comune di cui era Sindaco. Non aveva mai voluto essere deputato, perché non gli importava: il suo paese era la sua dimensione, la bonifica delle valli il suo orizzonte. Era adora- to dai braccianti e soprattutto dalle braccianti, che non lo tradiranno mai.
Come  molti socialisti dell’epoca (Turati, Prampolini) era un nevrotico; finirà al manicomio, un po’ per colpa e un po’ per pietà di Mussolini, che non voleva lasciarlo morire di fame, sulla strada a Roma. 
Ma quando saliva sul treno quell’inverno 1912, non poteva saperlo.
Né lo sapeva Mussolini. 
“Tsè, Massarenti”, disse rivolto a Graziadei , “la Repubblica degli Straccioni, la Corte dei Miracoli. Ecco il primo esemplare del socialismo dei frati laici; quel metodo è buono, ma per prendere tutta Bologna gli ci vorranno cinquant’anni. Ci vuol altro!”
“Già”, convenne Graziadei. “Le cooperative van bene, ma in un quadro statale. Così, d’impulso, qua e là, a Molinella e a Ravenna sì, a Palermo no, quando la borghesia vorrà o le strozzerà con le banche o le spazzerà via con la forza delle armi; non c’è niente da fare, è utopia”.
I romagnoli si consolarono con i “cestini da viaggio”, che cominciavano a vedersi nelle grandi stazioni ferroviarie. 
Quella di Bologna era famosa per i cestini di un certo Casali, che ci farà su un gran ristorante a Cesena. Nel cestino di cartone  c’erano  la coscia di pollo, le patatine fritte, una bottiglietta di lambrusco, ma soprattutto le lasagne verdi.
“Ostia che lasagne”, disse Torquato Nanni, contento come una Pasqua.
“Senti qua come profumano. Ne vuoi ?”, offrì a Mussolini. 
“No, in viaggio mi fan bruciare lo stomaco”, rifiutò Benito che cominciava a soffrire della gastrite che  lo porterà all’ulcera ma non alla tomba.
A Modena salì Gregorio Agnini, un altro papa del riformismo. Proprio a Modena, al congresso dell’anno prima, il riformismo aveva subito una grave sconfitta. Ma Benito quella volta non c’era: era in prigione a Forlì, col suo amico  Pietro Nenni, e proprio per il quarantotto che avevano fatto contro la guerra di Libia. Ora si trattava di approfondire, perfezionare, rendere irrimediabile quella sconfitta: la direzione riformista si era salvata per il rotto della cuffia, ora si trattava di detronizzarla definitivamente. La stazione della Mecca del Socialismo era imbandierata come si conviene: bandiere rosse e persino qualche tricolore, concessione da socialisti forti. I reggiani facevano le cose in grande, e avevano noleggiato persino una banda, che sotto la pensilina suonava inni socialisti e canzoni regionali, a seconda dei treni. Avevano degli emissari sui convogli, che correvano ad avvertire: “Arriva Enrico Ferri! Arriva Serrati! Arriva Mussolini!”  
Il capobanda non aveva simpatia per nessuno di questi massimalisti, ma doveva adattarsi. 
Per Arturo Labriola suonò, dopo Bandiera Rossa, O sole mio; per Serrati, la Bela Gigogin; per i romagnoli, Bela bur- dèla fresca e campagnola, dagli occ e dai cavei com e’ carbon.
Mussolini apprezzò soddisfatto, poi disse rivolto ai suoi:
“Glieli faremo noi, gli occ com e’ carbon!”

