involuzione

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Poche cose abbiamo imparato dalla storia all'infuori di questa: che le idee si condensano in un sistema di ortodossia, i poteri in una forma gerarchica e che ciò che può ridare vita al corpo sociale irrigidito è soltanto l'alito della libertà, con la quale intendo quella irrequietezza dello spirito, quell'insofferenza dell'ordine stabilito, quell'aborrimento di ogni conformismo che richiede spregiudicatezza mentale ed energia di carattere.
Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo a vedere la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati. O avremmo cercato riparo nell'isola della nostra interiorità o ci saremmo messi al servizio dei vecchi padroni. Ma tra coloro che si sono salvati, solo alcuni hanno tratto in salvo un piccolo bagaglio dove, prima di buttarsi in mare, avevano deposto, per custodirli, i frutti più sani della tradizione intellettuale europea: l'inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose.
Norberto Bobbio

martedì 16 agosto 2011

Lo stato italiano complice di omicidio,Kosovo,Iraq,Afghanistan,Libia

Qualcuno dovrà pure chiedere scusa
Valery Melis

Valery Melis morì il 4 febbraio 2004 a ventisette anni. Ora finalmente il Tribunale Civile di Cagliari ha riconosciuto la responsabilità dell’Esercito Italiano nel non aver fatto nulla per proteggere i soldati dall'uranio impoverito, nonostante fosse a conoscenza dei rischi di contaminazione. Un commento
Se si esaminano le aree interessate ai bombardamenti della Nato del 1999 sul Kosovo quella di Peja – Peć è sicuramente una delle più colpite. Nella distruzione generale, i segni dei bombardamenti erano visibili ad occhio nudo perché interessavano gli insediamenti industriali, i depositi, le caserme, le linee di comunicazione.
Nei mesi immediatamente successivi ai 78 giorni di fuoco che portarono all’abbandono della regione da parte dell’esercito serbo-montenegrino si sapeva che gran parte dei bombardamenti della coalizione occidentale avvenivano con missili arricchiti da “uranio impoverito”: 31 mila ogive con queste caratteristiche vennero scaricate in poco più di due mesi su Serbia, Montenegro e Kosovo, in violazione del diritto internazionale ed in particolare dei protocolli della Convenzione di Ginevra del 1977. Fonti delle Nazioni Unite parlarono allora di una quantità pari ad oltre 8 tonnellate di uranio Impoverito riversata su quei Paesi.
Lo sapevano bene le autorità politiche del nostro Paese, come del resto le gerarchie dell’Esercito italiano, ma non venne fatto nulla, né per mettere in guardia la popolazione civile che in quei luoghi ci tornava ad abitare, né per proteggere i soldati italiani che proprio a Peja – Peć avevano (ed hanno) il loro insediamento permanente.
Fra quei ragazzi in divisa c’era Valery Melis, caporalmaggiore di un esercito che, a differenza di altri contingenti militari presenti nella regione, non informò e nemmeno attrezzò i propri uomini al presidio di un territorio che fra le macerie nascondeva l’invisibile insidia dell’uranio impoverito. Non c’erano tute speciali, né maschere e guanti. Persino il tema era tabù, “inutile allarmismo” si diceva.
Melis si ammalò nell’autunno ‘99 e quando nel dicembre di quello stesso anno se ne tornò in Sardegna i noduli sul collo che preoccupavano quel giovane dai lineamenti così dolci presero rapidamente un nome: linfoma di Hodgkin. L’inizio di un calvario, affrontato con straordinaria dignità.

