involuzione

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Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio
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giovedì 11 agosto 2011

Non fidatevi dei predicatori di austerità !!

1.   Non fidatevi dei predicatori di austerità, delle agenzie di rating, dei ministri al taglio. Stanno tutti covando le uova delle recessione, con faccia allegra o triste secondo l’entità del debito sovrano di loro pertinenza. Ma con l’identico risultato di strozzare lo sviluppo, accrescere la divaricazione fra chi ha e chi non ha, favorire la speculazione finanziaria. Un abbaglio colossale, che replica quello del 1929 pur in condizioni strutturali diverse, e che avrà per conseguenza un cambiamento internazionale di egemonia a favore delle potenze emergenti del Bric.
2.  Della “discontinuità di governo, cioè della rimozione di Berlusconi, non ce ne può fregare di meno. E’ la scusa ufficiale per mollare ogni difesa di classe  a favore dell’unità della società civile nella cornice dello Stato tricolore. Agli estremi margini di un Occidente in declino. Sospettiamo che un nuovo governo più centrista e “presidenziale” farebbe ancora di peggio. 
3.  Di altrettanta molesta irrilevanza risulta la modifica all’art. 41 della Costituzione, che dovrebbe essere sostituito con una “fate quello che cazzo vi pare, se non è espressamente vietato” –ma allora meglio il “vietato vietare” di sessantottina memoria! Introdurre poi un obbligo costituzionale di pareggio del bilancio sembra inutile quanto assurdo, una resa causidica alla logica dell’indebitamento finanziario.
4.  Il mantra delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni (alias svendita, ai prezzi attuali), fiaccamente contrastato dalla Cgil, è il rilancio fuori tempo di un neoliberismo sfrenato  che ci ha portato alla catastrofe e vorrebbe cancellare perfino i frutti delle vittoriose campagne referendarie. A questo punto costruiamo pure le centrali nucleari. Il doppio tuffo sarà inevitabile.
5.   Solo i riots metropolitani costituiscono una valida alternativa alla recessione galoppante. Non solo un sintomo, come tutti riconoscono, ma un elemento di resistenza, perché fa valere in modo tumultuario l’opposizione al divario sociale e al blocco dei consumi che è un elemento strutturale della finanziarizzazione. Sono molto più efficaci del suicida pareggio di bilancio per contrastare cause ed effetti della crisi. Agiscono frammentariamente ma potentemente sulla povertà –fra la minaccia redistributiva e l’incentivo keynesiano selvaggio....La logica dei cuts genera quella del looting: il saccheggio è però un incentivo al consumo migliore dei tagli.
6.   Le politiche di pareggio del bilancio scatenano il conflitto sezionale all’interno di ogni paese –sezioni di classe o territoriali contro i meno privilegiati (Tea Party negli Usa, Csu bavarese contro Merkel, Lega padana contro il centro-sud, ecc.), mentre i tumulti mobilitano pezzi di classe e di precariato, communities e lavoratori della conoscenza, migranti e insorgenti generazionali contro la governance finanziaria. Tutti costoro, non i poteri forti locali o transnazionali, hanno il diritto e il dovere di commissariare gli ormai incapaci apparati di governo.
7.  Con il solito trucco dell’interventismo democratico (ieri Clinton con il Kosovo, oggi Obama con la Libia) tiene per le palle l’Europa e spinge la “sinistra” (ieri D’Alema, oggi Napolitano) a tirare le castagne fuori dal fuoco per conto di altri. Oggi pure pagando di tasca propria, in ossequio all’ideologia del rientro dei deficit. La guerra vicaria subordina l’Europa agli Usa, l’euro al dollaro, in una parodia dell’ormai perduto egemonismo americano.
8.   La sovranità moderna e l’obbedienza alle legge sono nate secolarizzando il debito infinito che il senso di colpa alimentava verso il Dio cristiano, il cui Figlio si era sacrificato per redimere l’umanità dal fallo di Adamo. Insomma, dall’obbligo fisico della restituzione forzosa del debito alla colpa metafisica e infine all’obbligazione giuridica. Con la crisi della sovranità si compie il percorso inverso: dalla mistica dell’obbedienza allo Stato alla materialità del debito che sostituisce ogni potere dello Stato, fino a mettere in Costituzione il pareggio del bilancio. I tumulti fanno saltare quel vincolo superstizioso e l’austera brutalità che ne rivela l’intima natura. A riot is the language of the unheard.
9.   La sovranità si definisce con il monopolio legale della violenza, con il fatto cioè che è il solo a produrre legge ed esercitare violenza. Il tumulto comincia con il distribuire la violenza, continua con il produrre istituzioni.
10.   Fatti i debiti elogi a Tunisia e Siria, evocati ripetutamente piazza Tahrir e i quartieri londinesi, sarà il caso di pensare seriamente alle forme di lotta da adottare in Italia contro la macelleria sociale che è stata avviata con la manovra economica, a rinforzo di una già pesante crisi salariale e occupazionale dell’industria e dei servizi. 

