involuzione

involuzione
Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

giovedì 16 febbraio 2012

Google censura Attilio Folliero

Ottimistiche previsioni per il 2012

Il 2012, i Maya, Giuliano Canevacci, Rossi e Focardi ed un ottimistico futuro per l’umanità con energía pulita, illimitata e quasi gratuita.
E’ arrivato il 2012! Nella camera da letto, mia moglie ha approntato un angolo con pupazzi, peluche e cavalluccio di legno; sul cavalluccio ho messo un mio vecchio orsacchiotto di peluche che conservo dal 1979. Mia moglie ha la mania di mettere i nomi a tutte le bambole, pupazzi e peluche ed il mio orsacchiotto lo ha chiamato “Atilito”, in mio onore. In realtà quell’orsacchiotto io l’ho sempre chiamato “Giuliano Canevacci”. Probabilmente, a qualcuno questo nome non dice assolutamente niente però, a qualche altro, sicuramente ricorda nostalgiche trasmissioni televisive della RAI, condotte da Mike Bongiorno ed il supercampione della trasmissione a quiz “Scommettiamo?”.
Giuliano Canevacci, infatti, è stato l’unico partecipante a trasmissioni televisive a quiz che non ha mai sbagliato una sola domanda! Scommettiamo andò in onda per tre anni, dal 1976 al 1978 e Giuliano Canevacci, appunto, fu il supercampione di questa trasmissione. Era preparato e nessuno riuscì mai a metterlo in difficoltà. Solo un concorrente, tale Giuseppe Polistena che rispondeva a domande sulla Divina Commedia, che conosceva interamente a memoria ebbe qualche possibilità di batterlo. Giuseppe Polistena, oggi preside, se non avesse incontrato sulla sua sua strada il Canevacci, sicuramente sarebbe diventato un personaggio televisivo molto popolare; credo sia stato l’unico partecipante, che pur sconfitto fu ammesso ad una trasmissione successiva. In entrambe le puntate, alla fine vinse sempre Giuliano Canevacci.
Giuliano Canevacci e Mike Bongiorno (sinistra); Giuliano Canevacci e Giuseppe Polistena (centro); Giuliano Canevacci alla trasmissione “Scommettiamo” rispondeva a domande sui Maya (destra).
Che c’entra il mio orsacchiotto con Giuliano Canevacci e con il 2012? C’entra! Giuliano Canevacci dopo la popolarità raggiunta in TV, fu assunto da una casa editrice e girava le città italiane propagandando l’enciclopedia di questa casa editrice. Nel 1979 arrivò al mio paese, a Lucera.
A tutti gli studenti della mia città regalarono un biglietto d’ingresso per assistere ad un film, al cinema Politeama, allora ancora in funzione. Era permesso l’ingresso agli studenti solo se accompagnati dai genitori (e si comprende bene il motivo). Nell’intervallo del film, fra il primo ed il secondo tempo, venne pubblicizzata l’enciclopedia ed i genitori invogliati ad acquistarla.
Chi effettuava la pubblicità dell’enciclopedia era precisamente il famoso, all’epoca, Giuliano Canevacci, che iniziava il suo “spettacolino” facendo delle domande agli studenti.
La prima domanda fu di geografía: “Qual è la capitale dell’Australia?”. Io, all’epoca ero innamorato (e lo sono anche oggi) della geografía e conoscevo le capitali di tutti i paesi del mondo, per cui appena sentita la domanda corsi verso il palco per rispondere. Molti rispondevano, ma nessuno indovinava, perchè allora come oggi, molti pensavano e pensano che la capitale dell’Australia sia Sidney e invece la capitale è Canberra. Indovinai e Giuliano Canevacci mi fece scegliere il regalo. Scelsi precisamente l’orsacchiotto, che chiamai ovviamente “Giuliano Canevacci”.
Perchè ho raccontato tutto questo? Non solo perché, preso dalla nostalgia, ho voluto ricordare la mia infanzia, ma perchè Giuliano Canevacci era un profondo conoscitore dei Maya. C’è addirutturra chi lo considera un membro della setta dei Nuovi Maya, di cui l’emblema sarebbe il premio Nobel Bigoberta Mancu, setta che in Italia sarebbe guidata appunto da Giuliano Canevacci (Vedasi: “Rosa rossa” di Gabriella Pasquali Carlizzi). Personalmente, credo che Giuliano Canevacci sia semplicemente un grande studioso ed una persona molto preparata.
Parlando di Maya e di Giuliano Canevacci, si evoca inevitabilmente l’anno appena entrato ed esattamente il 21 dicembre 2012, data che secondo una profezia Maya segnerebbe la fine della nostra epoca. Cosa ci riserverà questo 2012? Alcuni interpretano la profezia Maya come la fine della nostra civiltà. Personalmente credo che i Maya non abbiano profetizzato alcuna fine. La colpa è di certe teorie New Age – come si usa dire oggi – fondate sul pessimismo.
