involuzione

involuzione
Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

mercoledì 16 novembre 2011

A chi servono le "rivoluzioni colorate"?

Il 5 giugno scorso il Fondo monetario internazionale ha accordato all’Egitto un prestito di 3 miliardi di dollari su 12 mesi, a un tasso dell’1,5%. Pochi giorni prima era stata resa pubblica la decisione del G8 di Deauville relativa allo stanziamento di un fondo speciale di 40 miliardi di dollari, per finanziare la stabilizzazione delle nuove democrazie in Nord Africa e nel Vicino oriente.
Il prestito è stato in seguito cancellato in risposta “alla pressione dell’opinione pubblica” e dopo la presentazione di una nuova bozza finanziaria per il 2011-2012, che prevedeva la riduzione della spesa pubblica.
Il Cairo ha comunicato che due paesi del Golfo contribuiranno a rilanciare l’economia egiziana: l’Arabia Saudita con 4 miliardi di dollari sotto forma di prestiti a lunga scadenza e il Qatar, che investirà 10 miliardi.
La pressione dell’opinione pubblica, di cui si diceva, trova nella “Campagna popolare per l’estinzione del debito egiziano” la sua più completa realizzazione. Khaled Ali, uno dei suoi promotori, ne spiega le motivazioni di fondo: la campagna non mira alla cancellazione totale del debito, ma ad una sua rinegoziazione puntuale nei termini e nelle finalità.
Il prestito concesso a giugno, infatti, strideva non poco col rovesciamento del passato regime e con le aspettative di chi aveva appena vinto la rivoluzione, che, prima ancora della caduta di Mubarak, era in cerca di “giustizia sociale e dignità”.
Debito odioso”
Le istituzioni finanziarie internazionali, pur sapendo perfettamente che la dittatura di Mubarak non rappresentava la volontà popolare, hanno sempre continuato a finanziarla; i cittadini egiziani possono, quindi, ritenersi sollevati dal peso di un debito al quale non hanno mai acconsentito e dei cui frutti non hanno mai beneficiato; debito che costringe la nazione a indirizzare tutte le sue risorse verso il pagamento degli interessi, limitando così le sue capacità di sviluppo.
E’ questo, in sintesi, il contenuto del concetto legale coniato dal teorico Alexander Sack, Ministro delle Finanze russo nel 1927, noto come dottrina del “debito odioso”.
Questo genere di debiti doveva essere cancellato con la caduta delle dittature o dei regimi autocratici che li avevano contratti, come è successo in Iraq nel 2003 con la caduta di Saddam Hussein e in Sud Africa dopo la fine del regime di apartheid.
Nel 2009 l’Ecuador ha raggiunto un accordo che riduce il suo debito estero di più dei 2/3: per ogni dollaro dovuto, il governo ecuadoregno dovrà versare solo 35 centesimi.
Attualmente, sia in Grecia che in Irlanda esistono commissioni popolari per la revisione del debito che premono affinché si proceda all’istituzione di commissioni ufficiali. Anche la Tunisia ha istituito una commissione per verificare il debito di Ben Ali.
E’ tempo che i popoli reclamino il diritto fondamentale di partecipare alla determinazione delle priorità economiche del proprio paese, dal momento che essi sono i primi a risentire degli effetti delle politiche economiche e a pagare di tasca propria gli errori dei passati regimi.
Questa è la convinzione comune dei vari movimenti e ciò che chiedono i membri della “Campagna popolare per l’estinzione del debito egiziano” nello statuto dell’associazione.
