involuzione

involuzione
Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

mercoledì 2 febbraio 2011

UN CASO EDITORIALE: IL FATTO QUOTIDIANO

il Fatto Quotidiano, nato il 23 settembre 2009, rappresenta un fenomeno da studiare. In un contesto di pesante calo della diffusione dei quotidiani – legato alla crisi economica – questo giornale, nei suoi primi tre mesi di vita, ha avuto una media di vendite “tra edicole e abbonamenti (…) di oltre 108.000 copie”1.
Tale risultato è stato mantenuto “anche nei primi quattro mesi di quest’anno”. Un altro dato in controtendenza è la forte percentuale di lettori giovani: “ben il 14,2 per cento dei lettori hanno tra i 18 e i 24 anni e il 25,7 tra i 25 e i 34 anni”.
Alto è il livello di istruzione: “oltre il 90 per cento ha un diploma o una laurea”. In termini più generali, si può dire che “il lettore tipo è un uomo, risiede nel centro nord in un comune di oltre 250.000 abitanti e svolge una delle cosiddette professioni di concetto (studente/impiegato/quadro o dirigente)”. La maggior parte deii lettori è legata alle varie componenti del centrosinistra, “ma c’è una percentuale molto rilevante, cioè il 18,3 per cento” che non rivendica collocazioni precise.
Certo, sarebbero necessari ulteriori approfondimenti. Ad esempio, quante copie sono state sottratte a concorrenti più blasonati? La tipologia di lettori sopra descritta sembra coincidere con quel “ceto medio riflessivo” che ha fatto la fortuna di un quotidiano come la Repubblica. Un’altra questione si lega all’alta percentuale di lettori giovani, che induce a chiedersi per quanti il Fatto rappresenti il primo avvio al rapporto con un quotidiano.
Di sicuro, contribuiscono al successo giornalisti di prestigio come Furio Colombo o noti presso il  pubblico televisivo come Marco Travaglio, che garantisce un articolo al giorno, sempre collocato in prima pagina. Il legame con il piccolo schermo è stretto, poiché con la trasmissione politica di maggior successo degli ultimi anni (Annozero) si condividono sia alcune firme, che il modo di impostare certi problemi.
In più, il quotidiano è vicino ad un vasto movimento d’opinione, il “popolo viola”, impegnato soprattutto nella lotta contro l’impunità di Berlusconi e di altri potenti. Si può ritenere che la concezione della democrazia espressa da questo movimento sia riduttiva, poiché pone in secondo piano questioni come l’estensione dei diritti sociali e la creazione di nuove forme di partecipazione collettiva alla cosa pubblica. Ma il Fatto la condivide senza riserve.
In ogni caso, nel panorama della carta stampata italiana, questo giornale non emerge solo per il suo spiccato interesse verso le malversazioni dei politici. L’angolo visuale dei quotidiani nostrani è in genere così ristretto, che ci vuole poco per dare l’idea di affrontare la realtà nelle sue molteplici sfaccettature.
Solo per fare un esempio: il 6 maggio, su il Fatto una intera pagina è dedicata al congresso Cgil, con un resoconto puntuale di Giampiero Calapà (Epifani: non siamo come la Grecia ma quasi) ed un articolo più analitico di Enrico Fierro (La frontiera del nord). Nelle due pagine sulla crisi greca, poi, una cronaca degli avvenimenti di piazza del giorno precedente (Morti d’economia), dovuta a Salvatore Cannavò2, restituisce alcune differenze interne al campo della protesta.
Basta parlare del più grande sindacato italiano senza limitarsi a riferire dei battibecchi a distanza tra Epifani ed i segretari di Uil e Cisl, o affrontare la protesta greca dimostrando di conoscerne gli attori politici, per distinguersi positivamente rispetto a tanti giornali.
Questioni di share
Grande è l’importanza che il quotidiano attribuisce alla televisione, in quanto strumento di manipolazione delle masse e come campo di battaglia dove si scontrano forze diverse.
La convinzione da cui si muove è che il successo di Berlusconi sia dovuto esclusivamente al suo dominio televisivo, che gli consente sia di creare un preciso immaginario, sia di restituire ciò che vuole della realtà a milioni di italiani, contribuendo all’involuzione del paese. Su questo piano si  estremizza l’opinione prevalente nelle forze di opposizione.
I lettori – in osmosi con il quotidiano – sono del medesimo avviso. Lo testimonia, tra le altre, una lettera pubblicata il 28 febbraio 2010, a firma di Francesco Falco, un aspirante giornalista (Lettera di un ragazzo al Tg1”). Vi si protesta perché si è fatta passare la prescrizione nei confronti del corrotto Mills per un’assoluzione: “Quello che non mi è stato possibile accettare (…) la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la Menzogna (…) Quella che, in nome del potere, fa sì che venga raccontata e giunga nelle case di milioni di italiani, una versione delle cose altra, che si sottrae al pur deprecabile esercizio di modulazione di un fatto (…) e rovescia il fatto medesimo”.