fonte 

LOBBYING OCCULTO

Il termine “lobby” è usato di solito dai media come epiteto mistificatorio nei confronti di categorie deboli, del tipo dei pensionati o dei tassisti. In ambito accademico "bocconiano", non manca però chi cerca di far passare il lobbying dei potentati affaristici come una risorsa per la democrazia e per la crescita; ciò a dimostrazione del fatto che l’unica materia prima davvero inesauribile è la faccia tosta.[1]
Per fortuna esistono anche ricerche serie sul lobbying reale. Un ottimo articolo di qualche tempo fa sul giornale on-line "Linkiesta", ha illustrato la mappa europea del lobbying bancario a Bruxelles: la rete organizzativa, le agenzie e le sedi istituzionali soggette a pressione affaristica.[2]
Grazie a questo articolo si viene a sapere che esistono persino scuole di lobbying, come l'European Training Institute, in cui si imparano le tecniche per far vedere il mondo attraverso il filtro esclusivo degli interessi affaristici.[3]
La ricerca su Linkiesta si conclude illustrando l'iniziativa di un politico francese: una ONG che faccia da osservatorio del mercato finanziario, e che costituisca un contraltare alle agenzie di lobbying delle banche. Ma affidare le proprie sorti ad una Organizzazione Non Governativa risulta quantomeno illusorio. Le ONG sono da decenni uno strumento delle multinazionali, a cui serve ogni tanto un'organizzazione di copertura, cioè creare l'illusione di una faccia pulita dietro alla quale celare i propri affari più sordidi. Una denuncia a proposito della funzione mistificatoria delle ONG risale addirittura ad un film thriller del 1965, diretto da Edward Dmytryk, "Mirage".[4]
Il lobbying tende per sua natura ad invadere ed occupare tutti gli spazi che contano, ed ognuno che possa contare qualcosa viene prima o poi fatto oggetto di tentativo di reclutamento da parte del lobbying. Far parte di una rete di lobbying significa infatti avvantaggiarsi di una piattaforma di lancio per la carriera.
Il lobbying occulto ha ovviamente le sue ipocrisie, perciò l'appellativo ufficiale per indicare il lobbista mascherato è quello di "consulente" o di "advisor", e sono noti i casi di Romano Prodi, Gianni Letta e Mario Monti, tutti e tre "advisor" di Goldman Sachs; oppure di Giuliano Amato, "advisor" di Deutsche Bank. Un altro uomo di Deutsche Bank, Caio Koch-Weser, è addirittura co-presidente del Business and Economics Advisors Group del Consiglio Atlantico, l'organo dirigente della NATO. Si tratta dello stesso Business and Economics Advisors Group di cui fa parte anche Mario Monti, il quale riveste contemporaneamente incarichi di consulenza nel Consiglio Atlantico della NATO, in Goldman Sachs, nella Coca Cola e nell'agenzia di rating Moody's.[5]
L'alibi della "consulenza" è quindi una porta girevole che funziona a due sensi: consente agli uomini delle istituzioni di farsi agganciare dalle banche, ma permette anche ai banchieri di insediarsi direttamente nelle istituzioni in veste di consulenti. L'intreccio tra militarismo e finanza che si verifica all'interno della NATO, è certamente un matrimonio di convenienza, ma è soprattutto un'affinità elettiva.
L'arte del lobbying non consiste affatto nel modo di presentare un'offerta, bensì nella capacità di creare false domande, false esigenze, false emergenze; allo stesso modo in cui la pubblicità induce nei consumatori dei falsi bisogni. Il lobbying esprime perciò la sua massima efficacia quando è occulto, cioè intrecciato in modo inestricabile con le istituzioni, usando direttamente gli uomini delle istituzioni, e avvalendosi della copertura del segreto di Stato o del segreto militare.
Il militarismo diventa quindi lo strumento ideale del lobbying, e ciò non si limita al grande business delle armi e delle commesse militari. Una base militare può diventare infatti un’idrovora di denaro pubblico. Centotredici basi USA o NATO in Italia non hanno alcuna giustificazione di tipo strategico-militare, ma si spiegano come calamite di spesa pubblica, come modo di occupare un territorio e di assorbire le sue risorse.
L’aspetto interessante è che la spesa militare non figura ufficialmente come tale, ma come sviluppo del territorio, e va a carico degli enti locali. Proprio in queste settimane il governatore della Campania, Caldoro, sta reperendo altri fondi per completare le infrastrutture di supporto alla base NATO di Giugliano, la più grande del Sud d'Italia, e che svolgerà anche le funzioni di sede NATO per il Sud Europa.[6]
Sono anni che le risorse finanziarie della Regione Campania sono indirizzate allo scopo prioritario di foraggiare gli appalti per la base NATO di Giugliano, e si era cominciato già all'epoca del governatorato di Bassolino. [7]