Per approfondire 

Vai alla pagina dedicata agli approfondimento OBC sul tema uranio impoverito
Visualizza le mappe dei siti bombardati dalla Nato nel 1995 (Bosnia) e 1999 (Serbia, Kosovo e Montenegro)
Vai alla pagina della Commissione parlamentare d'inchiesta sull'uranio impoverito dell'attuale legislatura.
La dignità che invece non ebbero le gerarchie politiche e militari. Perché si può ben dire che si è sbagliato, si possono ammettere le proprie responsabilità, si possono rassegnare le proprie dimissioni. E invece non avvenne niente di tutto questo, a negare ogni evidenza, ovvero la relazione fra l’uranio impoverito e l’insorgere di patologie cancerogene.
Ero a Peja – Peć nel febbraio del 2000, ad accompagnare il processo di trasformazione della presenza trentina in quella parte del Kosovo: dall’emergenza che aveva visto come protagonisti i volontari della protezione civile all’avvio di una fase nuova di cooperazione fra le nostre comunità. Dalla quale nacquero i mille progetti che nei successivi undici anni sono stati implementati (e che ancora oggi proseguono) nell’ambito del "Tavolo Trentino con il Kosovo”.
Decine di incontri, per conoscere e capire prima di agire. Fra questi, quello con il colonnello Di Benedetto, allora comandante del contingente italiano di stanza a Peja – Peć. Nei miei appunti di allora, molte annotazioni sulla presenza militare italiana, sulle attività svolte, sulla formazione riservata ai soldati. Di una di queste ho un nitido ricordo, quando alla mia domanda sulla presenza di uranio impoverito nell’area di Peja - Peć mi rispose un po’ stizzito che si trattava solo di propaganda giornalistica.
Erano le stesse risposte che venivano date nei mesi immediatamente successivi ai bombardamenti ai rappresentanti delle molte Ong ambientaliste internazionali (Greenpeace, WWF, Rec, Focus Project…) che monitoravano quel territorio, ma anche alle agenzie delle Nazioni Unite come Unep, che poi confermarono nei loro rapporti come la situazione di rischio non fosse limitata solo alle aree direttamente colpite.
Solo dopo anni, nel 2007, il Governo italiano riconobbe per la prima volta il rapporto di causa/effetto nella morte di 37 militari (e 255 malati) esposti all’uranio impoverito utilizzato nei sistemi d’arma (dati per altro contestati dall’Osservatorio militare che invece parlava di 164 morti e di 2.500 ammalati). Numeri che con gli anni sono tragicamente cresciuti fino ad una recente ammissione da parte del ministro La Russa che ha parlato di 2.727 patologie neoplastiche riscontrate fra i soldati italiani fino al 31 dicembre 2009.
Valery Melis morì il 4 febbraio 2004 a ventisette anni. Ora finalmente il Tribunale Civile di Cagliari ha riconosciuto la responsabilità dell’Esercito Italiano nel non aver fatto nulla per proteggere i soldati nonostante fosse a conoscenza dei rischi di contaminazione, condannandolo a risarcire i genitori e i fratelli di Valery. “Deve ritenersi - scrive il giudice nella sentenza - che il linfoma di Hodgkin sia stato contratto dal giovane Valery Melis proprio a causa dell'esposizione ad agenti chimici e fisici potenzialmente nocivi durante il servizio militare nei Balcani, atteso che proprio i detriti reperiti nel suo organismo hanno ben più che attendibilmente causato alterazioni gravi alle cellule del sistema immunitario come rilevato con frequenza di gran lunga superiore della media per i militari rientrati dai Balcani”.
Nel 1999 si inaugurò il concetto di “guerra umanitaria”. Venne fatta senza alcun mandato delle Nazioni Unite, bombardando città ed impianti chimici, usando l’uranio impoverito. Che è entrato nella vita (e nelle viscere) di tanta gente che si è ammalata e continua ad ammalarsi di cancro senza fare notizia. Anche di molti ragazzi italiani impegnati nelle “missioni di pace”, soldati come Valery e tante altre vittime di quel veleno invisibile chiamato “uranio impoverito”.
Prima o poi qualcuno dovrà pure chiedere scusa.
Michele Nardelli è Presidente del Forum trentino per la pace ed i diritti umani
Fonte

giovedì 11 agosto 2011

Non fidatevi dei predicatori di austerità !!