Nello stesso giorno, la quotidiana rubrica sui Tg (Tgpapi) curata da Paolo Ojetti ha un titolo infelice: “C’è il Cile (il viola no)”, legato alla circostanza per cui il devastante terremoto in quel paese ha oscurato una manifestazione del “popolo viola”. Commentando il Tg1 si parla del processo Mills e di come viene affrontato da Ghedini, che in casa di Minzolini si trova a suo agio (“ci fosse un giornalista, uno solo che abbia la forza di stopparlo, di portarlo a una parvenza di riflessione, di discussione”). Riferendosi al Tg2 ci si riscatta, in parte, dalla gaffe insita nel titolo, parlando di un “obbligatorio sviluppo del terremoto cileno”, ma poi ci si lamenta della mancata informazione (“né un’immagine né una citazione”) sulla manifestazione viola di Piazza del Popolo.
Ora, c’è da chiedersi: a parte la legittima recriminazione rispetto all’omissione della notizia del “viola day”, sul terremoto in Cile non c’era proprio nulla da rilevare? Ad esempio, i telegiornali, evidenziato quanto il disastro sia stato dovuto, più che alla furia della natura, a condizioni socio-abitative di estremo disagio? Problemi simili sembrano estranei ad Ojetti, che nella sua rubrica si concentra prevalentemente sulla questione giudiziaria, quasi che l’indipendenza dell’informazione si misuri sul terreno esclusivo delle cronache processuali.
Fin qui abbiamo parlato della televisione come luogo dell’omissione di notizie, ma cosa ci dice il Fatto su questo potente media come terreno di scontro?
Vediamo un articolo dal titolo esplicito: “23 a 13 per Santoro” (26 settembre 2009, a firma di Wanda Marra). Giubilando, vi si parla di una vittoria nella battaglia dello Share, riportata nei confronti del programma Porta a Porta: “(…) ben uno spettatore su 3, come accade solo nelle fiction più seguite, è rimasto incollato dall’inizio alla fine a Annozero. Una bella lezione per Berlusconi., Il monologo del Premier sull’Abruzzo aveva ottenuto il 13,47%, ma partiva (…) dalle medie di Rai1”.
Siamo di fronte all’espressione tipica di una mentalità. Il riferimento alla “bella lezione per Berlusconi” rimanda all’illusione che una vittoria negli ascolti televisivi sposti i rapporti di forza  nel paese. L’idea di fondo, d’altronde, è quella, già accennata, secondo cui il motivo esclusivo della forza del Cavaliere sarebbe il suo monopolio televisivo. Ci si dimentica dell’essenziale. E’ vero, Berlusconi usa la tv per modificare la percezione della realtà e per creare un immaginario  attraverso forme di comunicazione che vanno attentamente analizzate; ma omettere dei fatti non è sufficiente a garantirsi il consenso sociale ed un immaginario, per imporsi, ha bisogno anzitutto di soggetti sociali che siano disposti a farlo proprio. Dietro le vittorie elettorali del Cavaliere c’è un preciso blocco sociale che vede i propri interessi difesi dal Pdl e di conseguenza si riconosce nei “valori” che questo partito propugna. Dunque, è pronto ad accogliere l’immaginario modellato dalla tv berlusconiana. Questa situazione non può certo essere modificata dalle vittorie, negli ascolti televisivi, di qualche “program-ma amico”.

I graffi di un ribelle.
Se le priorità sono ribadite di continuo, il giornale è comunque attento ad offrire un ventaglio di punti di vista, accogliendo diversi battitori liberi. E’ il caso di Massimo Fini, un intellettuale che si è formato su grandi pensatori reazionari: Ezra Pound, Heidegger, Junger.
Un simile orientamento culturale può sorprendere, in un giornale che ha molti lettori nel “popolo della sinistra”, ma va detto che gran parte dell’intellettualità che un tempo di questo popolo era riferimento si è convertita all’esaltazione del libero mercato. Di conseguenza, un Fini può acquistare credibilità nel presentarsi come fiero anticonformista.
Prendiamo ad esempio un suo scritto del 20 aprile (“Perché faccio il tifo per il vulcano”), in cui si riferisce alla nube di cenere, proveniente dall’Islanda, che ha bloccato il trasporto aereo. Per Fini, la natura, oltre a ricordare all’uomo che “non è il padrone del mondo”, mette a nudo la fragilità del sistema integrato in cui viviamo. L’autore segnala che “il vulcano islandese esplose già, con la stessa violenza, due secoli fa ma nessuno se ne accorse (,,,) mentre oggi sta mandando in tilt l’intero pianeta”.
