involuzione

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Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

martedì 29 novembre 2011

la chiave umanistica


Articolo di Irene Dioli 

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La crisi economico-finanziaria ha portato con sé le sue parole d'ordine: “austerità”, “responsabilità”, “sacrifici”. “Adottare provvedimenti impopolari”, “tagliare sprechi e privilegi”, “rassicurare i mercati”. Queste le espressioni e le esortazioni che attraversano l'Europa veicolate da media e politica, senza grandi distinzioni fra destra e sinistra. Una pioggia che si rovescia sulle teste dei cittadini con l'obiettivo di presentare come naturali e ineluttabili quelle che sono precise scelte politiche e sociali, dove a fare la differenza è “chi” deve affrontare l'austerità, “che cosa” viene indicato come spreco o privilegio, “presso quali gruppi sociali” sono impopolari determinati provvedimenti, “a quale prezzo” rassicurare i mercati. La Grecia rimane il caso più emblematico (e drammatico), ma anche l'Italia promette bene. E se la politica non sembra voler mettere in discussione il credo finanziario internazionale e il linguaggio apparentemente neutrale di “esperti” e “tecnici”, a prendere spunto dalla crisi greca per un dibattito sul significato di democrazia, rappresentanza e solidarietà interviene la filosofia.

Judith Butler, vite precarie

Fra gli interventi più recenti c'è quello di Judith Butler, autorevole filosofa americana nel campo degli studi queer e della critica ai sistemi sociali, che il 12 novembre ha preso la parola sul blog Greek Left Review . In Grecia ma non solo, secondo Butler, non siamo di fronte ad una temporanea fase di difficoltà economica, ma ad una “costellazione di pratiche economiche neo-liberiste” caratterizzate dalla precisa volontà di modificare i rapporti fra strutture economiche e sociali. Lo smantellamento di istituzioni democratiche e servizi sociali produce infatti quelle che Butler chiama “vite precarie”, da intendersi come vite “usa e getta”. Non si tratta semplicemente di esistenze precarie dal punto di vista lavorativo, ma di vite sul cui sfruttamento si produce profitto: si parla in primo luogo di persone povere, senza casa e migranti, e in generale tutte quelle interessate da forme di protezione sociale (protezioni che in Italia vengono sempre più etichettate come “assistenzialismo”, “spreco” e “privilegio”). Il problema, sostiene Butler, non è solo nell'impoverimento materiale di vasta parte della società, ma anche nel fatto che l'abbandono di molteplici gruppi sociali al tritacarne liberista sia stato ri-concettualizzato come pratica periodica, regolare e normale.

Jürgen Habermas, dignità e democrazia

Questa nuova razionalità, che rende gli Stati meri mediatori delle esigenze indiscusse delle sovrastrutture economico-finanziarie, apre una ferita profondissima nei concetti stessi di rappresentanza e di democrazia. Butler non cita qui lo slogan “noi siamo il 99%”, ma indica esplicitamente nelle masse di manifestanti a New York, Oakland e altrove il ricostituirsi, letteralmente e fisicamente, della volontà popolare di chi è rimasto escluso da un “noi” istituzionale ormai svuotato di significato. E la democrazia, un concetto che sembrava dato per scontato in Occidente, compare nei dibattiti nel ruolo di creatura in via di estinzione. In un'anticipazione del suo prossimo libro ("The Crisis of the European Union: A Response") pubblicata sul Guardian il 10 novembre e ripresa da GLR, il filosofo tedesco Jürgen Habermas dipinge lo scenario di un'Europa post-democratica, fatta di governi che, sotto minaccia di sanzioni, traducono gli imperativi di mercato in politiche economiche nazionali senza mediazione o legittimazione democratica. Vi suona familiare?
In questo modo, secondo Habermas, l'Europa che dovrebbe essere una democrazia transnazionale si trasforma in un sistema caratterizzato dall'asimmetria fra le possibilità di partecipazione democratica a livello nazionale e quelle a livello dell'Unione europea. Ma di fronte al deficit democratico, i governi nazionali fomentano l'euro-scetticismo invece di proporre un'Europa partecipata e autenticamente democratica, che secondo Habermas passa attraverso una solidarietà civica transnazionale. Ma una solidarietà civica, continua, si può sviluppare solo in presenza di equità sociale all'interno dell'Unione, invece che di gerarchie fra ricchi e poveri negli Stati membri. Una posizione che in Germania non può passare inosservata. Infatti, ai primi di novembre, Habermas era intervenuto sulla questione dell'annunciato referendum greco commentando: "Non è soltanto una questione di democrazia: è una questione di dignità", guadagnandosi sulla stampa tedesca gli appellativi di buonista, isterico e retorico.
Tuttavia, anche se lo strumento referendario sembrerebbe la quintessenza della democrazia e la sua cancellazione ha suscitato sospiri di sollievo ai piani alti delle istituzioni europee, dagli intellettuali greci di GLR la mossa di Papandreou era stata interpretata come tutt'altro che una questione di principio. In diversi contributi, l'ormai ex primo ministro viene ritratto non come costretto dal ricatto internazionale ad abdicare ai propri principi democratici, ma come uno spregiudicato scommettitore che aveva usato il paventato referendum come strumento di ricatto e stratagemma contro l'opposizione interna. Il governo greco come la Fiat, in altre parole. Uno stato d'emergenza che maschera e giustifica la rottura del contratto sociale.

Božidar Jakšić, solidarietà in chiave umanistica

Di referendum in referendum, arriviamo ad una voce filosofica dall'ex-Jugoslavia: Božidar Jakšić, figura legata alla rivista Praxis, alla scuola estiva di Korčula e all'Istituto di filosofia e teoria sociale dell'Università di Belgrado. A proposito del possibile referendum croato sull'entrata nell'Unione europea (osteggiata in ottica nazionalista da destra e anti-liberista da sinistra), e pur augurandosi un futuro all'interno dell'Unione per la Croazia e in futuro per la Serbia, Jakšić mette in guardia dalla tendenza delle istituzioni europee a guardare ai Balcani come ad entità subordinate anziché stati indipendenti, anche se sotto questo aspetto, in questo momento, i Paesi candidati sembrano essere in buona compagnia degli stati membro. Qui Jakšić fa ironicamente notare un paradosso: dopo aver fatto fuoco e fiamme per uscire da quella che lui chiama “piccola federazione”, paesi come Slovenia e Croazia sono passati dalla padella jugoslava alla brace di una ben più potente Unione europea. Per Jakšić, le manifestazioni di questi tempi rappresentano una sorta di ritorno alle origini: alle piazze, all'agorà dove la democrazia è nata e potrebbe rinascere dalle proprie ceneri. Con un certo ottimismo, infatti, vede in proteste e occupazioni “l'inizio della fine” per le oligarchie finanziarie, politiche e militari, e nella crisi l'opportunità di ripartire da una critica dell'esistente.

Slavoj Žižek, solidarietà trans-europea

Come Habermas, Jakšić invita a rivalutare il concetto di solidarietà in chiave civica e umanistica. E all'idea di solidarietà si affidano anche le speranze dell'immancabile Slavoj Žižek in un'intervista a GLR. Qui però l'ottica non è universalistica, ma di classe: Žižek indica infatti l'unica possibile via d'uscita dalla crisi, economica e di sistema, nell'emergere di una solidarietà trans-europea fra lavoratori e lavoratrici. Un movimento 99% europeo? A sentire la filosofia, quella giustizia sociale che viene presentata come un costoso impiccio alla crescita potrebbe essere l'unica possibilità di ridare significato al progetto europeo.

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