In particolare, nel documento si richiede che ogni prestito futuro sia soggetto alla discussione e alla partecipazione popolare, in modo da garantire trasparenza e affidabilità.
Inoltre, saranno necessarie norme sulla libertà d’informazione che garantiscano la pubblicità di tutti gli accordi e di ogni altra informazione relativa ai prestiti e ai debiti contratti.
Società civile
Lo scorso giugno, 67 organizzazioni della società civile araba, in rappresentanza di 12 paesi, hanno lanciato un appello congiunto in difesa degli obiettivi perseguiti attraverso le rivoluzioni, affinché questi non vengano distorti dall’intervento di Fondo monetario internazionale, Banca mondiale, Banca europea per gli investimenti e Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo.
Kinda Mohamadieh, direttrice della Rete delle Ong arabe per lo sviluppo, ha spiegato al britannico Guardian: “I cambiamenti democratici ricercati dalle popolazioni locali non saranno raggiunti con l’aumento degli aiuti legati a condizionalità politiche, ulteriori liberalizzazioni di commercio e investimenti, deregolamentazioni e ricette economiche molto ortodosse che hanno così tanto contribuito alle ingiustizie contro le quali si sono ribellati i popoli di Tunisia ed Egitto. Il percorso verso lo sviluppo passa necessariamente attraverso la volontà dei popoli di ogni singolo paese, con un processo costituzionale e un dialogo nazionale”.
Ancora nel settembre del 2010, l’FMI infatti lodava la “solida gestione macroeconomica della Tunisia e le sue riforme strutturali dell’ultimo decennio”, auspicando perfino una loro continuità attraverso “il contenimento della spesa pubblica sui sussidi ai salari, ai generi alimentari ed ai carburanti”, nonostante nello stesso documento si riconoscesse l’aumento dei prezzi degli alimenti nel paese a causa dell’aumento dei prezzi alimentari a livello globale. Il continuo perseguimento nel corso degli anni di politiche assolutamente inadeguate ed il disprezzo delle vere priorità delle popolazioni di questi paesi pongono delle questioni nodali sul ruolo dell’FMI nei processi di transizione. Tali questioni dovrebbero portare ad un riesame serio, aperto ed inclusivo delle politiche prescritte dalle organizzazioni internazionali negli scorsi decenni. L’operatività internazionale di istituzioni economiche e finanziarie potrà solo trarre vantaggio da questo dibattito, a condizione che esso preveda la partecipazione paritaria dei paesi in via di sviluppo.
Dal basso ai vertici
Se è facile comprendere la diffusione popolare e il consenso riscosso da questi movimenti nei paesi summenzionati, più complesso risulta individuare gli appoggi su cui essi potranno contare.
Le prime elezioni democratiche in Tunisia hanno dato al Congresso per la Repubblica, che supporta il programma di revisione del debito, 30 seggi.
In Egitto, secondo l’organizzatrice della Conferenza Salmaa Hussein il Tagammu, i Nasseristi e Karama appoggerebbero i loro sforzi.
Difficile fare previsioni vista la posta in gioco. Per ora sembra che la presa di posizione dell’Egitto tenga.
Il ministro delle Finanze Samir Radwan ha spiegato che la prima bozza del budget nazionale è stata discussa “con attivisti, scrittori, imprenditori, sindacati e Ong. Come risultato di questo dialogo e data la preoccupazione del Consiglio Militare di non riversare sul futuro governo ulteriori debiti, il deficit è stato ridotto dall’11% del Pil all’8,6%, coperto per la maggior parte grazie a risorse locali e supporto esterno”.
Il ruolo di Stati Uniti e Unione Europea