1.   Non fidatevi dei predicatori di austerità, delle agenzie di rating, dei ministri al taglio. Stanno tutti covando le uova delle recessione, con faccia allegra o triste secondo l’entità del debito sovrano di loro pertinenza. Ma con l’identico risultato di strozzare lo sviluppo, accrescere la divaricazione fra chi ha e chi non ha, favorire la speculazione finanziaria. Un abbaglio colossale, che replica quello del 1929 pur in condizioni strutturali diverse, e che avrà per conseguenza un cambiamento internazionale di egemonia a favore delle potenze emergenti del Bric.
2.  Della “discontinuità di governo, cioè della rimozione di Berlusconi, non ce ne può fregare di meno. E’ la scusa ufficiale per mollare ogni difesa di classe  a favore dell’unità della società civile nella cornice dello Stato tricolore. Agli estremi margini di un Occidente in declino. Sospettiamo che un nuovo governo più centrista e “presidenziale” farebbe ancora di peggio. 
3.  Di altrettanta molesta irrilevanza risulta la modifica all’art. 41 della Costituzione, che dovrebbe essere sostituito con una “fate quello che cazzo vi pare, se non è espressamente vietato” –ma allora meglio il “vietato vietare” di sessantottina memoria! Introdurre poi un obbligo costituzionale di pareggio del bilancio sembra inutile quanto assurdo, una resa causidica alla logica dell’indebitamento finanziario.
4.  Il mantra delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni (alias svendita, ai prezzi attuali), fiaccamente contrastato dalla Cgil, è il rilancio fuori tempo di un neoliberismo sfrenato  che ci ha portato alla catastrofe e vorrebbe cancellare perfino i frutti delle vittoriose campagne referendarie. A questo punto costruiamo pure le centrali nucleari. Il doppio tuffo sarà inevitabile.
5.   Solo i riots metropolitani costituiscono una valida alternativa alla recessione galoppante. Non solo un sintomo, come tutti riconoscono, ma un elemento di resistenza, perché fa valere in modo tumultuario l’opposizione al divario sociale e al blocco dei consumi che è un elemento strutturale della finanziarizzazione. Sono molto più efficaci del suicida pareggio di bilancio per contrastare cause ed effetti della crisi. Agiscono frammentariamente ma potentemente sulla povertà –fra la minaccia redistributiva e l’incentivo keynesiano selvaggio....La logica dei cuts genera quella del looting: il saccheggio è però un incentivo al consumo migliore dei tagli.
6.   Le politiche di pareggio del bilancio scatenano il conflitto sezionale all’interno di ogni paese –sezioni di classe o territoriali contro i meno privilegiati (Tea Party negli Usa, Csu bavarese contro Merkel, Lega padana contro il centro-sud, ecc.), mentre i tumulti mobilitano pezzi di classe e di precariato, communities e lavoratori della conoscenza, migranti e insorgenti generazionali contro la governance finanziaria. Tutti costoro, non i poteri forti locali o transnazionali, hanno il diritto e il dovere di commissariare gli ormai incapaci apparati di governo.
7.  Con il solito trucco dell’interventismo democratico (ieri Clinton con il Kosovo, oggi Obama con la Libia) tiene per le palle l’Europa e spinge la “sinistra” (ieri D’Alema, oggi Napolitano) a tirare le castagne fuori dal fuoco per conto di altri. Oggi pure pagando di tasca propria, in ossequio all’ideologia del rientro dei deficit. La guerra vicaria subordina l’Europa agli Usa, l’euro al dollaro, in una parodia dell’ormai perduto egemonismo americano.
8.   La sovranità moderna e l’obbedienza alle legge sono nate secolarizzando il debito infinito che il senso di colpa alimentava verso il Dio cristiano, il cui Figlio si era sacrificato per redimere l’umanità dal fallo di Adamo. Insomma, dall’obbligo fisico della restituzione forzosa del debito alla colpa metafisica e infine all’obbligazione giuridica. Con la crisi della sovranità si compie il percorso inverso: dalla mistica dell’obbedienza allo Stato alla materialità del debito che sostituisce ogni potere dello Stato, fino a mettere in Costituzione il pareggio del bilancio. I tumulti fanno saltare quel vincolo superstizioso e l’austera brutalità che ne rivela l’intima natura. A riot is the language of the unheard.
9.   La sovranità si definisce con il monopolio legale della violenza, con il fatto cioè che è il solo a produrre legge ed esercitare violenza. Il tumulto comincia con il distribuire la violenza, continua con il produrre istituzioni.
10.   Fatti i debiti elogi a Tunisia e Siria, evocati ripetutamente piazza Tahrir e i quartieri londinesi, sarà il caso di pensare seriamente alle forme di lotta da adottare in Italia contro la macelleria sociale che è stata avviata con la manovra economica, a rinforzo di una già pesante crisi salariale e occupazionale dell’industria e dei servizi. 