Io preferisco pensare che l’uomo sia l’unico responsabile del suo destino; se l’umanità e la vita stessa sulla Terra dovessero scomparire, la colpa sarebbe da attribuire unicamente all’uomo ed all’egoismo di una parte minoritaria dell’umanità, che ha costruito un sistema economico, l’attuale, incentrato sullo sfruttamento incontrollato e scellerato delle risorse e l’asservimento di una parte della stessa umanità in nome di una individualistica accumulazione sfrenata delle ricchezze.
Se il 2012 rappresentasse il crollo o l’inizio del crollo di questo sistema, sarebbe il benvenuto! Probabilmente in questo 2012 assisteremo all’inizio del tramonto del dollaro e della civilità incentrata sul predominio degli Stati Uniti, dell’Europa occidentale, dei loro retaggi culturali basati su una religione superstiziosa, arrogante, violenta, qual è la religione cristiana imperniata su miti e favole a partire dalla figura di un Cristo mai esistito, che tanti danni ha provocato all’umanità. Se il 2012 rappresentasse il crollo di questo sistema sarebbe un grande passo avanti per l’umanità.
Io non credo che il 21 dicembre 2012 rappresenti la fine dell’umanità; ovviamente non posso neppure prevedere se il 2012 ci regalerà il crollo del dollaro, del sistema economico attuale e la sparizione della religione politeista cristiana e di tutte le religioni, cosa auspicabile per il bene dell’umanità, che si libererebbe una volta e per sempre di tutte le superstizioni inventate da una parte dell’umanità per dominare, però sono profondamente ottimista che qualcosa succederà. Credo che l’umanità sia alla viglia di una svolta epocale, che potrebbe materializzarsi proprio a partire da quest’anno.
Faccio un altro passo indietro, al 23 marzo del 1989, quando i ricercatori Martin Fleischmann e Stanley Pons annunciarono al mondo di aver realizzato la fusione nucleare fredda. Successivamente si insinuarono dubbi su quelle ricerche e la fusione fredda, annunciata con tanto clamore, praticamente venna accantonata, anzi è diventato un argomento tabù, un argomento sparito dai media ufficiali di tutto il mondo. Eppure la ricerca è andata avanti, anzi è andata così avanti che potremmo essere alla vigilia della soluzione finale e proprio quest’anno potrebbe avviarsi la risoluzione del problema energetico. Insomma, l’umanità a partire da quest’anno potrebbe finalmente disporre di energía pulita, illimitata e praticamente quasi gratis.
Nel mondo, ovvero nei media ufficiali, si sta parlando poco delle scoperte di due studiosi italiani, Andrea Rossi e Sergio Focardi, che avrebbero messo a punto (uso il condizionale, ma il fatto è certo) un sistema di fusione fredda, che con solamente 1,25 grammi di nickel genererebbe energia equivalente a cinque barili di petrolio.
Per ammissione dello stesso Andrea Rossi già verso la fine di quest’anno potrebbe essere commercializzato ad un prezzo accessibile a tutti (massimo 1.500 dollari) un sistema, denominato E-Cat, per produrre energia pulita a prezzi bassissimi, da installare in ogni appartamento o edificio (apparecchi da 10 o 20 KW). Sono in corso trattative con la Home Depot, seconda maggior catena di distribuzione commerciale del mondo. Rossi parla anche della possibilità di comemrcializzare apparati per la crezione di energía per l’industria (da 1MW), ma ha ritenuto opportuno non rivelare il non del partner per la commercializzazione di questo apprato industriale.
La conferma che potremmo essere alla vigilia di questa svolta epocale, ci arriva dalla NASA, che il 12 gennaio nel suo sito ha pubblicato un video con cui mostra che si sta lanciando ufficialmente nelle reazioni nucleari, a bassa energia, ossia la fusione fredda, nota anche per la sigla LENR. La Nasa in questo video mostra lo sviluppo di un dispositivo in tutto simile a quello di Rossi. Andrea Rossi nel commentare la notizia ha detto che la NASA lo sta copiando.
Dunque siamo al 2012 ed io preferisco pensare che quest’anno non sarà l’anno della fine, come pessimisticamente profetizzato da tanti maghi e imbonitori, ma l’anno in cui l’umanità si avvia verso una nuova civiltà ed un futuro molto lumuniso.

