involuzione

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Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

mercoledì 8 febbraio 2012

intensificazione etica e pratica dell’individualismo, dell’edonismo e dell’invidia sociale

di Andrea Fais

Un tempo si diceva che i giovani vanno protetti e difesi dalla corruzione, più degli adulti, perché il futuro della società é nelle loro mani. L’età dell’innocenza a quei tempi era infatti momento di massima crescita, di grande apprendimento e di conquista delle elementari distinzioni concettuali e semantiche tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, tra ciò che è sano e ciò che non lo è. Ogni cultura ed ogni forma di civiltà ha deciso nei secoli un suo modello educativo, pur tuttavia tutte le forme di civiltà del passato hanno sempre prestato la più precisa attenzione alla formazione dei giovani.
Sino al Medioevo questa formazione era fondamentalmente legata al rapporto tra l’uomo e la natura, come ovvia conseguenza della struttura rigidamente chiusa e gerarchica tipica della società feudale e del pressoché totalizzante primato agricolo nel quadro della produzione. Molti detti, molti proverbi e gran parte della saggezza popolare, trasmessa di generazione in generazione, erano dunque il risultato dell’osservazione e delle deduzioni ricavate dal mondo agricolo e dall’influenza che il variare delle stagioni e delle condizioni atmosferiche operava su di esso.
La società industriale, nata dalle grandi conquiste scientifiche e tecnologiche comprese tra il XVII e il XVIII secolo, ha indubbiamente cambiato la percezione dei fenomeni sociali, le abitudini e il rapporto tra l’uomo e la società. La natura diventò da quel momento qualcosa da poter controllare, addirittura immaginando di poter disporre le sue strutture in base alla volontà e alla razionalità umana. Fu lo stesso Friedrich Engels a ricordarci nella Dialettica della Natura, come “l’animale si limita a usufruire della natura esterna, e apporta ad essa modificazioni solo con la sua presenza; l’uomo la rende utilizzabile per i suoi scopi modificandola: la domina. Questa è l’ultima, essenziale differenza tra l’uomo e gli altri animali, ed è ancora una volta il lavoro che opera questa differenza“[1].
Tuttavia, poco più oltre, lo stesso autore tedesco, ammoniva e metteva già in guardia l’uomo dall’autocompiacimento per questa vittoria umana sulla natura poichè “la natura si vendica di ogni nostra vittoria” e aggiungeva:
Ogni vittoria ha infatti, in prima istanza, le conseguenze sulle quali avevamo fatto assegnamento; ma in seconda e terza istanza ha effetti del tutto diversi, imprevisti, che troppo spesso annullano a loro volta le prime conseguenze. Le popolazioni che sradicavano i boschi in Mesopotamia, in Grecia, nell’Asia Minore e in altre regioni per procurarsi terreno coltivabile, non pensavano che così facendo creavano le condizioni per l’attuale desolazione di quelle regioni, in quanto sottraevano ad esse, estirpando i boschi, i centri di raccolta e i depositi dell’umidità. Gli italiani della regione alpina, nel consumare sul versante sud gli abeti così gelosamente protetti al versante nord, non presentivano affatto che, così facendo, scavavano la fossa all’industria pastorizia sul loro territorio; e ancor meno immaginavano di sottrarre, in questo modo, alle loro sorgenti alpine per la maggior parte dell’anno quell’acqua che tanto più impetuosamente quindi si sarebbe precipitata in torrenti al piano durante l’epoca delle piogge. Coloro che diffusero in Europa la coltivazione della patata, non sapevano di diffondere la scrofola assieme al tubero farinoso. Ad ogni passo ci vien ricordato che noi non dominiamo la natura come un conquistatore domina un popolo straniero soggiogato, che non la dominiamo come chi è estraneo ad essa, ma che noi le apparteniamo con carne e sangue e cervello e viviamo nel suo grembo: tutto il nostro dominio sulla natura consiste nella capacità, che ci eleva al di sopra delle altre creature, di conoscere le sue leggi e di impiegarle in modo appropriato” [2]
Lo sviluppo del capitalismo lungo il XIX secolo, e la fase di transizione tra la prima rivoluzione industriale e la seconda, avevano profondamente modificato le abitudini sociali nell’intero mondo occidentale, creando nuove classi sociali, concentrando vaste piazze abitative all’interno di nuove aree urbanizzate a carattere industriale, e dando forma ad un brulicante sottoproletariato che lo stesso Marx non esiterà a definire “feccia della società, priva di coscienza politica” nelle pagine del New York Times. Malgrado l’affermazione dello Stato di diritto, sorto dal 1789 francese, difatti, la scolarizzazione procedeva a rilento, e l’ascesa della borghesia industriale e finanziaria come nuova classe dominante riproduceva in maniera abbastanza fedele alcuni privilegi del passato, oltre a forti divisioni sociali e geografiche. Le famiglie, solitamente molto numerose, degli operai e della manodopera impiegata al servizio delle fabbriche, risentivano in modo molto pesante di questa nuova formazione sociale, senza considerare un mondo agrario ben lungi dall’essere scomparso, soprattutto nell’Europa orientale e meridionale. L’educazione dei giovani veniva in generale tralasciata o limitata ad alcune regioni più prossime ai centri strategici produttivi delle nazioni europee, solitamente destinata ai rampolli delle famiglie dei grandi proprietari, mentre i compiti dello Stato si limitavano al controllo della produzione e dei commerci, e alla gestione repressiva del dissenso crescente, specie sul finire del XIX secolo.