fonte 

sabato 6 agosto 2011

AZZERARE IL DEBITO, USCIRE DALL'EURO

Intervista a Luciano Vasapollo*

di Fabrizio Salvatori**

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa intervista, nella quale Vasapollo si esprime senza indugi per le due misure essenziali della cancellazione del debito pubblico e dell'uscita dall'euro. 
Vasapollo,  anni addietro, era tra coloro che teorizzava, secondo noi a torto, che la nascita dell'Eurozona sanciva la nascita di un secondo polo imperialista concorrente agli USA, destinato a prendere il sopravvento mondiale.

D. Professor Luciano Vasapollo, gli sconvolgimenti a cui stiamo assistendo in questo periodo sul piano finanziario sono più profondi di quanto sembrino?

R. Se dovessi dare un titolo a questa domanda direi «niente di nuovo sul fronte occidentale». Tutto quello che appare come qualcosa di nuovo, come il default degli Stati Uniti, in realtà va avanti da Bretton Woods del 1971. Con la fine degli accordi gli Usa decidono in base al loro potere politico e militare di imporre il proprio indebitamento come modello di sviluppo che ne scarica il costo sugli altri: debito privato, debito pubblico, e consumo sostenuto dal mix tra debito interno ed esterno, avendo molto deboli i cosiddetti fondamentali macroeconomici e un'economia reale che già da allora mostrava i caratteri della crisi strutturale e sistemica.

Cosa è cambiato nell'odierno scenario?

Dopo la caduta del muro di Berlino si apre una fase di guida unipolare del mondo basata sullo strapotere politico e militare Usa, che con l'imposizione dell'acquisto dei titoli di debito Usa imponevano il sostenimento della loro crescita retta sull'indebitamento e sull'economia di guerra. Poi si apre la fase che a suo tempo definimmo non di globalizzazione ma di competizione globale, basata non sul modello importatore degli americani ma con l'Europa che cerca i suoi spazi di affermazione economica puntando sul ruolo internazionale con una forte posizione di esportatore svolto dalla Germania. Lo stesso modello di economia basata sulla esportazione viene realizzato dalla Cina, che grazie al suo avanzo nella bilancia dei pagamenti decide di diventare il maggior compratore del debito statunitense.

Ad un certo punto, però, qualcuno presenta il conto…

Quando scoppia la crisi dei subprime negli Usa, la crisi volutamente viene evidenziata come crisi di carattere finanziario per lo scoppio delle bolle speculative immobiliari e finanziarie, ma è semplicemente la punta dell'iceberg che evidenzia una crisi dell'economia reale nei meccanismi stessi dell'accumulazione: sono cioè gli stessi meccanismi del modo di produzione capitalistico che si sono inceppati già dai primi anni ‘70 e che dimostrano che la crisi è irreversibile ed è di carattere sistemico. E' evidente che hanno cercato di coprire la crisi dell'economia che si porta dietro il carattere della strutturalità e sistemicità.

Nel mentre la finanziarizzazione ha allargato il giro segnando l'arrivo dei paesi in via di sviluppo.