Google ha eliminato arbitrariamente tutti i miei i miei blog:
- Articoli e altri scritti di Attilio Folliero
- C.Es.E.I.V, Centro Studi dell’Emigrazione in Venezuela
- Movimento Atei de Venezuela
- Corso d’Italiano del prof. Attilio Folliero, docente della ECS della UCV
Inoltre ha eliminato anche il mio indirizzo in “Gmail”. E come se tutto questo non bastasse sta cancellando ogni riferimento alla mia persona dal suo motore di ricerca. Cercando in Google “Attilio Folliero”, al momento restituisce ancora 50.000 documenti; facendo la stessa riceca in Yahoo, si trovano oltre un milione. Sicuramente nei prossimi giorni tali numeri scenderanno ulteriormente.
Sto cercando di ricostruire i miei siti in questo spazio. Ringrazio quanti mi hanno espresso solidarietà e quanti hanno messo a mia disposizone i loro siti per permettermi di continuare ad esprimermi.
Nei prossimi giorni darò a conoscere magggiori dettagli e le azioni che intendo intraprendere contro questa grave violazione dei diritti umani.

FONTE

Il congresso di Benito.Racconto storico di Venerio Cattani

BENITO E RACHELE  


Benito si chiamava esattamente Benito, Andrea, Amilcare. Benito come Juarez, Andrea come Costa, Amilcare come Cipriani, il grande rivoluzionario  garibaldino, popolarissimo in Romagna. I nomi glieli aveva assegnati il padre, Alessandro, anarchico e fabbro, marito della signora maestra Rosa Malto- ni.
Dalla casa di Predappio aveva già fatto abbastanza strada, ma infine era ancora a Forlì, dove era ritornato dalla Svizzera e da Trento, e dove  si sentiva bene ma stretto.
“Benito”, sorrise Rachele alzandosi, “anche la mattina, adesso…”
“Vèh”, consentì Benito, “oggi parto per Reggio e starò via una settimana.”  
“Già, e intanto mi metti incinta un’altra volta. Abbiamo appena fatto l’Edda.”
“Uno o due non fa una gran differenza”.  
“Per te, che non sei mai a casa. Per me sì. Dobbiamo ancora mettere a posto l’appartamento; sei appena uscito di prigione, e tra un po’ ti ci metteranno ancora, se non la smetti con  le tue storie esagerate.  
“Dài, che forse a Reggio cambierà qualcosa, lo sento. Sto diventando importante.”
“Sé, i soliti congressi dei socialisti. Brava gente, interessante, ma mai niente di nuovo.”
“Stavolta vinciamo noi, cioè io. Con le mie “storie esagerate”, come dici tu.
Con le mie storie e le mie prigioni sono diventato l’uomo più popolare del partito. Stavolta mi daranno ragione.”
“Voglio proprio vedere, a voi  vdè. Capirai, col Turati e col Prampolini, che fa il Congresso in casa sua”.
“Già”, disse soprappensiero Benito. “Non ci sarà. Prampolini non ci sarà.  
Lui dice che va in Trentino perché ha l’esaurimento nervoso, ma secondo me ci va per paura. Un po’ perché ha paura di prenderle, hanno perduto troppo nei congressi provinciali, i riformisti; un po’ perché non vuole schierarsi: è troppo amico di Bissolati e di Bonomi, non vuole litigare con loro
Rachele: “Un po’ di soldi li hai presi? Avrai da pagare qualche cena agli amici. Due o tre libri: sì, quel libro di citazioni. Si’, Sorel. Gran chiacchierone, lui e lo sciopero generale. Si fa poca strada, col Sorel”.
Lui sorrise a mezza bocca: “Lascia fare a me. Lasciami dire. Glielo racconto io, il Sorel, glielo faccio capire a que- gl’ignoranti. Vedrai che applausi.  