[1] http://www.viasarfatti25.unibocconi.it/notizia.php?idArt=9380
[2] http://www.linkiesta.it/cosi-lobby-delle-banche-protegge-i-derivati-sporchi
[3] http://www.e-t-i.be/training_programmes.asp
[4] http://www.youtube.com/watch?v=to2xYmWnQAc
[5] http://www.acus.org/people/beag
[6] http://denaro.it/blog/2012/01/25/sede-nato-di-giugliano-via-alle-infrastrutture/
[7] http://archivio.denaro.it/VisArticolo.aspx/VisArticolo.aspx?IdArt=590839&KeyW

fonte 

lunedì 13 febbraio 2012

RePress, un plugin per bypassare l’oscuramento dei blog su WordPress



RePress è un plugin, sviluppato dal provider olandese Greenhost, che permette di bypassare la censura dei blog realizzati con WordPress. L’intenzione è quella di prevenire l’oscuramento dei siti in base alla posizione geografica, una strategia adottata di recente da Google su Blogger — dopo la firma europea del trattato per l’ACTA.
Il plugin non è compatibile con WordPress.com e richiede la presenza della funzione fopen(); di PHP sul dominio del blog. Per controllare che sia attiva, è sufficiente consultare l’output del comando phpinfo(); in una pagina con estensione .php sul dominio di proprietà. RePress richiede l’utilizzo di proxy per evitare l’oscuramento.
Questa soluzione potrebbe essere considerata illegale, se il sito è stato oggetto di condanne nel Paese dove l’accesso è inibito o per altre motivazioni affini. RePress è ancora in una fase sperimentale: il corretto funzionamento del plugin non è garantito. In futuro, RePress potrebbe supportare cURL per estendere la compatibilità.
 da Federico Moretti
Via | MakeUseOf

Marilina Veca, “Cuore di lupo”, Kimerik, 2011




La nuova edizione di Cuore di lupo, meritoria opera della giornalista italiana Marilina Veca, forse troverà maggior fortuna della prima, grazie all’eco mediatico suscitato recentemente dai crimini commessi in Kosovo e Metohija dal “gruppo di Drenica” dell’UCK.
Il testo conta anche sulla traduzione in serbo, compiuta dall’attuale Ambasciatrice in Italia, Ana Markovic.
La luce su questa vergognosa pagina delle guerre balcaniche è stata accesa, finalmente, dal Rapporto sulla violazione dei diritti umani in Kosmet, presentato dal coraggioso senatore svizzero Dick Marty al Consiglio d’Europa nel 2011.
Come giustamente sottolinea nella prefazione l’ex Ambasciatrice serba a Roma, Sanda Raskovic-Ivic, “era noto che in Kosovo e Metohija sparirono, dalla primavera del 1998 (cioè ben prima che Slobodan Milosevic inviasse nella provincia serba la polizia per mettere fine alle violenze dell’UCK e ben prima che si riaccendesse il conflitto che servì da pretesto per i bombardamenti della NATO sulla Federazione Jugoslava n.d.r.) all’inverno 2001 (cioè quando le forze della coalizione internazionale avrebbero dovuto far rispettare l’ordine pubblico n.d.r.), 1.300 serbi e non albanesi”.
Dei rapimenti, testimoniati da diversi rapporti internazionali, scrivemmo parecchio tempo fa in pochissimi (tra questi proprio Marilina Veca) (1).