C'è da dire che il modello esportatore tedesco ha ormai sempre più bisogno di importatori anche direttamente europei ed è così che la Germania deve investire l'avanzo che matura comprando titoli dei Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna) che sono costretti sempre più ad indebitarsi per rispondere alle regole dell'euro, soffocando le proprie economie e massacrando il mondo del lavoro per garantire che la "questione" dell'euro rimanga funzionale allo sviluppo esportatore della Germania e, in seconda battuta, agli interessi francesi. Gli stessi Stati Uniti hanno un indebitamento in parte sostenuto dalla Germania oltre che dalla Cina. La competizione però oggi è sempre più alta e i Brics vogliono il loro spazio. Gli Usa così non hanno più la forza politica e militare per imporre il loro modello di sviluppo al mondo basato sul loro indebitamento. Oggi il presidente degli Usa è costretto a chiedere l'innalzamento del debito proprio per questo, perché sa che fuori dai suoi confini non troverebbe tanti soggetti disposti a finanziare il suo paese in base al precedente modello economico. E' la prova che è finito il mondo a guida unipolare basato sull'egemonia statunitense.

Che poi in fondo è anche il problema dell'Italia che ora sembra essere entrata in una spirale tra recessione e interessi sul debito…

L'Italia si comporta come gli Usa perché spostano il problema del debito più avanti, cioè per tentare di far fronte al deficit, che è un dato congiunturale di flusso. Lo trasformano in esposizione strutturale di stock trasformandolo in debito che massacrerà le generazioni future di lavoratori. E' lo stesso identico meccanismo. Dalle finanziarie lacrime e sangue di oggi si passa ad uno stato di lacrime e sangue permanente. La parte di deficit che si capitalizza, quindi, è una mannaia per le generazioni del futuro.

Insomma, è scattata la trappola della speculazione finanziaria…

E' chiaro che così si pone il problema non della crisi finanziaria ma di una crisi del modello di accumulazione, in crisi è l'intero sistema capitalista. La finanza speculativa che doveva essere quella in crisi si sta riaffacciando in modo prepotente inventando altre armi e nuovi terreni di combattimento. La speculazione finanziaria, come un avvoltoio, è lì e aggredisce chi non accetta le regole di dominio. E scatena attacchi sempre più pesanti contro il salario diretto, indiretto e differito. Per uscire dal debito greco si stanno approntando nuovi strumenti di finanza creativa che dilazionano l'indebitamento e creano le premesse di nuovi collassi.

Le proposte per tentare di mettere un argine a questa situazione?

La cosa assurda è che chi dovrebbe confezionare proposte in grado di tirarci fuori da questa situazione sta in realtà pensando agli interessi di una parte del paese, i ricchi e i soliti noti, come dimostra l'ultima legge finanziaria di Tremonti. Una prima risposta può essere lanciare una campagna del mondo del lavoro non contro l'Europa, ma contro le regole del massacro sociale imposte dalle compatibilità economico-finanziarie dell'euro. La seconda questione che va posta all'ordine del giorno è rilanciare una serie di politiche di una efficiente nazionalizzazione e statalizzazione delle banche e dei settori strategici dell'economia. Il debito sovrano sta diventando un nodo nei paesi deboli perché con i soldi pubblici si sono finanziate le banche. Quindi la prima nazionalizzazione deve essere del sistema bancario. E poi porre immediatamente il nodo di energia, trasporti e comunicazioni come settori strategici in mano allo Stato. Sembrerebbe un ritorno agli anni 50-60, quando si creò in Italia una forte economia mista, con un welfare vero e un futuro per i giovani.

Ultimamente hai partecipato ad alcuni incontri internazionali a Cuba, Bolivia, Spagna, Irlanda. Quali sono i temi del confronto?