“Già, mi piacerebbe esserci… Ma l’Edda, i soldi…
“Ci sarai  la prossima volta, magari a Milano o a Roma, te lo prometto”.
La Rachele Guidi era ancora una bella giovane. Non fatale, non affascinante, ma insomma una discreta  donna, formosa e soda; anche di carattere e di buonsenso.  
Lei diceva che il buonsenso lo aveva perso una sola volta, per Benito. Quando lui si era presentato a suo padre, nella trattoria a “conduzione familiare”, dove il padre era l’oste e lei serviva a tavola.
“Guidi”, aveva detto Benito, estraendo dalla tasca una pistola. “O mi fate sposare la Rachele, o mi faccio saltare le cervella qui all’istante. Il Guidi non lo prese molto sul serio, però sapeva che  Mussolini era piuttosto matto e non volle prenderlo di punta.  
“Ma siete diventato finalmente maestro di ruolo?, s’informò.
“Proprio quest’anno, rispose Benito. “Sono ritornato ap- posta.”
Aveva fatto un lungo giro, in Svizzera, a Trento con l’on. Cesare Battisti, deputato socialista al Parlamento austriaco. Non era ritornato esattamente per la Rachele, ma insomma c’entrava anche lei.
Lei ascoltava dietro la porta della cucina, con la sua povera mamma. 
Fu proprio contenta quando il padre concluse:
“E va bene, ne parleremo la prossima estate
Ora, Mussolini chissà perché rivide l’episodio come in un lampo: 
la baciò ed estrasse l’orologio dal taschino.  
“E’ tardi”, osservò. “Com’è che non viene il Nanni?”  
Il Nanni era Torquato Nanni, sindaco di Santa Sofia, suo grande amico. Era un avvocato, socialista ma soprattutto anticlericale, e in fama di massone. Aveva un suo giornaletto, “La Scopa”, molto seguito sulla montagna romagnola; seguito, relativamente ai tempi, sette-ottocento anche mille copie, intellettuali di provincia, artigiani e operai di buona volontà. La tipografia era sua, e non andava male; poi era una grande risorsa, per i manifesti,  i volantini, gli inviti. I tipografi erano i suoi attivisti. Insomma, era un bel centro elettorale.
Nanni aveva proposto a Benito di stamparci anche “La Lotta di Classe, il settimanale di Forlì. Ma Mussolini, amicizia o no, voleva essere indipendente, comandare a casa sua.
“Ci penserò”, aveva detto. 
Ma ecco che Nanni era arrivato al portone, fischiava. I due amici, la valigia in una mano, il bastone (la zanetta di bambù) nell’altra, il rispettivo giornale (La Scopa, La Lotta di Classe) in tasca bene in vista, il cappello a falde larghe in testa, la cravatta a farfalla nera al collo, si avviarono verso la Piazza di San Mercuriale, il centro di Forlì.  
Anche a distanza, sembravano il prototipo del socialista stile 1910–1920 .
Erano quasi come in divisa, tra il militare e il college. Allora i militanti dei partiti si distinguevano anche per la moda. Per esempio, i socialisti portavano il cappello e il foulard alla  Lavallière, gli anarchici il berretto e la cravatta nera a due palline; i liberali il cappello “rollè”, il paltò con il colletto di astrakan.   
I due non erano alti, semmai il baricentro tirava al basso. 
Nanni era decisamente il più bello dei due e anche il più elegante.
Portava una bella barba corta e riccioluta, aveva  begli occhi ridenti, piaceva alle donne. Mussolini  tendeva al bel tenebro so, con l’aria da cospiratore; gli occhi infossati, nevrotici, i baffi non folti, un po’ di calvizie incipiente, stempiato in- somma. 