A distanza di 10 anni conosciamo la sorte di quelle povere persone: “Purtroppo, all’orrore del commercio degli organi umani non partecipano solamente terroristi e psicopatici appartenenti al cosiddetto Esercito di Liberazione del Kosovo. Sono coinvolti anche medici, infermieri, e altre persone rinomate, insomma gente perbene”, sottolinea giustamente la Raskovic (2).
Per questa ragione “lo stesso titolo Cuore di lupo è simbolico! Sappiamo da tante storie e leggende che uno dei principali animali totemici per i serbi è il lupo, Vuk! Ecco perché, anche ai propri figli, i serbi danno il nome di quest’animale. Perché sopravvivano”.
Lo straziante libro di Marilina Veca, utilizzando nomi di fantasia, ci narra le storie vere di quattro famiglie serbe e della loro disperazione: i loro uomini, Dragan, Dejan, Milan, Srdjan sono stati rapiti e usati come cavie da laboratorio, i loro organi sono stati espiantati e venduti al mercato nero.
Daniel, un ragazzino la cui famiglia appartiene alla più classica borghesia francese, attende, apatico, un nuovo cuore che gli permetta di avere una vita “normale”.
In mezzo, l’impotenza delle donne serbe che invano chiedono aiuto alla miriade di organizzazioni internazionali e ai militari che affollano ancora oggi il Kosovo e Metohija alla ricerca di un facile stipendio, l’imbarazzo e la vergogna dei tanti albanesi che vorrebbero aiutarle ma che si trovano anch’essi prigionieri a casa propria.
Migliaia di soldati della KFOR che non riescono a controllare una regione grande quanto l’Abruzzo, con l’evidente scopo di punire chi ha osato sfidare l’Alleanza Atlantica, gendarme del mondo a stelle e strisce.
Ma anche perché le complicità occidentali sono tante: nel 2002 la tv dell’Iraq occupato dagli atlantici ci ha mostrato “un certo sceicco Behramin che si vantava del suo nuovo cuore trapiantatogli in Turchia. Lo sceicco disse sorridendo che gli dispiaceva una cosa sola: il cuore che batteva nel suo petto era serbo… D’altro canto non era necessario avere a disposizione un grande centro chirurgico per l’espianto, per strappare il cuore ad un giovane serbo e metterlo nell’apposito trasportatore. Bastava una baracca dietro una certa casa gialla e bastava un elicottero con i motori accesi. Tutto il resto si svolgeva altrove …” (3).
Dopo il rapporto Marty nessuno può far finta di non sapere”, scrive Falco Accame, ma in quello che si autodefinisce il “migliore dei mondi possibili” non crediamo sia possibile avere giustizia e riteniamo che gli esponenti della “comunità internazionale” si apprestino a chiudere la vicenda con il minor clamore possibile.
Costoro farebbero però bene a tenere a mente le parole del grande San Sava, primo arcivescovo ortodosso e primo scrittore della letteratura serba, rappresentante di questo popolo presso il Signore nella tradizione: “Perdoniamo, ma non dimentichiamo!”.
I serbi perdonano ma non dimenticano”, ribadisce Dragan Mraovic nel libro; noi sicuramente non dimenticheremo, ma non essendo serbi, allo stesso tempo, non perdoneremo.
http://la1.rsi.ch/_dossiers/player.cfm?uuid=ed732637-a931-4e88-9f0e-f10e8c7d7243 