fonte 

Testimonianza italiani a Tripoli, 8/8/2011

Tripoli 8/8/2011


Questa è una lettera-denuncia appena inviata ad alcuni giornali.
Tripoli 08-08-2011
“Siamo un gruppo di Italiani arrivati in Libia il 28 luglio, 4 uomini e 4 donne, che vengono come privati e non come membri di un’agenzia, stiamo cercando di fare qualcosa per questa gente, raccontare quanto stiamo vedendo, sensibilizzare i media e provare ad attivare un’azione umanitaria che possa portare viveri e servizi. La situazione a Tripoli al nostro arrivo sembrava buona, dopo un difficile viaggio di attraversamento della frontiera tunisina dal versante di Djerba, siamo arrivati a Tripoli passando dal confine di Ras Ajdir e poi lungo la pericolosa strada costiera verso Sabratha e Tajura.
La situazione al confine mostrava forti tensioni in quanto sia da una parte che dall’altra vi erano file chilometriche di migranti, molti libici rientravano per passare il Ramadan nella loro martoriata terra, altre persone uscivano per rientrare in Tunisia o per provare a fare rifornimento di benzina.
Attualmente il carburante è uno dei problemi più evidenti, i due soli distributori incontrati nel viaggio notturno (circa 300 km) erano letteralmente assediati dalle vetture in attesa della riapertura, ci saranno state 2-3000 auto in attesa per ogni distributore, i libici si danno il cambio, una persona si occupa di 8-9-10 auto, le sposta a mano una ad una avanzando faticosamente di pochi metri ogni ora, probabilmente ci vorranno diversi giorni di attesa per arrivare finalmente alla pompa, sperando che nel frattempo quest’ultima avesse ancora sufficiente riserve di carburante. (Speranza svanita in quanto al rientro non c’erano più file, la benzina era introvabile).
Arrivati nell’albergo dei giornalisti, (Rixos un 5 stelle) l’unico hotel realmente operativo, abbiamo cominciato a percepire le prime bombe, i boati hanno continuato per tutto il periodo, con una piccola tregua tra il 1 ed il 2 agosto, poi sono ripresi più forti che mai. Incredibilmente dopo 2-3 giorni ci abbiamo fatto l’abitudine, il suono delle bombe è diventato una macabra colonna sonora che accompagnava le nostre ore. La gente a Tripoli come nelle città di questa parte del paese: Zuwarah, Surman, Az-Zawiyah, Zlitan ecc… è profondamente colpita, questa guerra ha generato nel popolo un dignitoso senso di unità e collaborazione, si sono organizzati con delle vetture che caricano chi è rimasto a piedi (la maggior parte) chi ha la macchina senza benzina dà un dinaro a chi ha ancora un mezzo marciante, i mezzi pubblici sono praticamente inesistenti, i negozi aperti cominciano ad essere pochi,cominciano a scarseggiare viveri e beni di prima necessità.
La Nato continua a bombardare, colpisce obbiettivi militari ed a volte “sbagliando?!” anche civili; tra gli obbiettivi degli ultimi giorni ci sono purtroppo anche importanti servizi civili: centrali elettriche, condotte, mezzi di informazione, la città rimane spesso senza luce ed acqua. Il bombardamento sistematico nulla ha a che vedere con la no” fly-zone”, ad ogni modo quest’ultima qualora fosse stata eseguita correttamente sarebbe stata comunque priva di ogni fondamento giuridico non essendo applicabile a conflitti interni.
Il 31 luglio è stata bombardata anche la Tv libica,con lei è stata bombardata la libertà di informazione dopo poche ore di buio il segnale è tornato, la NATO ha giustificato il bombardamento delle antenne (sono morte 3 persone e ferite 15) dicendo che le immagini incitavano alla violenza. Invece noi le abbiamo viste: le immagini riportavano gente che manifestava, documenti di guerra, interviste, tg, propaganda politica ed ogni tanto qualche soap opera o spot pubblicitario.
