involuzione

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Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

lunedì 13 febbraio 2012

Marilina Veca, “Cuore di lupo”, Kimerik, 2011




La nuova edizione di Cuore di lupo, meritoria opera della giornalista italiana Marilina Veca, forse troverà maggior fortuna della prima, grazie all’eco mediatico suscitato recentemente dai crimini commessi in Kosovo e Metohija dal “gruppo di Drenica” dell’UCK.
Il testo conta anche sulla traduzione in serbo, compiuta dall’attuale Ambasciatrice in Italia, Ana Markovic.
La luce su questa vergognosa pagina delle guerre balcaniche è stata accesa, finalmente, dal Rapporto sulla violazione dei diritti umani in Kosmet, presentato dal coraggioso senatore svizzero Dick Marty al Consiglio d’Europa nel 2011.
Come giustamente sottolinea nella prefazione l’ex Ambasciatrice serba a Roma, Sanda Raskovic-Ivic, “era noto che in Kosovo e Metohija sparirono, dalla primavera del 1998 (cioè ben prima che Slobodan Milosevic inviasse nella provincia serba la polizia per mettere fine alle violenze dell’UCK e ben prima che si riaccendesse il conflitto che servì da pretesto per i bombardamenti della NATO sulla Federazione Jugoslava n.d.r.) all’inverno 2001 (cioè quando le forze della coalizione internazionale avrebbero dovuto far rispettare l’ordine pubblico n.d.r.), 1.300 serbi e non albanesi”.
Dei rapimenti, testimoniati da diversi rapporti internazionali, scrivemmo parecchio tempo fa in pochissimi (tra questi proprio Marilina Veca) (1).
A distanza di 10 anni conosciamo la sorte di quelle povere persone: “Purtroppo, all’orrore del commercio degli organi umani non partecipano solamente terroristi e psicopatici appartenenti al cosiddetto Esercito di Liberazione del Kosovo. Sono coinvolti anche medici, infermieri, e altre persone rinomate, insomma gente perbene”, sottolinea giustamente la Raskovic (2).
Per questa ragione “lo stesso titolo Cuore di lupo è simbolico! Sappiamo da tante storie e leggende che uno dei principali animali totemici per i serbi è il lupo, Vuk! Ecco perché, anche ai propri figli, i serbi danno il nome di quest’animale. Perché sopravvivano”.
Lo straziante libro di Marilina Veca, utilizzando nomi di fantasia, ci narra le storie vere di quattro famiglie serbe e della loro disperazione: i loro uomini, Dragan, Dejan, Milan, Srdjan sono stati rapiti e usati come cavie da laboratorio, i loro organi sono stati espiantati e venduti al mercato nero.
Daniel, un ragazzino la cui famiglia appartiene alla più classica borghesia francese, attende, apatico, un nuovo cuore che gli permetta di avere una vita “normale”.
In mezzo, l’impotenza delle donne serbe che invano chiedono aiuto alla miriade di organizzazioni internazionali e ai militari che affollano ancora oggi il Kosovo e Metohija alla ricerca di un facile stipendio, l’imbarazzo e la vergogna dei tanti albanesi che vorrebbero aiutarle ma che si trovano anch’essi prigionieri a casa propria.
Migliaia di soldati della KFOR che non riescono a controllare una regione grande quanto l’Abruzzo, con l’evidente scopo di punire chi ha osato sfidare l’Alleanza Atlantica, gendarme del mondo a stelle e strisce.
Ma anche perché le complicità occidentali sono tante: nel 2002 la tv dell’Iraq occupato dagli atlantici ci ha mostrato “un certo sceicco Behramin che si vantava del suo nuovo cuore trapiantatogli in Turchia. Lo sceicco disse sorridendo che gli dispiaceva una cosa sola: il cuore che batteva nel suo petto era serbo… D’altro canto non era necessario avere a disposizione un grande centro chirurgico per l’espianto, per strappare il cuore ad un giovane serbo e metterlo nell’apposito trasportatore. Bastava una baracca dietro una certa casa gialla e bastava un elicottero con i motori accesi. Tutto il resto si svolgeva altrove …” (3).
Dopo il rapporto Marty nessuno può far finta di non sapere”, scrive Falco Accame, ma in quello che si autodefinisce il “migliore dei mondi possibili” non crediamo sia possibile avere giustizia e riteniamo che gli esponenti della “comunità internazionale” si apprestino a chiudere la vicenda con il minor clamore possibile.
Costoro farebbero però bene a tenere a mente le parole del grande San Sava, primo arcivescovo ortodosso e primo scrittore della letteratura serba, rappresentante di questo popolo presso il Signore nella tradizione: “Perdoniamo, ma non dimentichiamo!”.
I serbi perdonano ma non dimenticano”, ribadisce Dragan Mraovic nel libro; noi sicuramente non dimenticheremo, ma non essendo serbi, allo stesso tempo, non perdoneremo.
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fonte:
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