fonte:
 http://www.google.com/reader/view/feed/http%3A%2F%2Fwww.eurasia-rivista.org%2Ffeed

mercoledì 8 febbraio 2012

intensificazione etica e pratica dell’individualismo, dell’edonismo e dell’invidia sociale

di Andrea Fais

Un tempo si diceva che i giovani vanno protetti e difesi dalla corruzione, più degli adulti, perché il futuro della società é nelle loro mani. L’età dell’innocenza a quei tempi era infatti momento di massima crescita, di grande apprendimento e di conquista delle elementari distinzioni concettuali e semantiche tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, tra ciò che è sano e ciò che non lo è. Ogni cultura ed ogni forma di civiltà ha deciso nei secoli un suo modello educativo, pur tuttavia tutte le forme di civiltà del passato hanno sempre prestato la più precisa attenzione alla formazione dei giovani.
Sino al Medioevo questa formazione era fondamentalmente legata al rapporto tra l’uomo e la natura, come ovvia conseguenza della struttura rigidamente chiusa e gerarchica tipica della società feudale e del pressoché totalizzante primato agricolo nel quadro della produzione. Molti detti, molti proverbi e gran parte della saggezza popolare, trasmessa di generazione in generazione, erano dunque il risultato dell’osservazione e delle deduzioni ricavate dal mondo agricolo e dall’influenza che il variare delle stagioni e delle condizioni atmosferiche operava su di esso.
La società industriale, nata dalle grandi conquiste scientifiche e tecnologiche comprese tra il XVII e il XVIII secolo, ha indubbiamente cambiato la percezione dei fenomeni sociali, le abitudini e il rapporto tra l’uomo e la società. La natura diventò da quel momento qualcosa da poter controllare, addirittura immaginando di poter disporre le sue strutture in base alla volontà e alla razionalità umana. Fu lo stesso Friedrich Engels a ricordarci nella Dialettica della Natura, come “l’animale si limita a usufruire della natura esterna, e apporta ad essa modificazioni solo con la sua presenza; l’uomo la rende utilizzabile per i suoi scopi modificandola: la domina. Questa è l’ultima, essenziale differenza tra l’uomo e gli altri animali, ed è ancora una volta il lavoro che opera questa differenza“[1].
Tuttavia, poco più oltre, lo stesso autore tedesco, ammoniva e metteva già in guardia l’uomo dall’autocompiacimento per questa vittoria umana sulla natura poichè “la natura si vendica di ogni nostra vittoria” e aggiungeva:
Ogni vittoria ha infatti, in prima istanza, le conseguenze sulle quali avevamo fatto assegnamento; ma in seconda e terza istanza ha effetti del tutto diversi, imprevisti, che troppo spesso annullano a loro volta le prime conseguenze. Le popolazioni che sradicavano i boschi in Mesopotamia, in Grecia, nell’Asia Minore e in altre regioni per procurarsi terreno coltivabile, non pensavano che così facendo creavano le condizioni per l’attuale desolazione di quelle regioni, in quanto sottraevano ad esse, estirpando i boschi, i centri di raccolta e i depositi dell’umidità. Gli italiani della regione alpina, nel consumare sul versante sud gli abeti così gelosamente protetti al versante nord, non presentivano affatto che, così facendo, scavavano la fossa all’industria pastorizia sul loro territorio; e ancor meno immaginavano di sottrarre, in questo modo, alle loro sorgenti alpine per la maggior parte dell’anno quell’acqua che tanto più impetuosamente quindi si sarebbe precipitata in torrenti al piano durante l’epoca delle piogge. Coloro che diffusero in Europa la coltivazione della patata, non sapevano di diffondere la scrofola assieme al tubero farinoso. Ad ogni passo ci vien ricordato che noi non dominiamo la natura come un conquistatore domina un popolo straniero soggiogato, che non la dominiamo come chi è estraneo ad essa, ma che noi le apparteniamo con carne e sangue e cervello e viviamo nel suo grembo: tutto il nostro dominio sulla natura consiste nella capacità, che ci eleva al di sopra delle altre creature, di conoscere le sue leggi e di impiegarle in modo appropriato” [2]
Lo sviluppo del capitalismo lungo il XIX secolo, e la fase di transizione tra la prima rivoluzione industriale e la seconda, avevano profondamente modificato le abitudini sociali nell’intero mondo occidentale, creando nuove classi sociali, concentrando vaste piazze abitative all’interno di nuove aree urbanizzate a carattere industriale, e dando forma ad un brulicante sottoproletariato che lo stesso Marx non esiterà a definire “feccia della società, priva di coscienza politica” nelle pagine del New York Times. Malgrado l’affermazione dello Stato di diritto, sorto dal 1789 francese, difatti, la scolarizzazione procedeva a rilento, e l’ascesa della borghesia industriale e finanziaria come nuova classe dominante riproduceva in maniera abbastanza fedele alcuni privilegi del passato, oltre a forti divisioni sociali e geografiche. Le famiglie, solitamente molto numerose, degli operai e della manodopera impiegata al servizio delle fabbriche, risentivano in modo molto pesante di questa nuova formazione sociale, senza considerare un mondo agrario ben lungi dall’essere scomparso, soprattutto nell’Europa orientale e meridionale. L’educazione dei giovani veniva in generale tralasciata o limitata ad alcune regioni più prossime ai centri strategici produttivi delle nazioni europee, solitamente destinata ai rampolli delle famiglie dei grandi proprietari, mentre i compiti dello Stato si limitavano al controllo della produzione e dei commerci, e alla gestione repressiva del dissenso crescente, specie sul finire del XIX secolo.