Gli economisti critici eterodossi nelle loro varie componenti stanno cercando di trovare un accordo su un programma minimo di controtendenza da proporre e insieme praticare con il ruolo centrale del sindacalismo conflittuale di classe. Esistono varie alternative possibili alla attuale competizione globale e poi fino alla maggiore determinazione del superamento del modo di produzione capitalista, ognuna con distinti gradi di probabilità in funzione di ragioni tecnico-economiche o politico-sociali. In ogni caso, qualsiasi proposta attuabile dovrà fare i conti, in primo luogo, con la tecnologia. Il cambio tecnologico può rappresentare un progresso tecnico e sociale se è frutto di una decisione collettiva dei lavoratori, maggioritaria, responsabile, aperta al dialogo, negoziata e contrattata.

E le proposte concrete e immediate ?

Penso che il discorso sulle nazionalizzazioni, edilizia pubblica, lavoro e salario pieno e a totalità di diritti veri, di uscita dall'euro e, importante, l'azzeramento del debito siano i primi punti qualificanti. Siccome l'economia finanziaria non crea risorse perché sul medio periodo è un gioco a somma zero, perché quindi ci devono entrare gli Stati, quindi i lavoratori su cui si scarica tutta la durezza e drammaticità della crisi? In Grecia non bisogna dilazionare ma dare un taglio netto. E' quello che poi è stato fatto in Sud America, ad esempio quando in Argentina hanno girato le spalle al Fondo monetario internazionale. Se tu entri nella logica della diminuzione del tasso di interesse e allungamento del debito il ricatto diventa continuo.

* Professore di Economia Applicata presso l' Università "La Sapienza" di Roma, direttore di Cestes e Proteo
** fonte: Liberazione del 4 agosto 2011

martedì 11 gennaio 2011

La crisi dello Stato democratico (*) intervista di Julia Netesova a Danilo Zolo

Danilo Zolo da wikipedia

Ha insegnato Filosofia del Diritto all'Università di Firenze, dove ha fondato, nel 2000, il Centro per la filosofia del diritto Internazionale e delle politiche globali Jura Gentium, che tutt'ora dirige.
È stato associato di ricerca e visiting professor presso varie università inglesi e statunitensi (Cambridge, Harvard, Princeton, ecc.), nonché in varie sedi dell'Argentina, del Brasile e del Messico. Nel 1993 gli è stata assegnata la Jemolo Fellowship presso il Centre for European Studies del Nuffield College di Oxford.
Oltre all'attività accademica, in cui ha approfondito con particolare attenzione questioni sul pluralismo giuridico e della giurisdizione penale nell’epoca della globalizzazione, ha sempre coniugato la sua riflessione con la sensibilità per la pace e i diritti umani nei contesti di conflitto internazionale. Ha altresì collaborato, per la parte giuridica, al libro "La testa perduta di Damasceno Monteiro" di Antonio Tabucchi.