L’Occidente ha uniformato il mondo al suo modello e ciò comporta che quando vi è un problema in una qualsiasi località (nell’articolo viene citata pure la crisi greca), i suoi effetti si riverberano in ogni dove.
Quando questo sistema imploderà, si salverà chi ne è fuori, come quegli indigeni delle Andamane, che sono sopravvissuti allo tsunami perché “invece di affidarsi a ottusi strumenti tecnologici sanno ancora guardare il mare con occhio umano, ascoltarlo con orecchie umane, sentirlo con cuore umano”.
L’articolo rivela la capacità di Fini di condensare in poche righe un pensiero articolato, segnato dal rifiuto della società tecnologica e dal rimpianto nei confronti di epoche lontane.
I lettori coinvolti in lotte territoriali contro uno “Sviluppo” che favorisce pochi, leggeranno con piacere una provocazione come questa. Rimane il problema che il giornalista in questione, sconfinando nella misantropìa, nega a monte le possibilità di un’azione di massa.Tanto che nell’articolo i greci attuali, colpiti dalla crisi, sono definiti “stupidi come tutti gli uomini di oggi”. Negli scritti di Fini affiora un’oscillazione. Da un lato sembra che la critica alla società occidentale sia anche autocritica, perché rivolta ad un mondo di cui si fa parte. Dall’altro, emerge la tendenza a rappresentarsi come un ribelle, in un senso vagamente jungeriano3, come persona  che, pur condannata alla sconfitta e ad una vita in minoranza, riesce a sottrarsi all’istupidimento ed ai processi di massificazione indotti dalla società tecnologica.
Fini gode di grande considerazione nel giornale: il 6 maggio una pagina intera era riservata all’uscita di una raccolta di suoi articoli4. Ma la visibilità e le qualità di scrittura dell’autore possono contribuire ad alimentare la confusione, ad esempio introducendo un elemento di idealizzazione del passato in discorsi – come quello ambientale – che invece dovrebbero rimandare alla critica della logica del profitto. E così, il quotidiano ci guadagna l’immagine di organo culturalmente plurale, senza che il suo impianto di fondo ne risulti smentito.

Il lavoratore nel “paese anormale”.
Su il Fatto le lotte dei lavoratori ricevono una certa attenzione. Tra le firme più quella di Beatrice Borromeo, giovane giornalista lanciata da Annozero, un programma che, rispetto agli standard televisivi, ha sempre dedicato un certo spazio al mondo del lavoro. Diverse puntate della trasmissione di Santoro sono partite da interviste ad operai impegnati nella difesa dell’occupazione, nel segno della critica ai datori di lavoro, rei di investire poco pur ricavando lauti profitti.
Bene, l’approccio de il Fatto è simile e gli articoli di Borromeo e di altri tendono a privilegiare quelle situazioni che più si prestano alla denuncia di un’imprenditoria che non si comporta come dovrebbe, presentando tratti anomali o addirittura banditeschi. In quest’ottica, è esemplificativo il brano seguente: “54 milioni di euro è la cifra cui ammontano i trattamenti di fine rapporto che Eutelia avrebbe dovuto pagare ai suoi lavoratori, se li avesse licenziati. Vendendo il ramo d’azienda Agile a Omega in cambio di un prezzo (…) simbolico, Eutelia ha evitato di pagare. La regia (…) è della banca Monte de’ Paschi di Siena: “Questo istituto- spiega Gianni Seccia della Fiom – è il principale creditore di Eutelia, che è esposta nei confronti di “Monte de’ Paschi, guarda che coincidenza, proprio per 54 milioni di euro” (Così Eutelia riesce a stanare Palazzo Chigi, 18 novembre 2009). Alla vicenda di Eutelia, che vede un complesso intreccio di interessi, con tanto di coinvolgimento dell’azienda di Berlusconi5, Borromeo ha dedicato una serie di articoli. Un buon lavoro, sul piano informativo, che però conferma la tendenza del quotidiano a vedere nell’operaio che si difende come può, magari occupando lo stabilimento, non un soggetto portatore di bisogni, bensì l’indicatore dei problemi di un paese dove regna il malaffare.