Non solo istituzioni finanziarie, ma anche Stati quali gli Usa guardano con interesse a quanto succede in Nord Africa. Il presidente Obama ha infatti aveva già annunciato a maggio che “l’amministrazione americana è pronta a cancellare fino a 1 miliardo di dollari di debito egiziano per aiutare la crescita economica del paese”.
Piano Marshall per il Nord Africa?
Il nocciolo di quel che ha detto Obama è che gli Stati Uniti devono essere partecipi dei massicci cambiamenti avvenuti nel Vicino Oriente e in Nord Africa, modernizzando le loro economie e fornendo occupazione ai giovani cosicché la democrazia possa radicarsi, raggiungendo una stabilità regionale essenziale per l’America.
L’Egitto è il secondo destinatario di aiuti Usa nella regione, dopo Israele: il paese risulta beneficiario di 2 miliardi di aiuti netti, di cui 1,3 miliardi sarebbero indirizzati al rafforzamento delle forze armate. Vi sono 250 milioni di aiuti economici e quasi altri 2 miliardi destinati alla cooperazione economica di lungo periodo fra i due paesi.
A fronte di questo ingente impegno finanziario, gli USA avrebbero ottenuto molto nell’era Mubarak: con le garanzie sulla sicurezza dei confini con Israele, la chiusura del valico di Rafah con Gaza, la lotta al terrorismo islamico e l’effetto stabilizzatore dell’Egitto sull’intera area. Resta da vedere se il nuovo Egitto riuscirà a fornire rassicurazioni sul rispetto degli stessi impegni. Da qui deriva la fondamentale importanza strategica del paese Nord-africano per la politica estera statunitense e di conseguenza il tentativo di mantenerlo sotto la propria influenza.
L’Alto Comando Militare (SCAF) egiziano si trova quindi dinanzi ad un bivio: da un lato non intende rinunciare agli aiuti statunitensi, dall’altro non può esonerarsi dal recepire almeno alcune delle richieste che giungono dalla società civile in chiave anti-israeliana (in particolare, c’è la richiesta a Israele di compensare le vittime egiziane della recente incursione dell’IDF oltre confine).
Politiche Euromediterranee
La Commissione Europea in agosto ha approvato due pacchetti di aiuti, rispettivamente di 100 e 110 miliardi di dollari a favore di Egitto e Tunisia. Sin dalla sua origine, ma con maggiore impegno dal 1995, con il lancio del Processo di Barcellona, l’UE ha sviluppato una complessa politica volta a incentivare le riforme politiche nei paesi arabi del Mediterraneo e a porre le basi, nel quadro di una cooperazione multiforme, per un loro sviluppo economico e sociale.
La scelta che è stata compiuta nei fatti dall’Unione e dagli Stati europei è stata quella di privilegiare la stabilità degli interlocutori politici nella sponda Sud del Mediterraneo, a discapito della richiesta della promozione di riforme politiche. A spingere in tale direzione vi sono state indubbie ragioni oggettive, come la necessità, per gli Stati europei, di garantire la sicurezza dei propri approvvigionamenti energetici. I problemi emersi o aggravatisi nel frattempo – soprattutto il terrorismo e l’incremento dell’immigrazione – hanno poi provocato una forte rinazionalizzazione delle prospettive di sicurezza degli stati membri dell’UE.
I governi europei hanno finito quindi per accantonare le riforme, passando a politiche di sostegno ai regimi autoritari mediterranei in cambio della cooperazione economica, di una loro collaborazione al contenimento dell’immigrazione e alla lotta al terrorismo.
Di fronte agli sviluppi recenti in Nord Africa e nel vicino Oriente la scelta di non attuare l’originaria politica mediterranea di promozione delle riforme a favore dell’appoggio alla stabilità dei regimi appare ora chiaramente fallimentare o quanto meno poco lungimirante.
Nel documento presentato l’11 marzo 2011 si raccomanda al Consiglio di approvare lo stanziamento di un miliardo di euro proposto recentemente dal Parlamento Europeo, onde consentire alla BEI di effettuare prestiti per sei
miliardi nei prossimi anni.
La Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS), finora attiva solo nei confronti dei paesi europei dell’Est, si appresta a modificare il suo statuto per concedere un miliardo di prestiti al settore privato del Marocco e dell’Egitto.
Difficile però credere che gli obiettivi originari, primo fra tutti la garanzia di approvvigionamenti energetici, verranno accantonati per far posto alle esigenze politico-economiche dei popoli del Mediterraneo.
Conclusioni
Rifiutare il prestito del Fondo monetario internazionale ha significato sfuggire, almeno per il momento, alla solita logica che vuole che siano governi stranieri a decidere dell’economia di un paese, prima che si possano svolgere regolari elezioni. Quei debiti sarebbero ricaduti sulle spalle degli egiziani che avrebbero dovuto ripagarli per decenni, nonostante non vi sia stata alcuna approvazione da parte di un governo democraticamente eletto.
Senza contare che le condizioni alle quali il prestito sarebbe stato concesso avrebbero compreso il solito pacchetto di privatizzazioni e deregolamentazioni neoliberiste, per aprire i nuovi arrivati all’economia di mercato.
Le conseguenze inevitabili di tali politiche sarebbero state la drastica riduzione del settore manifatturiero e quindi una massiccia perdita di posti di lavoro.
Non a caso la dichiarazione del G8 di Deauville si apre proprio sostenendo che la Primavera araba “può aprire la porta al tipo di trasformazione avvenuta nell’Europa dell’Est dopo la caduta del muro di Berlino”. Come evidenzia il Guardian, le economie dell’Europa centro – orientale si sono ridotte in media del 5 % ogni anno tra il 1991 e il 1995.
Dunque, quale futuro si prospetta per questi movimenti?
Indicativo è il fatto che alla conferenza non abbia partecipato alcun membro del Governo. In compenso alla riunione erano presenti molti ospiti latino-americani che hanno portato le loro esperienze di successo nella rinegoziazione del debito. Si spera che, una volta ultimato il passaggio di poteri dalle istituzioni militari a quelle civili, anche l’Egitto possa concretizzare questi progetti.
Solo così sarà possibile liberare le risorse da investire nella sanità pubblica, nell’istruzione e in programmi di welfare e quindi realizzare gli obiettivi di Piazza Tahrir.