Anche lui piaceva alle donne, ma tirava via più velocemente. Era più interessato al potere, narcisista, egocentrico. 
Erano stati ambedue in prigione, Mussolini di più. In com- pagnia di un altro giovane amico, ma repubblicano, Pietro Nenni; anche lui giornalista e oratore. Tutti e tre erano contro la guerra libica e contro Giolitti. E contro il Re. 
Quando c’era stato l’attentato del D’Alba contro Vittorietto, non avevano esultato, ma neanche solidarizzato. Tutt’e tre, sui loro giornaletti, avevano scritto: “Un incidente del mestiere. Ch’era abbastanza vero, ma un po’ cinico.  
In piazza, passarono sotto la colonna con in cima la Madonna del Fuoco:
“Vè”, notò Nanni, “c’è ancora la Madonna. Non è ancora venuta giù.  
Ridevano, tutt’e due ricordavano il “contradditorio in piazza con Don Rimoldi; “l’argomento principe di Benito, che poi non era neanche suo perché da tempo usava, era roba alla francese .
“Se Dio c’è” aveva recitato Benito sul palco “che mi fulmini, lo sfido! 
Gli do tre minuti di tempo. E con l’orologio in mano,
“Uno… Due… Duemmezzo… Tre!”  
Il fulmine non era venuto e la folla aveva applaudito. Ma subito dopo, il cielo era imbronciato, era venuto un lungo tuono. E Don Rimoldi aveva gridato, dalla porta di San Mercuriale:
“Ecco, la voce di Dio! Non c’è  il fulmine perché il Signore è buono, anche con dei miscredenti come voi, ma la sua condanna c’è eccome, l’avete sentito!” 
I due compagni arrivarono alla sede della Lotta di classe ch’era anche la sede del partito a Forlì. Rilevarono Galeotti, un altro delegato; quelli di Rimini, di Cesena, di Ravenna, e poi di Faenza e di Imola, li avrebbero trovati sul treno. La saletta della redazione era piena di compagni. 
“Muslèn, ritorna vincitor!”, gridò l’unico redattore del gior- nale.
“Dategliele a quei riformisti!” 
“Risparmiate e chiavate poco!”, gridò un altro tra le risate generali.  
“Non c’è bisogno di dirglielo, “commentò uno scettico, scuotendo la testa. “Tanto le donne a Reggio sono più o meno come qua, un po’ meno more”.
“Salutateci Lazzari e fischiate Turati!”, dissero ancora.
“Non temete”, disse Mussolini. “Li sbaraglieremo. E se non basta li espelleremo anche!” Applausi.  
“Il partito”, continuò, “dev’essere come un maglio. Deve abbattersi sulla borghesia  pantofolaia e sulla reazione guerrafondaia.
A Tripoli ci manderemo Giolitti e i riformisti!” Grandi appla- usi. 
“Ci manderemo Podrecca, e non per nave ma sul suo “Asino!”, “a nuoto!” Risate. “E poi faremo qualche conto interno anche a noi massimalisti e intransigenti. Quel Lerda, per esempio, troppo debole: va bene nella sua libreria a Ge- nova, al sole della riviera ligure! Ma a dirigere il partito ci vogliono i rivoluzionari, e soprattutto i giovani!” Bene, bravo: avanti i giovani, largo ai giovani.
“L’gà rason”, disse il redattore al suo vicino. “Lui ha ventinove anni, neanche trenta, così va bene. Ma fino a quando deve aspettare, con quelle vecchie barbe: sono ven- t’anni che stanno alla Camera e non hanno combinato niente”. 
Era questo d’altronde l’ordine dei ragionamenti, le parole d’ordine che si erano udite per tutto il partito, nei congressi delle federazioni, nelle assem- blee delle sezioni, un po’ dappertutto. Specie al Sud, ma anche al Centro e anche al Nord, tranne Milano, Genova, per l’appunto Reggio e Modena e poco d’altro. 