In Italia, sino alla Prima Guerra Mondiale, l’alfabetizzazione aveva raggiunto livelli bassissimi, regredendo il tasso culturale ed etico di intere generazioni: al momento dell’unità d’Italia, nel 1861, il tasso di analfabetismo complessivo arrivava addirittura al 78%, con punte del 90% in Calabria, Sicilia e Sardegna (due isole e una regione del profondo Meridione, ossia alcune tra le aree a maggior distanza dalla capitale Torino… non a caso).
Le aree più arretrate o tagliate fuori dal grande indotto industriale venivano tralasciate, limitando le conoscenze culturali, tecniche e scientifiche al solo scopo della produttività, perfezionandosi in tal senso grazie al metodo taylorista introdotto negli anni della rivoluzione fordista. La mappatura educativa del mondo in quest’ottica rispecchiava una situazione che procedeva di pari passo con lo sviluppo economico e industriale.
In Russia, sul finire del XIX secolo, l’analfabetismo arrivava quasi al 90%, lasciando un intero corpo popolare al di fuori di tutte le scelte e le principali produzioni culturali e scientifiche del Paese. La Rivoluzione d’Ottobre rappresenta dunque non solo un fenomeno storico di rottura abbastanza radicale con ciò che restava dei vecchi privilegi monarchici, ma la fuoriuscita da un sistema di iniquità talmente potente da condizionare i costumi e i comportamenti sociali. L’istruzione universale pubblica emerge per la prima volta nella storia della modernità con l’affermazione del potere sovietico in Russia, e con la riforma radicale del sistema educativo nazionale. L’accesso alle scuole e alle università, dopo il 1917, sarebbe diventato un diritto sancito dallo Stato, concepito non più come un semplice arnese di repressione del dissenso, ma come il perno/strumento (con Lenin) e come il fulcro e compimento della rivoluzione socialista (con Stalin).
Allo Stato spettava dunque l’educazione e la formazione dei giovani al di fuori della famiglia (che rimaneva comunque un nucleo fondamentale all’interno della formazione sociale) e, in un certo senso, la struttura autoritaria isituzionale tornava ad assumere – in chiave ovviamente moderna e su un piano di effettiva uguaglianza sociale tra cittadini – quel ruolo di “educatore nazionale” incarnato dalla polis della Grecia Antica, sia a Sparta sia ad Atene.
Finita la Seconda Guerra Mondiale, l’alfabetizzazione e la scolarizzazione poterono procedere e accrescersi di pari passo con il potenziamento industriale ed economico dei Paesi capitalisti e con la necessità di rispondere ad un sistema produttivo sempre più complesso e strutturato. In Italia, del resto, la riforma Gentile aveva senz’altro già promosso un piano di universalizzazione pubblica dell’istruzione di base e aveva riordinato un sistema educativo secondo un programma istituzionale che ha sorprendentemente resistito a qualunque riforma successiva, sino agli anni Novanta, poi smantellato per far posto a sistemi mutuati da un modello statunitense dimostratosi già di gran lunga fallimentare. Tuttavia, il liberalismo in Occidente, contrapposto alla progressiva affermazione dei sistemi socialisti ad Oriente, ha imposto nel Novecento una diversificazione culturale su base geografica, ancora più forte del passato.
La forma mentis di interi popoli è stata radicalmente plasmata su valori quasi diametralmente opposti, e non è un caso che persino culture o sistemi di valori apparentemente simili, siano in realtà stati interpretati secondo schemi dialettici e comportamentali completamente diversi fra di loro a seconda che questi siano espressi ad Ovest o ad Est dell’ex cortina di ferro. L’esempio più lampante proviene da una Germania riunificata territorialmente, ma non certo economicamente e socialmente. Come ha ricordato quasi tre anni fa Jochen Staadt, accademico presso la Forschungsverbund SED-Staat della Freie Universitaet di Berlino: “Nessuno tedesco vissuto fino al 1989 nella DDR vorrebbe riavere il Muro, nessuno tornerebbe a quel sistema politico. Ma molti rimpiangono una società più ugualitaria e la maggior parte di loro, quando i nostri colleghi vanno sul campo a fare inchieste, definisce il valore dell’uguaglianza più importante di quello della libertà, a differenza di quanto fanno i loro connazionali che non sono vissuti dietro il Muro tra il 1961 ed il 1989. Questa nostalgia testimonia le difficoltà in cui si sono trovate alcune generazioni di tedeschi orientali in questi 20 anni“[3].