Mosca nel 1867
Julia Netesova. Gli Stati contemporanei devono affrontare numerose sfide che modificano il loro rapporto con la società: l'interferenza dello Stato è in aumento, gli apparati di sicurezza tendono a divenire più influenti e importanti e,soprattutto, la gente è sempre più preoccupata per la propria sicurezza. Pensa che questi trend influenzeranno la democrazia? In che modo?
Danilo Zolo. Non c'è dubbio che, soprattutto nei paesi occidentali, nuove sfide stanno alterando i rapporti fra quella che un tempo veniva chiamata civil society e le strutture centralizzate del potere statale. Due sono a mio parere i fenomeni più evidenti e più rilevanti. Il primo è il processo di sfaldamento degli istituti della rappresentanza politica che erano alla base del tradizionale modello "democratico", anche nelle sue forme più moderate e realiste à la Schumpeter. I suoi principali assiomi - il pluralismo dei partiti, la competizione fra programmi politici alternativi, la libera scelta elettorale fra élites concorrenziali - sono ormai degli enunciati sfuggenti, puramente formali. Anche il parlamento non svolge più alcuna funzione rappresentativa e legiferante, sostituito dal "governo" che tende a concentrare in sé tutti i poteri dello Stato di diritto (o rule of law) e a praticare una permanente ignorantia legis. La volontà del potere esecutivo si sostituisce di fatto alla volontà, puramente presunta, del "popolo sovrano" e alla dottrina della "sovranità popolare" non resta che il ruolo di una "maschera totemica", come lo stesso Kelsen ha sostenuto. Il secondo fenomeno è la pressione crescente che il potere esecutivo esercita sui cittadini. La vita pubblica è dominata dall'egemonia di alcune élites politico-economico-finanziarie al servizio di intoccabili interessi privati. È la cosiddetta "nuova classe capitalistica transnazionale" che domina i processi di globalizzazione dall'alto delle torri di cristallo di metropoli come New York, Washington, Londra, Francoforte, Nuova Delhi, Shanghai. In questo contesto il sistema dei partiti è un ristretto apparato "autoreferenziale", che opera circolarmente come fonte della propria legittimazione e della promozione degli interessi delle grandi imprese produttive e degli enti finanziari, come le banche d'affari, gli investitori istituzionali, i fondi pensione, le compagnie di assicurazione. In questa veste il potere "post-democratico" svolge un ruolo di controllo e di repressione dei comportamenti privati. Nei paesi occidentali - USA ed Europa occidentale in particolare - il Welfare State sta scomparendo mentre avanzano sempre più il controllo poliziesco pubblico e privato, la segregazione degli strati più poveri della cittadinanza (la Zero tolerance newyorkese), l'incontenibile espansione della popolazione carceraria, in particolare in paesi come gli Stati Uniti, l'Italia, la Francia, l'Inghilterra. Stiamo passando, ha scritto Loïc Wacquant, dallo Stato sociale allo Stato penale.