Dal primo agosto in Libia si festeggia il Ramadan e si pratica il digiuno, non si mangia ne’ si beve dalle 5 del mattino alle 8 di sera circa, quando la sera si aprono i frigoriferi si trova solo merce che si sta o è già deteriorata, 2 giorni senza corrente a 35-37 gradi significa mandare tutto in malora. Da lontano non è possibile capire cosa vi sia dietro queste difficoltà: dove non c’è benzina per andare a comprare provviste dove i supermercati si svuotano sempre piu’ e le scorte si deteriorano per mancanza di elettricità…dietro a tutto questo ci sono persone che prima stavano bene ed ora hanno una vita distrutta, ci sono bambini piccoli che non hanno più il latte, malati di diabete che non possono tenere al fresco l’insulina… (piccoli concreti esempi a cui non si pensa da lontano).
Purtroppo la risoluzione ONU 1973 sembra che comprenda e preveda anche il ridurre un popolo allo stremo così che non possa attaccare o difendersi in quanto privo di sostentamenti, “stremato” per l’appunto. I più deboli, bimbi ed anziani sono i più colpiti, la gente fa del tutto per far vedere che la normalità continua, il venerdì le spiagge si riempiono mentre sopra nel cielo si sentono inquietanti ronzii di caccia che scorrazzano indisturbati sopra le loro teste, l’aviazione e la marina sono state annientate dai raid Nato così che passeggiare in volo su Tripoli è un tranquillo gioco da ragazzi. L’unica difesa ora è l’artiglieria leggera, il popolo ha kalashnikov distribuiti a milioni.
Dopo la preghiera la gente scende nelle piazze e grida tutta la sua rabbia guardando in cielo gli aerei delle forze alleate che per nulla impietositi continuano la loro opera di ”protezione dei civili” .
Il 4 agosto una parte del mio gruppo è rientrato in Italia, la situazione si sta facendo troppo pericolosa, ieri anche mia moglie Yvonne è rientrata, sono rimasto solo in quanto sto cercando di organizzare alcune pratiche burocratiche per l’invio di viveri, medicinali e carburante.
Non essendo partito con gli altri ho il problema del viaggio di ritorno, la auto del protocollo che ci hanno dato una mano in questi giorni sono impegnate, sembra sia arrivata una delegazione dell’Onu che è qui per vedere come sta andando l’azione di “intervento umanitario”
Il 3 agosto sono andato insieme ai giornalisti a Zlitan, il giorno prima in una conferenza stampa il portavoce libico Mussa Ibrahim ci aveva detto che si poteva andare l’indomani a fare una visita in questa città che dista pochi km da Misurata e dal fronte, lungo la strada solita desolazione e carenza di servizi. Appena arrivati abbiamo notato diverse abitazioni e strutture abbattute, in una c’era ancora tanta gente che protestava e sostava sulle macerie, sembra siano morte 4 persone, 2 bambini la madre e la nonna, l’obbiettivo un professore che dicono fosse amico della famiglia del leader e “sembra” si sia salvato, le bombe hanno colpito la casa all’alba, qualcuno dice che la casa fosse troppo bella per un professore, quindi una specie di subdola legittimazione del bombardamento e dell’assassinio. Proseguiamo, dovevamo andare a visitare un ospedale, ci fanno deviare, sembra ci sia un funerale di alcune persone morte all’alba, arriviamo in una specie di moschea dimessa, all’interno ci sono alcune centinaia di persone che pregano, in fondo alla sala 3 bare in fila vengono colpite da raggi di sole che le attraversando le inferriate