I riformisti avevano tenuto le redini del partito nei primi vent’anni, dal 1892 al 1911, al Congresso di Modena. Adesso basta, era ora di cambiare.  
Forse potevano ancora andare per il Parlamento, dove ci voleva più misura, più stile; forse erano utili per le Cooperative, dove occorrevano soldi, lavoro e pazienza. Ma nel partito no e tantomeno nel sindacato. 
Lì ci voleva gente che parlasse al cuore delle masse: la disoccupazione, la guerra! Quelli erano i temi. E lì andavano bene Mussolini, Lazzari, Serrati, Vella, mica quei professori borghesi, quei giornalisti delicati alla Bissolati, Zibor di, Treves, quei medici alla Badaloni, che roba.
Gli amici si mossero, con robusto seguito, verso la stazione. Dal marcia- piede, i compagni allungarono le valige ai delegati.
Quando partirono, furono salutati al canto della marcia trionfale dell’Aida: “Tran tran, taratantantantan, taratanteero, taranteero, trallalà...”  
Alla stazione di Faenza, salirono i ravennati, con Baldini in testa. 
Ancora un anno prima sarebbero stati salutati come eroi; tra parentesi, lo erano. Con le cooperative avevano preso l’appalto delle Bonifiche Pontine, erano andati giù al Maccarese, a Ostia,  ad Anzio con le carriole, s’erano presi la malaria e un mucchio c’erano rimasti sottoterra, ma tanti. Adesso erano guardati male, come riformisti. 
“Che ci siete andati a fare”, dicevano con lo sguardo i massimalisti. “Dovevate lasciarci andare i borghesi, che s’ar- rangino.
V’hanno dato la terra? No. E allora?” Era vero relativamente, molti l’avevano avuta, grassi poderi. Ma molti non l’avevano voluta, erano braccianti e basta, la cooperativa s’era arricchita e ora prendeva altri ap- palti, altra bonifica in Romagna.
A Imola salirono Marabini e Graziadei, eredi di Andrea Costa. Costa ormai era vecchio, ai congressi socialisti non ci andava neanche più.
Anche perché s’era un po’ suonato anzitempo; e forse soprattutto perché non era più lui il Capo, faceva il Vicepre- sidente della Camera ma non contava più molto. Sembravano passati da un secolo i tempi della “Lettera agli amici di Romagna”, dell’addio agli anarchici, della rivoluzione di Borgo Pani gale, del Diavolo a Pontelungo, del Partito Socia- lista Rivoluzionario Romagnolo, il primo della serie. Era stato un  bel personaggio, e il primo amore di Anna Kulisci- of appena arriva ta dalla Russia; bellissima, i maligni dice- vano che lei gli aveva attaccato la mania della droga  e con quella e l’amore lo aveva cotto. 
Ora c’erano i Marabini e il professor Graziadei; sapevano tutto di economia. E cominciavano a chiamarsi col curioso nome di “comunisti”, per dire che loro erano integralisti rivoluzionari, non dei mezzi e mezzi come i massimalisti. Con loro cominciava la teoria, che non c’era una sinistra ab- bastanza a sinistra che non avesse un’altra sinistra più a sinistra.  
A Bologna salì invece una piccola ondata di riformisti. C’era il Sindaco Zanardi, c’era l’avvocato Genuzio Bentini, in gran forma da deputato rieletto, e c’era il Massarenti Giuseppe, l’Apostolo di Molinella.