Che il Fatto non auspichi una ripresa del conflitto, lo chiarisce un editoriale del direttore Antonio Padellaro, uscito per la festa dei lavoratori (“A schiena dritta, 1 maggio 2010). In quel giorno, il titolo d’apertura del quotidiano ne conferma le ossessioni:Nel paese dei furbi Scajola la fa franca”. Ma la festa dei lavoratori è richiamata nell’articolo di Padellaro e in un riquadro con un disegno di Giacomo Manzù (Il nostro domani si chiama lavoro). All’interno, il discorso sul mondo del lavoro è sviluppato in due pagine: si parte dall’iniziativa a Rosarno dei sindacati confederali, con un articolo di Enrico Fierro sulla condizione di un Meridione che ha bisogno di legalità (Nuova fuga dal Sud, Un primo maggio da anni settanta”). Poi, ci sono due interviste: una ad un rosarnese illustre, il direttore della Scuola Normale, Salvatore Settis (“Basta genuflessioni. La sinistra offra un sogno”, realizzata da Giampiero Calapà), l’altra a Susanna Camusso della Cgil (“Mezzogiorno abbandonato, la Fiat rilanci Pomigliano, a cura di Salvatore Cannavò).
Il taglio meridionalista permette di associare i temi del lavoro ad altre emergenze tipiche della parte più disagiata del paese ed è ripreso da Padellaro nel suo editoriale, che ricorda due dirigenti comunisti. Uno, Valarioti6, vittima della ‘ndrangheta nel 1980, l’altro, Pio La Torre, assassinato dalla mafia due anni dopo: “Ci piacerebbe che questo 1 Maggio fosse celebrato nel nome degli uomini e delle donne con la schiena dritta. Di quelli morti. E di quelli vivi. Non gli eroi, ma le persone normali. Quelle che ogni mattina affrontano l’esistenza, accompagnano i bambini a scuola, si recano al lavoro. Ma se non ne hanno uno, la schiena devono averla ancora più robusta”. Il disoccupato, continua l’articolo, è oppresso dal senso di inutilità, “ma più di tutto, peggio di tutto” lo scoraggia “l’idea di un mondo che gira al contrario, che premia i furbi e gabba gli onesti”.
Per questa via, diviene naturale la citazione del caso del sontuoso appartamento di Scajola al Colosseo, condita da un demagogico richiamo “a chi si svena per l’affitto o viene strangolato dal mutuo”.
Dunque, i lavoratori non sono mai veramente protagonisti, nemmeno quando è la loro festa. La madre di tutte le battaglie rimane quella per la legalità, per un’Italia ed un Meridione che, non più strozzati dalle mafie e dall’illegalità endemica, possano creare nuovi posti di lavoro.
Proprio qui si delinea in modo nitido un’aspirazione che affiora in tante pagine del Fatto. Quella legata ad un paese normale, senza più strapotere mafioso, senza l’anomalia rappresentata da Berlusconi e dal connubio tra potere politico e mediatico che questi porta con sé.
Dunque il giornale e coloro che lo scelgono ogni mattina vogliono solo un capitalismo “migliore”, più vicino a quello di altri grandi paesi europei? Se, per quanto riguarda i lettori, è difficile esprimersi in maniera univoca, per quanto riguarda la redazione si è tentati di dare una risposta affermativa.

                 Stefano Macera

lunedì 31 gennaio 2011

Novant’anni Buttati

Il Travaglio del Gramscismo
Novanta anni fa fu fondato il Partito Comunista d’Italia – Sezione della Terza Internazionale. Fondatori il gruppo milanese di Bruno Fortichiari, il ‘Soviet’ del napoletano Amadeo Bordiga e infine, titubante, Gramsci per conto del giornale-partitino torinese ‘Ordine Nuovo’. Novant’anni di Storia iniziati tra tragedia e trionfo, lotte, lotte armate, clandestinismo, resistenza, ricostruzione e lotte di governo e di opposizione, filo-sovietismo, ex-filosovietismo, pentitismo post-sovietista e rinnegamento antisovietico, ‘tout court’. Dalla lotta di Classe all’Egemonia, dalla Svolta di Salerno al compromesso storico, all’inciucio, all’autoliquidazione nel correntone cosmopolita dell’‘Ulivo Mondiale’, all’adesione alle voglie e desideri, da ‘Ruby Rossi’, del Pentagono, di Wall Street e di Tel Aviv. Dall’intellettuale organico al Moderno principe, il Partito Comunista, all’agente d’influenza al servizio dei vari think tank statunitensi o para-statunitensi. Da Beppe Fenoglio a Fabio Fazio. Da Ejzenstejn a Muccino. Da Curzio Malaparte a Cita Degregorio. Dalla Piazza Rossa, faro della rivoluzione proletaria mondiale, alle equivoche piscine di Hollywood, faro della globalizzazione ideocratica  anglosionstatunitense.
Si, l’avventura è iniziata tra tragedie e trionfi, e sta terminando tra pernacchie e scorreggine. Da Fortebraccio a Crozza. Già da questo dato, si capisce il tracollo di una Storia.