* Nerina Schiavo è laureanda in Relazioni Internazionali presso l’Università La Sapienza di Roma
 FONTE
http://www.eurasia-rivista.org/%E2%80%9Crovescia-il-regime-ripudia-il-debito%E2%80%9D/12221/ 

martedì 15 novembre 2011

IL BA’ATH COME RINASCITA


TITOLO: La Resurrezione degli Arabi
AUTORE: Michel ‘Aflaq
EDITORE: Edizioni All’Insegna del Veltro
ANNO: 2011
PAGG.: 70
PREZZO: 7 €

Ancora una volta è la Collana Gladio&Martello delle Edizioni All’Insegna del Veltro a segnalarci un’uscita interessante. Dopo aver approfondito le tematiche storico-politiche del complesso e semi-sconosciuto anti-sionismo sovietico, ma soprattutto sulla scia delle precedenti uscite monografiche relative alle rispettive figure di Gamāl Abd al-Nāser e Mu’ammar  Gheddafi, la casa editrice parmense pubblica La Resurrezione degli Arabi, un testo che raccoglie le riflessioni di Michel ‘Aflaq, l’intellettuale siriano considerato unanimemente il padre del Panarabismo. L’introduzione è affidata ad un saggio di Alessandro Iacobellis che ripercorre con un’attenta ricostruzione storica la vicenda di ‘Aflaq e del Partito Socialista della Rinascita Araba, il famigerato Ba’th. Negli Anni Trenta, l’Impero Ottomano era ormai dissolto e i grandi movimenti politici di massa europei stavano influenzando i tanti fermenti sociali presenti nel mondo meno avanzato. I Paesi Arabi rappresentavano una sorta di terra di mezzo che, come ricorda lo stesso Albert Hourani, usciva paradossalmente rafforzata dall’esperienza coloniale dei decenni precedenti: l’incremento demografico nel trentennio 1910-1940 e l’introduzione delle prime forme di trasporto meccanizzato innescarono trasformazioni nel tessuto tradizionalmente agricolo e semi-nomade delle società arabe[1], provocando un notevole afflusso delle popolazioni nelle città più industrializzate, dove stava già nascendo una nuova borghesia nazionale[2]. Questo fermento così improvviso all’interno di Paesi per lungo tempo caratterizzati da sistemi feudali e dalle dominazioni coloniali, costituì terreno fertile per l’emergere di una coscienza nazionale capace di coinvolgere tutti gli strati sociali delle nazioni arabe. A differenza di quanto avvenne in Turchia con Atatürk, però, la forte spinta modernizzatrice che caratterizzava questi movimenti politici non intendeva abbandonare la tradizione, incorporandone molti elementi all’interno delle rivendicazioni popolari, a partire dalla riscoperta della lingua e persino delle tradizioni pre-islamiche, che riaffioravano grazie alle epocali scoperte archeologiche di inizio Novecento, soprattutto in Egitto e in Siria. Tuttavia “nel nazionalismo vi era inevitabilmente un elemento islamico[3], anche se questo tendeva a non prevalere sul resto, per cercare di privilegiare lo spirito di unità nazionale anziché la frammentazione inter-religiosa, piuttosto probabile all’interno di società come quella egiziana e quella siriana, dove musulmani e cristiani coabitavano da secoli. In questo quadro è chiaro come il socialismo nazionalista teorizzato da ‘Aflaq potesse soltanto in parte trarre ispirazione dal marxismo e dal leninismo, altresì dominanti negli ambienti operai dell’Europa e negli strati proletari e contadini della Russia zarista. Difatti, nonostante la modernizzazione, il quadro politico e sociale dei Paesi Arabi tra le due Guerre era quello di territori ancora pesantemente influenzati da un Islam tutt’altro che secolarizzato e a lungo sottoposti alla dominazione imperialista straniera. Come avrebbe meritoriamente indicato Stalin ne I Principi del Leninismo, partendo dal presupposto dell’ineguale sviluppo capitalistico all’interno del pianeta intero, la lotta per l’indipendenza nazionale e per l’eliminazione del dominio straniero è oggettivamente una lotta progressiva in direzione del socialismo, anche nel caso in cui questa sia innescata da forze politiche non-marxiste o perfino borghesi. La spiritualità, estromessa nel marxismo, può dunque diventare un elemento ideologico determinante ed indissolubile dalla lotta per l’emancipazione sociale delle classi lavoratrici, delle donne e degli strati sociali più bassi nel loro complesso, come fu evidenziato dallo stesso studioso siriano Constantin Zureiq, che tentò di introdurre una particolare sintesi tra spirito di modernizzazione e preservazione delle tradizioni islamiche. Nomi altisonanti come quelli di Nasser, di Gheddafi o dello stesso Saddam Hussein, devono molto al contributo teorico di ‘Aflaq. Questo non impedì certo ad Egitto o Siria alleanze strategiche con l’Unione Sovietica che, in modo meritoriamente pragmatico e immune da dogmatismi ideologici, seppe individuare, soprattutto a partire dal 1966, in quei movimenti di liberazione nazionale una forza anti-imperialista ed anti-sionista senza pari, proprio in uno scenario geopolitico ormai prioritario e costantemente instabile come quello del Medio Oriente nel secondo Novecento.
Strategos