Mosca oggi
J.N. Nonostante il prevalere del modello liberal-democratico, i paesi non-occidentali stanno cercando di ideare forme alternative di organizzazione democratica. La globalizzazione porterà alla scomparsa dei modelli alternativi o i movimenti di resistenza alla globalizzazione rilanceranno la ricerca di alternative adattabili ai contesti etno-culturali?
D.Z. A mia conoscenza il solo tentativo di dar vita a forme politiche alternative al modello liberaldemocratico nell'ambito di paesi non occidentali è quello che si è affermato sotto il nome di Asian values nell'area dell'Oceano indiano e del Pacifico. A partire dai primi anni Novanta del secolo scorso, in paesi come Singapore, la Malaysia, la Thailandia e altre nazioni dell'area cinese si è tentato di dar vita a strutture politiche alternative alla democrazia, ispirate alla tradizione confuciana. Nella "Dichiarazione di Bangkok", del 1993, valori come l'ordine, l'armonia sociale, il rispetto dell'autorità, la famiglia, vennero opposti ai valori della modernità occidentale, inclusa la democrazia rappresentativa. In questa prospettiva anche la dottrina "individualistica" dei diritti dell'uomo venne giudicata in contrasto con l'ethos comunitario delle tradizioni asiatiche. Si può dire tuttavia che nel contesto dei processi di globalizzazione, che tendono a far prevalere anche in Oriente i principi (e gli interessi) dell'Occidente, l'alternativa degli Asian values sembra senza prospettive di rilievo.
J.N. Stiamo assistendo al mutamento dell'interazione tra le elite e la società. Alcuni esperti dicono che questa interazione è in via di scomparsa, sta diventando meno intensa e meno frequente. È d'accordo? Quali strumenti potrebbero invertire la tendenza?
D.Z. Si può dire che oggi non esistono più all'interno delle democrazie occidentali le élites ideologico-politiche come le avevano concepite autori classici, quali, fra gli altri, Max Weber, Joseph Schumpeter, Robert Dahl, Giovanni Sartori. Se per democrazia elitaria si intende un regime nel quale la maggioranza dei cittadini è in grado di esercitare, sia pure indirettamente, una qualche influenza sui processi decisionali, allora oggi, nel contesto della globalizzazione, anche la "leadership concorrenziale" è cosa del passato. La dottrina della "democrazia pluralistica", assieme alla cosiddetta responsiveness e accountability del potere esecutivo, è di fatto sostituita da forme di populismo autoritario che si giova largamente degli strumenti di comunicazione di massa. I partiti politici, operanti come apparati burocratici dello Stato, si accordano fra di loro e con gli altri soggetti della poliarchia corporativa, sottraendosi a qualsiasi efficace regolazione normativa, controllo o sanzione e garantendosi fra l'altro un imponente auto-finanziamento. Basti pensare, per fare un esempio di indubbio rilievo, che in un paese "democratico" come l'Italia, la fittissima rete di appalti pubblici è essenzialmente la casa madre miliardaria della corruzione e della concussione di leader politici, di funzionari pubblici e managers. Personalmente non vedo alcuna possibilità di recupero nel breve periodo di un rapporto fra cittadini ed "élites democratiche" che operino come veicoli delle aspettative popolari e siano sostenute dai propri militanti ed elettori. La globalizzazione ha favorito il costituirsi di regimi che, pur sventolando ancora, opportunisticamente, la bandiera della democrazia, sono in realtà oligarchie elitarie, tecnocratiche e repressive che vivono all'ombra del mercato globale. Sono regimi orientati alla pura efficienza economico-politica, al benessere della classe dominante e alla discriminazione dei cittadini non abbienti e dei migranti provenienti dall'Africa e dall'Asia.
J.N. La società civile è nata dal conflitto con lo Stato che tentava di espandere la propria autorità. Oggi gli Stati stanno diventando globali, stanno cedendo il loro potere a una sorta di Stato mondiale. Anche la società civile sta diventando globale. Che correlazioni esistono fra questi due processi? In che modo lo Stato mondiale e la società civile globale si influenzeranno reciprocamente nel corso di questa trasformazione?