Massarenti era il farmacista di Molinella. Era il prototipo dell’apostolo socialista dell’epoca. Era riformista, ma a modo suo. Più che altro era un concreto, un realizzatore: una specie di Prampolini, a dimensione comunale. Aveva coope- rativizzato tutto, la terra, la scuola, l’asilo, la  farmacia, il Comune di cui era Sindaco. Non aveva mai voluto essere deputato, perché non gli importava: il suo paese era la sua dimensione, la bonifica delle valli il suo orizzonte. Era adora- to dai braccianti e soprattutto dalle braccianti, che non lo tradiranno mai.
Come  molti socialisti dell’epoca (Turati, Prampolini) era un nevrotico; finirà al manicomio, un po’ per colpa e un po’ per pietà di Mussolini, che non voleva lasciarlo morire di fame, sulla strada a Roma. 
Ma quando saliva sul treno quell’inverno 1912, non poteva saperlo.
Né lo sapeva Mussolini. 
“Tsè, Massarenti”, disse rivolto a Graziadei , “la Repubblica degli Straccioni, la Corte dei Miracoli. Ecco il primo esemplare del socialismo dei frati laici; quel metodo è buono, ma per prendere tutta Bologna gli ci vorranno cinquant’anni. Ci vuol altro!”
“Già”, convenne Graziadei. “Le cooperative van bene, ma in un quadro statale. Così, d’impulso, qua e là, a Molinella e a Ravenna sì, a Palermo no, quando la borghesia vorrà o le strozzerà con le banche o le spazzerà via con la forza delle armi; non c’è niente da fare, è utopia”.
I romagnoli si consolarono con i “cestini da viaggio”, che cominciavano a vedersi nelle grandi stazioni ferroviarie. 
Quella di Bologna era famosa per i cestini di un certo Casali, che ci farà su un gran ristorante a Cesena. Nel cestino di cartone  c’erano  la coscia di pollo, le patatine fritte, una bottiglietta di lambrusco, ma soprattutto le lasagne verdi.
“Ostia che lasagne”, disse Torquato Nanni, contento come una Pasqua.
“Senti qua come profumano. Ne vuoi ?”, offrì a Mussolini. 
“No, in viaggio mi fan bruciare lo stomaco”, rifiutò Benito che cominciava a soffrire della gastrite che  lo porterà all’ulcera ma non alla tomba.
A Modena salì Gregorio Agnini, un altro papa del riformismo. Proprio a Modena, al congresso dell’anno prima, il riformismo aveva subito una grave sconfitta. Ma Benito quella volta non c’era: era in prigione a Forlì, col suo amico  Pietro Nenni, e proprio per il quarantotto che avevano fatto contro la guerra di Libia. Ora si trattava di approfondire, perfezionare, rendere irrimediabile quella sconfitta: la direzione riformista si era salvata per il rotto della cuffia, ora si trattava di detronizzarla definitivamente. La stazione della Mecca del Socialismo era imbandierata come si conviene: bandiere rosse e persino qualche tricolore, concessione da socialisti forti. I reggiani facevano le cose in grande, e avevano noleggiato persino una banda, che sotto la pensilina suonava inni socialisti e canzoni regionali, a seconda dei treni. Avevano degli emissari sui convogli, che correvano ad avvertire: “Arriva Enrico Ferri! Arriva Serrati! Arriva Mussolini!”  
Il capobanda non aveva simpatia per nessuno di questi massimalisti, ma doveva adattarsi. 
Per Arturo Labriola suonò, dopo Bandiera Rossa, O sole mio; per Serrati, la Bela Gigogin; per i romagnoli, Bela bur- dèla fresca e campagnola, dagli occ e dai cavei com e’ carbon.
Mussolini apprezzò soddisfatto, poi disse rivolto ai suoi:
“Glieli faremo noi, gli occ com e’ carbon!”