[1] A. HOURANI, Storia dei Popoli Arabi – da Maometto ai nostri giorni, Cap. XX – Mutamenti nel modo di vivere e di pensare (1914-1939), Mondadori Editore, Milano, 1992, pp. 333-334
[2] A. HOURANI, Storia dei Popoli Arabi – da Maometto ai nostri giorni, Cap. XX – Mutamenti nel modo di vivere e di pensare (1914-1939), Mondadori Editore, Milano, 1992, p. 336
[3] A. HOURANI, Storia dei Popoli Arabi – da Maometto ai nostri giorni, Cap. XX – Mutamenti nel modo di vivere e di pensare (1914-1939), Mondadori Editore, Milano, 1992, p. 343

giovedì 10 novembre 2011

VOGLIONO PRIVATIZZARE GLI AMMORTIZZATORI SOCIALI

http://www.comidad.org/dblog/
A Berlusconi è bastato pronunciare una frasetta contro l'euro per ritornare trionfalmente sugli altari della destra "antagonista", pronta a considerarlo di nuovo un vendicatore della sovranità nazionale; omettendo con ciò il piccolo dettaglio che proprio l'attuale governo ha favorito ed accettato l'ufficializzazione della tutela del Fondo Monetario Internazionale sull'Italia. Strano che, sino allo scandalo sessuale che ha travolto Strauss-Kahn, la maggior parte degli Italiani non sapesse neppure dell'esistenza del FMI, mentre oggi se lo ritrova di colpo come padrone assoluto. Anche se Berlusconi dovesse dimettersi (ma molti non ci credono), l'attuale accordo con il FMI non farebbe per niente la fine del trattato di amicizia con la Libia; al contrario, questa tutela del FMI vincolerà anche i prossimi governi italiani.
Che Berlusconi svolga il ruolo di strumento della guerra psicologica del FMI contro l'Italia, è anche dimostrato dalla sua frase demenziale sui ristoranti pieni, che ha ottenuto immediatamente l'effetto di screditare e mettere in ridicolo ogni tentativo di demistificare lo slogan della crisi. In realtà dovrebbe essere proprio il contenuto della famosa lettera di Trichet a suscitare dei dubbi. Se si è in presenza di una carenza di liquidità, che senso ha la pretesa di Trichet di imporre ulteriori "liberalizzazioni" (privatizzazioni) che i privati non sarebbero in grado di pagare, e che quindi andrebbero a gravare sulla spesa pubblica? Come si fa poi a coniugare il pareggio di bilancio con la crescita? Non c'è mai riuscito nessuno in due secoli, ed ora si pretende che ci riesca Berlusconi?
Anche le proposte del manifesto di Confindustria non scherzano quanto a coerenza. In un periodo in cui i titoli di Stato sono a rischio di insolvenza, che senso avrebbe favorire le privatizzazioni dei beni immobili pubblici attraverso le "cartolarizzazioni", cioè l'immissione sul mercato di altri titoli tossici?
Tanto più assurdo è che si proponga di vincolare questi nuovi titoli a beni immobili, il cui valore tende oggi a scendere. E se il valore degli immobili tende a scendere, che senso avrebbe metterne in vendita altri, se non far crollare i prezzi?
Ancora più contraddittorio è che questi titoli tossici vadano a fare altra concorrenza ai titoli di Stato già in difficoltà. Si parla di "crescita" e poi si prospetta solo altra economia di carta, altra finanziarizzazione. Ma gliene frega davvero qualcosa della "crescita"?