D.Z. La mia opinione è che oggi non esiste e non ci sarà mai uno Stato globale se per "Stato globale" (World state) si intenda una struttura di potere mondiale centralizzato e concentrato in un unico governo, in qualche modo rappresentativo delle aspettative e degli interessi della popolazione mondiale. Uno Stato globale non può che essere uno Stato neo-imperiale dominato dal potere politico, economico e militare di una super-potenza. Nello stesso tempo, non vedo il formarsi di una "global civil society" come qualche autore occidentale ha superficialmente sostenuto. Il mondo è diviso fra un nucleo di grandi potenze, per lo più occidentali, e un alto numero di paesi poveri e poverissimi. Il 20% dei paesi ricchi assorbe il 90% della ricchezza mondiale annualmente prodotta, mentre il 20% dei paesi poveri ne consuma l'1%. E questa tragica situazione si aggrava ogni giorno di più. Si deve inoltre tenere presente il fenomeno del terrorismo: mi riferisco al duplice fenomeno terroristico delle guerre di aggressione (le guerre di aggressione anglo-statunitensi contro l'Iraq, le guerre degli Stati Uniti e della NATO nei Balcani, in particolare contro la Serbia, la guerra tuttora in corso contro l'Afghanistan) e l'inevitabile replica terroristica del mondo islamico (è stato detto che "il terrorista è un terrorizzato"). Il nostro mondo, a partire da Hiroshima e Nagasaki, è un mondo che legittima il terrore, non è certo una global civil society.
J.N. La democrazia come la conosciamo oggi è anche un prodotto dei nuovi mezzi di informazione e delle tecnologie di comunicazione. Questo settore è in continua crescita e gli esperti dicono che assisteremo a sempre nuove forme e strumenti di comunicazione. Pensa che queste scoperte indurranno una ulteriore evoluzione del modello democratico? In che modo?
D.Z. Non ci possono essere dubbi che un ruolo decisivo nella trasformazione della "democrazia" occidentale è stato svolto dai mezzi di comunicazione di massa, in modo tutto particolare dalla televisione. E questo è vero non solo per l'Occidente, ma anche per le vaste aree del pianeta che oggi sono esposte alla pressione della cultura occidentale. Come è noto, gli sviluppi della tecnologia informatica vengono esaltati nel mondo del business multimediale come l'avvento della comunicazione interattiva. Una delle conseguenze positive, si assicura, è l'accrescimento della cultura e della competenza politica e, soprattutto, l'affermarsi di nuove forme di partecipazione popolare. Grazie all'uso di sofisticate apparecchiature elettroniche - teleconferencing, opinion-polling systems, automated feedback programmes, two-way cable television, etc. - i cittadini sono in grado di impegnarsi in un quotidiano bricolage politico. L'agorà elettronica uscirà dal mito e si incarnerà nelle forme di una instant referendum democracy. Si tratta a mio parere di un ottimismo senza fondamenti. Il carattere asimmetrico, selettivo e non-interattivo della comunicazione elettronica non potrà subire in futuro alcuna attenuazione. E non crescerà la capacità degli utenti di selezionare la comunicazione ricevuta, né la loro capacità critica nei confronti dei suoi contenuti. Al contrario, la loro autonomia sarà probabilmente esposta a rischi più gravi poiché le strategie della comunicazione multimediale punteranno sempre più consapevolmente su forme di persuasione 'subliminale', a cominciare dalla pubblicità commerciale, dai sondaggi di opinione e dalla propaganda politica. La comunicazione politica, dominata dal codice televisivo del successo, della spettacolarità e della personalizzazione, tenderà a svuotarsi ancora di più dei suoi contenuti argomentativi e razionali e ad alimentare nuove forme di delega plebiscitaria. Usando sistematicamente lo strumento televisivo, i leader politici continueranno a rivolgersi ai cittadini-consumatori esibendo, secondo precise strategie di marketing televisivo, i propri prodotti. Una tele-democrazia dispotica e grottesca è destinata così a convivere con un tele-populismo servile all'ombra del tramonto della democrazia rappresentativa.
J.N. Pensa che internet e i social networks diventeranno un nuovo fattore della democrazia contemporanea, che ne modificherà le caratteristiche? Si creerà un nuovo modello di "uomo sociale"?
D.Z. Per quanto riguarda in modo specifico gli effetti di interazione sociale che si ritiene siano stati prodotti a livello globale dalla rete telematica di Internet, non si può negare che essa è diventata rapidamente uno strumento efficacissimo di informazione culturale, scientifica, economica e politica, oltre che di comunicazione personale. Sarebbe grottesco negarne il grande valore comunicativo ed informativo. E tuttavia, per quanto riguarda in particolare gli effetti di interazione e di integrazione politica che sarebbero stati prodotti sia nell'ambito nazionale sia a livello internazionale, le opinioni sono contrastanti. Ci sono autori - ed io sono fra questi - che sottolineano la crescente specializzazione delle funzioni politiche entro le società minimamente industrializzate e la scarsità delle risorse di tempo, di attenzione e di competenza socialmente disponibili per la partecipazione politica anche sul terreno semplicemente informatico. Ci sono molti dubbi che le tecnologie informatiche possano contribuire ad una diffusione nazionale e tanto meno transnazionale dei valori e delle istituzioni democratiche. La possibilità di prendere decisioni politiche pertinenti dipende assai meno dalla disponibilità di tecniche di comunicazione rapida che non dalla capacità degli attori sociali di controllare