Non starò a ripercorrere la cronologia storica del PCdI-PCI-PDS-DS-PD non serve ed annoia. Oltre che essere inutile. A chi interessa del vero fondatore del Partito Comunista in Italia, Amadeo Bordiga, uno dei tre/quattro marxisti italiani di levatura internazionale che ha sfornato questa Storia? A chi interessa sapere che Gramsci non era affatto un marxista, e che il gramscismo è un sottoprodotto del crocianesimo, malattia che ha devastato l’intelligencija italiana? A chi interessa sapere di Paolo Robotti, dirigente del PCdI e parente di Togliatti, stalinista di ferro prima  e dopo esser stato torturato dalla polizia politica di Stalin? Roberto Oros di Bartini, chi era costui? E chi avrà mai fatto Ilio Barontini? A chi interessa delle gesta in terra di Spagna e in terra del Friuli del killer personale di Togliatti, Vittorio Vidali? Chi si ricorda della ‘Guardia di Ferro di Stalin’ Pietro Secchia e della sua Guardia, un po’ meno di ferro, Giulio Seniga, vero padre spirituale e carnale della ‘Nuova Sinistra’ sessantottina? E Luigi Longo, che avrà mai fatto nella sua vita? E chi sono mai stati Pompeo Colajanni e Cino Moscatelli e Angiolo Gracci, questi capi nazional-patrioti (i ‘nazionalcomunisti’, disse l’Amadeo, e che qualche anima pia evangelistica, oggi, rebufferebbe dall’alto della sua ciotola mondandoriana)?
Cialtronia. Infatti del PCI rimangono la faccia smunta del sanculotto ultraborghese Enrico Berlinguer, questo Torquemada travestito da S. Francesco ha lasciato in eredità la sua diletta figlia  dirigente RAI-CIA, Bianca, e un moralismo anti-operaio e antipopolare, che solo chi ha saputo fingersi per tutta una vita ‘amico del Proletariato e del Popolo’, ha saputo sfoggiare e imporre. L’egemonia! Dallo stringere la cinghia quale dovere ‘morale’ degli operai, nel 1975, alla buffonata di Mirafiori Gennaio 2011. Una linea rossa che si vede e si segue benissimo, basta volerlo.
I militanti del PCI, che leggevano Geymonat, sono degenerato in una massa informe e ringhiosa che ulula di piacere agli epigrammi del piccolo giacobino ultra-reazionario Marco Travaglio.
Dall’assalto al Cielo, a tre metri sopra il cielo. Dalla foto di Antonio Gramsci accanto alla testata de l’Unità, alla foto della sospetta uxoricida Sakineh. Dalla giungla del Viet Nam, assieme al venerabile Generale Giap e a Zio Ho, alle giungle di plastica hollywoodiane, assieme a zio Rambo e a zio Arnold, a dare la caccia ai feroci nemici della ‘Democracy and Liberty’: Sandinisti, Chavisti o contadini honduregni che siano. Ripugnante. Con Dalema, primo presidente del consiglio ‘post-ex comunista’, l’Italia partecipa attivamente e in prima linea all’aggressione ingiustificata e ingiustificabile, a ciò che rimane della Jugoslavia, mentre si difende dal terrorismo (quello vero, non quello inventato dai burattinai della libera compagnia della menzogna 24h TG-3/RaiNews). Un terrorismo kosovaro-albanese alimentato dalle intelligence di mezza NATO, collegato alla mafia kosovaro-albanese, a sua volta in affari con le mafie di Puglia e dintorni: Bari, Brindisi, Foggia, Taranto, Napoli, …Gallipoli.
Sciocchezze, sciocchezzuole. Non sono queste le cose serie e importanti, ribatteranno prontamente i vari vati residuali del fu PCI. I nipotini verbosi e sussiegosi del verboso e sussiegoso Pietro Ingrao. Affabulatore eterno, tanto bravo a spacciarsi da rivoluzionario, quanto a metterla in quel posto al gonzume che gli va dietro. Dal suo migliore allievo, il gagà Fausto Bertinotti, ad Antonello Caporali e a Niki Vendola; la pestifera figliata ingraiana perseguiterà il popolo italiano per molto tempo ancora.