E ancora: dopo venti anni di esperimenti a riguardo, risulta chiaro che la "flessibilità" non ha mai favorito la crescita del PIL, ma ha solo depresso la domanda interna. La flessibilità è infatti una delle cause della depressione del mercato immobiliare, dato che nessun precario può pensare a comprarsi la casa.
Adesso invece arriva persino la "flexsecurity" a presentarsi come la panacea.
Se qualcuno finora avesse pensato che flexsecurity volesse dire più o meno la sicurezza di essere licenziato, deve però ricredersi. Parole chiare e inequivocabili arrivano da una delle menti più brillanti del padronato italiano: Alberto Bombassei. Ecco come il vicepresidente di Confindustria chiarisce il pericoloso fraintendimento in una intervista su "la Repubblica".[1]
"Non bisogna cascare nel tranello mediatico" - secondo il quale il governo vorrebbe rendere più facili i licenziamenti. "In realtà - sostiene Bombassei - l'obiettivo è l'opposto: rendere più flessibili le uscite dal lavoro per stimolare le assunzioni. Invece sarebbe semplicemente ridicolo pensare che si possa aumentare l'occupazione rendendo più facili i licenziamenti".
Il giornalista, abbagliato da tanta lucidità, replica:
"Qual è la differenza?(...)"
"C'è differenza perché nessuno pensa di introdurre la libertà di licenziamento".
Tutti stavano per cascare nel tranello mediatico, solo che all'improvviso qualcuno si è ricordato che in Italia la libertà di licenziare in massa già esiste da venti anni, addirittura dal 1991, grazie alla Legge n. 223 del 1991. In base a questa legge qualsiasi lavoratore può essere posto in qualunque momento in "mobilità" andando a carico della previdenza sociale, che è pagata dagli stessi lavoratori con i contributi INPS e non, come invece sostiene Bombassei, dalle imprese.[2]
In questi venti anni le garanzie e le procedure previste dalla Legge 223/91 sono diventate automatismi, per i quali già adesso le imprese possono disfarsi di tutti i lavoratori che desiderano, mettendoli in "mobilità", cioè in cassa integrazione. Allora cosa vuole ancora Confindustria?
Siamo sicuri che questa associazione "imprenditoriale" persegua davvero obiettivi industriali, e non puramente finanziari?
Il problema infatti riguarda proprio i denari della cassa integrazione. Possibile che tutti questi soldi debbano andare ai lavoratori in "mobilità" senza passare in qualche modo per le sagge mani dei finanzieri?
In un rapporto della multinazionale finanziaria JP Morgan si legge che l'attuale gestione delle indennità di disoccupazione renderebbe i lavoratori più schizzinosi e quindi aumenterebbe la durata della disoccupazione. [3]
Per salvare i lavoratori da questo triste destino, JP Morgan ha pensato bene di entrare nel business delle indennità di disoccupazione. Negli Stati Uniti perciò i lavoratori licenziati non ricevono più l'assegno di disoccupazione direttamente dagli enti locali, ma viene data loro una "card" della stessa JP Morgan. [4]
Insomma, siamo alle grandi manovre per la privatizzazione a tappeto degli ammortizzatori sociali. La "crisi" è diventata l'alibi ufficiale del business della miseria.