Allo stesso modo, da un sondaggio commissionato dall’”Istituto per l’investigazione dei crimini del comunismo e la memoria dell’esilio romeno” (Iiccmer), è recentemente emerso che un romeno su due ritiene che si vivesse meglio durante il regime comunista, crollato nel dicembre 1989. Vivere meglio chiaramente non può essere – e non è – solo indice di maggiori e migliori condizioni economiche personali, ma anche di maggiori possibilità di inserimento sociale, di maggiore sicurezza collettiva e di maggior ordine e moralità pubblica.
Il Komsomol, l’organizzazione che sin dai primi anni Venti si occupò di inquadrare i giovani sovietici dai 14 ai 28 anni nelle strutture dello Stato, preparava tutti i ragazzi e le ragazze secondo programmi che prevedevano oltre alla formazione scolastica, tecnica e culturale, anche l’addestramento militare, lo sport, la musica, e altre attività ludiche e ricreative. Preparati per l’accesso nel lavoro, essi potevano indirizzarsi secondo i settori che preferivano, dalle scuole di primo livello alle accademie scientifiche, umanistiche o militari. Il sistema fu ereditato da tutti i Paesi socialisti, compresi quelli che, per ragioni ideologiche e/o geopolitiche, erano entrati in contrasto con Mosca, come la Cina di Mao o la Yugoslavia di Tito. Il crollo dell’Unione Sovietica e del blocco socialista ad essa legato, provocò in tutti questi Paesi coinvolti dalla destabilizzazione, la perdita della concezione collettiva dello Stato, mentre l’introduzione di un nuovo sistema economico, dominato dall’instabilità e dall’irregolarità dei mercati internazionali (a predominanza anglo-americana), ha così provocato l’immediata perdita di punti di riferimento, lo sbandamento e la brusca eliminazione di tutti quei cardini etici e morali ritenuti inalienabili.
Negli anni di Eltsin non era difficile trovare ragazzi in piena adolescenza stesi per strada con una siringa ancora infilata tristemente nel braccio, bambini elemosinare lungo la strada per comprarsi sigarette e alcoolici, poveri senzatetto lasciati morire di freddo nelle piazze, dinnanzi ai nuovi ricchi pronti a massimizzare i loro guadagni, esportando in Russia uno stile di vita del tutto analogo a quello dei “ruggenti” anni Ottanta dell’era Reagan negli Stati Uniti: cocaina, affari, pornografia a buon mercato.
I vecchi ortodossi dissero che il male era entrato in Russia, sfondando quella finestra del Paese sull’Occidente, che lo Zar Pietro aveva leggermente aperto nel XVIII secolo, e che Stalin aveva barricato dopo il 1945. Noi, ad Ovest, sapevamo già tutto. Avevamo vissuto quella degenerazione sociale almeno venti anni prima, all’indomani di quel 1968 che se da un lato contribuì ad abbattere vecchie ed insopportabili concezioni ultra-patriarcali o inutilmente conservatrici all’interno del sistema-famiglia europeo e nord-americano, dall’altro innescò il declino della società occidentale, dando vita ad una ingiustificata devastazione di qualunque elemento tradizionale presente nella società e di qualunque fattore residuale della “classicità” europea. Come se, per un brutto voto rimediato ai Promessi Sposi, dovessimo bruciare tutti i capolavori di Manzoni. Assurdo.
Oggi in Italia le cifre ci dicono che il consumo di cocaina, di super-alcolici e di cannabis è aumentato spaventosamente negli ultimi venti anni, procedendo di pari passo con l’eliminazione di ogni tutela sociale ed economica per i ragazzi dai 18 ai 35 anni, con la diffusione di stili di vita orientati all’intensificazione etica e pratica dell’individualismo, dell’edonismo e dell’invidia sociale, e con un instupidimento collettivo dettato dalla televisione e da nuove mitologie sociali e virtuali che stanno pian, piano sostituendo – e forse peggiorando – il ruolo già in gran parte negativo del tubo catodico. L’allarme lanciato dall’ex ministro De Tullio, sul ritorno di un pesante analfabetismo tra i giovani, non è affatto sorprendente, e lascia intendere come, proprio in una delle fasi più declinanti e oscure per il nostro Paese, anche la società proceda in medesima direzione. Il futuro è dei giovani. Ma i giovani di oggi sono già vecchi e decrepiti dentro. E non ci rendiamo conto che riempiendoli di smartphone e social network, rischiamo seriamente di fare come le popolazioni, di cui parlava Engels, che sradicavano i boschi in Mesopotamia, in Grecia, nell’Asia Minore: aumentarono la raccolta di legna e poterono accendere fuoco in abbondanza, ma così facendo crearono le condizioni per alluvioni e carestia.

 1. F. ENGELS, Dialettica della Natura, 1876
2. Ibidem.
3. IGN, Staadt: ''Nessuno tedesco dell'Est rivorrebbe il Muro ma c'è nostalgia di uguaglianza'', 2009

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