Dalle scuole delle Frattocchie, a imparare a memoria un marxismo fasullo e monco, appreso spesso da professori-inquisitori, allo studio televisivo del ‘bracciante’-inquisitore milionario Michele Santoro, a imparare a memoria tutti gli stilemi del pornomoralismo, nuova bandiera rivoluzionaria dei senza rivoluzione; nuovo ‘Sol dell’Avvenire’ dei senza speranza …di poter vincere le elezioni. Dal mitra di Dante Di Nanni, al videofonino di Patrizia D’Addario. Dalla critica tormentata di Piepaolo Pasolini alle vacue evacuazioni notturne della contessa Serena Dandini. È comprensibile il perché i piddini si vergognino di celebrare i novant’anni dalla nascita del PCd’I. Cos’hanno più a che fare con quella Storia? E per carità, in effetti, risparmino a tutti il volto lungo e flaccido del Walter Valetroni, lo squittìo irritante di Nanni Moretti, il nullismo totalitario della Deborah Serracchiani, il nazismo comportamentale del ‘Lider Minimo’ Max Dalema, le facce efebiche degli Orlando, dei Renzi e altri rottami incipriati, disquisire dei mali e dei torti del Comunismo variamente inteso.
Continuino pure a fare la rivoluzione guardando nel buco della serratura del bagno di Casa Berlusconi. Troveranno altre guide da inserire nel loro pantheon.
Non più i ritratti di Gramsci, Togliatti, Longo e Natta, ma le foto glamour delle facce rettiliane dei Travaglio e delle Daddario, quella laida della Giovanni Bottero, quella dallo sguardo vuoto di un Federico Moccia o di un Fabio Fazio, oppure dallo sguardo torvo di un Roberto Saviano. Tutti in attesa che dal petto sbocci non una rosa rossa, ma un mandato di cattura che permetta di impiccare per i piedi il guastafeste festaiolo d’Arcore. Invocare una finta rivoluzione, per celebrare una vera catarsi da novant’anni di storia, nelle azioni e nei pensieri, travestita e rigettata.
Alessandro Lattanzio, 19/1/2011

Parma - Oltre il bunga bunga e il moralismo antiberlusconiano

30 / 1 / 2011
L’Orgoglio Puttana (*)
Parlare di prostituzione oggi è difficile e a volte perfino contraddittorio, dal momento che sono le stesse donne, di ogni schieramento politico, intra ed extra parlamentare, a definirla come una prestazione sessista, maschilista, indegna. Per le donne politically correct prostituirsi equivale a dire vendere il proprio corpo, mercificarlo, sottomerlo al potere maschile, e quindi renderlo oggetto, privato di piacere e dignità.
Se però provassimo a correggere questa miopia, ci renderemmo conto di quanto invece sia pericoloso per noi donne etichettare in questi termini la prostituzione. Le sex workers non sono sempre donne vittime di tratta e di sfruttamento, costrette a prostituirsi per vivere o per scappare dal proprio paese. Sex workers sono anche donne che scelgono consapevolmente e liberamente di praticare un lavoro utilizzando il proprio corpo, la propria sessualità e le proprie capacità relazionali. Prostituirsi non vuol dire vendere se stesse e  la propria vagina ma vuol dire monetizzare una prestazione sessuale, decidendone il come, il dove e il quando. Una prostituta consapevole e libera di scegliere ha il pieno dominio del proprio corpo che non viene venduto con il rapporto sessuale. Parlare di mercificazione dei corpi delle prostitute vuol dire renderle direttamente oggetto di possibili violenze, legittimate dal fatto che una merce non possa rivendicare diritti né dignità.
Attraverso “L’orgoglio puttana” le prostitute hanno iniziato in forma organizzata a pretendere di essere ascoltate e non solo giudicate. Il problema che vivono oggi non è legato alla prestazione in sé, se questa è frutto di scelte libere, ma dipende dalle condizioni lavorative a cui sono costrette dalle leggi anti prostituzione: zero diritti, persecuzioni, stupri, zero assistenza, mancanza di luoghi sicuri per esercitare la professione.
Inoltre anche il linguaggio comune contribuisce ogni giorno a stigmatizzare il lavoro sessuale per parlare di tutte le donne: l’affermazione indegna “sei una puttana” la si adopera quando si vuole dire che una donna è una cosa senza valore, è un corpo senza vita, è una venduta.
Noi donne dovremmo provare a ridare dignità a noi stesse partendo dal fatto che essere donna oggi vuol dire combattere contro la precarietà generalizzata, le violenze sessiste, e la mancanza della possibilità di scegliere in base ai propri desideri.
Ma Ruby è una Puttana? E questo permetterebbe di condannare tutte le donne contemporanee al grido “vendute”?
 E’ cosa ancor più ostica provare a leggere il quadro complessivo, sistemico e culturale, nel quale noi donne siamo nate e cresciute. Dai media e dalla politica istituzionale siamo state abituate a pensare che i modelli positivi a cui ispirarsi fossero quelli legati al potere, alla ricchezza e all’emancipazione, data dalla possibilità di apparire piuttosto che essere, dalla visibilità a tutti i costi piuttosto che dalla possibilità di avere delle pretese. Oggi più che mai, in un contesto di crisi e di tagli, la formazione è un percorso faticoso e lungo, tutto in salita, e il lavoro è un diritto per pochi.