disegnano un tragico mosaico di luci. Finita la preghiera la gente si avvicina alle bare, aprono i lenzuoli che nascondevano gli orrori, scorgiamo le figure terribilmente oltraggiate di 2 bambini ed un adulto, ci sono due uomini che piangono più degli altri, uno è il padre, l’altro è il fratello di una delle vittime, i volti di quelle piccole vittime sono terrificanti, qualche giornalista si fa scappare qualche lacrima, questa è la guerra, questo è quanto non vedranno mai dai loro aerei i piloti che sparano pensando di portare aiuto ma che spesso scaricano solo morte e devastazione. Aspettiamo che la gente seppellisca queste povere vittime, al termine vediamo che il fratello di uno di queste spara in alto con un mitra, sembra voler far uscire dalla canna tutta la sua devastazione emotiva e l’odio verso chi li sta massacrando, guarda il cielo e grida qualcosa in arabo, non so cosa dica ma tutti possono immaginare: “guardate cosa avete fatto, che colpa hanno queste creature, perche ci odiate? Perche non ci lasciate in pace?”.
Rientrando , passiamo davanti ad una scuola, totalmente devastata dalla bombe, chiedo ad un bambino se sa perchè è stata colpita, mi risponde scherzando che è stato Ibrahim che la ha abbattuta perche’ non voleva andare a scuola…, poi anziché ridere della propri battuta mi guarda con rancore perchè ha capito che sono italiano, si gira e se ne va senza più voltarsi.
La scuola è stata colpita alle 5.30 del mattino, qualche giornalista ci dice che colpiscono in quelle ore perchè sanno che i bambini non sono ancora sui banchi.. Ribatto: -“ ma perchè una scuola?” La risposta è preoccupante: -“perchè qui si potrebbero nascondere delle truppe o soldati del regime che riposano durante la notte non potendolo fare tranquillamente nelle caserme CHE SONO facile bersaglio dei raid aerei.”
Ciò significa che tutto è lecito, che se si bombarda una scuola, un ospedale pediatrico, una moschea… si può sempre dire che è un intervento lecito…
Sono certo che il regime libico possa attuare anche questi mezzi, chi può biasimarli, mandare i suoi uomini a rifocillarsi in caserme dove gli aeri alleati non aspettano altro che siano riuniti per farli fuori tutti non è certamente una buona idea, pensano che in una scuola non saranno mai colpiti… quindi è il cane che si morde la coda, il regime pensa di usare siti civili per poter provare a difendersi e la NATO che li bombarda perchè ha l’ordine di difendere gli uni uccidendo gli altri.
Questa è la guerra, intanto noi italiani, i francesi, gli inglesi, gli americani ed ovviamente i loro Presidenti, si preparano ad andare in vacanza, fa nulla se quando torniamo saranno morti altri migliaia di militari e civili libici, “la guerra si doveva fare e la facciamo, ma non parliamo dei civili morti, pensiamo che la nostra guerra è contro Gheddafi, lui è antipatico, quindi se facciamo capire che la guerra è contro di lui va bene”.
Come sostengono molte autorevoli voci , la Nato ha già perso questa guerra e con lei la faccia quando milioni di persone sono scese in piazza contro questo intervento e a favore del Leader, possono cercare di nascondere tutto questo al mondo con l’aiuto dei media che filtrano e censurano ciò che non deve arrivare ma prima o poi la verità uscirà fuori.
Se la gente vede le facce di questi innocenti, forse potrebbe capire che tanto buoni non siamo e che questa guerra si doveva evitare e si deve fermare prima che vada a morire anche il nostro ultimo briciolo di dignità.
Alessandro Londero
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