In Italia, sino alla Prima Guerra Mondiale, l’alfabetizzazione aveva raggiunto livelli bassissimi, regredendo il tasso culturale ed etico di intere generazioni: al momento dell’unità d’Italia, nel 1861, il tasso di analfabetismo complessivo arrivava addirittura al 78%, con punte del 90% in Calabria, Sicilia e Sardegna (due isole e una regione del profondo Meridione, ossia alcune tra le aree a maggior distanza dalla capitale Torino… non a caso).
Le aree più arretrate o tagliate fuori dal grande indotto industriale venivano tralasciate, limitando le conoscenze culturali, tecniche e scientifiche al solo scopo della produttività, perfezionandosi in tal senso grazie al metodo taylorista introdotto negli anni della rivoluzione fordista. La mappatura educativa del mondo in quest’ottica rispecchiava una situazione che procedeva di pari passo con lo sviluppo economico e industriale.
In Russia, sul finire del XIX secolo, l’analfabetismo arrivava quasi al 90%, lasciando un intero corpo popolare al di fuori di tutte le scelte e le principali produzioni culturali e scientifiche del Paese. La Rivoluzione d’Ottobre rappresenta dunque non solo un fenomeno storico di rottura abbastanza radicale con ciò che restava dei vecchi privilegi monarchici, ma la fuoriuscita da un sistema di iniquità talmente potente da condizionare i costumi e i comportamenti sociali. L’istruzione universale pubblica emerge per la prima volta nella storia della modernità con l’affermazione del potere sovietico in Russia, e con la riforma radicale del sistema educativo nazionale. L’accesso alle scuole e alle università, dopo il 1917, sarebbe diventato un diritto sancito dallo Stato, concepito non più come un semplice arnese di repressione del dissenso, ma come il perno/strumento (con Lenin) e come il fulcro e compimento della rivoluzione socialista (con Stalin).
Allo Stato spettava dunque l’educazione e la formazione dei giovani al di fuori della famiglia (che rimaneva comunque un nucleo fondamentale all’interno della formazione sociale) e, in un certo senso, la struttura autoritaria isituzionale tornava ad assumere – in chiave ovviamente moderna e su un piano di effettiva uguaglianza sociale tra cittadini – quel ruolo di “educatore nazionale” incarnato dalla polis della Grecia Antica, sia a Sparta sia ad Atene.
Finita la Seconda Guerra Mondiale, l’alfabetizzazione e la scolarizzazione poterono procedere e accrescersi di pari passo con il potenziamento industriale ed economico dei Paesi capitalisti e con la necessità di rispondere ad un sistema produttivo sempre più complesso e strutturato. In Italia, del resto, la riforma Gentile aveva senz’altro già promosso un piano di universalizzazione pubblica dell’istruzione di base e aveva riordinato un sistema educativo secondo un programma istituzionale che ha sorprendentemente resistito a qualunque riforma successiva, sino agli anni Novanta, poi smantellato per far posto a sistemi mutuati da un modello statunitense dimostratosi già di gran lunga fallimentare. Tuttavia, il liberalismo in Occidente, contrapposto alla progressiva affermazione dei sistemi socialisti ad Oriente, ha imposto nel Novecento una diversificazione culturale su base geografica, ancora più forte del passato.
La forma mentis di interi popoli è stata radicalmente plasmata su valori quasi diametralmente opposti, e non è un caso che persino culture o sistemi di valori apparentemente simili, siano in realtà stati interpretati secondo schemi dialettici e comportamentali completamente diversi fra di loro a seconda che questi siano espressi ad Ovest o ad Est dell’ex cortina di ferro. L’esempio più lampante proviene da una Germania riunificata territorialmente, ma non certo economicamente e socialmente. Come ha ricordato quasi tre anni fa Jochen Staadt, accademico presso la Forschungsverbund SED-Staat della Freie Universitaet di Berlino: “Nessuno tedesco vissuto fino al 1989 nella DDR vorrebbe riavere il Muro, nessuno tornerebbe a quel sistema politico. Ma molti rimpiangono una società più ugualitaria e la maggior parte di loro, quando i nostri colleghi vanno sul campo a fare inchieste, definisce il valore dell’uguaglianza più importante di quello della libertà, a differenza di quanto fanno i loro connazionali che non sono vissuti dietro il Muro tra il 1961 ed il 1989. Questa nostalgia testimonia le difficoltà in cui si sono trovate alcune generazioni di tedeschi orientali in questi 20 anni“[3].