In questo contesto non facciamo fatica ad immaginare la giovane Ruby alla ribalta così come le tante sue, nostre, coetanee. Definirla come una povera vittima sacrificale, in balia del caso, lo considero un insulto all’intelligenza femminile. Più che una giovane inconsapevole, Ruby appare come  “imprenditrice di se stessa”. E’ una donna che ha deciso di investire sulla propria persona per farsi strada nel mondo, utilizzando il potere maschile per raggiungere degli obiettivi materiali: notorietà, soldi, la possibilità di fuggire da una condizione familiare non appagante e il raggiungimento di un’indipendenza economica tale da consentirle una vita al di sopra delle possibilità di ogni sua coetanea.
Ciò che fa arrabbiare non è Ruby, ma è sicuramente l’atteggiamento machista e sessista della nostra classe dirigente, che pensa di aver costruito attorno a sé, in questi lunghi anni di monopolio culturale, un’aurea di potere inviolabile, in cui le donne appaiono come pedine da spostare nello scacchiere politico o come tappezzeria nella villa di Arcore, così come nei salotti tv, nei reality show o sulle copertine di Vanity Fair.
Ma la speranza è forte: non tutte le donne si accontentano, a volte le donne che pretendono di più possono mettere in crisi il sistema.
La morale la lasciamo ai vetusti.
In Italia accadono però cose ancor più strane. Basta osservare le tattiche adoperate dall’opposizione antiberlusconiana, quella che pur non esistendo nella sostanza riesce a rimettersi in pista dopo ogni gossip di palazzo. In questo caso il Pd manda avanti le donne per sferrare colpi feroci da infliggere al Premier.
Più che una presa reale di coscienza da parte delle donne di uno schieramento politico, però sembrerebbe quasi una pura e semplice strumentalizzazione dell’essere donna per tentare la ribalta nei sondaggi. Nella conferenza regionale delle donne del Pd che si è tenuta a Parma, è stata indetta una campagna nazionale per chiedere le dimissioni di Berlusconi parlando allo stomaco dell’elettorato femminile. Le donne del partito hanno indossato cartelli con la scritta “NON SIAMO BAMBOLE”, hanno detto che”le donne sono una risorsa che va valorizzata”, che il Paese deve puntare sulla nostra laboriosità, da applicare nell’industria e nella politica estera. Alla politica chiedono “ di mettere le donne in lista e di farle eleggere, ricordando che valorizzare le donne significa essere pronti a dare loro ruoli apicali e di responsabilità”.
Mi chiedo però dove sia la coerenza in un partito che non è stato in grado neppure di appoggiare la vertenza che centinaia di lavoratrici e lavoratori hanno portato avanti prima del refendum di Mirafiori. Come si fa a parlare di incentivare la laboriosità delle donne, messe a lavoro, se già viviamo la precarizzazione e lo sfruttamento sulla nostra pelle? Non sarebbe più intelligente dire che le donne lavorano già troppo senza aver riconosciuti i propri diritti (reddito, salario e welfare)? Non sarebbe meglio ostacolare le ordinanze anti prostituzione invece di dire che le donne non sono bambole? Non sarebbe più efficace regolarizzare tutte le donne clandestine per impedire la tratta della prostituzione, sottraendole così al continuo ricatto dei loro sfruttatori? Non sarebbe più opportuno impedire l’ingresso delle associazioni pro life nei consultori pubblici invece di mandare messaggi elettorali spot in cui si reclamano “percorsi sociosanitari per la salute femminile e infantile”?
Prima di scendere in piazza per chiedere le dimissioni di Berlusconi in nome delle donne offese, sarebbe bello capire cosa ne pensa realmente il Pd, aldilà degli spot elettorali, in merito alla precarietà, alla prostituzione, alla fecondazione assistita, alla legge 194, ai consultori (la legge Tarzia nel Lazio è stata sottoscritta da tutti i rappresentanti regionali del Pd) e alle violenze che le donne migranti subiscono dentro i Cie.
Ma siamo davvero sicure che una volta finita l’epoca Berlusconi i problemi reali delle donne vengano risolti dai partiti oggi all’opposizione?
C’è chi può e chi non può.
Nonostante in Parlamento la morale cattolica detti linee di governo (e di opposizione)sempre più conservatrici e bigotte, Berlusconi e la sua cricca di amici/amiche sono diventati portatori di una cultura dell’uso del corpo e del sesso monetizzato che sembrerebbe quasi rivoluzionaria.
E’ un mondo fantastico per alcuni, è un mondo escludente e opprimente per altri.