fonte 

LOBBYING OCCULTO

Il termine “lobby” è usato di solito dai media come epiteto mistificatorio nei confronti di categorie deboli, del tipo dei pensionati o dei tassisti. In ambito accademico "bocconiano", non manca però chi cerca di far passare il lobbying dei potentati affaristici come una risorsa per la democrazia e per la crescita; ciò a dimostrazione del fatto che l’unica materia prima davvero inesauribile è la faccia tosta.[1]
Per fortuna esistono anche ricerche serie sul lobbying reale. Un ottimo articolo di qualche tempo fa sul giornale on-line "Linkiesta", ha illustrato la mappa europea del lobbying bancario a Bruxelles: la rete organizzativa, le agenzie e le sedi istituzionali soggette a pressione affaristica.[2]
Grazie a questo articolo si viene a sapere che esistono persino scuole di lobbying, come l'European Training Institute, in cui si imparano le tecniche per far vedere il mondo attraverso il filtro esclusivo degli interessi affaristici.[3]
La ricerca su Linkiesta si conclude illustrando l'iniziativa di un politico francese: una ONG che faccia da osservatorio del mercato finanziario, e che costituisca un contraltare alle agenzie di lobbying delle banche. Ma affidare le proprie sorti ad una Organizzazione Non Governativa risulta quantomeno illusorio. Le ONG sono da decenni uno strumento delle multinazionali, a cui serve ogni tanto un'organizzazione di copertura, cioè creare l'illusione di una faccia pulita dietro alla quale celare i propri affari più sordidi. Una denuncia a proposito della funzione mistificatoria delle ONG risale addirittura ad un film thriller del 1965, diretto da Edward Dmytryk, "Mirage".[4]
Il lobbying tende per sua natura ad invadere ed occupare tutti gli spazi che contano, ed ognuno che possa contare qualcosa viene prima o poi fatto oggetto di tentativo di reclutamento da parte del lobbying. Far parte di una rete di lobbying significa infatti avvantaggiarsi di una piattaforma di lancio per la carriera.
Il lobbying occulto ha ovviamente le sue ipocrisie, perciò l'appellativo ufficiale per indicare il lobbista mascherato è quello di "consulente" o di "advisor", e sono noti i casi di Romano Prodi, Gianni Letta e Mario Monti, tutti e tre "advisor" di Goldman Sachs; oppure di Giuliano Amato, "advisor" di Deutsche Bank. Un altro uomo di Deutsche Bank, Caio Koch-Weser, è addirittura co-presidente del Business and Economics Advisors Group del Consiglio Atlantico, l'organo dirigente della NATO. Si tratta dello stesso Business and Economics Advisors Group di cui fa parte anche Mario Monti, il quale riveste contemporaneamente incarichi di consulenza nel Consiglio Atlantico della NATO, in Goldman Sachs, nella Coca Cola e nell'agenzia di rating Moody's.[5]
L'alibi della "consulenza" è quindi una porta girevole che funziona a due sensi: consente agli uomini delle istituzioni di farsi agganciare dalle banche, ma permette anche ai banchieri di insediarsi direttamente nelle istituzioni in veste di consulenti. L'intreccio tra militarismo e finanza che si verifica all'interno della NATO, è certamente un matrimonio di convenienza, ma è soprattutto un'affinità elettiva.
L'arte del lobbying non consiste affatto nel modo di presentare un'offerta, bensì nella capacità di creare false domande, false esigenze, false emergenze; allo stesso modo in cui la pubblicità induce nei consumatori dei falsi bisogni. Il lobbying esprime perciò la sua massima efficacia quando è occulto, cioè intrecciato in modo inestricabile con le istituzioni, usando direttamente gli uomini delle istituzioni, e avvalendosi della copertura del segreto di Stato o del segreto militare.
Il militarismo diventa quindi lo strumento ideale del lobbying, e ciò non si limita al grande business delle armi e delle commesse militari. Una base militare può diventare infatti un’idrovora di denaro pubblico. Centotredici basi USA o NATO in Italia non hanno alcuna giustificazione di tipo strategico-militare, ma si spiegano come calamite di spesa pubblica, come modo di occupare un territorio e di assorbire le sue risorse.
L’aspetto interessante è che la spesa militare non figura ufficialmente come tale, ma come sviluppo del territorio, e va a carico degli enti locali. Proprio in queste settimane il governatore della Campania, Caldoro, sta reperendo altri fondi per completare le infrastrutture di supporto alla base NATO di Giugliano, la più grande del Sud d'Italia, e che svolgerà anche le funzioni di sede NATO per il Sud Europa.[6]
Sono anni che le risorse finanziarie della Regione Campania sono indirizzate allo scopo prioritario di foraggiare gli appalti per la base NATO di Giugliano, e si era cominciato già all'epoca del governatorato di Bassolino. [7]

[1] http://www.viasarfatti25.unibocconi.it/notizia.php?idArt=9380
[2] http://www.linkiesta.it/cosi-lobby-delle-banche-protegge-i-derivati-sporchi
[3] http://www.e-t-i.be/training_programmes.asp
[4] http://www.youtube.com/watch?v=to2xYmWnQAc
[5] http://www.acus.org/people/beag
[6] http://denaro.it/blog/2012/01/25/sede-nato-di-giugliano-via-alle-infrastrutture/
[7] http://archivio.denaro.it/VisArticolo.aspx/VisArticolo.aspx?IdArt=590839&KeyW

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