 1] http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/10/30/bombassei.html
[2] http://salerno.usb.it/fileadmin/archivio/salerno/despar/Legge_223_del_1991_Mobilit_.pdf
[3] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.huffingtonpost.com/2010/03/24/jpmorgan-chase-report-say_n_512130.html&ei=aB-4TqidIcXNsgaw-MXSAw&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CCIQ7gEwAA&prev=/search%3Fq%3Djp%2Bmorgan%2Bunemployment%2Bbenefits%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvnso
[4] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.jpmorgan.com/cm/ContentServer%3Fc%3DTS_Content%26pagename%3Djpmorgan%252Fts%252FTS_Content%252FGeneral%26cid%3D1125855840304&ei=dyC4TvOFIozRsgbTjMXSAw&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=7&ved=0CFsQ7gEwBg&prev=/search%3Fq%3Djp%2Bmorgan%2Bunemployment%2Bbenefits%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvnso

art.correlato
DAL QUOTIDIANO L’ARENA DI VERONA del 9 novembre 2011

 Le misure che saranno prese in Italia- non era bastata la recente manovra finanziaria- sono il linea con quelle già abbattutesi sulla Grecia e in passato su tutti coloro che sono finiti nelle maglie del sistema imposto dal Fmi, Bce e ora Unione europea. Un´attenta lettura della relazione del presidente del Consiglio fatta all´Ue apre scenari a dir poco inquietanti.
Le autentiche perle con le quali si vorrebbe far ripartire l´economia italiana, sono le stesse applicate in passato in America latina, in Africa, in Asia, dove hanno portato solo miseria per i più e ricchezza per pochi. Privatizzazioni in primis, qui l´obiettivo è quello non dichiarato di distruggere completamente il «sistema Italia» e ridimensionare ancor di più la forza economica nazionale. Con la scusa della libera concorrenza, lo Stato e gli enti pubblici dovrebbero mettere sul mercato beni e servizi in nome di quella libera concorrenza sempre osannata ma utopica perché alla fine prevale sempre la legge del più forte che saprà imporre le sue regole a detrimento degli stessi interessi collettivi. Una volta messi sul piatto è facile intuire nelle mani di chi finirebbero, che sono poi gli stessi che reggono le fila delle grandi banche d´affari anglo-americane. Peraltro in passato i governi Ciampi e Prodi, avevano già provveduto a svendere interi settori strategici.
Non poteva mancare il richiamo al «dinamismo delle aziende», da attuarsi entro quattro mesi, il che tradotto significa libertà di licenziamento, come se l´insicurezza del posto di lavoro fosse il volano per accrescere il benessere della popolazione. Questo per la gioia del ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, il falco liberal evidentemente dimentico dei suoi trascorsi socialisti, con l´accenno al «pericolo terrorismo» che funziona sempre quando si vogliono criminalizzare eventuali proteste.
La scure liberista si abbatte anche sugli orari di lavoro, che negli esercizi commerciali saranno «liberalizzati». Poi l´affondo sulle pensioni, da sempre nel mirino di tutte le politiche neoliberiste, nonostante il bilancio dell´Inps sia in attivo e non presenti problemi. La resa italiana è totale come si può ben vedere.
Federico Dal Cortivo