Mentre la casta politica e televisiva fa sfoggio di cotanto liberismo sessuale, le connazionali del premier non possono beneficiare di alcuna garanzia, né in termini di diritti, né in merito alla libertà di scegliere e di autodeterminarsi. Le conquiste del Premier infatti restano Cosa Sua.
Per le altre donne italiane, quelle che non sono Ruby, non è possibile neppure esercitare il mestiere più antico del mondo perché le ordinanze comunali applicate prima e dopo il Ddl Carfagna vietano di fatto anche la prostituzione all’interno delle mura domestiche. Dal 2009, infatti,  a Parma le donne che esercitano la professione in casa possono essere multate da 25 a  500 euro se i condomini del palazzo denunciano schiamazzi o presenza di estranei nelle scale del palazzo. (Mi chiedo se la stessa sanzione possa essere applicata anche agli studi dentistici!)
Le “altre” donne in Italia muoiono di prostituzione, grazie alle politiche securitarie e alle ordinanze anti degrado che ghettizzano, isolano e marginalizzano le sex workers negli angoli più oscuri delle periferie urbane, costrette a nascondersi per evitare le multe salatissime che colpiscono anche i clienti. Le ordinanze anti prostituzione negano la possibilità di rivendicare i propri diritti di lavoratrice e di donna.
Rendere la prostituzione un crimine da perseguire vuol dire rendere le sex workers passibili di ogni tipo di violenza sessuale, senza dar loro la possibilità di tutelarsi, di denunciare, di liberarsi. Chi è illegale infatti non ha diritti ed è solo un oggetto in balia dei desideri e del possesso altrui, legittimato dal fatto che la morale comune definisce le prostitute dei corpi mercificati. Se partiamo dal presupposto che chi lavora con il proprio corpo lo rende oggetto, quindi privato di dignità e diritti, non ci scandalizziamo neppure di fronte alle violenza e alle sopraffazione esercitata sulle sex workers.
Le “altre” donne italiane per adottare un bambino devono essere sposate da almeno 3 anni e devono dimostrare al Tribunale Minorile e ai Servizi Sociali la stabilità della propria coppia matrimoniale, proprio perché in Italia le donne e gli uomini single e le coppie omosessuali non sono idonee ad avere bambini…solo la Famiglia garantisce il marchio di perfezione.
Per le “altre” donne avere un bel corpo non è sufficiente per vivere visto che la disoccupazione femminile è la norma, infatti in Italia lavora solo una donna su due. (**)
Per le “altre” donne, disoccupate o sfrattate, vale la regola che se nate in Paesi extra europei, i Servizi Sociali consigliano di fare le valigie e di tornare a casa, nonostante vivano in Italia da anni e abbiano costruito qui famiglia e relazioni, perché quelle donne purtroppo non possono godere delle attenzioni di Nicole Minetti.
Io sono mia. Una via di fuga reale.
A Parma da un po’ di tempo abbiamo avviato un percorso di autocoscienza e autoformazione sulle tematiche di genere, in cui studentesse universitarie e lavoratrici precarie si confrontano sulla sessualità, la consapevolezza, il corpo, la prostituzione, l’omosessualità, la decostruzione delle categorie e degli stereotipi legati al genere, ma anche sulla precarietà lavorativa ed esistenziale che viviamo ogni giorno sulla nostra pelle, l’assenza di forme di welfare idonee ai tempi, le discriminazioni sul lavoro, la femminilizzazione del lavoro, la disoccupazione femminile.
Per noi fare autocoscienza vuol dire partire da noi stesse per creare una soggettività capace di prendere coscienza di ciò che siamo, aldilà del significato biologico, ma in quanto donne/precarie che reclamano diritti. Ci rendiamo conto che il percorso è lungo ma sappiamo che ogni volta che rientriamo a casa dopo i nostri incontri abbiamo il cervello che gira tra mille interrogativi aperti e mille suggestioni scambiate davanti ad un bicchiere di vino e una fetta di dolce al cioccolato, mentre ci consigliamo libri, articoli e film. Questa per noi è una ricchezza infinita.
(*) Per capire veramente cos’è il Pute Pride consigliamo la lettura di “Fiere di essere puttane” di Maîtresse Nikita & Thierry Schaffauser, pubblicato da Derive Approdi nella collana Fuorifuoco.
(* *) Rapporto Istat “Noi Italia”: la disoccupazione femminile italiana si attesta al 49,8% http://www.repubblica.it/cronaca/2011/01/19/news/istat_rapporto_italia-11397728/?ref=HREC1-9
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Ci puoi trovare tutti i mercoledì alle ore 21
nella Casa Cantoniera Autogestita in via Mantova 24 a Parma.