Allo stesso modo, da un sondaggio commissionato dall’”Istituto per l’investigazione dei crimini del comunismo e la memoria dell’esilio romeno” (Iiccmer), è recentemente emerso che un romeno su due ritiene che si vivesse meglio durante il regime comunista, crollato nel dicembre 1989. Vivere meglio chiaramente non può essere – e non è – solo indice di maggiori e migliori condizioni economiche personali, ma anche di maggiori possibilità di inserimento sociale, di maggiore sicurezza collettiva e di maggior ordine e moralità pubblica.
Il Komsomol, l’organizzazione che sin dai primi anni Venti si occupò di inquadrare i giovani sovietici dai 14 ai 28 anni nelle strutture dello Stato, preparava tutti i ragazzi e le ragazze secondo programmi che prevedevano oltre alla formazione scolastica, tecnica e culturale, anche l’addestramento militare, lo sport, la musica, e altre attività ludiche e ricreative. Preparati per l’accesso nel lavoro, essi potevano indirizzarsi secondo i settori che preferivano, dalle scuole di primo livello alle accademie scientifiche, umanistiche o militari. Il sistema fu ereditato da tutti i Paesi socialisti, compresi quelli che, per ragioni ideologiche e/o geopolitiche, erano entrati in contrasto con Mosca, come la Cina di Mao o la Yugoslavia di Tito. Il crollo dell’Unione Sovietica e del blocco socialista ad essa legato, provocò in tutti questi Paesi coinvolti dalla destabilizzazione, la perdita della concezione collettiva dello Stato, mentre l’introduzione di un nuovo sistema economico, dominato dall’instabilità e dall’irregolarità dei mercati internazionali (a predominanza anglo-americana), ha così provocato l’immediata perdita di punti di riferimento, lo sbandamento e la brusca eliminazione di tutti quei cardini etici e morali ritenuti inalienabili.
Negli anni di Eltsin non era difficile trovare ragazzi in piena adolescenza stesi per strada con una siringa ancora infilata tristemente nel braccio, bambini elemosinare lungo la strada per comprarsi sigarette e alcoolici, poveri senzatetto lasciati morire di freddo nelle piazze, dinnanzi ai nuovi ricchi pronti a massimizzare i loro guadagni, esportando in Russia uno stile di vita del tutto analogo a quello dei “ruggenti” anni Ottanta dell’era Reagan negli Stati Uniti: cocaina, affari, pornografia a buon mercato.
I vecchi ortodossi dissero che il male era entrato in Russia, sfondando quella finestra del Paese sull’Occidente, che lo Zar Pietro aveva leggermente aperto nel XVIII secolo, e che Stalin aveva barricato dopo il 1945. Noi, ad Ovest, sapevamo già tutto. Avevamo vissuto quella degenerazione sociale almeno venti anni prima, all’indomani di quel 1968 che se da un lato contribuì ad abbattere vecchie ed insopportabili concezioni ultra-patriarcali o inutilmente conservatrici all’interno del sistema-famiglia europeo e nord-americano, dall’altro innescò il declino della società occidentale, dando vita ad una ingiustificata devastazione di qualunque elemento tradizionale presente nella società e di qualunque fattore residuale della “classicità” europea. Come se, per un brutto voto rimediato ai Promessi Sposi, dovessimo bruciare tutti i capolavori di Manzoni. Assurdo.
Oggi in Italia le cifre ci dicono che il consumo di cocaina, di super-alcolici e di cannabis è aumentato spaventosamente negli ultimi venti anni, procedendo di pari passo con l’eliminazione di ogni tutela sociale ed economica per i ragazzi dai 18 ai 35 anni, con la diffusione di stili di vita orientati all’intensificazione etica e pratica dell’individualismo, dell’edonismo e dell’invidia sociale, e con un instupidimento collettivo dettato dalla televisione e da nuove mitologie sociali e virtuali che stanno pian, piano sostituendo – e forse peggiorando – il ruolo già in gran parte negativo del tubo catodico. L’allarme lanciato dall’ex ministro De Tullio, sul ritorno di un pesante analfabetismo tra i giovani, non è affatto sorprendente, e lascia intendere come, proprio in una delle fasi più declinanti e oscure per il nostro Paese, anche la società proceda in medesima direzione. Il futuro è dei giovani. Ma i giovani di oggi sono già vecchi e decrepiti dentro. E non ci rendiamo conto che riempiendoli di smartphone e social network, rischiamo seriamente di fare come le popolazioni, di cui parlava Engels, che sradicavano i boschi in Mesopotamia, in Grecia, nell’Asia Minore: aumentarono la raccolta di legna e poterono accendere fuoco in abbondanza, ma così facendo crearono le condizioni per alluvioni e carestia.

 1. F. ENGELS, Dialettica della Natura, 1876
2. Ibidem.
3. IGN, Staadt: ''Nessuno tedesco dell'Est rivorrebbe il Muro ma c'è nostalgia di uguaglianza'', 2009

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