e selezionare criticamente le proprie fonti cognitive, in un contesto di generale trasparenza sia dei meccanismi di di emissione delle notizie, sia dei processi decisionali. Non va inoltre dimenticato che le nuove tecnologie della comunicazione hanno notevolmente accentuato le diseguaglianze su scala mondiale. Il cosiddetto global digital divide taglia in due il mondo "globalizzato". Nei trenta, ricchi paesi dell'OCSE, nei quali risiede meno di un quinto della popolazione mondiale, risulta presente il 95% delle utenze stabili di Internet mentre l'Europa sorpassa di 41 volte l'Africa, che pure ha una popolazione più numerosa di quasi 100 milioni. Complessivamente meno del 6% della popolazione mondiale è connesso alla rete: circa 4 miliardi di persone oggi ne sono escluse. Mentre gli Stati Uniti e il Canada contano assieme circa il 60% dei "navigatori", l'Africa e il Medio Oriente raggiungono assieme il 2%.
J.N. Che genere di sfide le società multiculturali pongono alla democrazia? Come si trasformano le forme e le procedure democratiche nelle società divise da identità culturali, etniche e religiose differenti? In che modo la democrazia può armonizzarsi con il pluralismo e il multiculturalismo?
D.Z. L'antagonismo fra l'eguaglianza democratica dei cittadini e i "diritti cosmopolitici" dei non cittadini è diffuso in molti paesi del mondo, ma è particolarmente drammatico nei paesi occidentali. La lotta per l'acquisto delle cittadinanze pregiate dell'Occidente è condotta da parte di masse sterminate di soggetti appartenenti ad aree continentali senza sviluppo e con un elevato tasso demografico. Questa lotta assume la forma della migrazione di massa di soggetti molto deboli ma che esercitano, grazie alla loro infiltrazione capillare negli interstizi delle cittadinanze occidentali, una forte pressione per l'eguaglianza. La replica da parte delle cittadinanze minacciate da questa pressione "cosmopolitica" - in termini sia di espulsione violenta degli immigrati, sia di negazione della loro qualità di soggetti civili - sta scrivendo e sembra destinata a scrivere nei prossimi decenni le pagine più luttuose e più squallide della storia politica dei paesi occidentali. È la stessa nozione di cittadinanza che si ritiene sfidata dalla richiesta dei migranti di diventare cittadini pleno iure dei paesi dove vivono e lavorano. Questa richiesta viene considerata da molti come una sfida inaccettabile perché lo stesso rapporto fra "cittadino" e "straniero" verrebbe violata dall'imponenza dei fenomeni migratori e dalla loro oggettiva incontrollabilità e irreversibilità. E si tratterebbe di una sfida dirompente perché, a giudizio di molti, tende a far esplodere le stesse strutture dello Stato democratico e a cancellare l'identità nazionale dei suoi cittadini. Ma a queste strutture i "migranti" rivolgono giustamente la richiesta di un riconoscimento "multietnico" non solo dei loro diritti individuali, ma della loro stessa identità in quanto minoranze caratterizzate da una notevole distanza culturale rispetto alle cittadinanze occidentali. Ma se è vero che queste cittadinanze si giovano ampiamente del lavoro e dei servizi di persone provenienti da paesi che sono vittime della crescente discriminazione internazionale fra un gran numero di paesi poverissimi e un piccolo numero di paesi democratici ricchi e potenti, la sola soluzione possibile è l'apertura culturale, politica e giuridica agli "altri", come suggerisce Tzvetan Todorov, indipendentemente dalla loro qualità di stranieri.
J.N. Lo scorso settembre la Russia ha ospitato un importante World Global Policy Forum a Yaroslav - un'iniziativa del Presidente Medvedev che ha raccolto alcuni dei più importanti politici ed esperti a livello mondiale. L'argomento principale in discussione era: "Modern State: Standards of Democracy". Può suggerire un altro tema da discutere a Yaroslav nel 2011? Quali eventi dovrebbero essere trattati nel programma del convegno?
D.Z. Ci sono tre temi che mi stanno particolarmente a cuore e che ho trattato in un mio recente volume: 1. la crisi della dottrina dei diritti umani come ideologia occidentale in declino, a cominciare dalla costante, tragica violazione del diritto alla vita; 2. la trasformazione in corso dei paesi occidentali dalla forma dello Stato democratico a quella di una società repressiva e penitenziaria; 3. il fallimento dell'obiettivo di una pace universale, compito inutilmente attribuito alle Nazioni Unite dalle potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, l'Unione Sovietica compresa. Mi permetto di segnalare in particolare il tema dell'urgente necessità di una riforma delle istituzioni internazionali che includa anzitutto le Nazioni Unite, il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, che fra l'altro sono tutte insediate nel continente americano senza alcuna ragione.

*. Russian Journal, November 19, 2010.